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Il primo risveglio, il più sgradevole. Torture che lo rincorrono nel sonno, dolore urlato o inflitto, in una trappola eterna. A volte ancora deve fuggire a vomitare quando l’incubo finisce. Può solo sperare di rigettare fino ad essere sfinito, per riuscire ad addormentarsi di nuovo.
Tagliare, mordere, graffiare, recidere, fino a quando non ha più senso. Guardare la vita che lascia gli occhi mentre le membra diventano cedevoli sotto alle sue mani. Congedarne le spoglie con indifferenza. Il suo nome urlato nell’Arena; e poi, finalmente, nei corridoi vuoti, nelle mute stanze, la libertà dalla litania della folla.
Mani sudate, vischiose, sulla sua pelle, odiarle, odiarsi, cercare di dimenticare, perso in altri corpi; imporre sofferenza, desiderarla, fino ad annientarsi, annoiato dal disgustoso ciclo che pare infinito.
Permettere tutto a suo zio, disprezzarlo, bramare la sua morte, ripercorrere i suoi passi verso il potere, ammirarlo e detestarsi per questo, fino a sperare che qualcuno sia suo pari da poter prendere la sua vita in battaglia. Cresciuto come una bambola vuota che compiace suo zio, ammalia le schiere, scopa, tortura, uccide, e ricomincia da capo. Oggi, domani, ieri, ancora e ancora.
Vede suo zio sprofondare in una pozza di nero liquido, vorrebbe non riemergesse mai, per non sentirsi di nuovo mentre soffoca e affoga sotto di lui.
Freddo, distante. Non è più importante. Guarda la sua vita dissolversi in grigie nuvole di fumo dense e intossicanti. Non importa.
Non è ancora sveglio ma già sa che non è nelle sue stanze su Giedi Prime. Sente il proprio respiro in affanno quando gli occhi sono ancora chiusi, e poi lo sente rallentare, il suo petto comincia a muoversi più dolcemente sotto una mano delicata. Le dita di Feyd-Rautha cercano quella pelle liscia, ne tracciano i contorni, corrono lungo le falangi, le sue unghie percorrono il falco sull’anello, le piume d’oro in rilievo lo riportano alla realtà.
Percepisce i leggeri suoni, il respiro tiepido che lascia le labbra di Paul che dorme accanto a lui, con il viso sprofondato nel cuscino che profuma di fiori freschi, il profilo quasi appoggiato sulla sua spalla.
Feyd apre gli occhi, il suo torace immobile sotto al braccio esile, i suoi fianchi quieti sotto alla gamba lieve piegata sopra di lui, e sposta soltanto il viso, lentamente, per non destare Paul dai suoi sogni; Paul che lo tiene nel suo abbraccio anche mentre dorme, che lo tiene ancorato a qualcosa di puro persino quando non è cosciente.
Morbidi riccioli castani gli coprono in parte la fronte, ma lasciano intravedere le scure sopracciglia ribelli. La pioggia di lentiggini gli dona un’aria innocente. Vorrebbe sfiorarle.
Suo zio aveva sempre dichiarato di disprezzare le lentiggini sul suo naso, i nei sulle sue guance, come lui aveva sempre odiato le creme appiccicose che il Barone gli faceva spalmare addosso dai servi perché la sua pelle diventasse più pallida, più monotona. “Sembri sporco, nipote”, diceva sfregando il pollice sulla sua pelle, come se fossero macchie oleose; le sue lentiggini ‘inopportune’. “Non preoccuparti, adorato nipote, col tempo riusciremo a mandarle via”.
Feyd-Rautha osserva i nei vicino alle labbra rosate leggermente schiuse di Paul. Etereo, come se il suo viso riuscisse a irradiare la purezza di tutte le carezze ricevute da bambino.
Si smarrisce nei suoi lineamenti quando dorme e allo stesso tempo non vede l’ora di sentire di nuovo la sua voce, di lasciarsi stregare dalla sua energia, quando si muove, quando cammina, quando combatte. Lo detesta e non riesce a togliergli gli occhi di dosso.
Lo adora. Lo ha sentito conversare in Chakobsa e Cinese, con la stessa grazia, la stessa fermezza e lo stesso ardore che ha quando parla Galach. Lo ha visto combattere armonioso come una danza, e immergersi nello stesso libro per ore, omaggiare pagine e pagine color crema con la sua bella calligrafia, e abbassarsi incuriosito per seguire le impronte di una volpe pigmea. Passione. Qualcosa che a lui non è stato permesso.
Feyd-Rautha può combattere per Paul, e uccidere per lui, e morire, e amare il suo corpo, essere fedele solo a lui, inginocchiarsi e affidare il suo onore al destino di Paul. Ma non può fare a meno di interrogarsi: Paul vede altro in lui? Riesce a vedere oltre? Si chiede se a Paul piacciano le sue lentiggini, le lentiggini che le soluzioni chimiche di Giedi Prime non sono riuscite a cancellare.
Il ritmo del respiro di Paul cambia, all’improvviso un paio di grandi occhi blu proietta luci e colori sulle sfumature vacue del suo essere.
Occhi che riescono a vedere tutto. All’improvviso è vulnerabile, esposto, debole. Detesta quegli occhi.
“Feyd?”
Adora quegli occhi. Feyd gli sorride flebilmente.
La mano di Paul preme leggermente sul suo petto, sul suo cuore, di nuovo lo tiene ancorato a questo momento. Forse l’anello di Paul sta rimanendo impresso sulla sua pelle. Feyd si accorge che il suo respiro è più calmo. Solo questo è reale adesso.
La mano di Paul lascia il suo petto, e per un attimo Feyd sente la mancanza di quel calore, ma poi Paul la appoggia sul suo viso per avvicinarlo a sé. Posa le labbra sulla sua pelle, bacia il neo sulla sua mandibola sinistra e Feyd si sorprende rendendosi conto di tutte le volte in cui Paul l’ha fatto.
Il fumo grigio si disperde, ogni oleosa macchia scura scompare sotto a un tranquillo mare cristallino. Forse Paul riesce a vedere oltre.
