Chapter Text
Era un’altra missione di routine. Super criminali, alieni, dittatori, disastri naturali, gatti intrappolati sugli alberi. Cercare di contenere un mostro della fantasia con un nome Norreno che solo Thor sapeva pronunciare che era emerso attraverso un portale dimensionale da qualche parte nelle Alpi Dinariche. Sip, semplice routine, e per nulla stravagante.
Da una distanza scomodamente intima, il respiro del mostro aveva una tale puzza che faceva venir da vomitare a Tony a dispetto dei filtri dell'aria dell'armatura. Invece, la creatura finì per lanciarlo in aria. Forse anche lui pensava che puzzasse.
Appena si rese conto che stava sfrecciando in aria ad una tale velocità ed angolo che non sarebbe stato in grado di fermare la propria caduta, si concentrò cercando di restare il più possibile rilassato mentre il terreno si avvicinava rapidamente. Non era una cosa che riusciva naturalmente a chiunque con un senso di auto conservazione, ma Tony era quasi naturalmente dotato nella cosa ormai. Era stato lanciato in giro abbastanza da imparare come minimizzare i danni. Rilassati e lascia che l'armatura prenda il colpo. Sarebbe stato bene.
Si schiantò sulla china erbosa della montagna, il suono di metallo che protestava risuonò nei suoi orecchi - ma l'impatto non fu così duro come si sarebbe aspettato, perché qualcosa cedette - e lui continuò a cadere.
"Ma che diavolo?!" strillò sonoramente.
Steve non diede un secondo sguardo dopo aver visto precipitare Iron Man. Aveva visto Tony sopravvivere cadute peggiori con conseguenze minime. Ignorò quella lieve nota di preoccupazione che in qualche modo si sviluppava sempre in fondo alla sua mente e si concentrò sulla tattica. Tony aveva distratto il mostro abbastanza da dare a Thor l'apertura perfetta.
"Hulk, tieni quella creatura dove si trova" urlò Steve. "Thor, adesso è il tuo momento!"
Quando sentì Tony imprecare nel comunicatore, Steve forzò un altro sguardo a dove era atterrato. Invece di un armatura rossa e oro sul terreno, o meglio ancora, che volava per riprendere il volo, tutto quello che poteva vedere era un enorme buco.
Dopo una caduta impanicata che era sembrata infinita Tony infine rimase fermo. Si trovava in un pozzo stretto, quasi circolare, circondato da rocce di varie misure. L'occasionale sasso o pugno di sabbia stava ancora piovendo giù ogni tanto. Guardando in su, poteva semplicemente vedere un allettante fetta di cielo blu, qualche centinaio di piedi sopra di lui.
Buona parte dei massi più grossi attorno a lui a malapena sembravano sostenuti da qualcosa. Se li avesse guardati troppo a lungo e avesse pensato troppo fortemente a loro, avrebbero potuto in effetti ricordare che non si supponeva levitassero a quel modo e sarebbero caduti giù spiaccicandolo in un Iron Pancake.
Davvero, davvero non gli piaceva laggiù. Doveva uscirne. Veloce. Prima di andare del tutto in panico, perché sarebbe stato imbarazzante.
Senza pensarci, diede energia ai propulsori per volare verso la libertà.
"Signore..." Jarvis iniziò in tono di avviso.
Una frazione di secondo troppo tardi, Tony comprese il suo errore: il suo stivale destro non era esattamente dritto ma era imprigionato sotto una roccia, e non puntava giù ma di lato - verso il centro del mucchio di rocce instabili.
Accompagnato da un terribile tuono scrosciante di masse di roccia che si spostavano, stava nuovamente scivolando giù.
Thor atterrò accanto a Steve, un sorriso vittorioso sul suo viso. "Quella mostruosità non ci infastidirà mai più! Che battaglia - mi ricorda i giorni spensierati della mia giovinezza! Ma perché i musi lunghi, amici?"
Steve guardò da Thor a Natasha. La sua espressione era controllata come sempre, ma aveva imparato a conoscerla abbastanza bene da vedere la tensione sommessa nei suoi occhi. Bruce era di nuovo in forma umana e stava dall'altro lato del pozzo crollato con una coperta sulle spalle, supportato da Clint. La preoccupazione sui loro visi era più aperta.
Il foro non era così grande, forse 25 piedi di diametro, ma era impossibile dire quanto fosse profondo a causa dei detriti che lo riempivano. Steve avrebbe potuto giurare che per un poco, aveva sentito il familiare suono ad alta frequenza dei repulsori di Iron Man, debole sotto al rumore tonante delle rocce che cadevano, ma svanì in un istante. Ora che la polvere si era depositata giù di nuovo, non c'era segno di nessuno o nulla che si muovesse in profondità.
"Tony è ancora laggiù," disse Steve.
Per il primo mezzo minuto o giù di lì, Tony aveva cercato di lottare. Non sarebbe finito in quel modo, non in quel modo, sepolto vivo sotto tonnellate di metri cubi di rocce, quello era semplicemente, no, non era per nulla giusto! Viveva una vita pericolosa ed aveva una vivida immaginazione, e aveva immaginato migliaia di modi per morire, ma questo non era sulla lista. Avrebbe scelto qualsiasi cosa prima di questo. Non morire affatto sarebbe anche stato buono, ma iniziava a pensare che quel giorno non era fra le carte da giocare.
Lottare rese solo le cose peggiori - sparare alle rocce le fece spezzare e collidere con altre rocce, e produsse ancora detriti dai muri del pozzo e comunque non c'era una chiara via verso quel bellissimo cielo blu sopra a lui, non più.
Doveva essere svenuto per un paio di secondi, perché la cosa successiva che sentì fu Jarvis che strillava nel suo orecchio abbastanza forte da far vibrare il suo cranio probabilmente già vittima di concussione.
"Signore! Signor Stark! SIGNORE! Si svegli!"
"Si, si, smettila di strillare!" borbottò, forzandosi ad aprire gli occhi. "Qual è il danno?"
La lettura sullo HUD non era neppure vicina ad essere brutta quanto si sarebbe aspettato. Doveva essere il suo giorno fortunato, in qualche strana e contorta definizione di fortuna. Forse avere un semidio come amico aiutava. In ogni caso, l'armatura aveva subito innumerevoli colpi, ma tutti i repulsori funzionavano più o meno ancora, e anche più sorprendentemente, il componente più debole di tutti, il suo corpo di fragile carne e sangue, ne era uscito senza ferite critiche. Sebbene fosse ferito. Poteva dirlo anche senza guardare. Ahio.
"La sua tibia destra appare fratturata." Jarvis dichiarò, con voce bassa, cauta, più gentile di quando aveva svegliato Tony. "Comunque, la preoccupazione più pressante è che la sua posizione corrente è estremamente pericolosa. Prevedo il 75% di possibilità che i massi sopra di lei possano collassare nei prossimi cinque minuti."
Improvvisamente perfettamente sveglio e con la testa concentrata, Tony rapidamente si guardò intorno. Davanti a lui c'era un apertura fra le rocce che non sembrava abbastanza grande per lui, ma sembrava condurre ad uno spazio più ampio. I massi sopra di lui, quelli che Jarvis giudicava instabili, erano così vicini che il suo elmetto avrebbe sbattuto contro di essi se avesse sollevato il torso da dove giaceva, il suo torace contro la superficie rocciosa. E la sua gamba destra, quella che stava seriamente iniziando a dolere ora, era bloccata sotto un’altra roccia.
Quello spiegava il motivo per cui Jarvis non lo aveva semplicemente auto pilotato fuori di lì subito. Cercare di muovere la sua gamba ferita con sufficiente cautela da evitare che le rocce collassassero, evitando inoltre ulteriori danni alla stessa, avrebbe richiesto un controllo più fine dell'armatura di quello che Jarvis poteva usare. Se mai fosse stato possibile.
"Signore, posso suggerire una manovra 'scappiamo a gambe levate di qui'?"
Tony era sicuro che c'era un qualche riferimento alla cultura pop li ma non riusciva a trovarlo.
"Ci sto lavorando, J."
Preparandosi al dolore che era certo sarebbe seguito, premette la fronte coperta dall'elmetto contro il terreno e iniziò a tentare molto, molto cautamente di muovere il suo piede destro.
Anche al più piccolo dei movimenti, l'effetto era istantaneo, il suono fin troppo familiare di qualcosa di molto pesante che si spostava sopra di lui, la polvere iniziava a cadere - e non importava quanto potesse essere fortunato, armatura o non armatura, non serviva la fisica avanzata per immaginare che non sarebbe sopravvissuto se quei massi fossero atterrati davvero sopra di lui.
Lento e cauto non avrebbe aiutato.
Stavolta, quando accese i repulsori, sapeva che era una mossa orribile, ma era anche la sola a cui poteva pensare.
Il dolore nella gamba - oddio, aveva sperimentato una notevole quantità di dolore, ma quello era davvero da serie A - ebbe un orrenda immagine mentale della sua gamba che veniva staccata sotto il ginocchio, lasciando solo un moncone a brandelli, sangue che sprizzava sulle rocce che cadevano dalle arterie tagliate - e poi, infine, pietosamente, svenne di nuovo.
