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Category:
Fandom:
Relationship:
Characters:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2025-06-07
Updated:
2025-06-07
Words:
1,337
Chapters:
1/?
Comments:
4
Kudos:
26
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1
Hits:
322

Cronache di altri racconti possibili

Summary:

Una raccolta di one shot che alterna versioni AU e fedeli di scene riscritte, con l’intento di esplorare e intensificare il mio e il nostro ✨disagio✨.

Chapter 1: Il passaggio a livello

Chapter Text

Latronico: quel nome era diventato insopportabile. 
Un insieme di lettere e suoni che le dava il voltastomaco. 
Era lì da troppo, nell’insieme dei suoi problemi, si intende. Era un’ansia cronica nella sua vita. L’unica cosa che Imma desiderava era che sparisse, per davvero, come se non fosse mai esistito. Via, cancellato. E con lui anche tutto quel peso che si portavano dietro diventando solo un brutto rapporto.

“Prima... al telefono. Erano uomini di Latronico, vero?”
“Sì” 
“Lo so che non te lo dovrei chiedere perché c'è una missione in corso”
“Non è la prima volta che io e te infrangiamo le regole.” Gli aveva risposto Calogiuri sorridendo e Imma di rimando.

È vero, non poteva chiederglielo.
È vero, avevano già infranto le regole e anche più di una volta. 
Cos’era? Disobbedienza o semplicemente vivere? 
Imma ci pensava, ma non trovava mai una risposta chiara. In fondo, non ne aveva per niente, di risposte.
Con le emozioni aveva sempre avuto un rapporto difficile, ostile. E Calogiuri, con la sua presenza costante e quel bene che le offriva senza condizioni, rendeva tutto ancora più complicato. Lei non sapeva né come accoglierlo né come restituirlo.
Ma una cosa la sentiva forte e chiara: quello che stava accadendo adesso, proprio non le piaceva.

“Però prima vanno arrestati.”
“Hai detto niente.”

Imma sentiva il fiato mancarle, come se le pareti dell’auto si stessero chiudendo su di lei, stringendole la gola. Doveva uscire.
Lanciò un’occhiata veloce a Calogiuri, poi spalancò la portiera, si infilò il cappotto e si portò fuori, sperando che respirare a pieni polmoni l’aiutasse a placare quell'aumentare dell'ansia.
Sapeva perfettamente in quale direzione stava andando quella conversazione e non voleva arrivarci. Calogiuri avrebbe detto qualcosa di pericoloso per la sua vita e lei lo sapeva. Anticipava già le parole che stava per sentire.

Ma quello che non riusciva a spiegarsi era perché ci tenesse così tanto. Non era una cosa passeggera, questa? Una parentesi leggera, una fuga? Una storia fatta di istinti, senza implicazioni?
Finita la passione, finita la storia. No?
Nel sesso non c’è posto per i sentimentalismi. E poi non sono io quella rigida, razionale, che non si fa coinvolgere? Non sono io quella a cui le smancerie stanno anche un po' sulle palle?

E mentre pensava questo, sentiva allo stesso tempo aumentare la paura. Troppa ansia, troppo in gioco, troppa paura che gli succedesse qualcosa. Di nuovo.
Era come se stesse rivedendo un film già visto: Latronico, lei furiosa, Calogiuri a un passo dalla morte. la litigata alla Madonna delle Vergini. 
Tutto sembrava tornare, come un gioco che si ripete sempre uguale. Fissava il passaggio a livello che, alla fine, era il loro posto. Era dove si potevano scambiare confidenze e silenzi.  
Perché avevano bisogno di quel luogo per dirsi le cose importanti? 
Posto strano, pensava Imma. Calogiuri uscì dalla macchina, cercando un contatto con lei. 


“Spero abbia calcolato i rischi del caso.”
“Romaniello non corre nessun rischio” rispose lui, cercando di mantenerla calma.
“Non intendevo Romaniello. È un’operazione spericolata.”

Imma camminava avanti e indietro, come faceva sempre quando la tensione diventava troppa e non riusciva a stare ferma. 
Non riusciva a capire: come faceva Calogiuri a lanciarsi dritto nel pericolo, con quell’aria tranquilla, come se nulla potesse toccarlo? Come se la sua vita fosse garantita… e, soprattutto, come se lei non contasse nulla? Non riusciva ad accettare che non vedesse quanto sarebbe devastante perderlo.

Calogiuri la osservava, cercando di leggere i suoi movimenti, i suoi silenzi. Capire Imma era un’impresa: lei non parlava quasi mai, e lui si sforzava ogni volta di dare un senso a ciò che restava non detto. Ma a volte, anche per lui, qualche parola in più sarebbe servita. Una dichiarazione chiara o un segno.


“Guarda che… in realtà è stata una mia decisione” disse con una voce fin troppo calma, quasi rilassata.


Imma si bloccò. Si girò lentamente verso di lui appoggiandosi alla macchina. Lo fissava, incredula. Una risata le uscì secca e sarcastica. “Una tua idea. Fantastico. Davvero brillante.”
“Ma che stai dicendo?”
“No, Calogiuri. Che stai dicendo tu, piuttosto. Ti sembrano scelte intelligenti? Ti sembrano scelte da fare a cuor leggero? Hai idea del rischio che ti sei preso così, alla cieca?”

Calogiuri fece qualche passo verso di lei, cercando di ridurre la distanza. Le sistemò il colletto del cappotto con delicatezza: aveva bisogno di un contatto, anche minimo. 
“È tutto sotto controllo.”
Imma lo fissò, restando immobile.
Nei suoi occhi azzurri, rivide tutto: la corsa in ospedale, i suoni delle macchine, quel bip costante, il dolore delle ore d’attesa e le sue preghiere sussurrate: svegliati, veloce.
E ora lui le diceva che era tutto sotto controllo e lei non ci credeva, non poteva, perché aveva già vissuto quei giorni e non aveva intenzione di riviverle di nuovo… o di seppellirlo.

“Non lo sai” rispose, senza distogliere lo sguardo.
Calogiuri rimase fermo. “Cosa?”
“Che non ti becchi un proiettile.”
“E allora che dovrei fare?”
“Lasciare che se ne occupi la DDA. Tirarti fuori. Farti da parte.”
“Ma ormai… sono dentro fino al collo.”

“Ed è proprio questo il punto, Calogiuri!” sbottò Imma, staccandosi bruscamente dalla macchina. La voce le tremò appena, incrinata dalla preoccupazione. La paura, da qualche parte, doveva pure sfogarsi.
“Tu non dovresti essere più dentro a tutto questo! Hai già rischiato la vita una volta! Ti hanno già sparato! Non posso viverlo di nuovo" disse Imma, facendo no con le mani e portandosi le mani nei capelli.
Con un gesto arrabbiato si tolse il cappotto e lo lasciò cadere sul cofano. Sentiva caldo, la testa le sembrava sul punto di esplodere.
“Ho mille difetti, lo so, ma una cosa non la voglio più fare: passare ore interminabili accanto a un letto, guardarti immobile, attaccato a delle macchine, sperando in silenzio che ti svegli.”

Calogiuri si chiedeva chi avesse davanti in quel momento: la procuratrice o la sua Imma, la donna che aveva baciato solo poche ore prima?
E anche Imma si poneva la stessa domanda. Quella che stava parlando era la procuratrice o la donna che, suo malgrado, sentiva ormai qualcosa di più per quel maresciallo che, giorno dopo giorno, le aveva preso sempre più spazio dentro?

“Non voglio di certo tornare in ospedale” disse con la sua solita calma disarmante e questo la irritava ancora di più. Come poteva restare così impassibile? “Sto solo cercando di fare la mia parte.”
“La tua parte?” replicò lei, voltandosi di scatto. “E quale sarebbe, esattamente? Morire da eroe?”
Sembrava il seguito naturale della loro discussione di settimane prima, alla Madonna delle Vergini. “Perché se è quello che stai cercando, dimmelo. Così almeno lo so. Mi preparo.”

Calogiuri fece un passo avanti e la riportò, con delicatezza, esattamente dov’era prima. Imma si ritrovò di nuovo appoggiata alla macchina, e lui le sistemò il cappotto sulle spalle, lentamente. Le rimise a posto il colletto con un gesto delicato. Il vento le muoveva i capelli e, nel guardarsi negli occhi, entrambi videro le proprie inquietudine

Calogiuri le sfiorò il viso: “Chi è che si preoccupa per me? La procuratrice… o Imma?”
“Che differenza fa?”
“Per me fa tutta la differenza del mondo.”
Imma abbassò lo sguardo. Sapeva benissimo che, in pratica, nulla cambiava: non avrebbe potuto impedirgli di andare avanti con quell’operazione. 
Rialzò gli occhi. “Sono io. Io che mi preoccupo.”

Calogiuri sapeva che in quel momento non servivano parole di conforto facili. Imma era troppo intelligente, che se ne sarebbe fatta di promesse vaghe o frasi fatte?
Le sistemò ancora una volta il cappotto, questa volta chiudendoglielo e le accarezzò una guancia.
“Non posso prometterti che andrà tutto bene. Ma ti giuro che farò attenzione. Non voglio farti rivivere l’ospedale, il coma, quelle ore infinite. Non succederà di nuovo.”
Imma era tornata a fissarlo negli occhi; il suono del treno che passava riempiva il loro silenzio.

Calogiuri le si avvicinò ancora e le lasciò un bacio leggero sulle labbra.
“Te lo prometto. Starò attento.”
Questa volta fu lei a baciarlo, con dolcezza. “Ti conviene, Calogiuri.”
“È una minaccia, dottoressa?”
“Assolutamente.”