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Vivere con dei coinquilini non era mai stato semplice e poteva riservare un sacco di sorprese.
Ecco perché Arthit aveva scelto di vivere da solo per il periodo universitario.
Prima di tutto, non voleva rotture di palle, detto proprio sinceramente.
Non voleva sentirsi dire che mangiava troppo, che giudicassero il suo pink milk, o le sue totali inabilità a cucinare e pulire. Voleva dormire fino alla mattina tardi la domenica e vagare per casa in mutande.
Perciò, aveva scelto un appartamento piccolo ma confortevole, uno di quei monolocali singoli ben accessoriati vicini all’università. Alcuni lo definivano un tipo ombroso, un po’ poco socievole, ma lui non si sarebbe dipinto così. Amava solo la sua privacy.
E andava tutto bene, perlomeno finché Kongpob non aveva cominciato ad inserirsi fin troppo nella sua vita e quel piccolo monolocale stava diventando, in men che non si dica, un appartamento per due troppo stretto.
C’erano dei lati positivi, non poteva certo negarlo.
Innanzitutto, Kongpob si prendeva cura di lui e, anche se forse senza farlo notare troppo un po’ lo giudicava, si risparmiava da fargli qualunque critica.
Forse perché sapeva che se avesse parlato, non sarebbe poi più stato così tanto il benvenuto.
Arthit aveva un caratteraccio: lo sapeva, lo accettava e non lo aveva mai negato. Aveva fatto passare a Kongpob le pene dell’inferno, o almeno, era anche una questione di punti di vista, perché anche lui, dal proprio, non se l’era passata troppo bene.
Realizzare, a suo malgrado, di essere attratto da un uomo - e precisamente da lui, - non era qualcosa che andava troppo più ad Arthit. Anzi, non gli andava giù per niente.
Ma Kongpob, con quell’insopportabile e inesauribile gentilezza si era fatto spazio nel suo cuore, e aveva reso una piccola casa accogliente, ma vuota, un nido ricco di amore e dolcezza.
Inizialmente non era una cosa fissa, Kongpob andava lì ogni tanto, e Arthit lo definiva, per gli amici, “soltanto un coinquilino”.
Un coinquilino con cui si scambiava effusioni di vario genere, un coinquilino che lo abbracciava la notte mentre non riusciva a dormire, un coinquilino che lo svegliava ogni mattina con un pink milk sulla scrivania.
Un fidanzato, forse, ma pur sempre anche un coinquilino (per gli altri).
Un giorno avrebbe avuto il coraggio di ammettere cos’era davvero Kongpob per lui. Perché era entrato nella sua vita con prepotenza e l’aveva messa sottosopra come una stanza dove lasci a sbranarsi un cane e un gatto, quel caos si era tramutato dentro di lui e lo aveva catapultato in un tunnel di incertezza, scoperta e sentimenti.
E lo odiava.
E lo amava.
***
11 anni dopo
Il giorno del suo matrimonio Arthit lo aveva sempre immaginato… diverso. Quelle classiche cose che si vedevano nei film, dove la sposa si sistema con un gruppo di damigelle e una bravissima truccatrice, e lui in un’altra stanza, dove si sistemava i capelli, l’abito, e si chiedeva se fosse la scelta giusta.
Era strano, non perché lo fosse davvero, ma perché l’idea di sposarsi con un uomo sembrava totalmente impossibile. Quando la sua relazione con Kongpob era iniziata ormai troppi anni prima, sembrava possibile tutto, tranne sposarsi con una persona dello stesso genere.
Eppure, quel giorno era arrivato e si trovavano ognuno nelle rispettive stanze, dove venivano sistemati e truccati dai loro amici e dalle loro amiche.
M era lì, con Bright, che ridevano e scherzavano mentre sorseggiavano già un po’ di vino. Sapeva come sarebbe finita la giornata.
”Hey, Arthit, ma ti ricordi quando non sopportavi Kongpob?” Ridacchiò Bright, dandogli una pacca sulla spalla, “o quando addirittura ci mentivi dicendoci che era ‘solo un coinquilino’ e, cito ‘un modo per smezzare l’affitto’?”
Arthit gli scacciò la mano.
”Smettila, lo so che sono stato un coglione.”
“Il Re dei coglioni oserei dire. Chissà come ti ha sopportato fino ad ora…” ridacchiò.
E in effetti Bright non aveva tutti i torti, perché a volte se lo chiedeva anche lui.
Negli anni, comunque, era cambiato. Aveva imparato ad essere più paziente e aveva appreso questa “abilità” - se così si poteva chiamare, - proprio grazie a lui.
Certo era ancora rude, un po’ freddo in apparenza, ma sicuramente aveva imparato a sorridere di più e a lasciare che le emozioni positive lo pervadessero più spesso.
Dopo aver finito tutte le sistemazioni del caso, tra capelli, abito e papillon, Kongpob fece capolino nella stanza, rivelandogli uno dei suoi migliori sorrisi. Tutti erano usciti ormai, pronti a godersi l’inizio della cerimonia.
”Sei bellissimo,” gli disse, con quella voce gentile che lo caratterizzava.
Forse quello era uno dei tanti motivi per cui si era innamorato di lui.
Arthit abbassò un po’ lo sguardo, “anche tu,” rispose. Lo pensava davvero, Kongpob aveva un completo bianco meraviglioso, contornato da dettagli rosa che lo illuminavano ulteriormente.
”Sei emozionato?” Chiese, avvicinandoglisi.
Arthit annuì, prendendogli le mani.
”Un po’. Non è strano essere così tesi nonostante stiamo insieme da così tanto tempo?”
Kongpob annuì.
”Forse. Alla fine è una vita, però sembra soltanto ieri che mi hai concesso di entrare nel tuo mondo…” si avvicinò per dargli un bacio a stampo, Arthit sorrise di riflesso, “però sono felice. Felice di essere qui, felice di sposare il mio sole.”
Arthit spostò le mani, facendole scorrere sulle guance di Kongpob, appoggiando la fronte contro la sua e sorridendo.
”Anch’io. Anch’io sono felice.”
***
Qualche anno prima.
Gli scatoloni riempivano quell’appartamento, ormai troppo piccolo, ormai troppo affollato per due persone che non erano più soltanto coinquilini, compagni di studi o amici.
”Arthit, andiamo! Prendi almeno un paio di scatole!”
Sul pavimento cadde una foto di Arthit da solo, al primo giorno di università. Si chinò a raccoglierla.
La sua espressione austera, la sua postura al limite tra l’insicurezza e il voler essere qualcun altro, gli fecero ricordare quanto ormai quell’Arthit non gli mancasse più.
Grazie a Kongpob, aveva scoperto un nuovo lato di sé.
Uno migliore.
Quello che davvero, in qualche modo, ricordava il sole.
