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La brezza leggera muoveva le tende semitrasparenti trasformandole in onde ipnotiche e la calda luce del pomeriggio inoltrato accarezzava i numerosi soprammobili e cristalli dipingendo le pareti di un'infinità di riflessi ed arcobaleni.
Il tempo era scandito dal picchiettio di un vecchio orologio e da pigre sbuffate di fumo.
Akeboshi, affacciato al suo piccolo terrazzo, espirò l’ultima boccata e posò la pipa sulla balaustra.
Si sgranchì la schiena, e il movimento gli fece quasi venire un capogiro; la sua mano si spostò istintivamente alla ferita infertagli da Kurotobi che a distanza di giorni non aveva mai smesso di tormentarlo con il suo doloroso pulsare, né aveva mai accennato a guarire.
Di giorno il fastidio lo spossava e lo rendeva febbricitante, mentre di notte il dolore lo teneva sveglio facilitandogli in parte il gravoso dovere di fare la guardia, ma a quale prezzo…
Era quasi giunto al limite delle sue forze ed era sempre più difficile cacciare le bestie pietrificate mantenendo al contempo il suo solito modo di fare allegro e spensierato senza preoccupare Kô - la scaltra e perspicace Kô - che lo teneva d’occhio e quasi sicuramente sospettava già qualcosa. In ogni caso, doveva resistere fino alla miniera di Aonibi, dove Kai si sarebbe procurato un’arma adatta alle sue particolari abilità, avrebbero eretto una barriera e avrebbero avuto il tempo di studiare la situazione in santa pace.
Sotto di lui, nello spiazzo erboso in cui si erano accampati con il vecchio Bao, Kai e Kô continuavano a bisticciare animatamente.
Akeboshi li osservava ridacchiando, divertito ed appagato dal senso di normalità che traspariva dalle loro scaramucce infantili. Dopo gli attriti iniziali, era felice di vederli finalmente legare come due ragazzini comuni liberi dal peso del loro passato tutt’altro che spensierato.
Il suo sorriso vacillò per un secondo.
Nonostante si fosse ripromesso più volte di non ripensare ai fatti accaduti vent’anni prima, non riusciva ad ignorare la scia di vite spezzate - direttamente o indirettamente - dalla Federazione. La sua mente si riempì di un turbinio di ricordi vaghi e confusi, ma tutti ugualmente sgradevoli, animati da mani callose e sconosciute, il peso delle catene, i ferri arroventati, il pianto degli altri bambini, il rubino incandescente che gli bruciava la carne…
… e il dolore…
Le sue grame riflessioni furono interrotte da una forte fitta alla spalla sinistra che gli tolse il respiro e quasi lo sbilanciò.
‘ah- la stibnite!’
Strinse i denti con forza e, sincerandosi che i due allievi non lo avessero visto, si ritirò nella sua stanza chiudendosi silenziosamente la vetrata alle spalle.
La sua camera da letto era illuminata dall’intenso arancione del tramonto che lo abbagliava, ma nonostante ciò Akeboshi aveva bisogno di molta più luce.
Dopo essersi districato tra le innumerevoli cataste di cianfrusaglie, pergamene e libri sparsi per lo studio, si sedette sul bordo della sua vecchia poltrona e tirò a sé una piccola lampada di cristallo.
Si passò una mano sulla fronte calda e mordendosi nervosamente un labbro si slacciò lo haori nero con l’intento di sfilarsi una manica. Non si stupì più di tanto quando notò che la stoffa non scivolava più dalla sua pelle ma si impigliava su qualcosa di ruvido dalla consistenza estranea. Quando riuscì finalmente a liberare il braccio, il suo sguardo rassegnato si posò su uno spettacolo desolante: una spalla quasi completamente pietrificata.
Ovviamente niente di quello che vedeva lo sorprendeva, visto che il dolore non era mai cessato e la stibnite aveva iniziato ad allargarsi dalla ferita già dal giorno dopo lo scontro. Ma era solo recentemente che la pietra aveva iniziato ad espandersi ad intervalli sempre più frequenti e preoccupanti.
Nella mente stanca - e forse un po’ delirante - di Akeboshi balenò un dubbio agghiacciante e per un attimo si chiese se Kurotobi avesse la facoltà di controllare la stibnite anche senza toccarla e lo stesse sadicamente tormentando a distanza.
Era plausibile? O erano pedinati? Kurotobi li stava forse seguendo e non se n’era accorto, distratto com’era dai suoi crescenti problemi di salute?
‘Non essere stupido’ si disse riacquistando un barlume di razionalità ‘Nessun artigiano può controllare un minerale a distanza, deve essergli a contatto diretto o dev’esserci un catalizzatore che ne attivi le proprietà come un altro minerale o una persona con una forza guida sufficiente o un mangiapietre…’ ed ecco che ricominciava a sparare teorie a raffica, una sua brutta abitudine quando si sentiva teso.
Scosse la testa disperdendo i crescenti pensieri.
Il suo sguardo si spostò istintivamente sul comò dove era posato un libro di geologia applicata alla medicina trapassato da una manciata di segnalibri.
Sospirò sconsolato; il libro era stato di pochissimo aiuto, ma forse la persona che gliel'aveva prestato tanti anni prima… forse… sarebbe stata capace di curarlo, o almeno di studiare il suo caso ed aiutare la famiglia di Kai…
… purché la pietrificazione non lo battesse sul tempo…
Secondo il libro, ormai decisamente datato, la pietrificazione da stibnite era incurabile poiché aveva la proprietà naturale di espandersi sulla massa organica - ovvero un corpo umano - fino a consumarla completamente, rendendola più che una malattia, una vera e propria condanna a morte.
Aggrottò le sopracciglia considerando la gravità di quelle implicazioni: se avesse avuto un corpo normale a quest’ora sarebbe già stato pietrificato completamente.
Ma lui non aveva un corpo normale.
La Federazione aveva da sempre tenuto segreta l’entità degli esperimenti a cui Akeboshi era stato sottoposto e il dispendio di vite umane che ne era conseguito, e ovviamente nel libro non veniva nemmeno contemplata l’eventualità tanto straordinaria di un corpo modificato artificialmente… ma Akeboshi aveva delle solide ragioni per teorizzare che probabilmente era solo grazie al rubino incastonato nel suo petto - che stava attivamente contrastando le proprietà della stibnite - se non era ancora stato pietrificato del tutto.
Il ragionamento non faceva una piega. Tuttavia, avere una spiegazione razionale non lo tranquillizzava più di tanto.
Con un gesto della mano aumentò la luminosità della tormalina e si sporse verso la luce.
La stibnite di Kurotobi si espandeva a partire dalla ferita alla clavicola e gli consumava la pelle come un’infezione, sfigurandogli tutta la spalla sinistra ed avviluppandola in una beffarda imitazione del suo tatuaggio.
Akeboshi la osservava con un misto di disgusto e di morbosa curiosità: alla luce della lampada la pietra riluceva con le sue aspre sfaccettature, ma il colore grigio piombo e i riflessi metallici che suggerivano una consistenza resistente erano ingannevoli, perché la stibnite era in realtà fragile e alla minima pressione si sgretolava in piccole sezioni.
Con due dita si toccò delicatamente la pelle calda ed arrossata lungo i bordi sfrangiati della stibnite e non riuscì a trattenere un basso sibilo di dolore. La graduale pietrificazione faceva male, ma era un tipo di dolore sordo e viscerale al quale era abituato.
Pensò a Kai che provava una sofferenza simile e da tre anni si trascinava dietro una pesante gamba di pietra. Lo consolò il pensiero che almeno il suo apprendista non dovesse anche contrastare il graduale avvelenamento da stibnite.
Sospirò.
Quella prigione di pietra lo ripugnava con il suo peso opprimente, l’impaccio di un’articolazione quasi completamente bloccata e la sgradevole sensazione di avere una creatura quasi senziente che avanzava, scavava e tramutava la sua carne in pietra. Un ospite inquietante che provocava uno scompenso tale da far reagire il suo stesso rubino.
Nonostante il naturale ribrezzo per quella cosa estranea e famelica che gli consumava il corpo, non poté resistere alla tentazione di toccarla.
Deglutì e, senza staccare gli occhi dalla pelle arrossata, sfiorò la pietra con la punta delle dita avvertendo quasi subito il bruciore ai polpastrelli.
Akeboshi imprecò sottovoce.
Le dita si irritavano a contatto con la stibnite velenosa, concentrata e fragile.
Gli venne quasi da ridere pensando all’ironia della situazione, visto che la stibnite era un ritardante di fiamma e naturalmente inibiva il fuoco del rubino.
Si girò, allungò il braccio verso la sua scrivania e aprì il cassetto dove conservava il piccolo smeraldo che solitamente usava per lenire i dolori di Kai.
Posò la pietra accanto alla lampada ed inspirò profondamente alzando le due dita ferite. Gli bastò un attimo di concentrazione per individuare tra la miriade di cristalli che lo attorniavano le basse frequenze dello smeraldo e a sintonizzarsi perfettamente con esso.
Fortunatamente era sufficiente pochissima forza guida per avviare il processo di guarigione ed Akeboshi emise un sospiro stanco quando la sgradevole sensazione di bruciore alle falangi venne sostituita dal tiepido sollievo.
Ma anche solo guarire una piccola ferita superficiale lo stancava ed era ormai evidente che usare grandi quantità di forza guida fosse sconsigliato. Per questo Akeboshi aveva quasi del tutto smesso di cacciare le bestie pietrificate delegando il compito a Kai e a Kô con la falsa scusa dell’allenamento.
Cauto ma speranzoso, spostò la sua attenzione alla spalla e provò a mitigare almeno il gonfiore della pelle che stava diventando troppo evidente e sempre più difficile da nascondere sotto i vestiti, ma dopo un iniziale formicolio piacevole la stibnite reagì alla sua spossatezza dopo il secondo utilizzo di forza guida e, dotata di intelligenza propria, si destò dal suo torpore e gli provocò una fitta di dolore che quasi lo fece svenire.
Gli si gelò il sangue quando anziché calmarsi, il dolore si intensificò facendosi acuto e pulsante e la stibnite prese improvvisamente vita iniziando ad espandersi e a corrodergli ancora qualche centimetro di pelle.
Akeboshi inspirò inorridito e si tappò la bocca con la mano destra costringendosi a non gridare.
« N-no… » sussurrò tra le dita tremanti osservando con angoscia il lento avanzare della pietra sulla sua pelle.
Era la fine?
La stibnite avrebbe soffocato le fiamme del Pigeon blood?
Il giovane trattenne il respiro per un lungo momento, i suoi grandi occhi scarlatti fissi sulla spalla martoriata, finché la stibnite, finalmente sazia, non si fermò di colpo.
Akeboshi non osava muoversi.
Il tramonto aveva lentamente ceduto il posto al crepuscolo e la stanza era piombata in una spettrale luce bluastra riempiendosi di ombre lunghe e minacciose, mentre i minuti di puro terrore erano scanditi dal ticchettio dell’orologio antico e dagli spettrali riflessi dei cristalli, ma Akeboshi non ci faceva caso.
Per anni aveva continuato a rincorrere la morte mettendosi in situazioni sempre più pericolose, affrontando ogni nemico come se fosse l’ultimo, espiando il suo peccato, sperando in cuor suo di cadere un giorno e finalmente subire la sua tanto meritata punizione. Ma adesso che la sua ora sembrava farsi sempre più vicina, scopriva di non essere affatto pronto.
Non ora che aveva un obiettivo ben preciso e l’universo gli concedeva finalmente la possibilità di salvare qualcuno… di onorare la morte di Ni-
« A TAVOLA! » la voce di Kai proveniente dal piano di sotto lo fece sussultare ed Akeboshi riprese a respirare.
Un brivido di freddo lo attraversò da capo a piedi lasciandolo sudato, ansimante e sull’orlo dello svenimento. Scorse il suo riflesso in una delle vetrine e quasi si spaventò nel vedersi pallido come un fantasma e con lo sguardo sbarrato.
Diede ancora un’ultima occhiata alla spalla pietrificata ora di nuovo stabile ed inerte - seppur più pesante di prima - e deglutì: purtroppo non poteva più permettersi di utilizzare la forza guida incautamente e lasciarsi consumare dalla stibnite. Almeno non prima di arrivare alla miniera di Aonibi ed incontrare Benito.
Il giovane scosse la testa cercando di schiarirsi le idee; l’emicrania da fastidiosa era diventata quasi martellante e gli toglieva quel poco di appetito che gli era rimasto. Ma pur di non preoccupare gli apprendisti, avrebbe mantenuto il suo solito modo di fare e avrebbe cenato, anche se svogliatamente.
Si alzò dalla poltrona con un grugnito e indossò dei vestiti puliti. Si rimise anche l’haori, nascondendo il suo orribile segreto sotto due strati di stoffa nera.
Prima di scendere in cucina, esaminò un'ultima volta il suo riflesso nello specchio e si assicurò che la stibnite non fosse visibile da sotto i vestiti. Non poté fare a meno di notare la sua espressione provata sia dallo spavento che dal dolore e gli occhi sconvolti che tradivano il suo malessere.
Si costrinse a fare un paio di respiri profondi e a calmare i battiti accelerati del suo cuore: lui era il maestro e non poteva permettersi di preoccupare i due apprendisti con i suoi problemi.
