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L'eco degli attimi

Summary:

Una raccolta di momenti menzionati e mai descritti nelle altre opere principali di questa raccolta.

~

Se necessario, l'ordine cronologico rispetto alle altre parti della serie sarà specificato all'inizio di ogni capitolo.

Notes:

In pratica, questa quarta parte durerà fino alla fine della serie, dato che approfondisce vari momenti citati nelle altre storie. A proposito, al momento sono previste otto parti, di cui la settima e l'ottava saranno long fiction 🐝

Chapter 1: Quando Wei Ying arrivò al Palazzo del Sole

Chapter Text

 

 

 

 

Wen Chao odiava il suo nuovo nipote.

Non era tanto una questione di successione, sia perché l'erede rimaneva sempre e comunque Wen Xu, sia perché loro padre dava l’impressione di poter seppellire entrambi. Segretamente, Wen Xu era consapevole che avrebbe per certo seppellito lui.

Nessuno osava sussurrare del suo scarso potere spirituale; i pochi che si erano azzardati a farlo, avevano incontrato l'ira dei suoi calci mentre le guardie li tenevano fermi. Considerando che i suoi stivali erano più costosi delle loro miserabili vite, avrebbero dovuto perfino sentirsi onorati e ringraziarlo. Forse lo avrebbero fatto, chissà, se lui non avesse tagliato loro la lingua per darla in pasto ai suoi cani.

Anche se nessuno era autorizzato a parlarne, Wen Chao sapeva di avere un nucleo dorato debole e una scarsa attitudine alla coltivazione. Wen Xu era sopra la media. Loro padre era il coltivatore più forte delle ultime generazioni e il primo da ancora più tempo a poter aspirare all’immortalità. Wen Chao non riusciva neanche a centrare un bersaglio fisso con l’arco. Il maestro che gli aveva suggerito di allenarsi invece di risentirsi era stato giustamente sgozzato, perché lui era Wen-er-gongzi, non aveva bisogno di fare alcunché per essere superiore agli altri. Tuttavia… molto, molto silente, c’era una voce nella sua testa che talvolta si sentiva mortificata della propria inettitudine.

E quella voce aveva ringhiato vedendo il maledetto moccioso fare sfoggio delle sue abilità centrando tutti i bersagli con gli occhi bendati.

Quella voce aveva urlato quando suo padre lo aveva riconosciuto come uno di loro, sangue del loro sangue – suo padre che aveva sempre ignorato Wen Chao, accorgendosi a malapena della sua esistenza, adesso guardava intensamente quel ragazzino, vedendolo davvero, ascoltandolo, assorbendo la sua presenza come fosse una boccata d’aria fresca.

Wen Chao aveva odiato a morte Wei Wuxian sin dal primo momento.

E adesso sentiva la rabbia ribollirgli nello stomaco mentre lui gli volava accanto sulla propria spada, un po’ meno stabile rispetto a quando erano partiti ore prima, ma ancora in grado di volare con le proprie forze. Wen Chao, che si era stancato subito, sedeva sulla spada del coltivatore Wen a cui era stato concesso il privilegio di portarlo.

Il bastardo era stato silenzioso sin da che avevano lasciato Approdo del Loto. In circostanze diverse, Wen Chao avrebbe quasi potuto capirlo, dato lo spettacolo grottesco in cui si era trasformato il suo addio – tra l'insignificante ragazza Jiang che si asciugava le lacrime con un fazzoletto, l’erede che gli aveva abbaiato contro di essere un traditore prima di scappare via, Jiang Fengmian e la sua espressione cupa di uomo a lutto e Yu Ziyuan che girava e rigirava tra le dita un anello da cui saettavano lampi viola.

Il viso di Wen Chao si illuminò di gioia quando Wei Wuxian vacillò pericolosamente, rischiando di cadere dalla spada; lo storse invece in una smorfia quando fu Wen RuoHan a salvarlo, mettendogli un braccio attorno alla vita e issandolo sulla propria spada.

«Mi dispiace!» si affrettò a scusarsi il bastardo. Era un po’ pallido e fastidiosamente frenetico. «È stato solo un momento di distrazione, sono ancora in grado di volare.»

Era evidente che lo angosciasse venir considerato più debole del previsto, incapace di corrispondere alle aspettative. Wen Chao sogghignò: quantomeno Wei Wuxian conosceva la precarietà della propria posizione, ben diversa da quella di un erede legittimo. Mandò un sentito ringraziamento alla deliziosa Furen di casa Jiang, sospettando a ragion veduta che lei avesse svolto un ruolo chiave in questo.

Wen RuoHan non cambiò espressione. «Non conosco altri dodicenni in grado di volare tanto a lungo quanto hai appena fatto tu» disse. Più che una lode, la sua era stata una semplice constatazione dei fatti.

Eppure, il bastardo ebbe la sfacciataggine di sorridergli contento e sollevato; quindi, perfino di pavoneggiarsi delle proprie abilità. «In tutto Approdo del Loto nessuno mi ha mai battuto in una gara su spada» affermò. Tese il collo all'indietro per guardare l’uomo in faccia, nonostante l’angolazione dovesse risultargli scomoda, dato che era sempre tenuto fermo contro il suo petto. «Ho anche affinato un metodo di pesca che include una rapida picchiata e un movimento fulmineo del polso per afferrare il pesce a mani nude» proseguì «È divertente, molto più galvanizzante dell’andare a caccia con arco e frecce. Dovresti provare un giorno o l’altro, posso mostrarti io come si fa!»

Wen Chao attese che suo padre buttasse giù dalla spada quel marmocchio sfrontato che osava blaterare senza ritegno con lui, come se Wen RuoHan fosse qualcuno con cui si poteva semplicemente parlare a tu per tu. Anche Wen Xu, non molto distante, appariva teso.

Sorprendendo entrambi, loro padre si limitò a guardare Wei Wuxian con una certa luce negli occhi fatta sia di divertimento che d’innegabile interesse. Suo padre sembrava intrigato da quel bastardo fastidioso. «Me lo mostrerai» acconsentì.

Wei Wuxian, per qualche strano motivo, sembrò sinceramente felice. Poi, sempre più spudorato, accettò di rimanere sulla spada di suo nonno, come se non fosse un fatto fuori dal mondo che Wen RuoHan trasportasse qualcuno. Forse la sua postura era po’ rigida e, forse, il suo chiacchiericcio nascondeva del nervosismo, ma di sicuro non sembrò né teso né insicuro mentre si poggiava contro il petto dell’uomo e giocherellava con un lembo delle sue vesti smosse dal vento.

Diversi uomini del loro seguito rischiarono di cadere dalle loro spade per lo sconcerto. In qualche modo, raggiunsero i territori di Qishan senza lasciarsi una scia di cadaveri spappolati alle spalle.

Qui, Wen RuoHan prestò attenzione per la prima volta alla spada di Wei Wuxian che aveva tenuto in mano. Wen Chao lo vide corrugare la fronte. «Suibian?» lesse il nome sull'elsa. Il suo disappunto era palese.

Il marmocchio ebbe la decenza di apparire imbarazzato. Raccontò la sua ridicola storia su come avesse delegato la scelta di un nome a Jiang Fengmian, troppo stupido per capire che la fucina si era già azionata e, qualsiasi parola gli fosse uscita di bocca in quel momento, sarebbe stata il nome della spada.

«Sono stato stupido, lo so» concluse Wei Wuxian ridendo. Bene, almeno era consapevole di sé stesso.

Il cipiglio di Wen RuoHan di fece ancora più profondo. «Quanti anni avevi?» domandò freddamente.

«Undici…?»

«Undici anni.» La voce di suo padre era gelida. «E non pensi che avrebbe dovuto essere Jiang Fengmian, uomo adulto e capo della setta, a spiegarti come funzionava la forgiatura di una spada spirituale?»

Per aggravare l’irritazione di Wen Chao, non soltanto suo padre, anche suo fratello intervenne a favore del bastardo.

«È assurdo che non ti abbia detto di dover stare attento a pronunciare soltanto il nome della spada una volta iniziato il processo di forgiatura» disse Wen Xu critico.

E il bastardo, invece di essere grato, osò schermirsi. «È stata colpa mia, davvero!» esclamò. «Avrei dovuto chiedere. Inoltre, forse lo zio Jiang me lo aveva effettivamente spiegato, ma ero stato distratto come mio solito.»

Fu difficile comprendere se lo spasmo che aveva contratto il viso di suo padre fosse da attribuire alle parole di Wei Wuxian o al modo in cui lui si era appellato al capo setta Jiang. In entrambi i casi, fu intollerabile per Wen Chao.

Fortunatamente, dopo dall’ora proseguirono in silenzio. Almeno finché non iniziarono a sorvolare la Città Senza Notte; qui, Wei Wuxian venne attraversato da una nuova scarica di entusiasmo. «È incredibile!» disse con riverenza. I suoi occhi brillavano quanto le lanterne sempre accese che illuminavano a giorno la citta malgrado l’ora tarda.

La Città Senza Notte non era considerata a caso la più fiorente del mondo della coltivazione. Per dimensioni, numero di abitanti, varietà di merci e vivaci scambi commerciali era impareggiabile rispetto a qualsiasi altra. E sopra di essa si ergeva come un mastodontico guardiano il Palazzo del Sole, la cui ampia piazza sottostante avrebbe potuto accogliere un intero esercito.

Wen Wuxian stava osservando rapito il tetto con le sue dodici creste, ognuna delle quali era sormontata dalle statue di otto bestie celesti.

«Pensavo fosse un’esagerazione, ma questo palazzo ha davvero le dimensioni di una città» commentò. Forse senza neanche accorgersene, aveva preso a strattonare la tunica di Wen RuoHan. «Ed è vero che l’intera città è costruita sopra un vulcano dormiente?» lo incalzò. «Oppure più vulcani?»

Si raccontava che la setta Wen fosse la più ardita perché viveva corteggiando la morte; alcuni vermi lo dicevano ironizzando, troppo pavidi e mediocri per capire perché si avrebbe dovuto costruire una città sopra un vulcano. Avendo udito quella domanda sin troppe volte, Wen RuoHan era diventato suscettibile al riguardo e tendeva a rispondervi con collera. Ma Wei Wuxian lo aveva chiesto con palese eccitazione e sincero interesse, per questo l’uomo annuì con aria compiaciuta.

Atterrarono davanti l’ingresso del palazzo. Fedele alla sua fama, questo era fervente di vita anche senza Wen RuoHan a controllarne le attività. Non erano neanche scesi dalle loro spade che già si era fatto avanti un gruppo di servi pronti ad accoglierli.

«Wen-zongzhu, non l’aspettavamo fino a domani!»

Era vero. Non fosse stato surreale, si sarebbe potuto credere che Wen RuoHan avesse voluto affrettarsi a portare suo nipote via da Yunmeng per timore che lui cambiasse idea e decidesse di rimanere con gli Jiang. Certo, in tal caso Wen RuoHan non avrebbe dovuto far altro che costringerlo. Ed era ancora più folle pensare che non avesse voluto farlo. Che, in qualche modo, per lui avesse un significato essere stato scelto da un bastardo come Wei Wuxian.

Il servo che aveva parlato rimase a bocca aperta quando si accorse del moccioso che il suo signore teneva stretto a sé. Wen Chao lo vide annaspare quando Wen RuoHan, senza rilasciare la presa attorno alla vita di Wen Wuxian, lo depositò a terra come fosse un bambino.

«Laoyé, lo sai, sono capace di scendere da una spada da solo» sbuffò lui mentre si lisciava le sue vesti da quattro soldi. In effetti, perché ne indossava di nere malgrado fosse stato un discepolo interno della setta Jiang? Non avrebbe dovuto avere delle vesti viola? Non che a Wen Chao interessasse, beninteso.

Tutti i servi presenti non cercarono neanche di camuffare il loro sconcerto.

«Wen-zongzhu…?» Il capo della servitù guardò dal suo signore a Wei Wuxian con aria persa.

«Lui è mio nipote» confermò Wen RuoHan senza perdersi in chiacchiere. Quindi, si rivolse alla donna che amministrava le cucine. «Voglio che entro un’ora sia pronto un banchetto di benvenuto» ordinò.

Lei, sebbene fattasi un poco pallida, invece di balbettare che fosse impossibile, chinò la testa e si affrettò a dare le prime, rapide disposizioni ad altri servi altrettanto solerti.

Wei Wuxian sembrava a disagio. «Non penso…» iniziò a dire, subito interrotto da Wen RuoHan.

«Non è la celebrazione che meriteresti, lo so; ma non sarebbe possibile richiamare le altre sette in tempo» affermò lui asciutto. «Dato che sono stato abbastanza lungimirante da approfittare della conferenza per presentarti informalmente a tutti loro, tollerarne la vicinanza adesso non è un imperativo urgente. Oggi sarà tra di noi. Anche se solo con un banchetto in famiglia, non lascerò che il tuo primo giorno nella Città Senza Notte passi inosservato.»

Wei Wuxian dava l’espressione di star parlando in un’altra lingua rispetto a Wen RuoHan. «Io intendevo dire che non è necessaria nessuna celebrazione» disse sottovoce.

L’uomo non lo sentì o non badò alle sue parole. Invece gli fece cenno di seguirlo. «Ti porto nella tua stanza» disse. Il suo tono era imperioso come sempre, era ovvio che non contemplasse alcuna opposizione da parte di Wei Wuxian; tuttavia, vi era anche una certa impazienza spontanea nei suoi modi, come se davvero volesse mostrargli la sua nuova camera.

Wen Chao pensò acido che suo padre era come un padrone a cui piaceva vedere il suo cane scodinzolare.

Soltanto che Wei Wuxian non veniva trattato come un cane. E Wen RuoHan di certo non si limitò a dargli una cuccia.

Wen Chao quasi soffocò per l’indignazione quando capì che erano diretti nell’ala del palazzo riservata agli appartamenti dei familiari più stretti del capo clan. Si fermarono davanti a una porta che lui non riconobbe; a giudicare dal legno un po’ sbiadito, non doveva essere stata aperta da molto tempo. Questo lo fece sogghignare: il bastardo si meritava una stanza piena di polvere. Peccato che suo padre infranse subito le sue aspettative, ordinando al servo che li aveva seguiti di rassettare, arieggiare e rifare il letto non appena suo nipote avesse finito di guardarsi attorno. «Avrete tempo sino all’ora di coricarsi. Mi aspetto che per allora la camera sia perfettamente abitabile» disse con severità.

L’uomo, malgrado continuasse a sbattere le palpebre come un gufo, stentando tuttora ad elaborare la parola “nipote”, annuì e chinò il capo come la serva prima di lui. Non si poteva dire che la loro servitù non fosse efficiente.

«Posso pulire da solo» tentò di obiettare Wei Wuxian.

«Oh, no, gongzi, non lo dica neppure per scherzo!» replicò il servo, tanto sinceramente inorridito che lo stupido marmocchio richiuse la bocca.

«Sono persone pagate per farlo» gli fece presente Wen Xu. «Tu non vorresti che qualcuno ti impedisse di fare il tuo lavoro, giusto?»

«Immagino di no» concordò Wei Wuxian con riluttanza.

Wen Chao fu indispettito anche da questo: suo fratello non era mai stato altro che scostante con lui, per quale motivo aveva deciso di trattare con gentilezza un maledetto bastardo sbucato fuori dal nulla? Era tanto risentito che, in un primo momento, diede le spalle alla stanza dopo che suo padre ne aprì la porta. Cedette alla curiosità soltanto dopo che Wen Wuxian si lasciò sfuggire un’esclamazione strozzata.

Allora, con riluttanza, Wen Chao sbirciò da sopra la spalla di suo fratello. Subito desiderò non averlo fatto.

Gli fu sufficiente un’occhiata per capire di quale camera si trattasse. Loro padre non si era limitato ad accogliere Wei Wuxian nell’ala del palazzo riservata alla famiglia, la stanza che aveva scelto per lui era quella appartenuta al nonno di Wen Chao; una che, dopo la sua morte, nessuno aveva mai più occupato. Era tacitamente vietato parlarne, ma Wen RuoHan aveva odiato suo padre – oppure era stato suo padre a odiare lui; si vociferava che, spaventato e invidioso del potere di suo figlio, il precedente capoclan avesse tentato di avvelenarlo, favorendogli il figlio avuto da una concubina.

Una volta asceso al ruolo di nuovo leader, Wen RuoHan si era rifiutato di occupare le stanze del padre malgrado fossero le più imponenti del palazzo.

Ed ora le stava dando a un fottuto bastardo senza importanza? Suo padre era forse impazzito? Wei Wuxian era soltanto la progenie che la sua figlia illegittima aveva avuto con un servo; un servo!

A rimarcare il suo retaggio popolare, Wei Wuxian stava fissando la stanza ad occhi sbarrati, come se il suo cervello da servo non riuscisse a concepire di poter chiamare propria una simile magnificenza. In mano stringeva la borsa qiankun in cui aveva messo tutti i suoi pulciosi averi portati da Yunmeng.

All’alba il lato est veniva rischiarato dai primi raggi del sole, resi delicatamente soffusi dal vetro delle finestre, una preziosità giunta dall’Occidente che all’epoca del precedente capoclan era stata ancora più rara. Quella zona era occupata quasi interamente da un letto che sarebbe stato troppo grande anche per due uomini adulti; una struttura a baldacchino a quattro montanti chiusi da pannelli di seta. Montato su una piattaforma per staccarlo dal pavimento, era un capolavoro in legno massello dai bordi rifiniti in oro e intarsi floreali.

Di fronte al letto vi era un armadio ridicolamente alto e spazioso, laccato e dipinto con scene di caccia su fondo nero.

Altrettanto ridicolo era il numero di tavoli presenti nell’altra parte della stanza: un tavolo lungo e stretto dove erano esposti diversi oggetti ornamentali, tra cui un vaso azzurro, intarsiato con motivi di fiori di crisantemo e peonie, che doveva costare più di tutti gli averi del bastardo messi assieme; un tavolo altare per il culto domestico; un tavolo rotondo a doppia mezza-luna per l’arte del disegno e un tavolino basso per la scrittura. C’era perfino un tavolino da tè circondato da comode poltrone con lo schienale arrotondato.

Infine, dalla zona più appartata, delimitata da squisiti paraventi in seta che rappresentavano le gesta di Wen Mao contro il Qiongqi, si alzavano pigri sbuffi di vapore. La Città Senza Notte era l’unica in grado di offrire delle sorgenti interne; sfruttando il calore dei vulcani sottostanti, la setta Wen era riuscita a ricavare delle vasche da bagno incassate nel pavimento; l’acqua sempre calda, impreziosita dalle proprietà sulfuree delle rocce sbriciolatesi al suo interno, era un lusso che in pochi potevano concedersi.

Wei Wuxian si voltò a guardare Wen RuoHan. Non riusciva a nascondere del tutto la sua eccitazione infantile, ma si stava comunque trattenendo, suo malgrado insicuro. «Non posso accettare una stanza del genere» disse in un soffio.

Wen RuoHan inarcò le sopracciglia. «Forse non ti piace?»

«Cosa? Ma no, certo che mi piace! Potrebbe ragionevolmente essere il posto più incredibile che abbia mai visto in vita mia! D’accordo, le mie conoscenze passate sono soprattutto di vicoli sporchi e fienili malandati, ma non è questo il punto. Sul serio: questa stanza è troppo per me.»

Wen Chao dovette trovarsi d’accordo con lui. Per essere un ratto di fogna, Wei Wuxian possedeva almeno un po’ di decenza. Fu poi percorso da un brivido eccitato quando vide suo padre avvicinarsi a lui; dopo avergli messo una mano sotto il mento, lo costrinse ad alzare la testa. Si era aspettato che l’uomo lo colpisse; che, ringhiando, lo chiamasse insolente, sfacciato e ingrato. Magari che, capendo di aver compiuto un errore, lo sbattesse a calci fuori dalla loro casa.

Invece, per cocente delusione di Wen Chao, Wen RuoHan guardò severamente suo nipote, ma soltanto per intimargli di non sminuirsi. «Tua madre è stata figlia di una donna eccezionale e discepola dell’unica immortale che ancora cammina su questa terra. Per quanto riguarda tuo padre, se Cangse l’aveva scelto su molti altri, ciò significa che era un uomo degno di rispetto.» Spinse il moccioso a sollevare ancora di più il mento, obbligandolo a tenere le spalle ben dritte. «Tu sei mio nipote. Wei Wuxian; sono io, Wen RuoHan, a dire che tu sei degno di questa stanza. Osi forse pensare che il mio parere valga meno di quello degli altri?»

Malgrado fosse stata un'ovvia minaccia, il ragazzino folle sorrise con un brillio negli occhi. «Pensavo di essere presuntuoso, ma questa è di sicuro l’affermazione più arrogante che abbia mai sentito» commentò divertito.

Wen RuoHan, piuttosto che schiaffeggiarlo, inarcò le sopracciglia. «Sono Wen RuoHan. Ovviamente ho il diritto di essere arrogante» ribatté.

Suo padre non aveva scherzato affatto. Lo capì Wen Chao e lo capì anche Wen Xu, il quale per tutto il tempo era rimasto ad osservare dalla soglia con espressione valutativa. Wei Wuxian non dovette capirlo, poiché scoppiò a ridere. Quindi, passando da una reazione inopportuna all’altra, abbracciò l’uomo. «Grazie» gli disse. La sua voce vibrava di sentimento, quasi volesse comunicare più di quanto espresso a parole. Sembrava che fosse grato anche, soprattutto, per le lodi nei confronti dei suoi genitori. Prima che Wen RuoHan potesse reagire, lui lo aveva già lasciato andare. Riprese allora ad esplorare la stanza con molto più entusiasmo di prima, saltellando da una parte all’altra.

Wen Chao non aveva mai visto suo padre rimanere genuinamente senza parole. Dopo lo sconcerto, sopraggiunse un divertimento altrettanto sincero e inusuale. Lo vide seguire ogni singolo movimento del nipote come fosse qualcosa di nuovo; strano, un po’ sconcertante, ma affascinante e in grado di stuzzicare il suo interesse.

Wei Wuxian ogni tanto si voltava a sorridergli e commentare vivacemente questo o quel pezzo d’arredamento; ignaro o, ancora peggio, noncurante rispetto all’eccezionalità di avere su di sé la totale attenzione di Wen RuoHan.

Mentre lo guardava gironzolare per la stanza in cui non sarebbe stato degno di entrare neppure come schiavo per pulirne i pavimenti, Wen Chao senti il proprio odio crescere.

Quando durante il suo banchetto di benvenuto Wei Wuxian avrebbe osato rimproverarlo per il trattamento riservato a serva troppo brutta per meritare alcuna gentilezza, le fiamme dell’odio avrebbero bruciato ancora più intensamente. Per poi divampare, avviluppando e bruciando quanto restava del suo autocontrollo, dopo che il bastardo avrebbe osato colpirlo in faccia.

Più tardi quella sera, mentre giaceva sul letto con una pezza bagnata sopra l’occhio livido, Wen Chao si sarebbe lasciato riscaldare dalle fiamme nere di quel sentimento che aveva iniziato a covare dentro di sé.

 

 

 

Chapter 2: Quando gli Wen scoprirono la paura di Wei Ying

Chapter Text

 

 

 

 

Tutti nella Città Senza Notte conoscevano le perversioni di Wen-er-gongzi.

Al di fuori della loro setta, anche Wen-zongzhu e Wen-gongzi avevano una fama piuttosto sinistra; sì, era vero che Wen RuoHan collezionavano strumenti di tortura laddove altre persone colleziona farfalle, e sì, Wen Xu non avrebbe mai pianto un compagno coltivatore morto durante una caccia notturna. Ma chi era vicino alla famiglia sapeva che Wen Chao era l’unico da cui bisognava davvero guardarsi.

Wen Yinuo era stata sfortunatamente scelta dal capo setta per fargli da balia, dopo che Wen-furen era morta pochi giorni dopo il parto. In quanto madre di otto figli non si sarebbe abbassata a credere alle maldicenze secondo cui Wen Chao, marcio sin dalla nascita, avesse ucciso la madre mentre le era in grembo; tuttavia, pur con tutta la sua esperienza e amore per i bambini, Wen Yinuo lo aveva trovato detestabile sin da neonato.

Wen Xu era stato un lattante tranquillo poi diventato un bambino distaccato che aveva assistito al funerale della madre con un visetto pallido e computo.

Wen Chao era stato un incubo: piangeva come se il mondo intero fosse suo nemico, rifiutava il latte e, anche quando si attaccava ai suoi capezzoli per fame, lo faceva succhiando con rabbia, quasi fosse contrariato di non avere ancora i denti per morderla. Wen Yinuo non ricordava di aver dormito una sola notte intera durante il periodo dell’allattamento.

Quando finalmente Wen Chao era stato svezzato, lei aveva minacciato suo marito di farlo diventare un eunuco se mai avesse osato metterla di nuovo incinta.

Dopo dall’ora era rimasta nella Città Senza Notte come semplice domestica, ben felice di assolvere ad un incarico senza responsabilità. Purtroppo, la vicinanza l’aveva obbligata suo malgrado ad osservare la crescita di Wen Chao: se da neonato lo aveva creduto uno yao sotto mentite spoglie, da adolescente… Wen Yinuo poteva ammettere di esserne spaventata.

Era come se Wen Chao estremizzasse tutti i difetti del padre, la vena sadica, l’arroganza, la suscettibilità, senza però possedere neanche un briciolo dell’intelligenza e delle capacità che con Wen RuoHan fungevano da contrappeso, rendendolo un uomo controverso ma brillante, in qualche modo equilibrato.

Sì, nella Città Senza Notte tutti conoscevano le perversioni del Wen-er-gongzi. E Wen Yinuo le conosceva meglio di chiunque altro.

Anche quel giorno, lei impallidì e distolse lo sguardo quando vide arrivare Wen Chao e i suoi cani, dei molossi che lui si era divertito a rendere particolarmente feroci abituandoli al sapore del sangue fresco. Non erano trascorse che poche settimane da quando quel moccioso sadico aveva fatto sbranare il cane della lavandaia, ridendo mentre le sue bestie circondavano il povero bastardino e lo facevano a pezzi.

La sua preda del giorno fu subito ovvia: Wen Yinuo stessa era stata chiamata lì, nelle stalle, per aiutare a ripulire dopo il parto di una cavalla.

Lei ebbe compassione dello stalliere, il quale era diventato bianco come uno straccio. «Wen-er-gongzi» balbettò. «A cosa dobbiamo la sua visita?»  Si era posto davanti al puledro ancora sporco di sangue.

I cani di Wen Chao, fiutandolo, iniziarono a ringhiare e raspare il terreno. Erano abbastanza ben addestrati da non attaccare senza permesso, ma il sogghigno del ragazzo non lasciava ben sperare.

«Ancora non si è alzato in piedi?» commentò con disprezzo, alludendo al puledro che, in effetti, stava lottando per appoggiarsi alla madre. Non era un gran bell’esemplare, piuttosto gracile e spelacchiato.

«Lo farà presto» disse lo stalliere. C’era una nota supplichevole nella sua voce. Ovviamente anche lui aveva intuito subito le intenzioni di Wen-er-gongzi.

Il ragazzo storse il naso. «È una bestia debole» asserì.

«Wen-er-gongzi…»

«Osi contraddirmi?!» si inalberò lui.

Lo stalliere, sebbene sembrasse a un passo dalle lacrime, dovette tacere.

Purtroppo, ad aver partorito era una brutta cavalla relegata nelle stalle minori. Se fosse stata un esemplare bello e forte, Wen Chao non si sarebbe azzardato a sfiorarla per timore di contrariare suo padre; così com’era, era ovvio presumere che se il ragazzo avesse fatto ciò che voleva, Wen RuoHan, pur di non dover affrontare un figlio che disprezzava, si sarebbe limitato a guardarlo torvo e intimargli di rimanere lontano dalla sua vista.

Anche se non ne andava orgogliosa, Wen Yinuo stava per scappare via. Era un comportamento pavido, ma non voleva guardare quella povera cavalla e il suo puledro appena nato mentre venivano sbranati da un branco di cani.

«Wen Chao...? Perché sei qui?»

Lei si fermò quando udì la voce, ora stranamente debole, che da mesi riempiva di allegria la Città Senza Notte.

Wei-gongzi, un cesto di carote tra le braccia, era appena entrato nelle stalle con l’ovvia intenzione di far fare uno spuntino nutriente alla cavalla dopo il parto. Wen Yinuo fu toccata da quel gesto premuroso. Come quel ragazzino e Wen Chao potessero avere anche una sola goccia di sangue in comune era uno dei più grandi misteri di Qishan.

Per un adulto non era dignitoso affidarsi a un dodicenne, eppure lei pensò subito che Wei-gongzi avrebbe fermato Wen Chao. Anche lo stalliere si era rilassato vedendolo.

Wei Wuxian era un ragazzino giusto e gentile, sempre allegro e sorridente con tutti. Ancora più importante, Wei Wuxian era palesemente il preferito di Wen RuoHan. Non sarebbe neanche stata la prima volta che affrontava Wen Chao per aiutare qualcuno. Si raccontava con riverenza che, il suo primo giorno alla Città Senza Notte, lui avesse dato un pugno in faccia a Wen-er-gongzi per difendere una servetta.

Dunque, sì: Wen Yinuo era convinta che tutto si sarebbe sistemato senza spargimenti di sangue.

Per questo rimane sinceramente interdetta, piuttosto che delusa, quando Wei-gongzi, invece di scagliarsi contro Wen Chao con coraggio, barcollò di qualche passo verso la porta. Guardandolo meglio, era spaventosamente pallido e si aggrappava al cesto di carote per controllare un forte tremore in tutto il corpo.

Wen-er-gongzi, che non si era ancora accorto delle sue condizioni, rispose alla sua domanda iniziale con fastidio.

«Io vado dove voglio!» esclamò altezzoso.

Sembrò costare a Wei-gongzi un enorme sforzo di volontà non correre via. «Ma perché sei qui?» insistette. «Insieme ai tuoi… cani.» Pronunciò l’ultima parola come se qualcuno gliel’avesse tirata fuori dalla gola con delle tenaglie roventi.

E Wen Yinuo capì. Onestamente, sarebbe stato impossibile non farlo. Purtroppo, anche una persona poco perspicace come Wen Chao sembrò giungere alla medesima conclusione; non appena capì, il suo sorriso si allargò sino a mostrare i denti e gli occhi brillarono di trionfo.

«Non dirmelo: hai paura dei cani?» sogghignò il ragazzo. Sembrava aver ricevuto la migliore notizia della sua vita.

Wei-gongzi provò a negare, ma non riuscì a nascondere un sussulto terrorizzato quando uno dei cani di Wen Chao gli abbaiò contro. Wen Yinuo non aveva mai visto così tanta paura sul viso di un ragazzino. Dopo che lui iniziò a respirare con affanno, temette di vederlo svenire.

Wen Chao era euforico. Aveva odiato suo nipote sin dal primo istante, ma il suo atteggiamento si era perfino inasprito nelle ultime settimane, sin dal giorno bizzarro in cui Wei-gongzi aveva urlato a un servo perché non voleva farsi fare il bagno. Adesso si stava godendo con gioia malevola quell’inaspettata posizione di potere.

«Su, belli, andate da A-Xian!»

Fedeli al loro padrone, i cani si radunarono attorno al ragazzino impietrito. Lui barcollò, provando a scappare malgrado fosse circondato; un ordine secco di Wen Chao, e un cane lo morse al polpaccio.

Wen Yinuo si premette le mani sulla bocca per non piangere quando Wei-gongzi cacciò un urlo di terribile angoscia piuttosto che di dolore. Il suo viso era ormai spettrale, con gli occhi che parevano più grandi del solito e quasi totalmente neri, le pupille così dilatate da far paura.

«Va bene, ragazzoni; adesso tornate qui.» Wen Chao ordinò alle bestie di allontanarsi dal nipote.

Adesso che i cani non erano più così vicini, Wei-gongzi riuscì a raddrizzare le spalle nonostante un profondo tremore continuasse a scuoterlo da testa a piedi. Strinse i denti quando Wen Chao gli premette la suola della scarpa sulla gamba ferita, ma urlò di nuovo dopo che un cane gli ringhiò in faccia. Wen Chao scoppiò in una fragorosa risata. «Sei davvero patetico!» lo derise.

Wen Yinuo odiava la sua voce maniacale. Avrebbe voluto essere abbastanza coraggiosa da intervenire, anche solo per implorarlo di smetterla. Invece si morse la lingua quando Wen Chao, in viso un sorriso di crudele soddisfazione, afferrò Wei Wuxian per i capelli e l’obbligò a inginocchiarsi davanti a lui; la sua gamba ferita tremò, rischiando di cedere.

«Finalmente ti trovi nella giusta posizione per uno come te» gli sputò addosso con rancore.

L’unica, debole forma di opposizione che Wei Wuxian riuscì a gestire fu di rimanere in silenzio. Un rivolo di sangue gli colava lungo il mento per quanto forte si era morso il labbro.

Quella resistenza irritò Wen Chao. Avrebbe potuto accontentarsi di averlo già umiliato e ferito, ma era chiaro che non fosse ancora soddisfatto. Di colpo i suoi occhi vennero attraversati da un lampo malevolo; il suo sorriso sghembo rese chiaro che avesse appena pensato a qualcosa di brutto.

«Guarda, hai i pantaloni tutti sporchi di sangue» disse con tono critico, quasi stesse rimproverando in buona fede un bambino indisciplinato.

«E di chi è la colpa?» gracchiò Wei Wuxian. La sua voce era poco più di un sussurro rauco; per quanto cercasse di apparire battagliero, sembrava aver già perso la lotta contro sé stesso.

Wen Chao si accovacciò sui talloni davanti a lui mentre con una mano ancora gli strattonava i capelli per obbligarlo a tenere la testa sollevata. Lo lasciò andare bruscamente; intanto che Wei Wuxian vacillava, Wen Chao afferrò i lembi di stoffa già lacerati dal morso del cane e finì di strappargli i pantaloni. Quindi, gli cinse la vita con un braccio per tenerlo fermo e lo costrinse a sollevare la gamba ferita, afferrandola sotto il ginocchio.

«Senza denti, mi raccomando» istruì il cane. A sentirlo parlare, si sarebbe creduto un normale ragazzo di buonumore. «Fai vedere ad A-Xian quanto sei bravo aiutandolo a ripulirsi.»

La bestia usò la sua lingua ruvida per lappare la gamba imbrattata di sangue del ragazzino.

L’urlo di terrore di Wei-gongzi fu più di quanto lei fosse in grado di sopportare; assolutamente cieco e irrazionale, folle di una paura che avrebbe fatto rinunciare qualsiasi uomo meno crudele di Wen Chao. Era un tipo di paura isterica che lei non aveva mai sperimentato, ma di cui non avrebbe osato ridere.

Assordata da quelle urla e dal battito del proprio cuore che le rimbombava nella testa, con le mani premute sulle orecchie e gli occhi serrati, Wen Yinuo riuscì comunque a sentire la voce che eruppe come uno dei vulcani che ribollivano sotto la Città Senza Notte.

«WEN CHAO!»

Lei aveva visto Wen RuoHan arrabbiato. Aveva avuto paura di Wen RuoHan. Ma mai aveva immaginato che il suo viso giovanile potesse trasfigurarsi in una tale maschera di furia. Trascinato dall’ira, era chiaro che avrebbe potuto compiere un’azione di cui poi si sarebbe pentito, uccidendo il figlio sul posto; venne salvato da sé stesso dal nipote, il quale, non appena Wen Chao si affrettò a liberarlo, si precipitò tra le sue braccia.

«Laoyé!» lo chiamò in un singhiozzo spezzato. «Ti prego, ti prego, ti prego! Mandali via! Tienili lontani da me!»

Wei-gongzi singhiozzava, tremava e si stringeva a Wen-zongzhu come se la sua vita dipendesse da questo.

Superato un momento di sconcerto, Wen RuoHan strinse i denti e si concentrò soprattutto sulla necessità di calmarlo prima che lui si sentisse male; tra un singhiozzo e l’altro Wei-gongzi boccheggiava senza riuscire ad aspirare abbastanza aria, se avesse continuato così ancora a lungo, sarebbe collassato per mancanza d’ossigeno.

Sulla soglia, lo stalliere di torceva le mani. Wen Yinuo capì che, bravo a non farsi notare, lui era sgattaiolato fuori dalle stalle per correre a cercare aiuto, talmente agitato da rivolgersi a Wen RuoHan in persona. Probabilmente, una parte di lui si era già rassegnata a venir decapitato per quell’insolenza; ora, sebbene sempre pallido e agitato, si rilassò vedendo Wen-zongzhu strofinare una mano sulla schiena del nipote e chiedergli di calmarsi con una voce sinceramente preoccupata che non sembrava neanche la sua.

Wen-er-gongzi la prese come un’offesa personale.

«Fuqin, perché ti preoccupi ancora di quella nullità?!» protestò. Sbatté un piede a terra in preda alla frustrazione. «Ora sai quanto vale davvero, si è quasi pisciato addosso per dei cani. La setta Wen non ha bisogno di questa patetica scusa d’un servo!»

Lo sguardo che Wen RuoHan rivolse al figlio avrebbe fatto tremare uomini più coraggiosi di Wen Chao. La donna pensò che per la prima volta avrebbe potuto usare la frusta su di lui. «Taci, e vai nelle tue stanze» gli ordinò. La sua voce era un ringhio più minaccioso di quello dei cani. «Rinchiudili nel canile» ordinò poi allo stalliere, alludendo alle bestie, «penserò a loro dopo.»

Non disse che li avrebbe fatti uccidere, probabilmente che lo avrebbe fatto con le proprie mani; tuttavia, nessuno dei presenti ne dubitò. Wen Chao sembrava volesse protestare, ma neanche lui fu così pazzo da sfidare il padre in quel momento. Quando gli passò accanto per uscire, scoccò a Wei-gongzi un’occhiata carica di odio.

Ancora nascosto tra le braccia del nonno, lui fortunatamente non se ne accorse. Wen Yinuo invece impallidì al pensiero delle minacce che, se libero di agire contro di lui, Wen Chao avrebbe rivolto al nipote.

Presto nella stalla si udì soltanto il pianto di Wei-gongzi. Wen-zongzhu continuava ad abbracciarlo, mormorandogli di tanto in tanto delle parole calmanti.

Lei era talmente sbalordita da non riuscire a distogliere lo sguardo. Sapeva che a modo suo Wen-zongzhu teneva al suo primogenito e che, sempre a modo suo, si dedicava con estrema serietà al benessere della loro setta. Ma non solo lei, nessuno avrebbe mai immaginato che Wen RuoHan potesse abbracciare qualcuno con tale, disarmante premura, incurante delle lacrime e del moccio che gli macchiavano la tunica, accettando di rimanere in una stalla tra fieno ed escrementi di cavallo fintanto che l’altra persona, un ragazzino, non si fosse tranquillizzata.

Lentamente, i singhiozzi divennero sporadici colpi di tosse. A quel punto era chiaro che Wei-gongzi non si sarebbe retto in piedi se non ci fossero state le braccia del nonno a sorreggerlo. «Mi dispiace» gli disse in un mormorio esausto.

«Queste ultime settimane sono state difficili» commentò Wen RuoHan a mo’ di risposta. Sospirò invece di massaggiarsi la fronte. «Se c’è qualcos’altro che mi stai nascondendo, vorrei saperlo adesso.»

Wei Wuxian scosse la testa nel suo petto. Sebbene la sua voce fosse roca dopo tutte quelle urla, parlò con calma ritrovata. «No, le grandi rivelazioni sono finite» disse. Esitò, quindi fu lui a sospirare. «Non era come per le cicatrici, non pensavo che mi avresti cacciato a causa della mia paura dei cani. Era solo… umiliante. Non volevo mostrare a te e Xu-gege questa mia debolezza patetica.» Rise amaramente. «Inoltre, beh, sapevo che Wen Chao ne avrebbe approfittato.»

Lo sguardo di Wen-zongzhu divenne affilato e duro come l’acciaio. «Wen Chao non ti darà più fastidio» disse. Era una minaccia prima ancora che una promessa.

«… Dopotutto, una guardia del corpo potrebbe non essere così male.»

«Bene, dato che te ne ho appena trovata una» rispose Wen-zongzhu ironico. Aveva preso ad accarezzargli i capelli con movenze rigide, ovviamente non abituato a farlo.

Wen Yinuo sapeva che avrebbe dovuto andarsene molto tempo fa, ma lo shock le aveva intorpidito le gambe. Nessuno comunque era sembrato accorgersi della sua presenza insignificante, né prima né ora. Lo pensò finché, facendola sussultare, Wei Wuxian non le rivolse la parola.

«Mi dispiace per il brutto spettacolo» le disse in tono di scuse. Anche se il suo viso era un disastro, gonfio e rosso a causa del pianto, provò a sorriderle. «Ma almeno loro sono salvi, giusto?» Guardò la cavalla e il suo puledro. Dopo essersi asciugato il naso con una manica, indicò la cesta di carote rovesciatasi a terra. «Nonno, vuoi provare anche tu a dargliene una? Dovresti, i cavalli sono degli animali davvero intelligenti e leali.»

Lei si chiese se non avesse sbattuto la testa e stesse vivendo una sorta di allucinazione. Perché fu folle il modo in cui quel ragazzino che, fino a pochi minuti prima, era sembrato impazzire dal terrore, adesso si rialzò in piedi e raccolse le carote come se nulla fosse accaduto. O come ne porse una a Wen RuoHan. E che lui, dopo aver aggrottato le sopracciglia, la prese per fargli piacere. Wen-zongzhu con una carota in mano.

Zoppicando, Wei-gongzi raggiunse la cavalla e gliene porse una. «Scusa anche a te per tutta questa confusione» le disse con un sorriso più convinto. «Ma forse dopo il parto eri così stremata che non te importava niente di cosa facessero gli stupidi umani attorno a te, eh?»

Wei-gongzi continuò a chiacchierare con il cavallo, incoraggiando il suo puledro ad alzarsi in piedi e battendo le mani entusiasta al primo tentativo ben riuscito dell’animale. Guardò con disapprovazione suo nonno dopo che lui criticò l’aspetto del puledro. «Posso regalarti un esemplare molto più bello» sbuffò Wen-zongzhu.

Wei-gongzi fece presente che una terra di laghi come Yunmeng non era l’ideale per imparare; dunque, neanche era bravo ad andare a cavallo. Wen-zongzhu gli disse con fermezza che avrebbe potuto migliorarsi da quel momento in poi. A questo, Wei-gongzi sorrise contento. Almeno finché non prese a mordersi nervosamente il labbro.

«Nonno… non uccidere quei cani.»

Wen RuoHan sembrava essersi aspettato quelle parole da parte di suo nipote. Appariva ancora scontento, perfino irritato, ma non lo zittì.

«Puoi semplicemente mandarli via, tenendoli molto, molto lontani. Qualsiasi cacciatore di Qishan sarebbe felicissimo di averli.»

«Ti hanno ferito.» L’uomo lo disse con un tono che avrebbe fatto rabbrividire chiunque.

Wei Wuxian si strinse nelle spalle. «Wen Chao aveva ordinato loro di farlo» replicò pragmatico. «Non è colpa dei cani se hanno avuto la sfortuna di finire con il padrone sbagliato. Sì, sono bestie orribili e terrificanti e bisogna essere pazzi per volerne una accanto a sé, ma non sono cattive. Solo mostruose.»

Se Wen-zongzhu pensò giustamente che quella logica fosse piuttosto contorta, non lo diede a vedere. La sua espressione insofferente raccontava quanto gli sarebbe costato non sgozzare tutti i cani prima di cena; tuttavia, quella di Wei-gongzi, risoluta in un viso gonfio di pianto, lo fece capitolare. Brontolando scontento, Wen-zongzhu gli concesse un cenno del capo.

Wei Wuxian si ringalluzzì subito. «Bene! Ora vieni a dare quella carota a questo povero cavallo, non vedi che ti sta fissando in attesa?»

Wen Yinuo non osò considerare… confortevole, la scena di un ragazzino allegro che guidava un uomo diffidente a nutrire un cavallo. Wen RuoHan permetteva a Wei Wuxian di tenergli la mano come se non fosse affatto una persona paranoica che non lasciava avvicinare nessuno, figurarsi poi anche solo farsi sfiorare.

Di certo, se fosse andata a raccontarlo in giro non le avrebbe creduto nessuno. Ma Wen Yinuo fu felice di avervi assistito e di potersene ricordare.

 

 

 

 

 

Chapter 3: Quando l'hobby di suo nonno inquietò Wei Ying

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Quel giorno la Città Senza Notte era in fermento per l’arrivo di una carovana proveniente dall'Occidente.

Nell'eccitazione generale, Wei Ying sarebbe passato inosservato se non fosse stato per Wen Zhuliu; fresco di nomina come sua guardia del corpo, l’uomo era inquietantemente devoto al compito assegnatoli da Wen RuoHan.

«Sai, dubito che verrò rapito proprio qui» sbuffò Wei Ying dopo che Wen Zhuliu l'ebbe afferrato ancora per la collottola, impedendogli di scatenarsi tra la moltitudine di banchetti stracolmi di oggetti esotici e, questo forse valeva soltanto per lui, mai visti prima. Yu-furen disprezzava profondamente tutto ciò che “veniva fa fuori”, dunque carovane del genere erano interdette nel territorio di Yunmeng.

Wen Zhuliu lo guardò freddamente. «Non ti allontanare» ripeté.

Wei Ying alzò gli occhi al cielo: sembrava proprio che avrebbero avuto una lunga strada da percorrere in fatto di comunicazione. Attualmente, Wen Zhuliu era una sorta di impeccabile e impassibile guardia del corpo priva d’emozioni; una statua di pietra con gli occhi torvi e uno zelo maniacale. Il lato positivo era che Wen Chao, pur con tutta la sua boria sprezzante, non aveva ancora osato avvicinarsi a lui di mezzo passo.

Imbronciato, Wei Ying si rassegnò a camminare invece di scapicollarsi da un banchetto all’altro. Era però troppo felice per rimanere scontento a lungo; presto riacquistò l’entusiasmo e, in fondo, fu quasi contento di venir obbligato a mantenere una parvenza di calma, così da poter assaporare al meglio ogni nuova scoperta.

Non poté però impedire al proprio cuore di battere forte e alle sue guance di bruciare per l’eccitazione. Dietro di lui, Wen Zhuliu era un’ombra cupa e disinteressata. Wei Ying guardò affascinato un meraviglioso uccello mai visto prima, poco più piccolo d’un falco, con il piumaggio che da una base verde sfumava in una gradazione di meravigliosi colori. Trasalì quando questo aprì il becco e parlò in una lingua sconosciuta dalla cadenza melodica: “Ciao! Ciao!”

Gli occhi di Wei Ying brillavano di puro entusiasmo. «Parla! Un uccello che imita il linguaggio umano? Oh, è la cosa più interessante e incredibile che abbia visto oggi!»

«Wei-gongzi l’ha già detto riguardo la scimmia giocoliera, i grossi mandarini dalla buccia spessa e profumata, la piccola forca usata per mangiare e la scatola musicale» gli ricordò Wen Zhuliu con voce atona.

Lui gonfiò le guance. «Non è colpa mia se è tutto interessante e incredibile!» protestò.

L’uomo non sembrava impressionato; in effetti, lo stava guardando come fosse un marmocchio particolarmente stupido, evitando però di dirglielo in faccia per rispetto nei confronti di Wen RuoHan.

Dato che non era affatto permaloso o vendicativo, a quel punto Wei Ying non scelse di fare spese pazze soltanto per caricare le braccia di Wen Zhuliu d’ogni genere di cianfrusaglie. Quella mattina aveva protestato con suo nonno per il peso in oro del borsellino che gli era stato dato, ma adesso fu sfacciatamente felice di avere un mucchio di soldi da spendere.

Avrebbe potuto abituarsi volentieri ad essere ricco.

Comprò un nuovo scudo per Xu-gege, decorato con il disegno di un drago occidentale – diverso dai loro, dotato di quattro zampe e ali simili a quelle di un pipistrello. La bestia era rappresentata mentre sputava fuoco. Wen Xu cercava sempre di mantenere una facciata adulta e rigorosa, ma Wei Ying sapeva quanto amasse sfoggiare oggetti fenomenali per sentirsi il più fico di tutti, specialmente con Nie Mingjue e Lan Xichen.

Per il nonno, prese una collana in cui era incastonata una pietra d’un rosso acceso che il venditore aveva chiamato “corniola”; dura e traslucida, si dicesse che dovesse le sue sfumature purpuree al ferro e brillasse grazie al calore del sole.

Spade di legno e piccoli premi per incitare i suoi nuovi Shidi ad impegnarsi nell’addestramento. Sul serio: il livello generale dei discepoli Wen era troppo basso. Wei Ying non poteva tollerare che la quantità andasse a discapito della qualità individuale; anche se la setta Wen vantava una schiacciante maggioranza numerica, cosa importava se i singoli discepoli erano mediocri? Per forza poi che nessun Wen riusciva mai a classificarsi decentemente nei tornei! Wei Ying si era ripromesso di cambiare presto quello stato delle cose.

Comprò anche ogni sorta di leccornie, nastri e ciondoli per tutte le persone gentili della servitù che l'avevano accolto nella sua nuova casa – o prima… vera casa? Talvolta Wei Ying ci pensava: con i suoi genitori era stato sempre in viaggio, mai fermi in uno stesso luogo per più di qualche giorno, e anche se lo zio Jiang gli aveva promesso che Approdo del Loto sarebbe stato la sua casa, Yu-furen aveva combattuto strenuamente affinché questo non avvenisse. Gradualmente, Wei Ying stava venendo a patti con il fatto che non fosse normale accettare insulti e punizioni come parte integrante della propria quotidianità.

Con un ripensamento, Wei Ying aggiunse al mucchio alcuni libri romantici per le ragazze più giovani della servitù. Quasi nessuna sapeva leggere, ma lui era certo che avrebbero amato quelle storie, e non gli sarebbe dispiaciuto leggerli per loro.

A Wen Chao non prese nulla e non si sentì minimamente in colpa per questo.

Gli si strinse un po’ il cuore quando vide dei fermagli d’avorio che avrebbero donato moltissimo alla sua Shijie, ma si costrinse in fretta ad allontanare il pensiero. Jiang-guniang non era più la sua Shijie. Prima che Wei Ying lasciasse Approdo del Loto con il contingente Wen, Jiang-zongzhu lo aveva avvertito con severità che, da quel momento in poi, qualsiasi rapporto tra lui e Jiang Yanli sarebbe stato considerato inopportuno. Hai già ferito profondamente A-Cheng; non vuoi compromettere l’onore di A-Li e rischiare di rovinare il suo fidanzamento, giusto, A-Xian?

Le parole dell’uomo avevano bruciato come fuoco.

Avvilito dal ricordo, Wei Ying fu grato a Wen Zhuliu e il suo carattere terribile che lo costrinse a distrarsi. Sorrise all’uomo mentre gli dava una gomitata giocosa sul fianco. «Scegli qualcosa anche tu!» si offrì, impedendogli di terrorizzare oltre il poveretto che aveva osato urtarlo. «Ti andrebbe un dolcetto? Un libro? Cosa ti piace leggere? Quali sono i tuoi gusti? Cosa fai nel tuo tempo libero?»

L’uomo lo guardò come se avesse davanti una bizzarra creatura di origini ignote. «Wei-gongzi vorrebbe regalarmi qualcosa?» ripeté con cautela.

«È quello che ho detto, sì.»

Wen Zhuliu aveva sempre in volto quella strana espressione indecifrabile; aprì perfino la bocca e, dopo alcuni istanti, la richiuse senza proferire parola. Infine, si ricompose adottando un atteggiamento ancora più distaccato del precedente. «Mi trovo qui unicamente per ripagare l’immensa fiducia che Wen-zongzhu mi ha dimostrato affidandomi la sicurezza di Wei-gongzi» recitò.

Wei Ying sbuffò: una lunga strada, davvero. «Tieni questo» disse, schiaffandogli in mano uno spiedino di pollo. «Se non ti piace, la colpa è tua che non hai voluto dirmi cosa preferisci mangiare.»

Questa volta notò un guizzo di sentimento nei suoi occhi; appena una scintilla, oltretutto di rabbia e dolore, senza alcuna traccia di emozioni positive. Ma era pur sempre una reazione umana.

«Non ho alcun piatto preferito.»

«Capisco.»

Wei Ying gli sorrise quando lui venne chiaramente colto alla sprovvista dalla sua facile accettazione. «Ho vissuto anni per le strade. So cosa significa non avere un cibo preferito, perché si deve mangiare quel che si può quando si riesce per non morire di fame» gli spiegò con tono leggero. «Tu cosa sei stato: un orfano povero o il figlio di una famiglia terribile?»

Malgrado i suoi modi spensierati, lo sguardo che gli stava rivolgendo era penetrante. Wen Zhuliu questa volta aprì e richiuse la bocca diverse volte, troppo sbalordito per nascondersi dietro solide parole di facciata. Wei Ying non seppe a quale risoluzione fosse giunto, ma dopo essere rimasto in silenzio a lungo, l’uomo si lasciò sfuggire una brutta risata aspra.

«Un villaggio terribile» rispose.

Ovviamente Wei Ying conosceva il potere di Wen Zhuliu; inoltre, non bisognava essere dei geni per immaginare che delle persone semplici d’un villaggio senza pretese vi avessero reagito con paura, rifiutandolo e ostracizzandolo.

«Un bello schifo» commentò Wei Ying mentre masticava il suo pollo.

In principio l’uomo parve irritarsi al pensiero che Wei Ying si stesse prendendo gioco di lui. Dopo, tuttavia, dovette leggergli qualcosa in faccia che semmai gli fece rilassare le spalle; non di molto, ma Wei Ying lo considerò un inizio. Anche perché dopo Wen Zhuliu mordicchiò lo spiedino che gli era stato dato. «Anche questo fa schifo» grugnì. «Troppe poche spezie. Non sa di nulla.»

Wei Ying scoppiò in una risata felice. «Quello che ho pensato anche io!» esclamò. «Ottimo, abbiamo già qualcosa in comune. Quando sarai obbligato a seguirmi chissà dove, almeno potrai star sicuro che ordineremo sempre cibo piccante.»

Era probabile che fosse solo un effetto della luce, ma Wei Ying osò credere che Wen Zhuliu avesse storto un angolo delle labbra nell’imitazione mal riuscita di un sorriso.

Continuarono a passeggiare fino a quando giunsero alla fine della carovana. Lì, si ergeva solitario un banchetto particolare; l’unico chiuso da ampie tende, più grande di qualsiasi altro e tuttavia deserto. Wei Ying capi subito di cosa si trattasse: Xu-gege lo aveva preventivamente messo al corrente di certe… passioni del padre. Quello specifico mercante veniva sempre e soltanto per Wen RuoHan; offrendo al capo setta Wen delle merci molto specifiche che non avrebbero interessato nessun altro.

Sapeva che avrebbe dovuto lasciare perdere. Ma non era mai stato bravo ad ascoltare i consigli ragionevoli, tantomeno quelli che si dava da solo. Spinto da una curiosità irrefrenabile, Wei Ying scostò la tenda e sbirciò all’interno. Suo nonno e un uomo con il pizzetto erano troppo presi dalla loro conversazione per accorgersi di lui.

«Questo, signore, è uno dei nuovi pezzi di cui vado più orgoglioso!» stava dicendo l’uomo, indicando una strana… scatola? A forma e a grandezza umana. Wei Ying sbarrò gli occhi quando l’uomo l’aprì e l’interno si rivelò pieno di lame. «Vi si spinge dentro la vittima e, una volta chiuso il coperchio, questa verrà trapassata da capo a piedi. Vi sono circa una trentina di lame. Se è fortunata, una le trafiggerà il cuore, concedendole una morte veloce. Altrimenti morirà per lento dissanguamento.»

Strumenti di tortura occidentali per la collezione privata di Wen RuoHan.

Wei Ying fu seriamente allarmato dallo sguardo colmo di delizia di suo nonno. E dovette portarsi una mano alla bocca per non vomitare quando l’uomo andò ad esporre lo strumento successivo.

«Questo viene chiamato “la pera del tormento” – peraltro, mio signore, vi consiglio l’acquisto delle vere pere, il frutto, so per certo che un mercante della carovana ne ha di ottime. Ma la nostra pera è un arnese che si conficca in bocca al torturato e, una volta dilatato, provoca la massima apertura delle mascelle, un senso di soffocamento e talvolta la rottura della mandibola.»

Wei Ying si affrettò a guardare altrove. C’era una specie di strana scultura a forma di toro…? Beh, non sembrava minacciosa. Era un toro. Cosa poteva esserci di male in un toro?

«E questo! Questo è un vero gioiellino, mi creda signor Wen: vede questa porticina sul fianco? La vittima viene rinchiusa all’interno del toro e, sotto la pancia, si accende un bel fuoco. Il metallo si riscalda sino ad arroventarsi, così da bruciare lentamente il torturato. Oh, e senta qui! La testa è dotata di un complesso sistema di tubi e fermi che convertono le urla in suoni simili a quelli emessi da un toro infuriato, da qui la forma dell’oggetto.»

Wei Ying era sempre più inorridito, mentre suo nonno se ne stava lì con l’aria di un bambino eccitato a cui viene regalata la sua prima spada giocattolo. No, va bene: in realtà Wei Ying era assolutamente raccapricciato. Ma dato che il nonno lo aveva da poco incoraggiato ad approfondire tutte le sue idee senza preoccuparsi, anche quelle più complesse e all’apparenza impossibili come la macchina sbuccia-grano, non riteneva corretto giudicare i suoi passatempi.

Dopotutto non era che usasse davvero quegli strumenti – d’accordo, Wei Ying lo sapeva, non era tanto per una questione di etica, quanto perché suo nonno ci teneva troppo per sporcarli di sangue. Comunque, non li adoperava, Xu-gege glielo aveva assicurato. E l’importante era quello.

Wei Ying uscì e si allontanò di fretta, lasciando che il lembo di tenda si richiudesse dietro di lui. Wen Zhuliu era rimasto ad aspettarlo a qualche passo di distanza. «Wei-gongzi è pallido» commentò.

«Wei-gongzi ha bisogno di bere» replicò Wei Ying. A Yunmeng aveva scoperto gli alcolici a undici anni e nessuno gli aveva mai detto nulla al riguardo. Suo nonno e Xu-gege lo avevano quasi mangiato vivo quando si era accorti che non andava in cucina a sgraffignare del tè. «Dai, voglio un altro bicchiere di quel succo giallo e polposo.»

«Succo di banana» lo corresse Wen Zhuliu senza battere ciglio. «La banana è quel frutto a forma di organo genitale maschile.»

La cosa peggiore era che l’uomo non aveva voluto fare una battuta; la forma della banana era effettivamente quella e per lui non c’era stato motivo di non dirlo: tutto qui. Questo fece ridere Wei Ying ancora di più. Rise fino alle lacrime, piegato in due, con un braccio stretto attorno allo stomaco. Attirato dal rumore, suo nonno uscì da dietro la tenda e lo guardò stupito.

Wei Ying non riusciva a smettere di ridere.

Suo nonno adorava collezionare orribili strumenti di tortura e la sua guardia del corpo era un uomo tetro senza alcuna capacità relazionale. Xu-gege era abbastanza normale, ma anche pieno di complessi e socievole quanto un blocco di granito. Wen Chao poi era Wen Chao. La sua famiglia era perfino più problematica della setta Jiang. Eppure, Wei Ying si sentì stranamente, veramente felice.

Una volta smesso di ridere, si asciugò le lacrime e raddrizzò le spalle. Sorrise brillantemente a suo nonno mentre prendeva sottobraccio Wen Zhuliu. «Laoyé, vieni a bere con noi del succo di genitale maschile? Oh, non fare quella faccia! A una persona che colleziona tori-cuoci-persone non è concesso di scandalizzarsi per qualcosa.»

«Gli hai permesso di bere del vino?» indagò Wen RuoHan sospettoso, guardando Wen Zhuliu.

«No, no, sono perfettamente sobrio» rispose Wei Ying, anticipando le negazioni mortificate dell’altro uomo. «Un po’ inquietato e confuso, ma sobrio. E felice. Lo sai che sono felice, Laoyé?»

Lui continuò ad osservarlo attentamente. «Anche io mi sento spesso confuso a causa tua» gli disse al termine di una breve riflessione. Quando, dopo qualche secondo, aprì di nuovo la bocca, per istinto Wei Ying pensò che avrebbe potuto aggiungere: «Ma sono felice che tu sia qui.»

Alla fine, suo nonno la richiuse senza dire niente. In un certo senso, per Wei Ying fu un sollievo: per lui era strano sentire certe cose tanto quanto per Wen RuoHan doveva essere dirle. Era come se entrambi fossero dei principianti in fatto di relazioni familiari… normali? Tranquille? Sane? Wei Ying non avrebbe saputo esprimersi altrimenti. Ma lui era uno studente veloce e anche suo nonno era evidente che fosse stimolato dall’imparare cose nuove.

Avrebbero imparato tutti e due. Andando avanti a tentoni, tra un tentativo e un fallimento, senza preoccuparsi di quanto tempo ci sarebbe voluto.

Wei Ying era assolutamente fiducioso al riguardo. Sempre parecchio inquietato sotto alcuni aspetti, ma fiducioso.

 

 

 

 

Chapter 4: Quando Wen Qing finì nei guai

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Si sarebbe creduto che, appartenendo alla setta più potente e rinomata, dal ramo principale dovessero giungere voci di grandi imprese, fantastiche vittorie e risultati di cui andare orgogliosi.

Wen Qing, da che aveva memoria, sentiva parlare soltanto di suo zio che, sebbene potente e brillante, si alienava gli altri capi setta, sempre più insofferente nei loro confronti e sempre meno in grado di nasconderlo; Wen Xu che non riusciva a primeggiare contro i suoi coetanei; Wen Chao che creava disordini ovunque andasse, attirandosi odio e macchiando la reputazione, già di per sé controversa, della loro setta.

Diffidente per natura e sfiduciata per necessità, Wen Qing aveva dunque reagito con pessimismo all’ultima notizia di cui si era vociferato in lungo e largo: il ritrovato nipote di Wen RuoHan.

D’accordo, che lo zio avesse avuto una primogenita segreta con una ragazza mezza occidentale era di certo un pettegolezzo intrigante; ancora di più, che questa figlia fosse stata allevata e istruita dall’immortale Baoshan Sanren. Ma Wen Qing non nutriva alcuna aspettativa sul ragazzino accolto da Wen RuoHan. Se fosse andata male, sarebbe stato marcio e problematico come Wen Chao; pensando positivo, si sarebbe rivelato debole e influenzabile come Wen Xu, uno stupido ragazzo che si atteggiava a uomo e viveva per un cenno d’approvazione del padre.

Ma rimaneva un gran bel pettegolezzo, questo lei poteva riconoscerlo; pertanto, non la stupì che, dopo mesi, la gente ancora ne parlasse quotidianamente.

Ad irritarla, fu la notizia che Wen RuoHan avrebbe celebrato il tredicesimo compleanno del nipote con un banchetto assurdamente sfarzoso a cui erano invitati – leggasi: obbligati a presenziare - tutti i membri della setta Wen. Impietosa, quel giorno lei classificò Wei Wuxian come un marmocchio viziato, pretenzioso e insopportabile. Rimase cupa per tutto il tempo che la separò dai festeggiamenti; sia mentre il suo dolce fratello si preoccupava di quale regalo fare al moccioso – come se di sicuro non possedesse già tutto – i suoi parenti chiacchieravano su di lui, domandandosi che aspetto avesse, lo zio Quattro si chiedeva se avrebbe potuto o meno portare il suo vino e, in generale, tutti gli abitanti del villaggio erano stupidamente allegri e positivi.

La mattina del banchetto Wen Qing si vestì e pettinò con cura, prese il libro sulle erbe mediche che aveva comprato al moccioso – un piccolo dispetto, convinta com’era che Wei Wuxian fosse un idiota ignorante a malapena capace di leggere – e salì dietro la spada di uno zio coltivatore per raggiungere la Città Senza Notte.

Il tutto con un cipiglio in volto.

«A-Qing, è solo un ragazzino» le disse la donna che volava al suo fianco, stretta al figlio. Popo era sempre troppo fiduciosa e indulgente.

«Anche A-Ning lo è, ma non pretende di essere festeggiato da un’intera setta, scomodando gente che lavora e avrebbe di meglio da fare» le rispose lei sostenuta.

Si sentì un po’ offesa per il modo affettuosamente divertito in cui la donna la guardò, quasi fosse una bambina testarda. Aveva diciassette anni, si occupava di crescere suo fratello minore, era già considerata il guaritore più brillante della sua generazione e per questo Wen RuoHan in persona si era interessato a lei. Quantomeno, aveva iniziato a farlo prima di trovare suo nipote. Negli ultimi mesi, lo zio aveva smesso sia di sollecitare il suo trasferimento alla Città Senza Notte sia di sperimentare con l’energia risentita – certo, quest’ultima cosa avrebbe potuto farla anche senza di lei, ma Wen Qing non credeva nella falsa modestia: era la migliore, pertanto Wen RuoHan non avrebbe rischiato di agire senza che lei fosse lì a guarirlo in caso di necessità.

Che le sue abilità non fossero più così necessarie, divenne maggiormente chiaro una volta giunti al banchetto: con centinaia e centinaia di invitati l’intera città era stata trasformata in un’immensa disposizione di tavolate, sopra cui si ergeva il palco d’onore su cui sedeva Wen RuoHan con i figli e il marmocchio.

Wen Qing e i suoi parenti non ottennero dei posti privilegiati; non tanto in fondo da non poter neanche vedere il palco, ma di certo non abbastanza vicini da osservare Wei Wuxian senza strizzare gli occhi. Lo zio Quattro, debole di vista, non la finì più di lamentarsi. Perché ci tenesse tanto a guardare un ragazzino spocchioso, andava oltre la comprensione di Wen Qing.

Almeno il cibo era buono.

Wen Qing trascorse la prima metà del banchetto facendosi felicemente gli affari propri: mangiando, scrutando suo fratello affinché finisse le verdure, sorseggiando il vino dello zio Quattro e ignorando il festeggiato. Avrebbe volentieri mantenuto questo stato delle cose sino alla fine. Purtroppo, non le venne concessa una tale fortuna. La sua quiete finì con la comparsa improvvisa e imprevista del ragazzino che fece trasalire la povera Popo, sbucando come una minaccia alle loro spalle.

«C’è Zio Quattro, qui?» domandò. La sua voce era allegra e vibrante.

Zio Quattro sbatté le palpebre prima di alzare stupidamente la mano, come fosse uno scolaro interpellato in classe. Il ragazzo gli rivolse un largo sorriso. Wei Wuxian sorrise. Wen Qing ci vedeva benissimo, grazie tante, dunque lo aveva immediatamente riconosciuto. Perché era sceso dal palco per andare da loro? Cosa voleva?

Wen Qing aveva pensato a molte eventualità, ma nessuna contemplava ciò che Wei Wuxian disse a zio Quattro.

«Ho assaggiato il tuo vino!» esclamò. «Mi è bastato un sorso per capire che era diverso, molto più buono del solito. Ho chiesto e mi è stato detto che a portarlo era stato un invitato conosciuto come Zio Quattro.»

Wen Qing era senza parole: quel ragazzino folle aveva gironzolato tra centinaia e centinaia di persone per trovare un singolo uomo di cui non conosceva la faccia?

Lo zio Quattro si infervorò subito. «Questo vino è mio!» proclamò orgoglioso. «È la mia personale produzione che coltivo con cura senza l’aiuto di nessuno.»

«Davvero?!» Dopo aver sgranato gli occhi, Wei Wuxian si sporse verso lo zio Quattro per afferrargli le mani. «Se è così, devi assolutamente metterlo in commercio!» disse entusiasta.

L’uomo, invece di comportarsi da adulto, lo imitò esprimendo la sua gioia per quella proposta con tutta l’eccitazione d’un bambino. «Complimenti ragazzino, tu sì che hai buon gusto!» disse tronfio come un tacchino.

«Sono esperto di buon vino» si vantò Wei Wuxian a propria volta. Non aveva tredici anni?

«Ohhh. Quindi sai riconoscere quale sapore ho cercato di ottenere?»

«Facile! La dolcezza è chiaramente quella tipica del liquore di Gusu, Il sorriso dell’imperatore; se non sbaglio, hai provato a conferirgli un retrogusto più pungente, forse mescolandovi dell’uva non ancora matura? L’effetto finale è davvero interessante e molto, molto buono.»

Zio Quattro scoppiò in una risata felice. «Bravo; bravissimo! Sono impressionato!»

Fondamentalmente, erano entrambi eccitabili e rumorosi.

Wen Qing penso che qualcuno avrebbe dovuto informare lo zio Quattro con chi stava parlando, poiché era ovvio che lui non ne avesse idea. Certo, doveva aver notato le vesti lussuose indossate dal ragazzino, ma in una setta così numerosa come la loro non erano poche le figure di spicco degne di distinguersi dalla massa. E Wei Wuxian, forse a causa della sua giovane età, non indossava alcun copricapo che ne rimarcasse l’importanza. I suoi capelli sciolti sulla schiena erano intrecciati con un semplice nastro rosso.

Wen Ning, la cui vista era perfetta tanto quanto il suo cuore era delicato, non aveva mai smesso di guardarlo a bocca aperta.

Forse percependo uno sguardo fisso di sé, Wei Wuxian alla fine si voltò verso di lui. Suo fratello impallidì quando il ragazzo gli sorrise.

«Prendine un sorso anche tu, ti assicuro che è davvero ottimo!» lo incitò porgendogli un bicchiere.

Mentre Wen Ning balbettava di avere soltanto dodici anni, Wen Qing dichiarò categorica che suo fratello non avrebbe bevuto del vino. «Non dovresti berlo neanche tu!» rimproverò Wei Wuxian. Davvero, quel marmocchio ne aveva appena compiuti tredici: perché parlava di vino come se fosse un esperto? E perché lo zio Quattro lo assecondava invece di prenderlo a scapaccioni? Possibile che lei fosse l’unico adulto ragionevole di quella famiglia?

Ci stava ancora pensando quando, rischiando di provocare più d’un colpo apoplettico, questa volta fu Wen RuoHan a fare la sua comparsa. Wen RuoHan che aveva lasciato il palco per mescolarsi agli invitati comuni e ora stava guardando suo nipote con indulgente esasperazione.

«Laoyé» Wei Wuxian lo salutò tranquillo come se nulla fosse, «hai assaggiato anche tu il vino? Vero che è buono? Dovremmo seriamente pensare ad aumentarne la produzione e venderlo.»

«Tu non avresti dovuto berlo» gli disse Wen RuoHan severo.

Oh, meno male. Wen Qing fu davvero felice di sentirlo. Suo zio poteva essere squilibrato, ma almeno possedeva del buonsenso.

«È soltanto per oggi» si lamentò Wei Wuxian. «Ti giuro che non sono mai più entrato nelle cucine di nascosto! Prima è stato Xu-gege a versarmene un bicchiere sotto il tuo naso, cioè, no; volevo dire: onestamente, alla luce del sole. Per festeggiare questo giorno così speciale e lieto.»

Wen RuoHan sbuffò quella che, se si fosse trattato di qualsiasi altro uomo, Wen Qing avrebbe considerato una risata. Ma suo zio non rideva. Wen RuoHan non si divertiva mai con niente. D’altronde, Wen RuoHan non avrebbe neanche dovuto mettersi a cercare di persona un nipote indisciplinato. Ancora di più, dopo quello strano sbuffo che non era stata una risata, non avrebbe dovuto annuire e ammettere che il vino era buono.

«Potremo pensare a commercializzarlo anche fuori Qishan» concordò.

Zio Quattro era troppo impegnato a non subire una deviazione del Qi per gioirne. Impietrito, si stringeva una fiasca di vino al petto come se questa potesse proteggerlo.

Wen RuoHan si rivolse a lei. «Wen Qing. Questa sera rimarrai a palazzo, voglio il tuo parere medico sulle condizioni fisiche di mio nipote.»

«Nonno, avevi promesso di non farlo!» protestò lui.

L’uomo non si mostrò impressionato. «Avevo promesso di non chiamarla appositamente per visitarti» lo corresse. «Ma oggi Wen Qing si trova qui per altri motivi. E non era stato detto nulla riguardo l’approfittare delle circostanze per farti anche visitare.»

«Questo è assolutamente sleale» ribatté Wei Wuxian a braccia conserte.

«Si chiama politica, A-Ying.»

Per acuire la sensazione di surrealismo provocata da quello scambio di battute, Wen RuoHan mise una mano sulla testa del nipote e lo esortò ad allontanarsi con pazienza, perfino con gentilezza. Wei Wuxian si voltò un’ultima volta per sorridere loro e salutarli con la mano. Non tornarono verso il palco. Wen RuoHan ci provò, ma Wei Wuxian lo tirò insistentemente per il braccio e si fece seguire… verso i tavoli sul fondo? Cosa aveva intenzione di fare, salutare personalmente ogni persona giunta al banchetto? E Wen RuoHan era disposto ad assecondarlo? Apparentemente, era proprio così.

Il silenzio caduto sul loro tavolo venne infranto dal tossicchiare di Popo. «Beh, è stato sicuramente interessante» commentò.

Zio Quattro era ancora inebetito, la fiasca stretta sopra al cuore. Popo gliela sfilò con delicatezza dalle braccia prima che lui finisse col romperla. «Congratulazioni» gli disse sorridendo.

«Io… sì? Grazie?» zio Quattro guardò Wen Qing ad occhi sgranati. «Ma quello era davvero Wen RuoHan? Ho parlato con Wen RuoHan?»

«Tecnicamente, no» lo corresse il cugino seduto al suo fianco. «Ma hai parlato con il nipote prediletto. Lo hai chiamato ragazzino e ti sei vantato con lui del tuo vino.»

Zio Quattro gemette prima di coprirsi il viso con le mani.

Mentre suo fratello lo consolava, commentando timidamente che Wei-gongzi sembrava una persona gentile; dunque, non importava se si era rivolto a lui in modo irrispettoso, Wen Qing rifletteva su quell’incontro.

A-Ning era talmente buono che il suo parere sulle supposte persone “gentili” valeva il tempo che trovava. Tuttavia, neanche lei poteva negare che Wei Wuxian non sembrasse una brutta copia di Wen Chao. Già questa era un’ottima notizia. Gli scoccò un’occhiata: come aveva supposto, Wei Wuxian aveva deciso che fosse una buona idea spaventare a morte le persone presentandosi di punto in bianco a salutare portandosi appresso il capo setta Wen. Beh, almeno adesso lei riconobbe di più suo zio, evidente com’era che lui stesse sogghignando dal piacere di diffondere un po’ di sano terrore. Il ragazzino no; lui era stupidamente amichevole e sincero: saltellava da un tavolo all’altro, chiedeva il nome a tutti, rivolgeva alle fanciulle parole che le facevano arrossire e alle donne altre capaci di strappare loro risate deliziate. Un incantatore, se mai Wen Qing ne aveva visto uno. Peggio ancora: un incantatore spontaneo e affatto malizioso.

Lei emise un lungo sospiro mentre sentiva le prime avvisaglie di un fosco presentimento, accompagnate da quelle di un’emicrania incipiente.

 

 

Quella sera, Wen Qing sentì le tempie pulsarle più che mai mentre era obbligata ad ascoltare le proteste di Wei Wuxian senza poterlo paralizzare con i suoi aghi e farla finita. La stanza del marmocchio, inutilmente grande e lussuosa, soprattutto considerando il caos di carte svolazzanti e macchie d’inchiostro che vi imperversava, era attualmente occupata non solo da lei e Wei Wuxian, ma anche da Wen RuoHan e Wen Xu.

Ed entrambi avevano un’espressione grave in volto. Wen Qing non doveva essere intelligente per capire che sarebbero stati molto scontenti di vederle utilizzare degli aghi paralizzanti su Wei Wuxian. Era interessante; diamine, di sicuro era molto interessante. Ma Wen Qing era sempre stata più affascinata dai misteri della medicina che dalle bizze della natura umana. Per questo, invece d’indagare sull’inaspettata cura dimostrata da suo zio e suo cugino per un ragazzino esasperante, se ne approfittò senza scrupoli.

«Sono qui per visitarlo» disse seccamente. «Se volete che lo faccia, convincetelo a spogliarsi.»

«Intende dire che devi toglierti la tunica» si affrettò a puntualizzare Wen Xu, facendola indispettire. Erano molte le cose al mondo che la irritavano, ma poche raggiungevano il livello di fastidio degli uomini che non le facevano fare il suo lavoro perché dalle donne ci si aspettava pudicizia e candore.

«Intendo dire tutto» ribatté Wen Qing brutalmente. «Anche i suoi organi genitali rientrano in una visita di controllo generale.»

Wei Wuxian assunse un’espressione supplichevole. «Xu-gege!» si lamentò.

Almeno era furbo, dato che aveva capito a chi rivolgersi. Se Wen Xu era arrossito, chiaramente a disagio, Wen RuoHan non aveva battuto ciglio. Purtroppo per il moccioso, era lui a decidere.

«Wei Ying» lo chiamò. Il suo tono, sebbene non minaccioso, era stato d’avvertimento.

Lui lo guardò con un’espressione profondamente tradita che fece sbuffare Wen Qing: in quanto a teatralità, era di sicuro una progenie di Wen RuoHan. Alla fine, si rassegnò ad ubbidire. Wen Qing, già spazientita, lo guardò spogliarsi con le braccia incrociate al petto e un cipiglio in volto. Almeno finché non spalancò gli occhi.

Lei aveva attribuito la reticenza di Wei Wuxian allo stupido pudore maschile. E, anche se forse in parte era stato vero, le fu subito chiaro che non si trattasse solamente di quello. Si pentì del suo giudizio impietoso e affrettato quando, uno strato dopo l’altro, le vesti di lui caddero a terra.

Le cicatrici di morsi sulle gambe dovevano essere precedenti allo sviluppo del suo nucleo dorato, altrimenti sarebbero guarite senza lasciare traccia. Cani, probabilmente. Per quanto raccontassero una brutta storia, malgrado non fosse una ragazza così dura da guardarle senza dispiacersi, lei non capì cosa Wen RuoHan si aspettava che facesse su delle cicatrici tanto vecchie.

Poi Wen Wuxian si sdraiò a letto, affondando il viso tra i cuscini e lasciandola libera di vedere la sua schiena. Allora Wen Qing comprese per quale motivo era stata fatta rimanere.

Aveva già trattato molte ferite nella sua vita, incluse quelle ancora fresche e sanguinanti di uomini appena rientrati da cacce notturne finite male. Tuttavia, impallidì alla vista di tutti quei segni di frusta sulla schiena di un bambino. Si sentì furiosa.

Le sue mani tremarono leggermente mentre le poneva sopra la schiena di Wei Wuxian e faceva scorrere la propria energia per controllare lo stato dei suoi meridiani. Non era raro che quelli d’una vittima di fruste e altre armi spirituale risultassero danneggiati, con conseguente alterazione della circolazione del Qi nel corpo. Nei casi più gravi, la coltivazione poteva essere irrimediabilmente compromessa.

Dopo un controllo rapido e nervoso, Wen Qing rilasciò un sospiro che non si era accorta di aver trattenuto.

«I suoi meridiani sono intatti» disse allo zio. Malgrado la buona notizia, il suo tono era aspro. «Non per caso o per fortuna; ad impugnare la frusta è stato qualcuno capace di dosare la violenza dei colpi, abbastanza da fare male, ma non così tanto da danneggiare. Chiunque fosse, non aveva intenzione di renderlo incapace di muoversi e tantomeno di combattere.»

E, nonostante la buona notizia, lei vide l’espressione di Wen RuoHan diventare ancora più cupa. Wen Xu aveva stretto i pugni così forte che il suo occhio medico si aspettò delle ferite ai palmi.

«Cagna maledetta» ringhiò il ragazzo.

«Xu-gege, non parlare così» lo rimproverò Wei Wuxian. Non appariva granché convinto della sua stessa protesta. Wen RuoHan poi non stava palesando alcuna intenzione di redarguire il proprio erede per quel linguaggio inappropriato.

Wen Qing porse i vestiti a Wei Wuxian, il quale fu rapido a rivestirsi. Intanto lei continuò a rivolgersi all’uomo. «Posso preparare un unguento a base di sangue di rospo che favorisca la circolazione» disse. «Andrà spalmata sulla schiena ogni sera, così che il tessuto cicatrizzale non rischi di rattrappirsi e provocare un dolore cronico con l’avanzare dell’età.»

«Sono troppo giovane per preoccuparmi di quando sarò vecchio» rise Wei Wuxian. Anche se si stava sforzando di apparire noncurante, Wen Qing poteva vedere quanto fosse scosso. Lei poteva solo sperare che chiunque lo avesse ferito in quel modo fosse già morto o molto, molto lontano. Era un medico, la sua etica le imponeva di curare chiunque in qualsiasi circostanza; ma, ad essere onesta, in questo caso non era sicura se avrebbe disapprovato una reazione violenta da parte di suo zio. "Cagna maledetta" tutto sommato era un epiteto più che appropriato.

La montagna di regali che Wei Wuxian aveva ricevuto era stata organizzata all’arrivo di ogni invitato, sequestrati e accumulati altrove affinché il ragazzo potesse aprirli dopo l’attuazione di un severo controllo di sicurezza.

Per capriccio, Wen Qing aveva tenuto il suo libro con sé. Sempre per impulso, vedendolo così scoraggiato e pensando che quello stato d’animo non gli si addicesse, adesso lo tirò fuori dalla manica e glielo porse. «Per te» disse asciutta.

Wen Xu aveva aggrottato le sopracciglia, mentre Wen RuoHan osservava la scena con espressione ironica.

Wei Wuxian si illuminò in volto come se lei gli avesse appena consegnato la luna. «Grazie!» esclamò, genuinamente felice. Wen Qing si sentì quasi in colpa per non avergli comprato qualcosa che avrebbe potuto piacergli.

Tuttavia, una volta scartato il libro, invece di apparire deluso Wei Wuxian lo studiò con vivo interesse. «Quando a Yunmeng girovagavo in cerca di fagiani, mi sono imbattuto in molte piante interessanti» commentò intanto che sfogliava le pagine. «Ehi, mi è appena tornato in mente! Qing-jie, conosci uno strano fungo che cresce sopra i cadaveri? Grande, dal cappello viscido. L’ho notato più volte tra le carcasse di animali in decomposizione.»

«Il fungo bruco. Lo trovi a pagina ventiquattro» rispose lei con prontezza. Poi, cogliendo in ritardo il modo in cui Wei Wuxian l’aveva interpellata: «E non mi chiamare Qing-jie» gli intimò minacciosa.

Lui canticchiò tranquillo. Aveva rapidamente sfogliato il libro per trovare la pagina che gli era stata detta e si era immerso nella lettura. Wen Qing era frustrata. Perché quel ragazzino sembrava così interessato e soddisfatto? Non avrebbe dovuto importargliene niente di un libro sulle erbe mediche!

Wen Ning era rimasto fuori dalla porta, in attesa che lei fosse libera di ritirarsi nelle loro stanze per la notte. Silenzioso come poteva essere solo una persona timida, all’improvviso attirò l’attenzione su di sé starnutendo.

Wen Qing vide che suo fratello stava già cadendo nel panico, ma Wei Wuxian lo salutò con un sorriso mentre sventolava il libro. «Devo ringraziare anche te per questo regalo?» gli chiese.

Lei incoraggiò mentalmente suo fratello a farsi coraggio. Wen Ning era un po’ verde in faccia, ma riuscì a rispondere senza balbettare troppo. «No, io… io ti ho preso un pennello di lupo. Cioè, volevo dire, le setole sono di pelo di lupo! Popo… ecco, lei ha sentito dire che sei bravo a disegnare.»

Ad essere precisi, tutti quanti avevano sentito del ritratto che Wei Wuxian aveva fatto di suo nonno e che Wen RuoHan aveva orgogliosamente appeso nella sala in cui era solito ricevere i capi clan in visita.

Wei Wuxian batté le mani. «Non vedo l’ora di usarlo!» esclamò. I suoi occhi stupidamente grandi e luminosi stavano brillando.

Oh, no. Era nei guai. Wen Qing non voleva provare ciò che aveva appena provato per Wei Wuxian. Aveva già un fratellino e tanto le bastava. Inoltre, A-Ning era dolce e mansueto, mentre era ovvio che Wei Wuxian fosse un cataclisma semovente. Si sentì prudere le mani dalla voglia di pizzicargli le guance e intimargli di piantarla con quel sorriso.

«Sto ancora aspettando il ritratto di mio fratello» intervenne Wen Xu.

Wen Qing aggrottò la fronte: da quando lui era così affezionato a suo fratello minore da volere addirittura un suo ritratto? Ebbe la sua risposta quando Wei Wuxian fece un sorrisetto furbo – un’espressione molto simile a quella del nonno – e rispose che ci avrebbe lavorato con il suo nuovo, bellissimo pennello. «Un ritratto di Chao’er da Yao scimmia, come promesso» disse con aria solenne.

Anche Wen Xu sogghignò, mentre Wen RuoHan si limitò a lasciarli fare senza dire nulla.

Wen Qing, così come prima non aveva voluto provare dell’affetto per Wei Wuxian, adesso sicuramente non avrebbe voluto unirsi a quel comitato contro Wen Chao. Ma pensava anche che lui se lo meritasse, considerando che quel giorno il suo posto nel palco d’onore era stato vistosamente vuoto, una sfacciata presa di posizione contro suo nipote. E c’era una certa giustizia karmica nel fatto che sarebbe stato ritratto malignamente con il pennello comprato dal bambino che tormentava non appena se ne presentava l’occasione.

Pensando a lui, Wen Qing scoccò un’occhiata al fratello; A-Ning era troppo buono per mostrarsi soddisfatto, ma perfino lui non appariva… scontento, delle intenzioni di Wei Wuxian. Lei pensò addirittura di aver visto un certo luccichio nei suoi occhi.

Più di tutto il resto, fu questo a farla capitolare. Wei Wuxian aveva il potenziale di causare molti guai; sicuramente, possedeva quello di sconvolgere le loro esistenze sinora piuttosto tranquille. Wen Qing non poteva però negare che fosse un ragazzino buono, anche se in modo molto più chiassoso ed esasperante di A-Ning – buono abbastanza da rimanere tale anche dopo tutte le prove che le cicatrici sul suo corpo raccontavano. E questo lei non poteva fare a meno di rispettarlo.

Di nuovo, Wen Qing sospirò. Era ovvio che all’interno della sua setta stesse avvenendo un cambiamento su cui lei ancora preferiva non sbilanciarsi. E se quel ragazzino ne era il fulcro, per il momento gli avrebbe concesso il beneficio del dubbio.

 

 

 

 

 

Chapter 5: Quando Wei Ying incontrò il suo futuro marito

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Era raro che Lan Zhan uscisse da Dedalo di Nubi; in tredici anni di vita, poteva contare sulle dita di una mano quante volte gli era capitato di lasciare la sua casa. Perfino le visite a Caiyi, così vicina da essere raggiungibile a piedi, erano sporadiche.

In quel momento, Lan Zhan era preda di un dilemma: mentire era proibito, ma lo era anche provare emozioni inopportune.

Non avrebbe potuto negare di essere contento di quella visita a Jiōng, ma quel sentimento era ingiusto e irrispettoso, poiché presupponeva che non gli andasse bene vivere in tranquillità a Dedalo di Nubi. Non era quello. Lan Zhan era perfettamente soddisfatto della sua vita – rapido come un lampo, apparve e scomparve il pensiero di sua madre, della sua assenza e del vuoto che quella porta chiusa gli aveva lasciato dentro.

Lan Zhan non aveva nulla di cui lamentarsi. A ben vedere, in quel momento non era neanche contento, quanto giustamente interessato. Ecco, era così: neanche Shufu, malgrado la sua aria contrariata, avrebbe potuto negare che fosse intrigante assistere al funzionamento di una macchina mai vista prima. Lo stupore per Lan Zhan era stato ancora più grande dopo aver scoperto che l’inventore aveva la sua stessa età.

Si era aspettato un prodigio serio, inflessibile, completamente distaccato dalle questioni mondane. Qualcuno che viveva in unica funzione del proprio talento come un asceta, rigoroso con sé stesso prima che con gli altri.

Quello che trovò fu un ragazzino incapace di rimanere fermo troppo a lungo, con una coda di cavallo spettinata, gli occhi brillanti e il sorriso più luminoso che Lan Zhan avesse mai visto.

Era chiassoso, fu il suo primo pensiero su Wei Wuxian: quando Lan Zhan arrivò assieme a suo zio e suo fratello, lui stava parlando a voce troppo alta mentre si dondolava sui talloni con le braccia incrociate dietro la testa. Frivolo, fu il secondo a venirgli in mente quando Wei Wuxian, circondato da ragazze vivaci, donò a ognuna di loro un fiore di peonia. Sfacciato, perché, subito dopo averli visti arrivare, Wei Wuxian corse loro incontro per salutarli, malgrado l’etichetta imponesse che fosse suo nonno, il capo setta, ad accoglierli formalmente.

Wen RuoHan, poco distante, non sembrava darvi importanza. Shufu al contrario divenne rosso per l’indignazione; e ciò prima che Wei Wuxian esordisse guardando il suo pizzetto e mettendosi a ridere. «Quindi questo è il famoso pizzetto che A-Niang aveva rasato!» esclamò. La sua voce, malgrado le parole impertinenti e irrispettose che aveva pronunciato, era briosa e piacevole da ascoltare.

A quel punto Shufu era rosso in viso come una barbabietola. Xiongzhang, sebbene sconcertato, venne colto da un attacco di tosse molto sospetto, come se stesse nascondendo una risata. Dopo che Shufu lo trafisse con un’occhiata glaciale, lui raddrizzò la schiena e si ricompose. Invece Wei Wuxian, guardato con ancora più indignazione, ne rimase immune.

«Laoyé ha fatto circolare la voce che, per chiunque abbia storie da raccontare su mio padre e mia madre, è prevista una ricompensa in oro e una notte come ospite al Palazzo del Sole» stava spiegando vivacemente. «Non sapevo che si fossero incontrati a Dedalo di Nubi! O che A-Niang avesse salvato A-Die e… Jiang-zongzhu» a questo esitò, come se quella specifica parte di ricordo celasse delle brutte implicazioni; ma, quasi subito, si scrollò di dosso la tensione per proseguire con ancora più entusiasmo. Per qualche strano motivo, aveva preso ad agitare le braccia. «È stato un discepolo ospite a Dedalo di Nubi in quel periodo a raccontarmelo; Fa Xuân si ricordava benissimo dell’arrivo di mia madre e della mattina in cui tu, Xiansheng, sei uscito dalla sua camera sbraitando perché ti aveva rasato il pizzetto. Fa Xuân pensa che fossi segretamente innamorato di lei. È vero? Ti piaceva la mia A-Niang? Beh, secondo Fa Xuân, parole sue, in quel periodo non c’era un solo idiota che non avesse perso la testa per Cangse Sanren.»

Era più di quanto Lan Zhan fosse solito dire in un mese intero. E Wei Wuxian non aveva neanche il fiato corto.

Più che paonazzo, a quel punto Shufu sembrava prossimo a una deviazione del Qi. Prima che potesse rispondere e, a giudicare dalla sua espressione, nel farlo avrebbe infranto almeno una mezza dozzina di regole, Wen-zongzhu si decise a raggiungerli. «Lan-zongzhu» salutò mentre posava una mano sulla spalla del nipote.

Lan Zhan si irrigidì. Di sicuro Wen-zongzhu doveva sapere che Lan Qiren aveva assunto solo temporaneamente la carica del fratello maggiore, giusto? Non era affatto il capo setta Lan.

«Laoyé

Wei Wuxian riuscì ad imprimere in quella singola parola sia esasperazione che rimprovero. Wen RuoHan lo ignorò. «Qingheng-Jun è ancora in profonda crisi esistenziale?» incalzò invece Shufu.

«Laoyé!»

Wen RuoHan doveva essere davvero di buon umore quel giorno, poiché questa volta, acconsentì all’ovvia richiesta del nipote di non essere… provocatorio? Se avesse ricevuto un’educazione diversa, Lan Zhan avrebbe osato pensare a ben altre definizioni.

Anche se non rinunciò al suo atteggiamento. «Vi chiedo di scusare la maleducazione di mio nipote» disse, impegnandosi con tutto sé stesso, dalla postura indolente allo sguardo annoiato, a trasmettere quanto in verità non gliene importasse niente.

«Suggerirei a Wen-zongzhu di raddrizzare la natura indisciplinata del ragazzo finché è ancora possibile intervenire. Sarebbero consigliabili dei metodi duri e decisi» disse Shufu asciutto.

L’uomo lo fissò dritto negli occhi. «Sembra quasi che tu mi stia suggerendo di bastonarlo, Lan Qiren» commentò. Piuttosto che provocatoria, adesso nella sua voce si percepiva una sfumatura di pericolo.

Lan Zhan sapeva che suo zio avrebbe risposto affermativamente. E, malgrado i pettegolezzi fossero vietati, era a conoscenza delle voci secondo cui Wen RuoHan avrebbe fatto a pezzi chiunque avesse anche solo provato a torcere un capello a suo nipote. Xiongzhang, al suo fianco, appariva teso.

Era vietato interrompere gli altri, ma Lan Zhan non poté fare a meno di essere sollevato quando Wei Wuxian impedì a Shufu di parlare.

«Bene, direi che è giunto il momento della dimostrazione!» esclamò il ragazzo battendo le mani.

Lan Zhan si chiese se fosse una sua abitudine intervenire per stemperare l’atmosfera quando suo nonno offendeva le persone trattandole come escrementi d’insetto. O, ancora peggio, quando l’uomo iniziava a mostrare segni di collera.

Wen-zongzhu, all’intromissione ben poco sottile di Wei Wuxian, fece un sorrisetto divertito. Dopo che il nipote gli rivolse un’occhiataccia, lui allungò la mano per scompigliargli i capelli. Era un gesto che Lan Zhan avrebbe associato più facilmente a gente del volgo. Non aveva mai saputo che anche gli uomini nobili potessero indulgere in dimostrazioni d’affetto cosi popolane. Wei Wuxian tentò di rimanere contrariato, ma era ovvio che fosse debole al quel tipo di premura e al contatto fisico. Il modo in cui si distese suo malgrado, ricordò a Lan Zhan un gatto che si stiracchia felice quando viene grattato dietro le orecchie.

Shufu era contrariato e tuttora offeso, ma accettò di seguire Wei Wuxian quando lui volle guidarli personalmente verso l’assembramento di persone riunite attorno a una imponente struttura in legno. Alcuni uomini si agitarono alla vista di loro Lan, ma in generale erano tutti troppo eccitati e impazienti per farsi intimidire dalla presenza di alcuni membri di spicco della loro setta di riferimento.

«Possiamo iniziare!» annunciò Wei Wuxian. Aveva le braccia cariche di spighe di grano. Le gettò in un foro e prese a girare una grossa manovella.

Mentre la dimostrazione procedeva, Lan Zhan si ritrovò ad essere sempre più sbalordito e ammirato. Quando una manciata di grano pulito cadde nel sacco, lui fissava ad occhi spalancati la macchina che, nel tempo d’un bastoncino d’incenso, aveva svolto il lavoro per cui un uomo avrebbe impiegato ore.

Wen-zongzhu venne coinvolto in una discussione animata con il Capo Villaggio prodigo di ringraziamenti; Lan Zhan ebbe il sospetto che la sua garbata pazienza fosse da imputare, oltre al piacere di sentir lodare suo nipote, anche al fatto che lo divertisse essere riverito da un cittadino di Gusu mentre dei membri della setta Lan si trovavano a pochi passi di distanza.

Wei Wuxian invece tornò da loro. «Cosa ne pensate?» chiese, schietto e impaziente di conoscere il loro parere come un bambino.

«Davvero notevole, Wei-gongzi» sorrise Xiongzhang.

Lan Zhan rischiò quasi di invidiare la facilità con cui suo fratello era in grado di parlare alle persone. Mentre lui lottava per esprimere la profonda impressione che quella macchina gli aveva lasciato, loro zio parlò con voce dura.

«Questo aggeggio inutile non farà altro che infiacchire gli spiriti dei contadini» affermò l’uomo. «Ad avere un valore è soltanto ciò che le persone fanno con le proprie mani.»

Wei Wuxian smise di sorridere. Fu brutto da vedere, come quando la calda fiamma di una candela viene spenta da una folata di vento, facendo piombare la stanza nel buio.

«Mi dica, Xiansheng, quanti chicchi di grano ha sbucciato nella sua vita per giungere a questa illuminante idiozia?» Wei Wuxian interpellò lo zio con tono beffardo e privo di rispetto.

Lan Zhan sapeva per certo che nessuno dei suoi allievi si era mai rivolto allo zio in quel modo. Vide l’uomo fremere di collera, dimentico d’ogni principio di calma e compostezza; contrasse la mano quasi che stesse rimpiangendo di non avere un libro, un ventaglio, qualsiasi cosa da tirare addosso a Wei Wuxian. Lan Zhan si chiese se, in alternativa, lo avrebbe schiaffeggiato per la sua insolenza. A distanza, senza intervenire, Wen RuoHan si limitò a scoccargli una lunga, profonda occhiata d’avvertimento. Shufu serrò le labbra in una linea severa e abbassò la mano.

Prima che nessuno potesse dire altro, Wei Wuxian girò i tacchi e se ne andò impettito.

«Quel monello sfacciato!» sbottò Shufu. «È uguale a sua madre, presuntuoso e selvaggio. E Wen RuoHan è troppo indulgente con lui; per gestire una personalità così problematica bisogna essere severi e inflessibili!»

Lan Zhan non aveva mai contraddetto suo zio. Ancora di più, non aveva mai neanche preso in considerazione la possibilità di farlo. Eppure, in quel momento, pensò che non fosse giusto. Era stato Shufu a sbagliare, denigrando in quel modo il lavoro di Wei Wuxian. Lui… aveva avuto il diritto di offendersi. Quella macchina sarebbe stata di enorme utilità ai contadini, ciò era innegabile; allora perché suo zio aveva affermato il contrario? In quanto coltivatore, non avrebbe dovuto rallegrarsi che la vita delle persone diventasse più facile? Non era come se i contadini avrebbero smesso di seminare, coltivare e raccogliere; si trattava soltanto di un miglioramento nella qualità del lavoro stesso.

Lan Zhan era turbato. Quando suo zio si allontanò a propria volta, altrettanto impettito, lui fece per seguirlo, seppur a malincuore. Un colpetto sulla spalla lo fermò. Voltandosi, vide che suo fratello gli stava facendo cenno di raggiungere Wei Wuxian.

«Vorresti parlargli, no?» commentò Xichen, apparendo incuriosito e soddisfatto. Era stato il più deluso di tutti dal tentativo fallimentare di rendere amici lui e Nie Huaisang. Se in principio aveva disapprovato l’acquisto della macchina per solidarietà nei confronti di Nie Mingjue e la sua ostilità verso la setta Wen, adesso sembrava piuttosto contento di quella svolta degli eventi. «Vai, ci penserò io allo zio» lo esortò.

Quando Lan Zhan continuò a esitare, lui gli diede una spintarella. «Su, didi

Lan Zhan si irrigidì. Lo sapeva lui e lo sapeva suo fratello quanto fosse inopportuno adoperare certi termini così informali, adatti ai popolani, non ai nobili delle sette. Rifletté che era lo stesso per Wen-zongzhu e il suo gesto di accarezzare la testa di Wei Wuxian. L’uomo non avrebbe dovuto farlo, ancora di più considerando il suo ruolo di Capo Coltivatore. Ma Wei Wuxian ne era stato così contento che reputarlo uno sbaglio sembrava sbagliato.

Conosceva quel ragazzo da meno di un’ora e lo aveva già portato a porsi più domande conflittuali di quanto non avesse mai fatto dalla morte di sua madre. E allora era stato troppo piccolo e sconsolato per riflettere davvero.

Lan Zhan non era pienamente consapevole di cosa stesse facendo, ma almeno sapeva di doverlo fare; annuì a suo fratello e si avvicinò a Wei Wuxian. L’espressione di lui, vedendolo arrivare, rimase diffidente. «Lan-er-gongzi ha forse altre critiche da farmi?» lo apostrofò.

«La macchina è sbalorditiva. Mio zio ha torto. Wei Wuxian ha fatto un enorme dono a chi lavora la terra.»

Lan Zhan parlò con tono fermo e deciso.

Wei Wuxian spalancò gli occhi, ovviamente colto alla sprovvista dalle sue parole. Oppure dal semplice fatto che Lan Zhan sapesse parlare. Non sarebbe stato il primo a crederlo muto. Quindi, facendolo vacillare un poco, lui gli rivolse un sorriso accecante. Lan Zhan non aveva mai conosciuto prima qualcuno in grado di mostrare così tante emozioni diverse e, soprattutto, di passare da una all’altra con tale facilità – in pochi secondi, l’aveva visto indispettito, poi stupito, quindi felicissimo e ora un po’ imbarazzato, come se gli dispiacesse essere stato scortese con Lan Zhan. Infine, quasi a volersi scusare, ma con voce ed espressione impossibili da credere false, prese a riempirlo di complimenti. Lan Zhan dubitava che Wei Wuxian conoscesse il significato di “parole di circostanza.”

Come anche di “vergogna” o “buon senso.”

«Grazie, Lan Zhan!» esclamò il ragazzo come se potesse, come se fosse normale adoperare il nome di nascita d’uno sconosciuto. «Lan Zhan è un nome molto bello, mi era rimasto impresso quando il nonno mi aveva fatto studiare tutte le attuali famiglie dei clan principali. Anche tu puoi chiamarmi Wei Ying!» Lan Zhan non gli aveva affatto detto che lui potesse farlo. «Il mio nome non è così bello, lo so, ma non è nemmeno così male, vero, Lan Zhan?»

Lan Zhan andò un po’ nel panico: avrebbe dovuto dirgli che era un bel nome? Ma sarebbe stato puerile, per non dire insensato. Non era come se pensasse che Wei Ying fosse un brutto nome, no, semmai il contrario dato che, dentro di sé, lo pronunciò e questo gli scivolò con facilita sulla lingua; semplicemente, non aveva mai, mai ragionato in tali termini. Un nome era soltanto un nome. Certo, un nome sciocco era da biasimare, ma la maggior parte dei nomi erano nomi e basta.

Mentre lui si agitava, Wei Wuxian era già passato allegramente a parlare di altro. Gli andò vicino, molto vicino; così vicino che Lan Zhan poté sentire la sua risata solleticargli la guancia.

«Penso che sia anche colpa mia» ammise, «insomma, tuo zio sembra una persona suscettibile e io devo averlo fatto davvero arrabbiare parlandogli di mia madre. Chi lo sapeva che un uomo potesse essere così legato al suo pizzetto? Ma sono felice che tu e tuo fratello apprezziate la mia sbuccia-grano! Lan-gongzi non sembra più grande di te, sai? Ad una prima occhiata quasi non vi si distingue, ora capisco da dove viene l’appellativo di Giade Gemelle. Ma tu sei più bello, Lan Zhan! I tuoi occhi sono stupendi, sembrano fatti di vetro smaltato. E i tuoi capelli sono così lisci e lucenti, come fai ad averli così? I miei sembrano un nido d'uccelli anche adesso che il nonno mi costringe a pettinarli con cura ogni mattina.»

«Frivolo» sibilò Lan Zhan. Poteva sentire la punta delle sue orecchie bruciare.

Wei Wuxian rise senza mai distogliere lo sguardo da lui; anche i suoi occhi ridevano, luminosi come stelle. Essere il bersaglio del suo totale interesse era pesante, sebbene non in modo propriamente sgradevole; era come venir avvolti da piu strati di una coperta lasciata a riscaldare sotto il sole cocente.

Wei Ying continuava a chiacchierare imperterrito malgrado le risposte monosillabiche di Lan Zhan o la loro totale mancanza. Normalmente, a quel punto, chiunque altro avrebbe già rinunciato a parlare con lui – Nie Huaisang e tutti i suoi coetanei Lan lo avevano fatto.

Wei Wuxian invece non sembrava scoraggiato dal suo silenzio. Parlava, rideva e continuava a chiamarlo per nome.

Prese a parlargli di persone che Lan Zhan non conosceva e che, a detta di Wei Wuxian, avrebbe dovuto assolutamente incontrare, perché erano fantastiche e tutto quanto. Wen Zhuliu che quel giorno non era lì perché si era ammalato a causa degli esperimenti di Wei Wuxian con un talismano congelante. Xu-gege, ossia l’erede di Wen-zongzhu, il quale aveva fama di persona spietata e senza scrupoli, ma che secondo Wei Wuxian era molto, molto sensibile; proprio per questo sente il bisogno d’indossare una corazza e, Lan Zhan, lo sai come vanno queste cose: se si interpreta un ruolo si finisce sempre con l'estremizzare se stessi e perdersi lungo la strada. No, Lan Zhan non lo sapeva affatto.

C’erano poi Qing-jie che era tostissima e Wen Ning che era la persona più dolce e gentile del mondo. Wei Wuxian lo informò tutto contento che recentemente a Wen Ning era stato concesso dalla sorella di venire ad allenarsi con lui e gli altri discepoli interni alla Città Senza Notte. Qing-jie era stata preoccupata per la presenza di Wen Chao, ma, questo Wei Wuxian lo disse con sguardo duro, lui non gli avrebbe permesso di maltrattare nessuno, men che meno un bravo ragazzo come Wen Ning. È molto timido e ancora insicuro, ma ha un potenziale formidabile come arciere! Vedrai Lan Zhan, ci penserò io ad allenarlo e renderlo un orgoglio di Qishan.

Lan Zhan si chiese perché tutta quella passione da parte di Wei Wuxian nei confronti di un ragazzo sconosciuto gli stesse provocando un pizzico di… fastidio, simile alla puntura di uno spillo. Per quale motivo era infastidito? Non aveva alcun senso.

Stava iniziando a sentirsi leggermente sopraffatto quando, per sua fortuna, l’attenzione di Wei Wuxian venne reclamata altrove.

«Wei-gongzi...?»

Una voce timida lo aveva appena chiamato. Era una ragazzina di Jiōng, con i capelli annodati modestamente sulla nuca e due guance rosse e tonde. Quando Wei Wuxian si voltò verso di lei, trasalì come un topolino spaventato.

Lan Zhan non aveva creduto che una persona esuberante come Wei Wuxian potesse essere sensibile. Ma lui si adeguò subito al carattere schivo della bambina, accovacciandosi sui talloni per non incombere su di lei con la sua altezza e assumendo un’espressione più tranquilla e gentile. «Ciao», la salutò con un ampio sorriso. Scandiva le parole con calma, prendendosi il suo tempo per parlarle. «Sei venuta anche tu a vedere la Signora Sbuccia-Grano all’opera?»

Dover rispondere a una domanda chiara e diretta parve darle coraggio. «Sì!» esclamò tutto d’un fiato. Si mise poi le mani a coppa davanti la bocca, come per confidare un segreto, e Wei Wuxian le porse l’orecchio con fare molto serio. «Baba non voleva che venisse anche la mamma, perché secondo lui le interessava soltanto dare una sbirciata al tuo signor nonno» confessò la bambina.

Wei Wuxian rise di cuore, mentre lei proseguiva con tutta la solennità tipica dei bambini. «Io invece volevo vedere proprio la macchina!» proclamò.

«E dimmi, la Signora Sbuccia-Grano ti è piaciuta?» le chiese lui con tono giocoso.

La bambina prese a saltellare con entusiasmo. «La Signora Sbuccia-Grano è fantastica! Super-mega-fantastica!»

Lan Zhan non poté fare a meno di chiedersi come avrebbe reagito suo zio ascoltando quelle parole. E, soprattutto, capendo che per Wei Wuxian era molto più importante il parere di persone come quella ragazzina piuttosto che della sua.

«Sono felice di sentirlo» sorrise alla bambina intanto che le accarezzava i capelli. Era molto più felice ora di quanto non fosse stato risentito per le critiche di Lan Qiren.

La bambina, deliziata dalla sua carezza, aveva le guance ancora più rosse di prima, simili a due mele. Poi, d’improvviso, tornò a farsi impacciata, prendendo a mordicchiarsi il labbro e a torcersi le mani. Preso coraggio, tirò qualcosa fuori dalla tasca della gonna e la porse a Wei Wuxian. «L’ho fatta per te!» squittì.

Era una brutta collana di sassi colorati, tutti di dimensioni e forme diverse, rozzamente uniti da uno spago di canapa.

Attenendosi alla regola di non mentire, Wei Wuxian avrebbe dovuto ammettere che fosse mal fatta. Eppure Lan Zhan avvertì un calore al petto quando lui accettò la collana con genuina gratitudine. «È bellissima» le disse con tono più dolce. Anche il suo sorriso, solitamente sfavillante, si era ammorbidito, trasmettendo un calore tiepido e confortante. «Xu-gege sarà così geloso quando mi vedrà con questa meraviglia, ma l'hai fatta soltanto per me, giusto?»

La bambina si affrettò ad annuire. Quindi si coprì il viso con le mani e ridacchiò, tanto timida quanto deliziata, quando Wei Wuxian la indossò e si mise in mostra per lei, chiedendole se gli donasse.

Estremamente frivolo, pensò Lan Zhan corrucciato.

Tuttavia, la bambina era felice. E furono felici anche i genitori di lei quando, ritrovata la figlia e capito chi stava importunando, si scusarono angosciati soltanto per venir abbracciati, metaforicamente e concretamente, dal sorriso e dal braccio di Wei Wuxian attorno alle spalle. Anche tutti i contadini di Jiōng, sempre riuniti a parlare animatamente attorno alla macchina, avevano grandi sorrisi ed espressioni gioiose.

Wei Wuxian non era nulla che Lan Zhan avesse mai visto prima. Sotto molti aspetti, rappresentava la negazione vivente di molti precetti Lan. Eppure, rendeva felici le persone. Era ovvio che fosse felice di rendere felici gli altri.

 

 

(Quella sera, sdraiato nel suo letto in un Jingshi perfettamente silenzioso, Lan Zhan avrebbe faticato a prendere sonno, malgrado fosse già trascorsa l’ora di andare a dormire. Avrebbe scoperto sulla propria pelle quanto fosse terribile per il sonno il ricordo della voce, degli occhi e del sorriso simile al sole del primo ragazzo che gli avesse mai parlato senza alcuna barriera, né di rispetto né di timore, considerandolo semplicemente Lan Zhan.)

 

 

 

 

 

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