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Dalle finestre dell'Hotel Z puoi vedere la fine del mondo

Summary:

Siamo in hype per l'uscita Pokémon Leggende Z-A, così abbiamo provato a scrivere qualcosa, lasciando galoppare un po' la fantasia fra speculazioni e totale autoindulgenza.
Il risultato è questa storia.

Vedremo fra qualche mese quanto c'avremo azzeccato!

Nel frattempo, divertitevi con noi: ecco come noi avremmo scritto la trama di Pokémon Leggende Z-A. Buona lettura!

Notes:

Nonostante la fanfiction sia scritta in italiano, alcuni termini e nomi rimarranno non tradotti dalla versione inglese dei giochi (un esempio di questo è Lumiose City, che in italiano sarebbe semplicemente Luminopoli).
Non c’è nessun motivo se non quello “estetico” (ovvero, in questo caso, il modo in cui suonano le parole) e quello mnemonico (a volte è più facile per noi ricordare le versioni inglesi).
O forse un motivo in fondo in fondo c’è. Ma non ve lo diciamo, lo annuserete voi nell’aria.

Chapter 1: Lumiose City è troppo bella

Chapter Text

Lumiose City è radiante: questa fu la prima cosa che Harmony pensò uscendo dalla stazione ferroviaria.

Un vento leggerissimo muoveva i capolini dei fiori, le punte dei fili d’erba, nelle aiuole che si aprivano come occhi vicine agli edifici, interrompendo il selciato perfetto. Una vicina panetteria spandeva un profumo intenso, caldo, dolce.

Harmony avanzò fra la gente, il mento in su , guardando le terrazze e i balconi. Nessun edificio era particolarmente alto, nonostante Lumiose fosse la città più grande di tutta la regione di Kalos… una volta Harmony aveva letto che era impossibile costruire grattacieli, perché sotto le strade si estendeva una rete sotterranea di tunnel, e caricare il suolo con troppo peso avrebbe fatto sprofondare interi quartieri nel vuoto di fogne e catacombe.

Che strano, pensare alle catacombe… all’umido buio delle fogne… in una giornata così piacevole, così calda.

Il sole le riscaldava il volto. Un paio di fletchling sfrecciarono fra gli alberi sottili , rincorrendosi poi sempre più in alto , nel cielo, spiralando l’uno intorno all’altro in un piccolo vortice di piume arancio .

Si corteggiavano o si stavano dando battaglia? Era sempre difficile capirlo, con pokémon come quelli.

E poi eccolo lì, svettante fra gli edifici di un cortile: l’hotel Z, interamente ricoperto dalle foglie verdi di un rampicante. Era edera? Harmony non lo sapeva e la sua guida non lo diceva, ma la foto che aveva trovato su internet era identica alla realtà.

«Hey!» Esclamò qualcuno «Hai bisogno di aiuto con le valigie?».

Harmony si voltò in direzione della voce per osservare un ragazzo biondo, con le punte dei capelli rosa, che le trottava incontro. Aveva un sorriso allegro sulla faccia, occhi azzurri come il cielo senza nuvole di Lumiose, e per un attimo lei pensò di non aver mai visto in vita sua una persona che sembrava più felice e senza pensieri.

«No» Rispose «Viaggio leggera»

«Lo vedo! Lavoro per l’hotel. Sembra che tu voglia entrarci, no? Oppure guardavi solo le piante?»

«Oh… sono… delle belle piante. Comunque sì, avevo prenotato, mi chiamo Harmony»

«Io sono Urbaine. Vieni, ti accompagno » .

I loro piedi facevano un rumore speciale sul selciato. Harmony aveva camminato per centinaia, forse migliaia, di vie, su ogni tipo di terreno, e non aveva mai sentito un suono così… non che fosse strano, no. Era esattamente il rumore che ci si aspetta di sentire camminando sul selciato con delle scarpe dalla suola di gomma, una specie di tip-chap, solo che sembrava più vero del solito, come se tutto il resto delle sue esperienza fossero state solo un sogno, mentre questa era la vita vera.

Harmony guardò la nuca di Urbaine, il giubbotto marrone con il colletto nero, il modo in cui i suoi capelli ricadevano, e fu acutamente consapevole che quello era un altro essere umano.

T ap tap tap. Il suono delle sue scarpe mentre saliva i pochi gradini. Gniik. La porta di metallo, scura, con inserti di vetro, era aperta, ma anche spostandola di qualche centimetro con la mano, Urbaine ne fece cigolare i cardini.

Già da fuori era visibile la carta da parati verde, i vasi con i fiori, il vasto bancone della reception, e si poteva annusare un odore di menta, di lavanda, un sentore vago di sapone e di detergente per pavimenti.

«Benvenuta all’hotel Z, Harmony!» Esclamò Urbaine, facendosi di lato per farla passare con la valigia.

Quel posto sembrava più antico di quel poco che Harmony aveva visto del resto della città, in uno stile un po’ diverso, ma in qualche modo si sposava bene con il resto di Lumiose, come se dovesse essere lì per ricordare a tutti che il passato era tanto bello quanto il futuro che li attendeva, che la rivoluzione poteva avvenire solo per via del nutrimento che era passato attraverso le radici di ciò che era stato.

«Grazie» Disse Harmony, avvicinandosi al bancone e cercando in tasca il foglietto della prenotazione

«Chiamo il mio antenato, ci pensa lui a queste cose»

«Antenato?».

Era così che dicevano “papà” o “nonno”, a Lumiose City? Antenato?

Urbaine sorrise un po’ malizioso, alzando un dito.

«Ho una specie di nonno, ma è più vecchio. L’hotel è suo. Se vuoi puoi sederti, invece di rimanere in piedi lì ad aspettarlo»

«Oh. Certo. Grazie».

Urbaine sparì dietro una grande porta e Harmony si sedette su uno dei bei divani di pelle scura, che profumavano di fresco. C’erano alcune fotografie alle pareti: un vigneto con sullo sfondo una piccola casa bianca, alcuni disegni di fiori, il ritratto di un floette che aveva con sé uno strano fiore nero e rosso. Harmony si sporse in avanti, poggiando il mento sul pugno chiuso. Non aveva mai visto un floette con un fiore di quel colore… ancora una volta, si crucciò di non conoscere le piante.

Batté le palpebre, girò la testa ed un altro floette identico a quello del quadro si trovò lì, davanti a lei, solo che questa volta era in carne ed ossa. E fiore. E magari anche foglie, sebbene lei non sapesse dire dove finisse il corpo di quel pokémon e dove iniziasse la pianta.

Floette stava scendendo lentamente verso di lei, curioso, attaccato al suo fiore nero e rosso, con i petali stranamente allungati e appuntiti.

«Ciao» Disse Harmony «Sei un bellissimo floette, lo sai?».

Il piccolo pokémon fece una giravolta, come una ballerina, usando il suo strano fiore come perno centrale.

«A F loette piacciono gli allenatori viaggiatori» Disse la voce di un uomo, rauca.

Harmony alzò lo sguardo. Non fu abbastanza. Dovette alzare lo sguardo ancora, per arrivare a vedere il volto dell’anziano che le aveva parlato.

Era così alto da sembrare finto e forse lo era… un uomo sui trampoli. Ma le sue braccia erano altrettanto lunghe e avevano un paio di grandi mani, dalle dita lunghe e spesse, alla fine.

«Salve» Disse Harmony, alzandosi di scatto, arrossendo dopo essersi accorta di aver fissato quell’uomo fin troppo a lungo «Ho una prenotazione»

«Sì, certo»

«Un attimo, ce l’ho qui...»

«No, ti credo»

«Cos… cosa?»

«Ti credo. Qual’è la tua stanza?»

«La venticinque»

«Ecco qui» rispose l’uomo enorme, staccando una chiave dalla rastrelliera dietro al bancone «Per la venticinque. Sentiti libera di andare quando vuoi e di tornare quando vuoi. Dai pure un’occhiata in giro, se ti va»

«Cosa… certo… certo» Harmony avanzò per prendere la chiave dalle mani enormi dell’uomo «Lei è troppo gentile»

«No, tu sei troppo gentile» l’uomo non sorrise propriamente, ma fu come se l’avesse fatto.

La sua faccia, incorniciata dai lunghissimi capelli candidi, era consumata e gentile, l’unico occhio che spuntava dalla frangia la guardava come si potrebbe fare con un gattino abbandonato.

«Mi chiamo Harmony» Disse lei, facendosi un passo indietro

«Io sono AZ» rispose l’anziano, chinandosi un poco.

Si teneva in piedi anche grazie all’aiuto di un bastone e aveva un tutore metallico al ginocchio sinistro. Harmony immaginò che fosse normale, visto quanto era alto: gli anziani di quelle dimensioni raramente non avevano problemi alle articolazioni.

“Quanto sei alto?” avrebbe voluto domandargli, ma sarebbe stata una domanda maleducata. Era irreale, un grattacielo d’uomo, e sicuramente se lo era sentito domandare migliaia di volte.

«Quello è il tuo floette?» Chiese invece «Ha un fiore veramente unico...»

«Unico di certo. Non ne crescono più, qui a Kalos» rispose AZ.

C’era un velo di amarezza nella sua voce, oppure Harmony lo aveva solo immaginato?

«Divertiti, giovane allenatrice. Io penso che tornerò a riposare».

Il gigante zoppicò nella direzione da cui era venuto, probabilmente una stanzetta al pianterreno in cui poteva anche dormire, per non sforzare le sue povere gambe con le scale, e il floette raro lo seguì emettendo una serie di piccoli squittii, come se stesse parlando con lui.

Harmony guardò la chiave che le era stata consegnata: il portachiavi attaccato ad essa era una piccola placca incisa, con il disegno di un floette e alcune foglie. Su una delle foglie c’era il numero della sua stanza, il 12.

Le scale erano chiaramente visibili da dove lei si trovava, insieme ad un piccolo cartello di legno che le indicava, appeso a parete, con scritto “stanze ospiti” in una scrittura elegante, ma un po’ rigida.

Harmony seguì l’indicazione e si ritrovò al piano superiore, in un corridoio inondato di luce. Salì ancora un’altra rampa di scale e imboccò il secondo corridoio, con le pareti ricoperte di carta da parati verde e crema, a righe, con sporadici quadri bucolici.

La porta numero venticinque era leggermente consumata, la vernice verde graffiata e scolorita alla base e in cima, ma era come se quei dettagli raccontassero dell’amore dei viaggiatori che da lì erano entrati ed usciti, entrati ed usciti, chissà quante volte, quanti giorni, per visitare le meraviglie di Lumiose, per poi tornare esausti a buttarsi sul materasso.

Harmony aprì quella porta senza problemi ed entrò.

Dalla finestra penetrava una luce dorata, intensa, che tingeva i bordi delle cose. Un grande letto bianco, con la testiera di ferro battuto decorata da viticci (la cui specie Harmony non riuscì ad identificare), due comodini, un armadio di legno color crema decorato da dettagli vegetali dipinti con una cura quasi commovente.

Harmony posò la valigia sul letto, poi guardò dalla finestra.

In lontananza era visibile la Torre Prisma, altissima, risplendente di metallo sotto i raggi di un sole che sembrava aggiunto nella scena da una mano divina. Pokémon volanti si rincorrevano fra gli edifici, riposavano sui tetti delle case, alcuni fletchling erano persino annidati dentro alle fioriere, circondati da capolini multicolore.

Lumiose City era troppo, troppo bella.