Chapter Text
La luce calda e confortante della piantana alla sua destra illuminava la sala d’attesa della psicologa. Di fronte a lei, appeso alla parete in alto, un grande orologio scandiva i secondi, rompendo il silenzio di un uggioso pomeriggio a Matera.
“Buonasera Imma, si accomodi”. La dottoressa Montemurro, una giovane sui trentacinque anni, dai capelli ricci e scuri, fece capolino dalla porta dello studio e lei scattò in piedi, stringendo la borsa in grembo e facendosi, mentalmente, il segno della croce, manco stesse andando al patibolo.
Prese posto sulla poltrona di sempre, quella che la psicologa le aveva indicato durante il loro primo incontro, l’estate precedente. Sprofondò nella seduta, come se arrivasse da una lunga passeggiata in montagna, stanca e senza forze.
“Allora, come va? C’è qualcosa di cui vuole parlare, oggi?”.
Non era abituata a ricevere domande, e men che meno a raccontare della sua intimità a una perfetta sconosciuta. Eppure, per sopravvivenza, stava imparando a farlo, perché anche le persone più forti, coloro che vanno avanti a testa alta, e che non cadono mai, a volte hanno bisogno di aiuto.
Le pupille vagarono a vuoto tra le quattro mura, cercando un appiglio a cui aggrapparsi. Guardando dalla finestra, scoprì che stava piovendo. Dannazione, aveva dimenticato l’ombrello a casa!
La dottoressa aspettò con pazienza una risposta e, prima che aprisse bocca, passarono diversi minuti che le parvero un’eternità.
“L’ho incontrato”, sussurrò appena Imma.
La Montemurro percepì la voce rotta, nonostante Imma tentasse di trattenere le lacrime con tutte le sue forze. “Incontrato, chi? Le va di spiegarmi?”.
“Calogiuri”, riuscì a dire a stento.
La psicologa strinse gli occhi, per osservarla meglio e notò le dita di Imma muoversi nervosamente sui braccioli della poltrona. Di quell’uomo passato nella sua vita anni addietro, le aveva accennato di rado.
“Sembra che questo incontro l’abbia scossa parecchio. Ha voglia di dirmi il motivo?”.
In attesa che la Tataranni continuasse il racconto, la psicologa prese a disegnare dei ghirigori sul quaderno che, in realtà, le serviva per prendere appunti.
“Sta disegnando?”, domandò Imma, sporgendosi in avanti, con il tono supponente che usava in procura per riprendere i nullafacenti.
“Sì”, rispose la dottoressa, accennando un sorriso. “Mi aiuta a mantenere la concentrazione. L’ascolto, Imma. Mi stava parlando di Calogiuri”.
Forse, riprendere la psicologa era un tentativo per spostare l’attenzione su altro. Era uno dei suoi tanti modi per difendersi e non andare in fondo alle questioni importanti. Fare lo slalom attorno alle cose che le provocavano dolore, era la sua specialità.
La dottoressa, che per una volta non era lei, la osservava in silenzio, sul suo viso un’espressione tranquilla. A Imma, quella calma dava sui nervi. Il suo istinto fu quello di alzarsi e andarsene, piantarla in asso e tornare a casa a preparare la cena. Non le era ancora chiaro il motivo per il quale avesse deciso di cominciare un percorso di psicoterapia, ma gli attacchi di panico, di cui aveva cominciato a soffrire di recente, l’avevano convinta a fare il grande passo.
Era addirittura finita all’ospedale, durante un'udienza. D’un tratto, mentre interrogava un imputato, aveva cominciato a tremare. Si era sentita soffocare, come se una mano le stritolasse la gola, fino a strangolarla e il cuore le batteva all’impazzata nel petto. Sto per morire , pensò. Era finita su tutti i giornali, alcuni la davano persino per spacciata, convinti che avesse avuto un infarto. Ad altri avrebbe fatto piacere vederla sepolta al cimitero!
Dopo i dovuti controlli, dai quali non era emerso nulla di preoccupante, la diagnosi era stata: attacco di panico. In precedenza ne aveva avuti altri. La prima volta ipotizzò fosse un semplice svenimento, ma la sensazione era sempre la stessa, la consapevolezza di essere sul punto di morire e non avere nessuna speranza di sopravvivere. Poi la seconda, la terza, la quarta… quell’uragano di dolore aveva sconvolto la sua tranquilla e pacata esistenza, senza apparente motivo.
All’ospedale, la psichiatra, una donna bionda e attraente della sua età, le aveva consigliato di cominciare un percorso di psicoterapia, per andare in fondo alla questione.
“La posso aiutare, prescrivendole dei farmaci”, le aveva spiegato. “Ma se non scava dentro di lei, per trovare la causa del suo malessere, non sarà facile uscirne".
Quelle parole l’avevano terrorizzata, benché la psichiatra le avesse pronunciate in maniera rassicurante. Immacolata Tataranni, colei che non aveva mai avuto bisogno di nessuno, costretta a prendere psicofarmaci e ad andare da uno strizzacervelli? Non se ne parlava proprio… non era mica pazza?! Tuttavia, vedendo come si era ridotta, aveva dovuto ammettere che di un aiuto ne aveva proprio bisogno.
Di notte, faticava a dormire, malgrado l’insonnia fosse la compagna fedele della sua vita. Era spesso distratta e le risultava difficile mantenere la concentrazione. I più pettegoli insinuavano che stava perdendo colpi e commentavano con disprezzo il suo corpo, poiché aveva preso qualche chilo a causa della menopausa.
“Allora, Imma?”, la voce della dottoressa Montemurro la riportò al presente. “Le va di dirmi del suo incontro?”.
***
Erano quasi le nove e, stanca dopo un’estenuante giornata di processi e interrogatori, Imma entrò in un supermercato a pochi passi da casa, che restava aperto fino a tardi. Non c’era nessuno, oltre a lei… o almeno così le parve. Prese al volo l’ultima confezione di zucchero a velo dal corridoio degli ingredienti per dolci, per una torta che doveva preparare l’indomani, e la fece cadere nel cestello. Con la coda dell’occhio, avvistò una bambina intenta a osservare prosciutti e formaggi al banco salumeria, col nasino e le mani attaccate al vetro. La creatura si voltò, fissandola per un tempo indefinito. A colpire Imma furono i grandi occhi azzurri con i quali la osservava. I capelli, che le sfioravano le spalle, erano lisci e castani e le guance arrossate dal freddo di gennaio.
“Ti sei persa?”, indagò Imma. “Dove sta la mamma tua?”
“Con mio padre. Io sono venuta qui perché ho fame, voglio il panino al prosciutto”.
Aveva un accento del nord e sembrava vispa, molto vispa. Doveva avere quattro o cinque anni.
“Allora aspetto con te, finché non arrivano. Va bene? Come ti chiami?”.
“Papà dice che non devo dare confidenza agli sconosciuti”.
“Tuo padre c’ha ragione”, ribatté con prontezza Imma, eccome se aveva ragione! Con tutto ciò che si leggeva sui giornali, non c’era da meravigliarsi che l’avesse istruita in quel modo.
“Io lavoro con la polizia, sai? Aspetterò finché non li ritrovi. Non posso lasciarti qui da sola”.
D'improvviso, le due udirono una voce, un suono familiare per entrambe, ma per motivi diversi. “Gaia! Gaia, dove sei finita?”. Quel timbro profondo e riconoscibile tra mille, scatenò un brivido che percorse veloce il corpo della piemme.
“Quante volte ti ho detto che non devi allontanarti?”. Calogiuri apparve da dietro lo scaffale delle conserve, con aria preoccupata. Si chinò verso la bambina, per guardarla negli occhi. “Non lo devi fare più, mi hai capito? Specialmente adesso, che siamo in un posto che non conosci”.
Impiegò qualche secondo a riconoscerla. Scorse le decollete verdi di camoscio e seppe subito che era lei. Imma stava lì impalata, poco distante da loro. Gli si bloccò il respiro e, quasi a fatica, si rimise in piedi. “Imma… dottoressa”.
A lei cascò il cestello dalle mani, che si schiantò sul pavimento con un tonfo. “Ca-Calogiuri”.
Rimasero immobili a squadrarsi per un lunghissimo istante, come se quegli anni non fossero mai passati, come se lui fosse appena andato via, senza voltarsi, mentre un nodo gli stringeva la gola. Gli era mancata l’aria, dopo l’ennesima delusione, la più forte, quella che aveva fatto più male di tutte, perché aveva realizzato di non valere niente per la donna che amava. “Come state?”.
Le labbra della piemme rimasero serrate, salivazione a zero. Non era in grado di compiere alcun movimento e, per fortuna, di salvare la situazione, interrompendo lo scomodo silenzio, se ne occupò Gaia. “Papà, la conosci?”.
Papà. Erano passati soltanto alcuni minuti da quando aveva visto quella bambina a pochi metri da lei e mai avrebbe immaginato che fosse proprio la figlia di Calogiuri.
“Sì”. Guardava Imma fisso negli occhi, con il coraggio che lo aveva accompagnato fino all’ultimo secondo, nella caserma dove si erano detti addio. “Abbiamo lavorato insieme. È grazie a lei se sono diventato un bravo carabiniere”.
Alle spalle di Calogiuri comparve una ragazza. Bellissima. Proprio il tipo di donna che Imma aveva sempre immaginato accanto al maresciallo. I capelli biondi e lucenti, il naso perfetto, le ciglia lunghe e folte, le iridi di un colore indefinito, forse verdi o forse blu. Era incinta, molto incinta, notò la dottoressa. Il vestito a fiorellini dai toni scuri avvolgeva la curva della pancia, mettendola in risalto, ma senza stringerla troppo. Vide in lei una dolcezza che la infastidì, come una mano che le afferrava la bocca dello stomaco, stritolandola.
“Vi presento Francesca, mia moglie”.
Le pupille di Imma puntarono l’anulare sinistro del maresciallo e sì… c’era la fede.
Francesca le tese la mano e lei ricambiò nel più assoluto imbarazzo. Cosa avrebbe dovuto dire? Cosa sapeva di loro la bella moglie di Calogiuri?
Il giovane, quasi l’avesse letta nel pensiero, proseguì con le presentazioni, con la prontezza che aveva un tempo, quando capiva gli stati d’animo di Imma con un solo sguardo. “Lei è la dottoressa Tataranni. Abbiamo lavorato insieme in procura, nel periodo in cui ero qui a Matera”.
Dalle parole del carabiniere, Imma intuì che non aveva mai parlato di lei a Francesca. D’altronde, non poteva pretendere molto, dopo che lo aveva scaricato in quel modo. Eppure, senza alcun diritto, si sentì ferita dalla freddezza con cui la stava trattando il suo sottoposto, ma di pretese nei suoi confronti non poteva proprio averne. Ricambiò la stretta e l’unica cosa che avrebbe voluto fare, era scappare lontano. Avrebbe preferito non averlo mai incontrato, né sapere che era sposato e che aveva una figlia. Anzi, quasi due. Mentre continuava la sua vita di famiglia insieme a Pietro e a Valentina, che andava e veniva da Bari dove viveva col compagno, Calogiuri non esisteva più. Aveva volutamente cancellato ogni ricordo o, almeno, aveva tentato di farlo, sebbene l'inconscio si ribellasse e la conducesse verso luoghi proibiti, che le procuravano lo stesso dolore di una lama infuocata conficcata nel petto.
“Sto per avere una sorellina”, intervenne Gaia entusiasta, “ho scelto io il nome. Si chiamerà Fantine, perché i bambini appena nati non hanno i denti. Vero, mamma?”.
Francesca sfoderò un sorriso bianco e perfetto, degni di una copertina di una rivista. “È da un po’ che va in giro a dire questa cosa. Mia madre le ha raccontato la storia de I Miserabili”, spiegò a Imma.
Quest’ultima accennò un mezzo sorriso, ma in realtà voleva piangere. Lei non sopportava la perfezione e quei tre davanti a lei la incarnavano appieno. Calogiuri aveva l’aria più matura, ma era sempre bellissimo. Era come il buon vino. Si manteneva in forma, aveva il fisico asciutto. Francesca doveva avere pressappoco la sua età, sui quaranta. Era fine, sembrava uscita da una sfilata di alta moda, i capelli freschi di parrucchiere e il trucco perfetto, le mani curate, la pelle liscia e priva di rughe. Ed era pure simpatica e gentile.
Imma, invece, sembrava aver svaligiato l’armadio di una che vestiva due taglie in meno. Sotto il cappotto teddy, indossava una gonna pitonata troppo stretta e una camicetta rossa i cui bottoni erano sul punto di esplodere. Non le capitava con frequenza, ma in quel momento si sentì fuori posto, di troppo, quindi farfugliò che era tardi e si dileguò come una ladra, manco avesse rubato davvero.
Sulla via del ritorno, le lacrime solcarono il suo viso. Che ci faceva Calogiuri a Matera? Di sicuro, era in città per il matrimonio di Capozza. Persino quell’inetto si era trovato una fidanzata!
Il processo Latronico era finito da un pezzo, ma lei il maresciallo non l’aveva più visto e aveva deciso di non pensarci più, di andare avanti a ogni costo, perché era l’unico modo per sopravvivere al lutto al quale si era volutamente sottoposta. D’altra parte, che poteva fare? Lasciare la sua vita e il suo lavoro, per scappare con Calogiuri? No. Però, poteva almeno dirgli cosa provava per lui. Invece, si era tenuta tutto dentro, convincendosi che fosse la scelta migliore, così si sarebbe potuto mettere l’anima in pace e continuare per la sua strada. Ed era successo davvero, Calogiuri era andato avanti. Vederlo con la famiglia che si era costruito, era peggio di una pugnalata. Anche lui avvertiva una fitta dolorosa al cuore, quando la vedeva insieme a Pietro e a Valentina? Imma se la ricordava ancora la dichiarazione d’amore durante la festa della Bruna, di alcuni anni prima. Era geloso di tutto. Era quello il significato di gelosia? Vedere la persona che ami, in compagnia di un’altra?
Aprì la porta di casa, sperando che Pietro non fosse già rientrato, invece lui l’aspettava in cucina. Aveva apparecchiato la tavola e preparato la cena, da buon marito quale era. La piemme si chiese come sarebbe stato se ad aspettarla ci fosse stato Calogiuri e per un attimo chiuse le palpebre, immaginando che quel piccolo sogno, fosse realtà. Invece si ritrovò davanti la faccia di Pietro, che le chiedeva che fine avesse fatto. La stava cercando da ore e aveva il cellulare spento.
Mangiarono la pasta al forno, chiacchierando del più e del meno. La riunione di condominio, le bollette, la tassa della spazzatura… Imma osservava il marito, quei pochi capelli che gli erano rimasti in testa, erano diventati bianchi. Ultimamente, non avevano molto da dirsi. Lei sapeva che, nonostante le difficoltà del loro matrimonio, Pietro aveva ricominciato a farsi i fatti suoi e frequentava diverse donne, piuttosto giovani e carine. Se lo faceva andare bene, ormai era arrivata a un punto che manco le importava con chi andasse a letto, poiché si era rassegnata all’idea di stare con lui per sempre. Dopo il quasi divorzio, tutto era tornato come prima, la polvere continuava ad accumularsi sotto il tappeto e loro facevano finta di essere felici. Ma la piemme non vedeva nessuno. Da quando Calogiuri era andato via, era rimasta con un pugno di mosche in mano, mentre il marito continuava a fare la bella vita.
“Te lo ricordi che domani è il compleanno di mamma, no? Stiamo a cena da lei”, domandò Pietro, afferrando la bottiglia e versandosi un bicchiere d’acqua.
Imma annuì, ma non disse niente. Si alzò da tavola e si diresse in bagno, afferrando il cellulare abbandonato sul tavolino dell’ingresso. Chiuse la porta dietro di sé e si portò l’apparecchio all’orecchio. Uno, due squilli, poi mise giù. Non poteva chiedere il numero di Calogiuri a Capozza. Che cavolo le era venuto in mente?
Qualche istante più tardi, lo schermo si illuminò.
“Pronto, Capozza”.
“Dottoressa, non ho sentito il telefono, stavo cenando”. Infatti, stava ancora masticando. ”Ha bisogno di qualcosa? Si ricordi che tra due giorni mi sposo”.
“No scusi, ho sbagliato. Volevo chiamare la De Santis e ho fatto il suo numero”.
Non gli diede nemmeno il tempo di replicare, che gli attaccò il telefono in faccia. Le lacrime fecero di nuovo capolino dagli occhi, come se non avesse pianto abbastanza in quegli anni. Stavolta, però, cedette dando libero sfogo al dolore che le era rimasto dentro.
Udì i passi di Pietro, che si fermarono dall’altro lato della porta. “Imma, hai finito? Devo lavarmi i denti”.
***
Il giorno seguente, in procura faceva un freddo cane, i riscaldamenti, tanto per cambiare, erano guasti e Imma aveva voglia di inveire contro chiunque le si materializzasse davanti. In cima alle scale, si era formato un capannello di gente che parlava fitto fitto e tra cui c’era anche la Moliterni, ovviamente.
“Imma, lo sai chi è venuto a salutarci?”, le chiese non appena la vide comparire, mentre saliva gli scalini a due a due.
Il respiro della piemme si bloccò e cercò di non darlo a vedere. Impettita, continuò a camminare facendo finta di nulla. “Non ho tempo per gli indovinelli, Maria!”.
La moglie del prefetto si staccò dal gruppetto e la seguì nel corridoio. “Il tuo Calogiuri! Vedrai che tra poco viene pure nel tuo ufficio, sta facendo il giro”.
“Il giro… manco fosse una trottola!”. Arrivata a destinazione, Imma le sbatté la porta in faccia e si esaminò subito allo specchio, appeso alla parete giusto accanto. Aveva un aspetto orribile, l’ombra scura e profonda delle occhiaie le copriva metà del viso, la ricrescita era di almeno un centimetro e non si era truccata. Cercò di aggiustarsi i capelli con le mani, per quel che poteva. E pensare che il giorno precedente, lui l’aveva vista così! Allo specchio quasi non si guardava più, lasciava che tutto scorresse con apatia attorno a lei, vivendo la sua stessa vita da spettatrice.
“Buongiorno Imma”. Diana fece il suo ingresso dalla porta comunicante dei loro uffici. “Lo sai che-”.
“Sì, lo so chi è arrivato. Non abbiamo l’incontro con Loiodice, tra mezz’ora?”.
“E infatti, questo ti volevo dire. Ha chiamato la moglie, l’hanno ricoverato stamattina. È caduto dalle scale e ha battuto la testa”.
“Proprio oggi doveva cadere ‘sto cristiano?”, sbuffò Imma. Porse borsa e cappotto all’assistente che, capito l’andazzo, non aprì bocca.
Intanto che Diana appendeva il soprabito all'attaccapanni, qualcuno bussò alla porta e le due si scambiarono un’occhiata. “Avanti”, urlò la piemme. Calogiuri comparve sull’uscio, con quel suo sorriso timido che gli illuminava il viso.
“Ippazio!”, urlò Diana, lanciandosi verso di lui e gettandogli le braccia al collo. “Come stai? Sono tanto felice di rivederti!”.
Il maresciallo, che di sicuro non si aspettava una simile reazione, ricambiò il gesto impacciato.
Imma rimase immobile, a osservare la scena. La irritava la spontaneità di Diana, la trovava fuori luogo e, forse, ne era anche un po’ invidiosa. Lei non aveva avuto il coraggio di toccarlo, ma lo desiderava fortemente.
“Dottoressa…”, Calogiuri avanzò in sua direzione, una volta sciolto l’abbraccio con Diana. “Ieri andavamo di corsa e non abbiamo avuto tempo per parlare”.
“Vi siete visti ieri?”, domandò la cancelliera, aggrottando le sopracciglia.
“Al supermercato. Ci siamo incontrati per caso, mentre facevo la spesa”, rispose Imma, continuando a fissare Calogiuri. Che poi, alla fine era scappata via, senza acquistare nulla. Spostò lo sguardo su Diana. “Lo sai che il maresciallo ha una bellissima bambina?”.
“Non mi avevi detto niente!”.
“Mica sono obbligata a dirti tutto quello che mi succede!”, ribatté la dottoressa, con il solito piglio.
“Si chiama Gaia”, disse Calogiuri con orgoglio, per interrompere il familiare battibecco. “E un’altra in arrivo”.
“Madonna, Ippazio… sembra ieri che te ne sei andato e mo torni con due figlie! Congratulazioni!”. Gli poggiò una mano sulla spalla e, di nuovo, a Imma andò il sangue alla testa.
“Vabbè, abbiamo finito con i festeggiamenti?”, li interruppe quest’ultima. “Dovremmo tornare a lavorare noi. Scusa, Calogiuri, ma oggi è una giornata impegnativa”.
“Ci mancherebbe, dottoressa! Ero passato solo per un saluto veloce”.
“In realtà, non abbiamo nessun impegno”, si intromise Diana che, subito ricevette un muto rimprovero dalla sua superiore. “Adesso mi congedo, caro”, continuò, all’indirizzo di Ippazio. “È stato un piacere rivederti. Mi raccomando, se ripassi da qui, avvisaci!”. La cancelliera si ritirò nel suo ufficio, chiudendosi la porta alle spalle. Li aveva lasciati soli e Imma non aveva intenzione di fargliela passare liscia.
Un silenzio denso e pesante, si abbassò su di loro, creando uno strano imbarazzo.
“Ti va un caffè?”. Imma si fece coraggio, doveva portarlo fuori da lì, prima che i ricordi di tutti i momenti vissuti insieme a lui nel suo ufficio prendessero il sopravvento e la investissero di nostalgia.
Calogiuri annuì e insieme si diressero al bar. Percorrendo fianco a fianco il corridoio della procura, in memoria dei vecchi tempi, si sfiorarono involontariamente. Nonostante gli strati di vestiti invernali a separare i loro corpi, una scarica elettrica pervase i loro corpi. Si scambiarono un’occhiata fugace, per poi distogliere in fretta lo sguardo e fare finta di niente.
