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Italiano
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Published:
2025-06-18
Words:
9,680
Chapters:
1/1
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5
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59

gatti abbandonati, gatti randagi

Summary:

Cuori rossi che diventano grigi, Kenma osserva con orrore la scritta SEI MORTO sulla schermata. Dietro, c'è il suo migliore amico (e fidanzato storico) svenuto accanto alla lavastoviglie.

 

ovvero: Kuroo ha la febbre e Kenma una crisi esistenziale.

Notes:

(postando cose che stavano a prendere la polvere sul mio profilo wattpad)

Work Text:

 

Sulla strada che dalla stazione dei treni porta a scuola, qualcuno ha lasciato una scatola di scarpe. È una cosa nuova, che sicuramente ieri non c’era, un po’ nascosta nell’angolo in cui la via principale incrocia un vicolo — abbastanza per non finire in mezzo ai piedi dei passanti, ma anche per sperare che un occhio attento la noti.

Dentro la scatola c’è un gatto.

È un micetto piccolissimo, un cucciolo con il pelo grigio che se ne sta tutto raggomitolato in un angolo e non si muove. Kenma sta cercando di capire se per caso sia già morto.

Oggi piove e lui non ha l’ombrello. A dire il vero è pure in ritardo, ma se ne stanno entrambi fermi lì, lui e il gatto, a prendersi l’acqua. Se non altro, un gatto che trema sotto le piogge gelide di marzo è un gatto ancora vivo.

(Il gatto, se lo volesse, potrebbe uscire dalla scatola e andare alla ricerca di un posto più asciutto, più caldo, magari con del cibo. Ma non lo fa.)

Ricordarsi di portare l’ombrello dovrebbe essere compito di Kuro. Che Kenma è troppo distratto e se ne dimentica sempre — dimenticherebbe pure la testa, se non l’avesse attaccata al collo, e anche così chissà dov’è, quella testa, su quale pianeta, quale piano di realtà, Terra chiama Kenma, ci sei? — e non se ne accorge neanche, che sta piovendo. Allora Kuro apre il suo, di ombrello, e si fa un po’ più vicino per coprire anche lui. Gli chiede cosa faresti senza di me? e Kenma guarda quel sorriso e non risponde, perché davvero non ne ha idea — da che mondo è mondo, Kenma senza Kuro — e si fa un po’ più vicino anche lui, di un passo, un respiro. Si stringe sotto l’ombrello. È una danza vecchia come la loro amicizia, è il modo in cui gira il mondo, è il copione di un’abitudine e loro sono gli attori che ormai lo conoscono a memoria.

(Kenma odia che la gente gli stia troppo vicino e ancor di più che la gente lo tocchi, ma quando piove fa freddo e sentire il calore del braccio di Kuro che sfiora la sua spalla è piacevole.)

(Kuro è sempre l’eccezione alle regole di Kenma.)

Stamattina Kenma è fermo qui, in mezzo alla strada a prendersi l’acqua, e maledice Kuro che si è svegliato con la febbre — da che mondo è mondo, Kuro con la febbre, Kenma senza Kuro.

Guarda il gatto che come lui è stato abbandonato sotto la pioggia e un po’ ci si rivede.

La scatola si muove, sussulta in un fruscio di pelo e cartone; e da lì, flebile, si alza un miagolio. Kenma preferisce i videogiochi, ma ha comunque visto abbastanza anime da saper riconoscere un cliché, soprattutto quando ci finisce dentro con tutte le scarpe.

Se lui fosse il protagonista di uno slice-of-life da dodici episodi, innanzitutto avrebbe un ombrello da donare al gatto in un gesto di totale abnegazione. I protagonisti, anche se non sanno cosa fare, hanno almeno la certezza che qualunque scelta sarà quella giusta, se non altro per esigenze di trama — che non si può sbagliare, quando si agisce in nome di un disegno più grande.

Così Kenma se ne potrebbe fregare di arrivare tardi a scuola, anche se oggi alla prima ora ha letteratura e la prof è cattivissima e sui ritardi non transige, e se li lega al dito stretti stretti per andarseli poi a ripescare quando c’è da fare gli scrutini. Ecco, Kenma se ne fregherebbe comunque e infilerebbe il gatto sotto la giacca per tenerlo al caldo e all’asciutto, e correrebbe sotto la pioggia in cerca di un veterinario. Si assicurerebbe che il gatto stia bene e poi se lo porterebbe a casa, perché a questo punto il gatto si sarebbe affezionato a lui e lui al gatto; gli darebbe del latte, del tonno, e poi pure un nome — se fosse stato nero, avrebbe potuto chiamarlo Kuro.

Ma Kenma al massimo è una comparsa, una di quelle figure abbozzate sullo sfondo da un animatore disattento a cui non importa di sbagliare le proporzioni, che tanto servono solo per riempire uno spazio un po’ troppo vuoto. Non ha un ombrello da cedere al gatto e la sua giacca è troppo bagnata per offrire riparo. E poi, anche se sapesse dove andare a cercare un veterinario in questa zona della città, le cliniche comunque non aprono prima delle scuole.

È un livello insidioso, questo. Di quelli a tempo (cosa che odia) e pieni di ostacoli subdoli (che odia ancora di più). Kenma ha già perso una vita per colpa dei vestiti bagnati e del vento gelido, e ora i cuori rossi accanto alla character icon nell’angolo dello schermo sono due invece di tre ed entro sera avrà raggiunto Kuro sul letto di morte. E poi la side quest Gatto nella scatola che parte in automatico non appena il giocatore ci passa davanti è proprio un colpo basso.

Non si può lasciare un micetto così piccolo a congelare a morte, ma questo alla prof di letteratura Kenma non può certo dirlo, e giù alla fine della strada sta già suonando la prima campana del Nekoma — il suono quasi si perde tra lo scrosciare dell’acqua e i cerchi nelle pozzanghere. Due ragazzi che indossano la sua stessa divisa lo superano correndo, le suole delle scarpe sollevano acqua sporca dal cemento bagnato.

Il timer in cima alla schermata diventa rosso e inizia a lampeggiare e a ticchettare con più insistenza. Nove minuti e cinquantasette, cinquantasei, cinquantacinque.

Ora, se volesse sperare di arrivare in tempo, Kenma dovrebbe correre.

Invece fruga nell’inventario, che è un po’ umido e un po’ disordinato, e alla fine riesce a tirar fuori l’artefatto Telefono . Controlla l’ora. Quella vocina nel retro della sua testa che sta contando i secondi, cercando di calcolare i minuti che passano, a quanto pare sa il fatto suo, e il cronometro in cima alla schermata sembrerebbe corretto — e due, uno, otto minuti e cinquantanove. Ha appena sprecato sessanta secondi.

Kenma mette via il telefono, si china sulla scatola e allunga le mani.

Il gatto si agita. Va a rintanarsi nell’angolo opposto, il più lontano possibile da lui, e soffia. Lo guarda con grandi occhi azzurri. Continua a tremare, ci sono gocce di pioggia incastrate nel pelo grigio.

Kenma fa un passo indietro e poi ci riprova e, questa volta, il gatto mostra anche gli artigli.

“Non ho tempo anche per te che non collabori,” dice Kenma al gatto.

Il gatto miagola una risposta, ma Kenma non parla la sua lingua.

Sette minuti e trentaquattro.

Kenma dovrebbe lasciar perdere e andare via, e prima o poi passerà da qui un giocatore più capace di lui, con più tempo e un ombrello.

Il problema di livelli come questo è che non andrebbero iniziati se un personaggio del team è già morto, ma eccola lì, la character icon di Kuro, appena sotto la sua, con tutti i cuori grigi.

Se Kuro, stamattina come ogni altra mattina da che il mondo gira, fosse entrato in camera sua urlando per svegliarlo, adesso Kenma avrebbe tutto il tempo necessario per salvare il gatto e arrivare in classe entro la seconda campana. Tutto il tempo necessario, e un ombrello.

E se Kuro fosse qui saprebbe cosa fare meglio di lui. Che è uno studente modello, Kuroo Tetsuro, che non ha mai fatto un giorno di ritardo in vita sua — e comunque, se dovesse sacrificare il suo record per aspettare l’apertura di una clinica veterinaria lo farebbe. Perché è buono e si prende cura delle cose e non è il tipo di persona che lascia i micetti abbandonati a congelare sotto la pioggia, Kuroo Tetsuro.

(Anche se, a dire il vero, ci ha lasciato Kenma.)

E Kenma è più bravo di così a risolvere i problemi, ma non può farci niente se l’unica soluzione a questo livello pare essere Kuro.

Sei minuti e cinquanta.

Kenma prova ad avvicinarsi di nuovo e di nuovo il gatto soffia. Si schiaccia talmente tanto contro il cartone che sembra stia cercando di diventare un tutt’uno con la scatola e tirarsi fuori, così, da questa situazione in cui entrambi si sono ritrovati contro la loro volontà. Stupida, dannatissima side quest.

L’unica soluzione è Kuro, ma Kuro è già morto a inizio livello.

No. No, Kenma, aspetta.

Non proprio. Kuro non è morto davvero, nonostante quel che dicono i tre cuori grigi all’angolo dello schermo. È a casa, a letto con la febbre, ma alle chiamate può ancora rispondere.

Kenma ripesca l’artefatto Telefono fuori dall’inventario e questa volta non ha neanche bisogno di perdere tempo a cercarlo.

Cinque minuti.

Il telefono squilla. Squilla, squilla, squilla.

(Non esiste un mondo in cui Kuro abbandona Kenma sotto la pioggia come se fosse un cucciolo tremante. Perché è Kuroo Tetsuro ed è buono, perché è il suo Kuro e si prende cura di Kenma. E il mondo non gira, se loro non sono insieme.)

Kenma ci prova di nuovo.

(Quando Kenma si perde, si siede e aspetta. E sa che Kuro verrà a prenderlo.)

Il telefono squilla e squilla e squilla e squillaesquillaesquilla.

E di nuovo e di nuovo e dinuovoedinuovoedinuovo.

Che succede? Perché ci mette così tanto? Kenma ha bisogno che Kuro risponda e lo faccia adesso — da che mondo è mondo, Kuro che non risponde, Kenma che ha bisogno di aiuto e lui non è lì . No, no. Kuro gli risponde sempre, sempre e comunque, anche se sta dormendo e anche se è in preda ai deliri della febbre e anche se fosse morto per davvero — Kuro comunque al telefono risponde. E sa cosa fare, come aiutarlo quando la situazione è più grande di lui, grande da divorarlo. Perché Kuroo Tetsuro è l’ultima delle certezze di Kenma.

Il modo gira e gira e gira e poi si ferma.

Due minuti e zerodue.

Kuro.

Non.

Risponde.

Kenma è fradicio e ha freddo e ora ha anche voglia di piangere. Guarda il gatto che miagola e pensa alla prof di letteratura e alla seconda campana e a Kuro e pensa che non sono neanche le otto del mattino e la giornata è appena iniziata, e così ora ha anche voglia di urlare.

Guarda l’ora sul telefono, anche se non ne vuole più sapere del timer rosso ticchettante — tardi e tardi e tardi. Non c’è più tempo, quello che ha avuto l’ha sprecato e ora non ce n’è più.

Il gatto lo guarda da sotto in su con quei suoi occhi azzurri e grandissimi, e se lui si muove un po’ troppo gli soffia contro, anche se prima miagolava come per chiedere aiuto. E ora Kenma si ricorda che questo livello che non riesce a superare in realtà è la vita reale, e non può abbandonare e uscire e tornare a riprovarci dopo, quando il suo personaggio sarà più forte o quello di Kuro avrà tre cuori rossi.

E ora è davvero troppo tardi e, anche se dovesse correre, Kenma comunque non arriverà in classe in tempo — tra lo scrosciare della pioggia e i cerchi delle pozzanghere, dal fondo della strada suona la seconda campana, iniziano le lezioni.

Kenma guarda il gatto che è piccolissimo e tremante, gocciola e gela, ma si è rintanato in un angolo e aspetta qualcuno che sappia come aiutarlo anche se, se lo volesse, potrebbe uscire dalla scatola e andare alla ricerca di un posto più asciutto, più caldo, magari con del cibo.

E un po’ ci si rivede.

 

*

 

La pioggia è penetrata attraverso la stoffa della cartella e ha bagnato libri e quaderni, così ora la carta è gonfia e umida e ha fatto le onde e l'inchiostro si è tutto sbavato.

E ora la pioggia gli gocciola dalla punta dei capelli e si raccoglie in pozze rotonde sul legno del banco.

Kenma tiene la testa bassa, fissa sulle gocce che un po’ sembrano lacrime, e finge di non sentire le urla della professoressa. Che fuori piove, ma i tuoni veri sono dentro a questa classe.

Lo guardano tutti.

 

*

 

Le chiavi di casa di Kuro sono attaccate allo stesso portachiavi di quelle di Kenma e i due mazzi si mischiano sempre insieme finchè è impossibile distinguerli.

Oggi, come ogni altra volta, Kenma deve fare almeno due tentativi per trovare la chiave giusta.

Ma oggi, a differenza del solito, Kenma ha superato il cancello di casa sua e ha fatto dodici passi in più, fino alla porta accanto.

La casa è silenziosa nel modo in cui lo sono le case dei malati. L’aria è ferma e pesante e ha l’odore di Kuro. Kenma lascia all’ingresso le scarpe macchiate di fango e l’ombrello di Yaku e attraversa il corridoio cercando di non fare rumore sulle assi del pavimento.

Passa davanti alla cucina e nota i piatti della colazione dimenticati sul tavolo. Kenma sa che nella famiglia di Kuro sono tutti sempre di fretta, soprattutto al mattino, e sa anche che nessuno tornerà a casa ancora per qualche ora, e sa che Kuro non ha pranzato perché odia mangiare se i piatti della colazione non sono stati messi a lavare.

Sale le scale.

In camera la luce è grigia. Entra da persiane chiuse male che il vento, giocando, è riuscito ad aprire e ora si diverte a far dondolare e sbattere contro il muro. Il vetro della finestra è pieno di gocce minuscole — sono gli schizzi della pioggia che è andata a sfracellarsi sul davanzale, tondi e piccoli e numerosi come pixel su uno schermo.

Kuro si trova sepolto da qualche parte tra il piumone invernale, il plaid scozzese e la pila di cuscini. A dormire così, prima o poi soffocherà nel sonno.

“Hey.” Kenma posa la cartella ancora umida accanto allo stipite della porta. “Kuro?”

Questa volta, il vento fa sbattere le persiane un po’ più forte.

Sulla scrivania qualcuno ha lasciato un vassoio con i piatti della colazione — zuppa di miso e tamagoyaki ormai freddi. Kenma si siede sul bordo del letto e si sporge finché tra i cuscini non scorge capelli neri e un collo roseo.

Le mani di Kenma sono gelide, di vento e di pioggia, di temporale di marzo. La pelle di Kuro, quando le sue dita la sfiorano, è calda.

(Kenma odia la febbre. In particolare quando gli viene all’improvviso la sera dopo una partita troppo difficile o un allenamento troppo intenso. Soprattutto, Kenma odia la febbre quando viene a Kuro.)

Lo scuote piano, con attenzione, perché questo Kuro bollente è un po’ più delicato di quello a cui è abituato lui. Lo chiama di nuovo, gli passa una mano tra i capelli e avvicina le labbra al suo orecchio. Lascia un bacio sul lobo. “Kuro?”

Lascia un altro bacio sulla guancia.

Uno all’angolo dell'occhio.

Nel sonno, Kuro rabbrividisce, sospira e si gira. Così ora Kenma può baciare anche il ponte del naso e le palpebre chiuse, il sopracciglio, la fronte.

È stata una brutta giornata. Una di quelle davvero orrende. La cosa odiosa della vita reale è che non si può mettere in pausa — non si può abbandonare la partita e tornare dopo, o arrivare alla fine un livello alla volta. La vita reale è un susseguirsi di eventi senza pause bagno o punti di ricarica delle energie, e così ora a Kenma resta solo mezza vita — un tristissimo cuore rosso a metà, e tutto il resto grigio, come la luce nelle giornate di pioggia.

E Kenma è stanco e infreddolito, sente gli occhi che bruciano e la testa pesante. E anche se per miracolo non stesse già incubando un’influenza di quelle coi fiocchi, stare vicino al suo fidanzato morente non è comunque una buona idea.

Ma il suo viso gli è mancato tantissimo.

Kuro ha ancora gli occhi chiusi, ma ora è più sveglio di prima. Ha la pelle bollente e sudata e cerca le labbra fredde di Kenma con devozione, come fossero l’ultima pozione curativa a sua disposizione. Le sue, di labbra, sono screpolate e appiccicose. Ha l’alito che puzza di sonno, di fame e di malattia.

Questo bacio Kenma l’ha aspettato tutto il giorno.

“Mh,” dice Kuro.

“Buongiorno,” dice Kenma. Gli passa una mano sulla fronte e si chiede se troverà il termometro nello stesso mobiletto del bagno in cui è sempre stato, o se per caso è già andato perduto tra le coperte.

“Che ore sono?”

“Le quattro. Hai dormito tutto il giorno?”

“Già.” Kuro apre gli occhi e fissa il soffitto. “A quanto pare.”

Eppure ha le occhiaie di qualcuno che non chiude occhio da giorni, profonde e di una sfumatura di colore che si avvicina fin troppo al viola.

“Come ti senti?”

“Uno schifo. Dammi un bacino.”

“Prima lavati i denti, magari.”

Kuro sorride e si stiracchia, poi dice: “Hai saltato gli allenamenti.”

Non è esattamente un rimprovero, più una constatazione pura e semplice — che, comunque, suona un po’ come un rimprovero.

“Mi ha autorizzato Yaku, a patto che mi assicurassi che tu fossi ancora vivo, e che ti portassi gli appunti. Mi ha anche prestato il suo ombrello.”

Kuro si tira su. “Cazzo, piove?”

“Meno di stamattina.”

“Cazzo,” ripete, appoggia la schiena contro i cuscini e guarda la pioggia fuori dalla finestra, “scusa.”

Stamattina, Kenma un po’ l’ha odiato. Ha odiato tante cose, a dire il vero. Kuro e il gatto e la pioggia, la prof di letteratura e il tempo che passa e la vita che non funziona come i videogiochi. Adesso pensa che sia stata una cosa stupida.

“Va tutto bene,” dice, anche se non sa se ci crede o no, “me la sono cavata.”

Si sente il suo sguardo addosso. Occhi dorati, felini, che gli studiano l’anima, fin sotto la pelle, fin dentro le ossa — Kenma potrebbe nascondersi dietro tutti i muri di capelli che vuole, farli crescere fino a toccar terra e tingerli di qualsiasi colore possa aiutarlo a svanire tra la folla, e potrebbe anche funzionare. Ma Kuro lo vede comunque.

“C’era un gatto per strada, stamattina,” gli racconta. “Lo avevano abbandonato lì.”

“Certa gente…” dice Kuro, ma non finisce la frase. Non finisce neanche la conversazione. Invece, preferisce chiedergli: “Che è successo?”

E adesso Kenma è di nuovo seduto al suo banco, nella fila centrale, contro una finestra su cui la pioggia sta disegnando fiumi e torrenti — un vetro rigato di lacrime. E la pioggia gli gocciola dai capelli, va a formare piccole pozze sul banco. Pozze tonde come occhi, lo fissano e cercano il suo viso per potergli leggere in faccia tutte le cose che sta pensando. Pozze che potrebbero essere salate, e quando la professoressa urla e sbatte le mani sulla cattedra, tremano.

Kenma le urla se le sente ancora addosso, gli sono rimaste incastrate nella giacca della divisa.

In qualche modo, Kuro lo sa.

“Perché non ti cambi? Starai congelando, coi vestiti bagnati.”

E prima che Kenma possa rispondergli, scosta le coperte e si alza. Fa un paio di passi e scompare dietro l’anta dell’armadio, si mette a frugare tra i cassetti e intanto canticchia una canzone che ultimamente ascolta di continuo. E se Kenma non lo conoscesse bene come fa forse si lascerebbe ingannare da tutta quella vitalità, ma lui ha memorizzato ogni suo movimento, e sa che Kuro cammina come un gatto, disinvolto e sornione; e quei passi incerti, un po’ barcollanti, proprio ora, lui li ha notati.

E Kenma non ne sa niente, davvero niente, di occuparsi dei malati. E non sa bene cosa è qui a fare, se sia per supporto morale o per ammalarsi anche lui o altro, ma sa per certo che andarsene in giro così non può essere una buona idea.

“Ecco, tieni.” Kuro gli passa una maglietta a maniche lunghe e dei pantaloni della tuta.

Kenma guarda i vestiti e poi guarda lui — le occhiaie e gli occhi lucidi e i capelli che sono un vero disastro, più del solito, sporchi e appiccicati alla fronte col sudore. E vorrebbe sapere come si fa a prendersi cura degli altri.

Prende i vestiti.

“Mi cambio,” gli promette, “ma tu torna a letto. Io vado a cambiarmi e… e cerco il termometro. O… non dovresti mangiare qualcosa, prima? Credo… magari…” il suo sguardo viene attirato da una freccia comparsa sullo schermo, che dirige l’attenzione del giocatore alla scrivania, dove un Indizio è circondato da un alone dorato. “Ah, vado a scaldarti la colazione. Tu siediti… cioè sdraiati… resta qui.”

“Sto bene,” risponde Kuro. Ostinato. Non è neanche lontanamente simile a quello che ha detto prima. E invece di tornare a letto fa un altro passo sgraziato verso la porta e questa volta chiunque lo potrebbe vedere, il momento in cui il suo ginocchio cede e per poco non perde l’equilibrio.

“Kuro!”

“Sto solo andando in bagno, Kenma. Non faccio pipì da diciotto ore, mi sta esplodendo la vescica. Lo sai che è importante fare pipì quando si è malati? Per espellere il virus.”

(Kuro dice sempre un sacco di cose. A volte sono vere. Spesso parla per parlare. In questo momento, che abbia ragione o no, a Kenma importa poco.)

“Ti accompagno.”

“Sono ancora capace di andare in bagno da solo, grazie tante!”

(Il rossore sul suo viso è febbre o imbarazzo? Imbarazzo per cosa? Non c’è niente in quel bagno che Kenma non abbia già visto. Oh, sta delirando. Dovrebbe misurargli la febbre? Dovrebbe assolutamente misurargli la febbre.)

“Il termometro?”

Kuro lancia un’occhiata al nido di cuscini e coperte. “Sarà lì da qualche parte, lo cerchiamo dopo.”

“Lo cerco io ma tu siediti—”

Le mani di Kuro — calde, caldissime — lo afferrano per le spalle, lo scuotono un pochino.

“Kenma. Non serve che ti preoccupi così, ok? Sto bene.” Sorride, Kuro, ma Kenma non se la beve, e così lui si corregge. “Non sto proprio benissimo... ma non sto morendo, ok? È solo un po’ di febbre, so gestirla. Adesso facciamo così: io vado in bagno perché se no me la faccio addosso, e già che ci sono mi faccio una doccia e mi lavo pure i denti, tu ti cambi, metti qualcosa di comodo e asciutto, e vedi se riesci a trovare il termometro. Poi mi darai un altro bacio, io mangerò qualcosa perché sto morendo di fame, e tu mi racconterai come è andata la giornata.” Si arrotola una ciocca dei suoi capelli attorno al dito — sorride nel modo in cui sorride da quando è bambino. “Che ne dici, è un buon piano?”

Kenma inspira, espira, e guarda Kuro dritto in quegli occhi dorati.

“Non svenire nella doccia.”

Kuro ride e si chiude in bagno.

 

È solo un po’ di febbre, in fondo.

Tra poco più di un mese — è una questione di giorni, il tempo per il cielo di spiovere e per i ciliegi di fiorire — Kuro si diplomerà. Lascerà il Nekoma, la squadra, Kenma, e andrà a studiare marketing in qualche università più vicina al centro città, che con quei voti può permettersi di tutto.

Questo, in teoria, non cambia niente. Kuro continuerà a tornare a casa la sera, loro continueranno a vedersi nei pomeriggi liberi, dopo cena, nei fine settimana. Giocheranno ancora a pallavolo, e ai videogiochi fino alle tre del mattino, si addormenteranno nello stesso letto e si litigheranno coperte e cuscini come hanno sempre fatto. Kuro sarà ancora suo, lo aiuterà a studiare prima delle verifiche. Kenma non dovrà più subire quell’imbarazzante discorso sul sangue che scorre per portare l’ossigeno al cervello (niente più baci rubati nello spogliatoio), ma giocherà ogni partita con addosso un paio di occhi dorati, felini, che lo guardano dagli spalti.

È già successo. Nel passaggio tra elementari e medie, e di nuovo tra medie e liceo. Kenma ci è abituato, funziona così, è il modo in cui gira il mondo — Kuro lo precede sempre, e poi aspetta che lui lo raggiunga.

In teoria, non cambia niente.

Ma.

Ma Kenma ha già capito, prima che Kuro glielo dica, forse prima ancora che lui stesso ne sia del tutto convinto. Perché conosce Kuroo Tetsuro meglio di quanto non conosca se stesso, e non cambierà mai niente, ma il tempo passa comunque. E già lo vede, Kuro, in un appartamento diverso, piccolo e lontano da casa, tutto suo. Forse con un coinquilino, o forse no, che cena da solo e poi lava i piatti in silenzio — con un lavoro part-time incastrato tra una lezione e l’altra, per potersi permettere l’affitto e il biglietto del treno con cui tornare a casa nei fine settimana. Canticchia mentre mette a posto la cucina. Ed è tranquillo, ed è felice.

Ha sempre avuto voglia di crescere, Kuro, ed è sempre stato bravo a farlo. E lui — a differenza di Kenma che ogni volta che si ammala crede di star per morire — lui un po’ di febbre sa gestirla.

Kuro è già grande e i suoi vestiti si appendono alle ossa di Kenma e gli scivolano addosso come l’acqua scivola sotto al ponte. E comunque hanno ancora lo stesso profumo, la stessa marca di ammorbidente che la mamma di Kuro usa da sempre, da che il mondo gira.

(Glicine.)

Kenma immagina Kuro che fa la spesa da solo, dopo una giornata di lezioni, nel minimarket sotto casa — sotto la casa nuova, silenziosa e vuota. E si chiede se comprerà lo stesso ammorbidente, o se deciderà che l’infanzia è finita ed è ora di cambiare odore.

Trova il termometro nascosto sotto un cuscino, nello spazio tra il materasso e la testiera del letto; riesce a tirarlo fuori stringendolo tra l’indice e il medio. Kenma si sdraia e guarda il soffitto. Pensa che potrebbe misurarsi la febbre — che la sente scaldarsi dietro gli occhi, in fondo alla gola, pronta a prendere fuoco. La febbre, lui, non sa gestirla.

Quindi, piuttosto, per ora la ignora.

Per ora, fa finta di niente e pensa a Kuro. Stasera poi, quando anche quell’ultimo, triste mezzo cuore rosso diventerà grigio, saranno gli altri a prendersi cura di lui perché Kenma da solo non ne è capace.

Infila il termometro in tasca e cerca di ricordare cosa fa Kuro, quando Kenma sta male.

(La vita reale non ha tutorial per prendersi cura degli altri, e neanche modalità di prova.)

(È veramente seccante.)

Gli bruciano gli occhi, gli fa male la testa. È stanco ed è esausto e sente una vena che gli pulsa sulla fronte e forse sta per esplodere. Ma si tira su e scende dal letto, apre la finestra appena il necessario per cambiare l’aria, e si assicura che l’acqua non entri. L’odore della pioggia gli pizzica il naso.

C’è un capello nero sulla federa del cuscino. Kenma si chiede se possa aver senso rifare il letto ora — se possa essere un gesto carino, se possa servire a qualcosa, a far stare un po’ meglio Kuro anche se lo disferà non appena esce dalla doccia. Dovrebbe cambiare le lenzuola?

Dal bagno arriva un grido, segue un tonfo.

“Kuro?” chiama Kenma, a voce abbastanza alta per farsi sentire anche a una stanza e una porta chiusa di distanza.

“Tutto a posto! Sto bene!”

Kenma decide che andrà a scaldare la colazione.

Scende le scale cercando di non versare la zuppa di miso e anche di non inciampare sull’orlo dei pantaloni troppo lunghi. In cucina, riesce a incastrare dentro il microonde sia il piatto dei tamagoyaki sia la zuppa di miso, e solo pochissima gli finisce sulle dita (ancor meno finisce a terra). Si possono scaldare due cibi diversi insieme? Per precauzione, Kenma toglie i tamagoyaki. Fa girare la zuppa per quaranta secondi, ma quando la tira fuori è ancora tiepida.

(Il microonde di casa Kuroo non è lo stesso di casa Kozume. Stupidi microonde impostati su temperature diverse.)

Kenma scalda la zuppa di miso per altri trenta secondi, e poi per altri quaranta perché ancora non ha notato nessuna differenza. Poi si brucia cercando di recuperare la ciotola che adesso è incandescente. Stupidi microonde con le loro stupide leggi dell’elettromagnetismo o quello che è.

Mentre scalda i tamagoyaki, Kuro fa il suo ingresso in cucina. Kenma vorrebbe dirgli qualcosa, magari che andarsene in giro con i capelli bagnati non gli sembra un’ottima idea, o che dovrebbe aspettarlo di sopra, in un letto a cui nessuno ha cambiato le lenzuola in una stanza in cui la finestra è stata dimenticata aperta. Ma Kuro ha il telefono in mano e, ah, le chiamate perse.

Kuro alza lo sguardo su di lui, e ha un’espressione sul viso assolutamente devastata e Kenma odia — odia odia odia — vederlo così.

“Mi… mi dispiace. Io… non ho proprio sentito la suoneria…”

“Va bene,” dice Kenma, e non sa come convincerlo che va bene sul serio, “è passato, adesso.”

“Tutto ok?”

“Sì. Era… solo la cosa del gatto.”

“Ah.”

Il microonde suona.

Kuro non smette di fissarlo, cerca di leggergli le ossa. Si aspetta di trovarci scritte sopra tutte le cose che Kenma non gli sta dicendo — maledizioni e freddo e pioggia e urla. “È questo, quindi? Sei arrivato in ritardo perché stavi cercando di aiutare il gatto?”

A dirlo così, lo fa suonare incredibilmente stupido. Kenma tira fuori i tamagoyaki dal microonde, li posa sul vassoio accanto alla zuppa. “Ho fatto, torniamo in camera.”

Kuro guarda i piatti sporchi sul tavolo. “Non posso mica lasciare tutto qui.”

Può eccome, è esattamente quello che farebbe Kenma, ma Kuro queste cose le odia proprio (e Kenma sa che questa conversazione in realtà è solo una scusa per rimandare un’altra conversazione, e Kuro glielo sta lasciando fare — aspetta che lui trovi le parole).

“Va bene. Ti aiuto.”

Kuro apre la lavastoviglie e una nuvola di vapore riempie la stanza. Anche la lavastoviglie da svuotare, adesso. Kenma sta iniziando a odiare gli elettrodomestici.

Si mette a collezionare posate. “Non è che potessi fare molto. Per il gatto, dico… non potevo neanche lasciarlo lì. Era una situazione… brutta. Non riuscivo a trovare una soluzione. Alla fine credo di essere andato un po’ nel panico.”

Kuro se ne sta in silenzio, fissa i bicchieri come se gli avessero fatto un torto imperdonabile, e poi chiede: “Quanto hai fatto di ritardo?”

“Quasi mezz’ora.”

“Ahi. È già tanto che ti abbiano fatto entrare.”

“E lei era di pessimo umore.”

“Mmh, la Endo sa essere proprio stronza.”

Kuro si piega a prendere una pentola, si rialza, lascia cadere la pentola sul piano cottura.

Fragore di metallo.

La pentola gira una volta due e poi si ferma.

“Kuro?”

Kuro si appoggia al mobile, fa un respiro profondo, strizza gli occhi. Ha il viso lucido — di vapore acqueo o sudore o entrambi — e in un attimo perde colore. “Ah, cazzo,” dice. E poi si accascia contro il piano cottura e scivola a terra.

Cuori rossi che diventano grigi, Kenma osserva con orrore la scritta SEI MORTO sulla schermata. Dietro, c’è il suo migliore amico (e fidanzato storico) svenuto accanto alla lavastoviglie.

Ma si può? Ma si può? Stupido Kuroo Tetsuro, stupido stupidissimo idiota. Non svenire nella doccia gli ha detto Kenma, e allora lui aspetta di arrivare in cucina per morirgli davanti agli occhi. Kenma ha voglia di ucciderlo.

Gli si inginocchia accanto. Lì, incastrati tra il piano cottura e le gambe del tavolo, l’aria è umida e calda, densa, pesante; l’odore del detersivo per piatti si appiccica alla pelle. Maledetta lavastoviglie. Kenma la richiude, il portellone sbatte con forza, i piatti rimasti dentro tintinnano. Già va meglio. Va meglio, ora. Fa un po’ più fresco. Ora Kuro si sveglia, sul serio.

“Tetsuro?”

Kenma preme le mani sul viso di Kuro — che ha le mani ancora fredde, e lui la pelle bollente. (Si sente il termometro in tasca ma no, no, che senso ha misurargli la febbre adesso, Kenma lo capisce da solo che è alta.)

Dovrebbe chiamare un’ambulanza, dovrebbe prenderlo a schiaffi finché non si sveglia, dovrebbe fargli respirare dell’alcol, dovrebbe buttargli addosso un bicchiere d’acqua. Ma se Kenma si alza, adesso, se gli toglie le mani di dosso e si allontana — anche solo di un passo, anche solo un respiro, — il mondo smetterà di girare.

Piove di nuovo, nella cucina, a dirotto. E Kenma se ne sta fermo sotto l’acqua, a inzupparsi e tremare, e il gatto lo guarda — lo guarda e miagola.

(Il gatto gli sta dicendo che deve salvarlo.)

(Kenma non sa da dove iniziare. E forse dovrebbe chiedere aiuto a Kuro, ma quello non è in grado di gestire un po’ di febbre, figurarsi se sa come aiutare un gatto abbandonato per strada.)

Kenma lo afferra per le spalle e scuote. “Testuro!”

Kuro.

Non.

Risponde.

E cosa potrebbe fare, Kenma? Che ha passato tutto il pomeriggio a ronzargli intorno — ansia mal imbottigliata nelle fibre dei suoi muscoli, l’elettricità di tutti i fulmini che oggi hanno fatto a pezzi il cielo, raccolta dentro di lui — nella speranza di fare cosa? Cosa dovrebbe fare?

Cosa… anche solo… cosa…

Onestamente, Kenma, cosa stai facendo?

Senza alzarsi, senza voltarsi, Kenma allunga una mano sul tavolo dietro di lui e afferra la prima cosa che trova.

 

Su questo letto, Kenma si è sdraiato centinaia di volte, conosce a memoria le pennellate di vernice su questo soffitto.

“Come ti senti?”

“Oh, di merda. Grazie per l’interessamento,” risponde Kuro, che osserva il soffitto accanto a lui.

Kuro è alto, davvero altissimo, è quasi uno e novanta e la pallavolo ha disegnato muscoli sulle sue braccia e sulle gambe lunghe, ha inciso le linee del suo petto e della schiena. E questo letto, che è sempre stato qui, ad aspettare in questa stanza fin dal giorno in cui Kenma ci ha messo piede per la prima volta — ormai gli sta un po’ stretto. E starci in due è un casino, ma loro la fanno funzionare, in qualche modo. Con l’orecchio contro il petto di Kuro, Kenma può sentire il battito del suo cuore e le parole che vibrano mentre dice: “Be’ va meglio di prima. Riesco di nuovo a vedere i colori, almeno.”

“Mi dispiace di averti tirato la zuppa di miso addosso.”

“Mi hai tirato gli avanzi freddi della colazione di mia sorella addosso. Ero uscito dalla doccia da neanche cinque minuti.”

“Cercavo di aiutare. Sei stato fortunato, poteva essere quella appena scaldata.”

Ora, Kenma è davvero troppo stanco; l’ansia e il panico di poco fa se li sente ancora attaccati alla pelle, sotto la maglietta troppo larga. Ma immagina che presto andrà meglio — e quando staranno bene ci penseranno di nuovo, a questa giornata assolutamente orribile, e ci penseranno ridendo.

“Sul serio, Kenma, se vuoi uccidermi basta dirmelo. Te lo lascerei comunque fare.”

“Sono andato un po’ nel panico.”

“Sì, sì l’ho notato.” La risata di Kuro non è di quelle solite sue, questa gli si spegne in bocca. “Non volevo farti preoccupare, scusa.”

“Lo so,” lo sa tremendamente bene, Kenma. “Quello è il problema, in realtà, credo.”

“Ah wow. Ok. Scusa se ti amo e mi preoccupo per te, molto problematico da parte mia. Questa relazione è così tossica, wow.”

“No. Intendo…” Le parole, che nella sua testa ci sono, si accavallano sulla lingua come onde in un giorno di vento, e le cose che dovrà dire dopo sommergono quelle che dovrebbe dire prima. Kenma si sforza di metterle in ordine e non è facile, con due cuori che martellano nelle orecchie a ritmi diversi. “Tu hai questa cosa, che ti preoccupi sempre per me. Quando sto male, e quando non ho l’ombrello… ed è una cosa bella, che fai. Davvero. Amo il modo in cui ti prendi cura di me e… e come sei. Lo amo, cioè, te. Amo te. Ma tu… poi ti senti in colpa per ogni volta in cui non puoi esserci, anche quando non puoi farci niente, come se lasciarmi da solo fosse un peccato capitale. E allo stesso tempo non sopporti che io mi preoccupi per te. E quindi cerchi di fare sempre tutto da solo e di convincermi che va bene così. E poi va a finire che ti carichi troppo. Davvero, davvero troppo, Tetsu.”

Kuro non dice niente, Kenma può sentire che il ritmo del suo respiro è cambiato e che il braccio intorno alle sue spalle si è irrigidito, giusto un poco. Continua.

“E io ho questa cosa, che… che te lo lascio fare. Mi lascio viziare, mi siedo e aspetto che tu venga a prendermi. Aspetto che tu venga a svegliarmi, a dirmi quando mangiare, e cosa mangiare. Continuo a giocare anche per strada perché tanto ci sei tu a controllare dove metto i piedi e dove sto andando e quando c’è da attraversare; non devo neanche alzare la testa per vedere se piove o no. E poi, se tu per caso non sei lì o… o se sei tu, per una volta, ad avere bisogno di me… non so che fare. Perché tu pensi sempre a tutto, e io… così io non ho bisogno di sapere come si fa a vivere… no?”

Kuro se ne sta in silenzio ancora un po’. Ci pensa. Il suo respiro rallenta un pochino e poi torna regolare.

“Pensi che siamo codipendenti?” chiede alla fine.

(Kenma pensa che se Kuro si trasferisce — tra un mese o un anno, o anche solo nei suoi incubi — il mondo smetterà di girare.)

Tu pensi che siamo codipendenti?”

Io penso che siamo comunque messi meglio di Bokuto e Akaashi, quindi non può essere poi così male.” Kuro ridacchia da solo.

“Mmh, non lo so.”

“Hey, per me è una vittoria più che sufficiente.”

“A malapena sufficiente, direi.” Kenma si mette più comodo, si accoccola contro il lato di Kuro, preme il viso sul suo petto e gli circonda il torso con un braccio, finché le dita della sua mano, dall’altra parte, non trovano quelle di Kuro. Così, sente che potrebbe addormentarsi. “Non dobbiamo proprio… smetterla, solo ridimensionare. Stavo cercando di… ricambiare il favore, credo, non lo so… è che volevo… prendermi cura di te. Come tu fai con me. Non ha funzionato un granché. È stato stupido.”

Può sentire il respiro di Kuro che inciampa, il suo battito che accelera.

“È… è stato carino, però. L’ho apprezzato. Molto. Anche se potevi risparmiarti la zuppa di miso.”

E Kenma, che forse (forse) stava arrossendo, gli tira una manata in faccia. (Non molto forte, che è stanco.)

“Cosa hai fatto, alla fine?” chiede Kuro, mentre a Kenma ormai si chiudono gli occhi. “Col gatto, intendo.”

“L’ho portato a Nekomata prima di entrare in classe e gli ho chiesto se poteva occuparsene lui.”

Si addormenta con Kuro che ridacchia tra i suoi capelli.

 

*

 

Alla fine smette di piovere. Agli sgoccioli di marzo, li attende la primavera che fa sbocciare fiori sui rami dei ciliegi. Prima che le pozzanghere per strada si siano asciugate del tutto, Kuro torna a scuola. Sono gli ultimi giorni — sempre di meno e sempre di meno. Ufficialmente, ha già smesso di frequentare il club di pallavolo. Non è più il capitano del Nekoma, ma è un nostalgico, Kuroo Tetsuro, e qualche volta, il pomeriggio, si ferma a scuola per una mezz’ora in più e va a sbirciare gli allenamenti. Per salutare, dice a Kenma, per fare pressione psicologica a Lev, per assicurarsi che Tora non sia troppo esaltato nel nuovo ruolo di capitano.

Questa frenesia per il diploma — eccitazione e aspettativa, ansia e attesa — Kenma gliela sente ronzare attorno alla testa, rotelle che girano troppo in fretta e sono sul punto di saltar via. Kuro è un fascio di nervi, pronto al cambiamento.

E Kenma — che la febbre non sa gestirla, ma ci sta provando — resta a casa ancora per un po’. Se ne sta a letto a platinare un gioco appena uscito, con le tende tirate e gli occhi che bruciano, un panno bagnato sulla fronte e le medicine sul comodino.

I giorni sono tutti uguali — uno in meno e uno in meno e uno in meno finché non ne resteranno più. Uno di questi inizia come tutti quelli venuti prima, e poi Kuro fa il suo ingresso nella camera di Kenma con una scatola.

Una scatola che gli ha affidato il coach Nekomata, un po’ più grande di una da scarpe e decisamente più asciutta, imbottita con una vecchia coperta e qualcos’altro.

Dentro la scatola c’è un gatto.

È un micetto piccolissimo, con il pelo grigio e grandi occhi azzurri, che non trema più. Invece miagola — vivace, rumoroso. E forse conosce già Kenma, perché salta fuori dalla scatola e sulle coperte, gli si accoccola in grembo e inizia a fare le fusa.

“Hai visto? Ti vuole bene,” gli dice Kuro.

Kenma guarda il micio che sfrega la testolina grigia contro la sua pancia, inarca la schiena in cerca di una carezza, e ha paura a toccarlo — che è così piccolo, e solo a sfiorarlo Kenma ne sente le ossa pronte a spezzarsi e il respiro che muove la carne. Così delicato, così facile da rompere.

“Il coach l’ha portato dal veterinario,” Kuro passa in rassegna le altre cose nella scatola e tira fuori due confezioni di cibo per gatti. “È un po’ denutrito, ma sta bene. Ha consigliato una marca particolare di cibo, almeno finché non torna in salute.”

C’è una pozza d’acqua sul pavimento della sala professori e continua ad allargarsi. Kenma rivede l’espressione sul viso di Nekomata mentre gli consegna una scatola di scarpe che per metà è poltiglia e miagola. Gli ha scaricato tutto addosso senza pensarci troppo. “Ha pagato sia il veterinario che il cibo?”

“Non accetterà soldi,” lo precede Kuro, “ci ho provato. A quanto pare si è commosso quando lo hai affidato a lui e non voleva deluderti. E poi si è affezionato. Ha detto che non gli sarebbe dispiaciuto tenerlo, ma sua moglie è allergica.”

“Il coach è sposato?”

“E non con il leggendario Ukai del Karasuno. Ci sono rimasto male anch’io. Comunque sai,” Kuro si siede sul bordo del letto, “mi sembrava molto fiero di te.”

Ed eccolo, quello sguardo. A volte (spesso) Kuro lo guarda come se Kenma avesse appeso le stelle. È il sorriso più dolce del mondo, solo per lui.

Kenma non sa cosa ha fatto per meritarsi tutto questo, e crede che aiutare i gatti abbandonati sia una cosa normale, più che una cosa di cui andar fiero — e comunque ha il viso caldo e gli occhi che bruciano, e forse non è la febbre.

“Mah… non direi che…” inizia a dire, e il gatto miagola una richiesta che Kenma non capisce, ma Kuro sì. (Forse ha imparato la sua lingua tra una fermata del treno e l’altra, in attesa che lo portasse in camera di Kenma. O forse è una sua propensione naturale, come un istinto.) Apre una delle confezioni di cibo e visto che non ci sono piatti né ciotole, qui in giro, gli dà da mangiare direttamente dalla sua mano. Il gatto si fida, perché è Kuroo Tetsuro, e anche i gatti abbandonati sanno che con lui si è al sicuro.

Kuro ridacchia perché la lingua del micino gli fa il solletico e Kenma pensa che alla fine è ancora lo stesso bambino di un decennio fa, e pensa che se gli sta così vicino si ammalerà di nuovo — anche se Kuro alla febbre non cede facilmente come lui — e così si ritroveranno in un infinito circolo vizioso perché nessuno dei due sa staccarsi dall’altro e continueranno a passarsi la febbre per tutta la vita.

E poi la passeranno anche al gatto, se ai gatti viene la febbre.

Quando Kuro alza lo sguardo su di lui, e i loro visi sono così vicini, Kenma pensa che non finirà mai. Che Kuro gli faceva questo effetto un decennio fa e continuerà a farglielo tra un decennio e un altro e un altro ancora.

“Gli serve un nome,” dice Kuro, e poi torna a concentrarsi sul gatto, gli fa i gattini sullo stomaco e dietro le orecchie e sotto il collo (che non si direbbe, che preferisce i cani, proprio per niente). “Lo vuoi un nome? Sì? Ma lo sai che sei il cosino più adorabile del mondo? E sì che lo sei! Sì che lo sei! Adesso io e Kenma ti troviamo il nome più adorabile di tutti.”

“Ti prego smettila.”

“Prima lui dovrebbe smettere di essere così puccioso.”

“Dimmi che non hai appena usato puccioso in una frase.”

“Puccioso pucciosissimo.”

Kenma guarda la console abbandonata sulle lenzuola, osserva l’orco munito di mazza contro cui stava combattendo, e desidera essere colpito in testa molto molto forte.

“Che c’è che non va? A parte puccioso , intendo.”

“Te lo direi, ma hai rovinato il momento.”

“Eddai. Kenma.”

Kuro lo guarda con un sopracciglio alzato, la sua voce è più bassa, i suoi occhi più attenti. Il gatto, adesso, gli si è accoccolato tra le braccia, e Kenma lo capisce — che sono proprio comode, le braccia di Kuro.

(Probabilmente, Kuro conosce Kenma meglio di quanto non conosca se stesso.)

“Non lo terresti tu?” Per una volta, per questa volta soltanto, Kenma parla senza pensare. Che di solito parla piano, lentamente, mette in ordine i pensieri sulla lingua una lettera per volta; ma adesso non sa neanche che parole usare, e lo scopre mentre quelle già lasciano le sue labbra, e lo fanno in fretta, si tuffano una dopo l’altra, veloci e veloci e veloci. “Ti piace, e tu piaci a lui. Io non sono bravo in questo genere di cose e non può piombare qui un gatto da un giorno con l’altro, all’improvviso, non può mica farlo, non è giusto, cosa dovrei fare? Ma tu, a te viene naturale. Se sei tu può funzionare, tu puoi aiutarlo, io non saprei da dove iniziare.”

Kuro lo guarda e all’inizio sembra sorpreso, poi un ghigno gli spacca le labbra. “Ma guarda, e io che pensavo che la mia propensione ad essere una mamma chioccia fosse un problema.”

“Non ho detto questo.”

“Lo so, lo so,” ridacchia.

C’è dell’altro, ma lui non parla subito. Prima il suo ghigno si riduce a un sorriso, qualcosa di molto più delicato, molto più tenero, tutto per Kenma.

(E Kenma lo sa già, se lo sente, che non vincerà questa discussione.)

“Ma non ci vuoi provare?” gli chiede Kuro. “Non dico che sarà facile, ma lo vedo, cosa stai facendo. Lo stai già facendo, e ti stai impegnando. E sono molto fiero di te. E, tra parentesi, anche io mi sto impegnando per non starti troppo addosso. Ma… secondo me prenderti cura di lui, anche solo provarci, potrebbe aiutare. Tu dovresti accettare questa responsabilità e io dovrei lasciarti fare e fidarmi che andrà bene anche se non ho tutto sotto controllo. Quindi che ne dici, se ce ne occupiamo insieme?”

Kuro glielo chiede, come se non sapesse già la risposta (e però poi sorride, che allora a che serve, far finta di non sapere). Che per Kuro, Kenma gioca a pallavolo — fin da quando erano bambini, ogni partita, ogni allenamento, ogni falcata di corsa e ogni palla alzata, ogni strategia e ogni vittoria e ogni sconfitta. Tutto per lui.

Che Kozume Kenma per Kuroo Tetsuro farebbe di tutto.

Quindi ora guarda il gatto, quel micetto minuscolo con il pelo grigio e gli occhi azzurri, che però, c’è da dire, sotto la pioggia sembrava più piccolo. Più indifeso di così. E molto, molto piano, dice: “Okay.”

Kuro solleva i micio in modo da guardarlo negli occhi e i suoi baffi gli sfiorano il naso e lui ride. “Aw, è nostro figlio.”

“Non proprio.”

“Un po’ sì.”

“No.”

“E invece sì.”

“E invece no.”

Kuro si stufa. “Quindi, questo nome? Hai in mente qualcosa?”

“Non capisco che diritto avrei di scegliere io il suo nome.”

“Intanto si potrebbe dire che gli hai salvato la vita. E poi, i tuoi genitori hanno scelto il tuo nome per te, no?”

“Noi non siamo i suoi genitori.”

“Ah, ci sono,” dice Kuro che ha deciso di ignorarlo, e solleva il micio come nella scena del Re Leone.

(Perché Kuroo Tetsuro è un idiota.)

“Ken!”

Assolutamente no .”

 

*

 

Kuro cambia casa nell’ottobre del suo primo anno di università. Scatoloni ovunque, e scatolette di cibo per gatti. Si riprende (quasi tutte) le sue felpe e l’armadio di Kenma si svuota. Si svuotano anche i giorni — i pomeriggi e le sere.

Arriva un mondo in cui Kenma è senza Kuro.

E anche questo mondo gira. Un po’ fuori asse, ma ci si abitua.

Kenma frequenta l’ultimo anno di liceo, inizia a studiare da solo più spesso. I suoi voti calano, ma ce la fa. Mette la sveglia prima di andare a dormire e impara a tirarsi giù dal letto senza aspettare qualcuno che entri in camera sua urlando; impara a che ora conviene uscire di casa per arrivare a scuola in orario, e cerca di preparare la cartella la sera prima, così non deve correre al mattino. Arriva ancora in ritardo, certe volte che la sveglia non suona abbastanza forte, e si becca qualche rimprovero perché gli manca un libro, o i compiti. Ma ce la fa.

Nel mondo senza Kuro, il Nekoma non riesce a qualificarsi per i nazionali. Ma, comunque, in qualche modo, Kenma ce la fa — ad andare avanti da solo.

Quasi sempre, quando esce, si ricorda di portare l’ombrello.

Kuro lo chiama una (sola) volta al giorno. Ha portato Ken con sé dall’altra parte di Tokyo — casomai, quando arriva la sera, quella casa nuova diventa un po’ troppo silenziosa e un po’ troppo vuota. E Kuro, che si sta impegnando anche lui, impara che un gatto a casa da solo è diverso da un gatto abbandonato, e che può andar bene anche se non ha tutto sotto controllo.

E così Kuro gli manda foto di Ken che gioca sul tiragraffi incastrato tra il muro e il divano. Lo chiama una (sola) volta al giorno — per sapere come va a scuola, se ha studiato, se ha mangiato, se ha saltato gli allenamenti, e gli racconta dell’università, delle persone che conosce (ride perché dice che può sentire la gelosia di Kenma dall’altro lato della linea, ma non è vero), si lamenta degli esami.

Lo precede, cambia e cresce, diventa grande e resta comunque il suo Kuro.

Lo precede, e poi aspetta che lui lo raggiunga.

 

*

 

La mattina fa il suo ingresso in cucina attraverso il vetro colorato della finestrella, dipinge arcobaleni sul frigorifero e sul muro e sul piccolo tavolo che c’è appoggiato contro e a cui Kenma siede adesso, con un gatto grigio sulle gambe. Così presto, quando la tranquillità della notte si conserva ancora per un po’ nelle prime ore del giorno, si sta bene.

Kenma picchietta la punta della penna sulla pozza di colore davanti a lui. Ha voglia di mangiare una torta di mele. Sul foglio scrive: uova, farina, mele.

In un’altra stanza, la sveglia inizia a suonare.

Ken sa che questo vuol dire che l’ora della colazione si avvicina. Si volta a guardare Kenma e miagola una lingua che lui sta imparando a decifrare.

“E va bene.”

Kenma posa la penna e si alza per dar da mangiare al gatto. Apre la credenza e ascolta i passi a piedi nudi sulle piastrelle e la porta del bagno che sbatte. Ken miagola più forte, cerca di arrampicarsi sulla sua gamba e poi, quando lui lo allontana, di saltare sul tavolo.

“No,” lo sgrida, ma Ken non ascolta, e questa volta gli salta sulla schiena e con gli artigli si aggrappa alla felpa. Kenma sente il cappuccio tirare e stringere sul collo e vorrebbe chiamare aiuto, ma dalla sua bocca esce solo: “Agh!”

Rumore di passi che entrano in cucina. Il peso del gatto gli viene strappato via di dosso.

“Vieni qua, piccolo bastardo,” dice la voce di Tetsuro dietro di lui. Ken miagola e si lamenta, riesce a liberarsi dalla presa e salta di nuovo sul tavolo. Di nuovo, Tetsuro lo afferra. “Come se non mangiasse da anni,” commenta.

Kenma sorride. “Gatto viziato.”

“Che ci fai in piedi?”

“La lista della spesa.”

Tetsuro sta ancora combattendo per tenere fermo Ken, che ha iniziato a tirargli zampate in faccia, ma trova comunque il modo di lanciare una plateale occhiata all’orologio. “Alle sei e quarantadue del mattino?”

“Avevo voglia di torta di mele.”

Tetsuro lo guarda, lo giudica, ma non dice niente. Con il gatto infilato sotto un braccio, tenuto al suo posto da muscoli che non ha mai smesso di allenare, apre il frigorifero. “A me il frigo sembra pieno.”

“Giusto un paio di cose che mancano o stanno finendo. Il latte c’è?”

Tetsuro soppesa la bottiglia e si scola l’ultimo sorso. “Aggiungilo.”

“Appunto.”

“Prendi anche lo shampoo, allora.”

Kenma posa a terra la ciotola di Ken, il gatto viene liberato e smette di urlare. Mentre mangia, fa le fusa. Kenma aggiunge il latte e lo shampoo alla lista e intanto Tetsuro armeggia ai fornelli — il profumo del caffè e il suo lento gorgogliare riempiono la stanza.

La cucina è piccola piccola e muoversi in due è come ballare. Si danzano attorno con passi improvvisati, ancora nuovi, ma sono compagni di ballo da una vita, Kuroo Tetsuro e Kozume Kenma, e ogni loro coreografia è vecchia come il mondo — si abitueranno anche a questa, sta già succedendo.

Kenma si infila sotto il braccio di Tetsuro, che sta prendendo le tazze dalla credenza, e recupera tre piatti. Mette il cibo per gatti anche nel piattino in più, prima di rimettere la confezione quasi vuota a posto. Lo lascia sul tavolo — che tanto Ken è sazio e ha smesso di essere una minaccia, e probabilmente andrà a schiacciare un pisolino sul divano mentre loro fanno colazione — e Tetsuro lo nota, ma non dice niente. Invece fa scivolare toast ricoperti di marmellata nei due piatti rimasti e intanto Kenma riempie le tazze di caffè.

“Come farai a bere il tuo caffè se hai appena finito il latte?” chiede a Tetsuro.

Lui fissa il vuoto sul fondo della tazza. “Ah.”

Kenma ride mente si siedono al piccolo tavolo — talmente piccolo che in due ci stanno appena, soprattutto Tetsuro, con quelle gambe così lunghe, e i loro piedi si sfiorano e i ginocchi si toccano.

Fare colazione insieme nella cucina minuscola dell’appartamento che condividono, con caffè e pane e marmellata perché nessuno dei due è in grado di cucinare a quest’ora del mattino — alla fine è lo stesso che fare colazione nella cucina di casa Kuroo o nella cucina di casa Kozume, dopo aver dormito nello stesso letto singolo perché sono ancora piccoli e in due ci stanno. La vita di Kenma cresce e cambia e resta sempre la stessa.

“Non torno per pranzo,” lo avvisa Tetsuro. “Prendi un pezzo di torta anche per me.”

“Pensavo di farla io, a dire il vero.”

Per qualche secondo, cala il silenzio.

“Hai la febbre?”

“Sto benissimo,” ribatte Kenma, gli tira un colpetto con il piede. “Non ho un granché da fare oggi, e ho voglia di torta di mele. Quanto potrà essere difficile?”

“Mmh,” dice Tetsuro. E se già la vede male, e probabilmente è così, questo non lo dice. Invece dice: “Io finisco per le quattro, se mi aspetti possiamo farla insieme.”

Il fatto è che Kenma ha voglia di torta di mele adesso, alle sette del mattino. Davvero tanta, tanta voglia di torta di mele. Sono buonissime, le torte di mele. E le quattro del pomeriggio sono lontane anni luce. Kenma può uscire a fare la spesa, portare da mangiare al gatto randagio che si aggira nel cortile, e anche finire di editare il video che deve far uscire giovedì, e gli resterebbe comunque altro tempo. Può vivere una vita intera, aspettando che arrivino le quattro del pomeriggio.

“Okay.”

“Fantastico! Date night , non vedo l’ora.”

Tetsuro sorride e fa sparire il suo toast in tre morsi, e Kenma pensa che sarà un’attesa lunga e snervante, e ne varrà la pena.

 

“Potrebbe piovere anche oggi. Portati un ombrello.” Tetsuro si affaccia oltre la porta del bagno mentre Kenma si sta lavando i denti, già pronto per uscire, con la giacca addosso e lo zaino in spalla. Si guardano nel riflesso dello specchio.

“Okay,” dice Kenma, “ciao.”

“Ciao,” dice Tetsuro. Gli lascia un bacio tra i capelli e poi il suo riflesso scompare oltre la cornice.

La porta dell’appartamento si apre, si chiude. Kenma finisce di lavarsi i denti, si lava anche la faccia, e quando chiude il rubinetto nell’appartamento cala il silenzio. Kenma va a vestirsi, raccoglie i capelli dietro al collo, si chiede se dovrebbe tagliarli e poi decide che dopotutto stanno bene così.

Torna in cucina, si appunta un altro paio di cose sulla lista, poi se la infila in tasca. Prende il telefono, il portafogli, le chiavi. Prende anche il piatto con il cibo per gatti. Cerca di non inciampare addosso a Ken che gli si struscia tra le gambe e lo saluta con un grattino dietro l’orecchio.

Prende l’ombrello ed esce di casa.

Il gatto randagio se ne sta in cima al muretto del giardino, osserva il condominio con occhi gialli. È comparso da un giorno con l’altro, poco dopo l’arrivo di Kenma, e lui l’ha chiamato Kuro perché, ad eccezione di qualche macchia bianca qui e là, il suo pelo è nerissimo.

(Se il randagio fosse stato bianco, o arancione, a strisce o a macchie, Kenma l’avrebbe chiamato Kuro comunque. Perché Kuro ha chiamato il loro gatto Ken e sono passati due anni e questa cosa ancora non gli è andata giù.)

Un gatto randagio non è un gatto abbandonato, è una cosa completamente diversa, un mondo a parte. Questo gatto se la cava da solo, accetta le offerte di cibo di Kenma, ma non si avvicina. Gira per il giardino, per il quartiere, arriva anche dall’altra parte della città — che, tanto, in qualche modo questo gatto ce la fa. E quando piove se ne va alla ricerca di un posto più caldo, più asciutto, magari con del cibo.

Kenma posa il piatto per terra nel momento in cui il cemento inizia a coprirsi di gocce di pioggia. Apre l’ombrello, infila una mano in tasca per essere sicuro di non aver dimenticato la lista o il portafogli o le chiavi. Guarda i tre cuori rossi all’angolo dello schermo, pensa che va tutto bene e poi va a fare la spesa, che ha voglia di torta di mele.

 

uova

farina

mele

cibo x ken (x2)

latte

shampoo

dentifricio

ammorbidente (glicine)