Work Text:
«ヤッホー ヤッホー (yahoo yahoo)
おなかすいた (onaka suita)
そろそろだ (sorosoro da)
おいしいパンを (oishii pan o)
やこう やこう やこう (yakou yakou yakou)»
L’esibizione della Royal Sword Academy per il VDC era quasi giunta al termine e ormai era evidente che le votazioni sarebbero state molto combattute fra il NRC e l’RSA. In fondo erano sempre loro, sempre quelle due scuole, mai le altre, ad avere riconoscimenti e attenzioni.
(Y/n) guardava l’esibizione con le braccia strette al petto e gli occhi strizzati in due fessure. Le sue ragazze non avevano neanche avuto la possibilità di partecipare alla gara. Non sarebbero state da meno, anzi, la preside era certa che avrebbero potuto batterli senza troppe difficoltà, se solo avessero aperto il contest anche alle scuole femminili di magia.
Poco lontano da lei c’era quell’idiota di Crowley che continuava a battibeccare con Ambrose LXIII come se la loro eterna rivalità fosse il vero problema della situazione, come se la sfida dovesse per forza essere fra loro due soltanto. Però che non si pensi che fosse invidiosa di loro, voleva solo giustizia per le sue ragazze.
«Potreste gentilmente tacere? Qui c’è gente che sta cercando di godersi l’esibizione», alzò il volume della voce in modo tale che i due uomini le rivolgessero l’attenzione. Che idioti.
«Oh, ci devi scusare, (Y/n), ci siamo lasciati prendere dal discorso», le aveva risposto per primo Ambrose.
«Non è neanche questo il problema, è che state discutendo della questione sbagliata. Temete che l’altro vi rubi la vostra stupida vittoria, quando non notate che ci sono altre scuole che avrebbero meritato di partecipare e non hanno potuto per qualche stupido articolo nel regolamento», e la donna indicò con il palmo diversi altri presidi che erano lì presenti, nonostante non ci fossero le loro scuole in gara, perché erano tenuti in quanto il VDC era comunque un evento di una certa importanza.
Guardò di sottecchi entrambi gli uomini, ma se l’anziano umano risultava perplesso, come se si accorgesse del problema solo in quel momento, la fata si stava ammirando le mani facendo chiaramente intendere che della questione non gli interessasse nulla e che in realtà era interessato solo a come vincere contro il suo rivale numero uno. Erano uno peggio dell’altro.
«Bah!», sbottò alla fine, «io me ne vado», e abbandonò il Colosseo ancor prima che cominciassero le votazioni e potesse così vedere il risultato finale.
L’unica cosa che riuscì a vedere con le periferiche fu Crowley che finalmente alzava lo sguardo dalle mani e si accorgeva della sua effettiva presenza.
(Y/n) passò le successive ore a gironzolare fra le varie bancarelle e i punti esibitivi dei club, appuntandosi ciò che trovava interessante sulla via, da cui magari avrebbe potuto prendere spunto per la sua scuola. Ogni tanto si fermava per riposare, ogni tanto chiacchierava con chi trovava in giro, fra professori, studenti e alcuni giornalisti e poi riprendeva la passeggiata. Sentì dall’interno del Colosseo un forte boato esplodere all’improvviso, con applausi, fischi e urla e a mala pena si voltò, capendo subito che era appena stato annunciato il vincitore. Non le importava nulla, continuò per la sua strada.
Le ore passarono, fino a farsi notte. Le strade e le bancarelle si svuotarono, molta gente andò via, ma non lei, che si rifugiò sul punto esterno più alto del campus, ovvero dove si trovava l’edificio principale, e si nascose dietro di esso, per osservare dall’alto il panorama immenso che aveva da offrire.
Le sue ragazze avrebbero potuto far di meglio, si ripeté osservando le luci lontane del porto e della città. Tecnicamente doveva già essere lì, o comunque fuori dalla scuola, ma era una dei presidi, era autorizzata ad usare lo Specchio Oscuro per tornare a casa, quindi non avrebbe fatto male a nessuno se si fosse trattenuta dentro i cancelli ancora un po’. No?
«Oh, sei qui», una voce fastidiosamente allegra ruppe il silenzio all’improvviso e vide una fata mascherata avvicinarsi a passo lento con un bastone da passeggio. «Ti ho cercata in lungo e in largo per ore. Ormai stavo per arrendermi, non ci speravo più». Si fermò di fianco a lei, mettendosi a osservare a sua volta il paesaggio. «È tardi, sai?»
«Che vuoi?», lo interruppe bruscamente, evitandolo persino con la coda dell’occhio.
Dire la smise di blaterare e di interessarsi al paesaggio, più attratto da lei.
«Ho pensato riguardo a quello che hai detto e hai ragione. Dovremmo aprire il prossimo VDC a ogni scuola che vuole partecipare, anche le femminili e magari anche di altri gradi.»
Una folata di vento spinse la gonna e il mantello a piume di corvo nel momento in cui anche (Y/n) cambiò il suo soggetto d’interesse.
«Come mai hai cambiato idea? Hai perso di nuovo contro la Royal Sword Academy?»
«Sì, ma non è questo il punto», tagliò corto.
«Hai cambiato il tuo obiettivo, vero?»
«(Y/n)»;
«Adesso non vuoi neanche più vincere, ma speri solo che qualcuno li batta?»
«(Y/n), ascoltami!»
Sembrava serio, e il preside fatato non era mai serio. (Y/n) tacque, stavolta decisa ad ascoltarlo.
Prese un respiro profondo puntando gli occhi gialli nascosti dalla maschera su di lei. «Stavo pensando che avevi ragione, che non è giusto mettere fuori gli istituti femminili.» Poi aggiunse con tono esasperato: «E poi non ha senso invitare le presidi se le scuole non posso partecipare!»
«Vero!?», rispose con la stessa esasperazione. Poi sbuffò divertita dal naso e calò il silenzio.
Il sorriso si spegneva piano piano mentre (Y/n) fissava le luci lontane della città, il vento fischiava placido.
Dire infilò una mano nella tasca interna della giacca e tirò fuori un orologio da taschino in oro, controllò l’orario sotto la luce della luna, lo ricaricò di un paio di giri e poi lo rimise in tasca.
«Che ore sono?», ruppe ancora una volta il silenzio.
«È mezzanotte», rispose contemplando l’infinito prima di rivolgerle un sorrisetto.
In quei momenti di calma, quando non esagerava o non faceva il deficiente era quasi… carino. Peccato solo che quei momenti erano rari. O forse lo erano solo perché si vedevano di rado? Per un attimo desiderò poter passare più tempo con lui per conoscerlo meglio, per vedere qualcos’altro oltre al preside mascherato di una delle più importanti scuole di magia del mondo. Poi scosse la testa cacciando il pensiero. Era una stupidaggine. Entrambi avevano delle vite da adulti, ricche di impegni e responsabilità, c’era poco o nessuno spazio per i sentimenti, soprattutto per quelli complicati.
«È tardi», rispose prendendo un profondo respiro, «forse è ora che vada».
Dire mugugnò un’affermazione pensierosa e poi: «permettimi di accompagnarti fino allo Specchio Oscuro»;
«Non è necessario»;
«Allora permettimi di salutarti come si deve»;
«Come si deve?», era scettica.
«Come si dovrebbe salutare una signora che si rispetti», specificò.
Nel silenzio che calò, Dire tese una mano guantata verso di lei e aspettò. (Y/n) era titubante, eppure alla fine posò la mano sulla sua e vide il preside chinarsi fino ad avvicinare le labbra al dorso. Il gesto, dolce e rispettoso, la lasciò senza parole e un po’ in imbarazzo.
«Buona notte, (Y/n). Ci vediamo domani per il secondo giorno del festival»;
«Buona notte, Dire. Ci vediamo domani…»
E con lentezza, (Y/n) si sfilò dalla gentile presa della fata e si allontanò alla volta delle scale che l’avrebbero portata nel castello e davanti allo specchio.
Per tutto il tempo, fin quando non fu nascosta alla sua vista, la donna sentì lo sguardo penetrante del collega puntato sulla sua nuca e prese un profondo respiro per far scivolare il formicolio che aveva nel petto.
Aveva la strana sensazione che era appena stato innescato qualcosa che era sopito, come un ingranaggio che era fermo da tanto tempo, dando il via a un inevitabile percorso che non avrebbe più potuto evitare.
