Work Text:
VA TUTTO BENE, ARTEMIS
diananonfoeminanomen (1) ha scritto:
Posso venire da te, stanotte?
Questa, pensò Minerva, era probabilmente una domanda normale, in una coppia normale. Un po’ meno normale lo era in una relazione a distanza con mezza Europa tra di loro, una che viveva a Dublino e l’altra... tecnicamente l’altra viveva a Ginevra, ma suo padre l’aveva convinta a tornare a Tourrettes-sur-Loup per la settimana del suo compleanno. Che fosse la Svizzera o il sud della Francia, comunque, erano millecinquecento chilometri dall’Irlanda.
Ancor meno normale quando si trattava di loro due, e questo per una miriade di ragioni, alcune legate all’indole personale, altre alla vita che conducevano. L’orgoglio poteva non valere molto, per alcuni; per altri, invece, era tutto. Soprattutto quando si avevano dieci anni e, nonostante tutte le lauree e i brevetti che avevano accumulato, la gente insisteva per guardarle dall’alto in basso, e l’unica soluzione diventava essere loro le prime a guardare dall’alto in basso gli altri.
Quando Artemis e Minerva erano assieme, era facile aggirare il reciproco orgoglio. Buona parte dei loro dialoghi più intimi si componeva, più che di parole, di sguardi e gesti che l’altra era libera di interpretare come un invito ad aprirsi oppure no, lasciando sempre all’altra una via di fuga se il momento non era quello giusto. Di solito, sguardi dolci e carezze erano sufficienti per farle cedere, quale che fosse il loro cruccio. Quand’erano assieme, tutto il resto si faceva meno importante. E poi, si rispettavano troppo per insultare la reciproca intelligenza, ed era un rispetto che veniva prima anche dell’orgoglio.
Con la distanza, ovviamente, tutto questo si faceva più complicato. Il medium scritto camuffava le emozioni come la voce non poteva fare, e ancor meno essere faccia a faccia, occhi spaiati in occhi verdi – e viceversa – che non potevano mentirsi a vicenda. Ma Minerva conosceva Artemis. La conosceva in maniera profonda, intima, come nessun altro poteva affermare, e quella conoscenza unita alla sua mente analitica, da scienziata, era sufficiente per rimettere assieme il puzzle quanto bastava per intuire il soggetto rappresentato, se non l’intero quadro. Per prima cosa, Artemis era persona da pianificare prima, e muoversi poi: era stata messa meno cura nell’Operazione Overlord che nella loro scappatella parigina del dicembre passato. Per secondo, il suo orgoglio l’avrebbe frenata dallo scrivere un messaggio del genere se solo avesse avuto un’alternativa: camuffarla come un’offerta da cui entrambe avrebbero tratto vantaggio, una situazione a somma non zero, questo ci si sarebbe aspettato da lei; una simile, disperata richiesta d’aiuto, no. E per ultimo, non le avrebbe mai scritto un messaggio del genere se non fosse già stata a metà strada.
Il che significava che doveva essere successo qualcosa.
Minerva sapeva che la domanda di Artemis non era retorica. Avrebbe potuto rispondere di no e l’altra se ne sarebbe fatta una ragione, qualunque cosa avesse messo in moto nel frattempo. Il pensiero non la sfiorò neppure.
athenenoctua (2) ha scritto:
Certo.
Minerva conosceva Artemis. La conosceva in maniera profonda, intima, come nessun altro poteva affermare. Così, non fu del tutto sorpresa dal messaggio che seguì un attimo dopo:
diananonfoeminanomen ha scritto:
Sono fuori dal tuo cancello.
Merde. Certo che lo sei, fu il pensiero di Minerva, mentre premeva tasti sul cellulare e si scapicollava giù per le scale.
Artemis odiava la pioggia. Come odiava il sole, la neve, il vento e qualunque altro agente atmosferico, ma i suoi sentimenti per la pioggia avevano un’intensità tutta particolare.
Specialmente quando si era dimenticata l’ombrello. E quello era un inferno di temporale. I fulmini saettavano nel cielo in rapida successione, lance abbaglianti di gas ionizzato seguite immediatamente dal fragore del tuono, informandola che la tempesta era proprio su di lei.
Artemis si strinse nel cappotto, un gesto inutile considerato che era fradicia quanto lei. Sapeva che non c’era niente di personale, nella pioggia. Martellava sulle sue spalle come sull’erba, sul muro di cinta, sul cancello di ferro battuto, sul lastricato ai suoi piedi. Ma al momento presente, con le cateratte del cielo che le si rovesciavano addosso, le era più facile prendersela con la pioggia che con l’idiota che si era messa in quella situazione – lei – oppure con gli idioti che gliel’avevano fatto fare – i suoi genitori.
La pioggia, com’era suo solito, se ne infischiò alla grande della sua irritazione, continuando a picchiare sula sua schiena. Artemis cercò di pulire lo schermo del cellulare con il bavero della giacca, con l’unico risultato di distribuirle le gocce in maniera più uniforme. Ovviamente il telefono era impermeabile – una precauzione che le sue disavventure le avevano insegnato – ma l’acqua le rendeva difficile leggere. Ci aveva messo circa il triplo del solito, a digitare il messaggio, cercando di non far caso a quanto rigide sembrassero le sue dita, o alla sfumatura bluastra che avevano e che – si era detta – doveva essere di certo un effetto della luce livida. O, se è per questo, al fatto che stesse tremando così forte che i suoi denti parevano impegnati a dettare il Paradiso Perduto in codice Morse. Per un attimo, pensò di serrare la mascella per fermare quel battito esasperante, ma perché sprecarsi? Non aveva nessuno da impressionare con il proprio autocontrollo, se non se stessa.
Artemis si rendeva conto di star perdendo calore con rapidità allarmante. Era gennaio, e la pioggia era ad un passo dal trasformarsi in neve, e non era neanche un passo molto lungo. I brividi che la scuotevano e che le facevano battere i denti erano il risultato della contrazione dei muscoli che tentavano di mantenere il suo corpo alla temperatura ottimale, ma sapeva anche che si trattava di un processo estremamente dispendioso in termini energetici. E che non poteva contare su chissà che grandi riserve neanche prima.
Forse non è in casa, pensò, scrutando la sagoma di Castel Paradizo attraverso le sbarre del cancello. Anche se ci sono le luci accese, potrebbe trattasi di suo padre e Beau. Oppure potrebbe star facendo il bagno, o comunque essere impegnata e non avere il telefono a portata di mano. Sono stata un’idiota.
Un’emozione poco familiare iniziava a farsi largo dentro di lei – un’emozione nota ai più come disperazione – e quasi le sfuggì il segnale acustico di un nuovo messaggio.
athenenoctua ha scritto:
Certo.
Il sollievo fluì dentro Artemis come se l’acqua scrosciante si fosse trasformata tutto d’un tratto in una doccia calda, come se una coperta le fosse stata gettata sulle spalle, come latte col miele quando aveva mal di gola. Con dita intirizzite batte: sono fuori dal tuo cancello, e aveva appena finito quando sentì un rumore che non era né il battito dei suoi denti, né lo scrosciare della pioggia, né il rombo del tuono. Due luci al neon lampeggiarono bianche davanti ai suoi occhi, accecandola per un istante, mentre il cancello automatico entrava in funzione.
E, quando alzò gli occhi, vide una sagoma alta e snella che correva lungo il vialetto, un ombrello in mano, incurante della pioggia battente.
La furia che sicuramente brillava negli occhi verdi di Minerva era una preoccupazione distante, mentre quasi inciampava per farlesi incontro.
Non aveva importanza.
Era a casa.
Gaspard Paradizo non avrebbe mai dimenticato il suo primo incontro con Artemis Fowl II.
Dal suo punto di osservazione, un balcone che dava sul vialetto d’ingresso a Castel Paradizo, i due visitatori formavano una strana coppia. Minerva l’aveva avvertito che sarebbero stati puntuali, e Gaspard non ne era stato sorpreso, considerato che uno era il colosso con cui sua figlia aveva insistito per passare le vacanze negli ultimi tre anni, Leale. Strano nome. All’inizio, Gaspard aveva avuto le sue remore a lasciare una quindicenne in compagnia di un uomo che doveva avere tre volte la sua età, ma, come se se lo aspettasse, il gigante l’aveva preso da parte per spiegargli chi fosse. Il suo curriculum. E, al termine della chiacchierata, Gaspard si era convinto che non solo Minerva non correva nessun pericolo, ma che in pochi altri luoghi della Terra sarebbe stata più al sicuro che assieme a lui.
Il secondo, Gaspard l’aveva riconosciuto all’istante, e questo nonostante non l’avesse mai visto di persona. Per tre anni, Minerva aveva sofferto d’insonnia. Per tre anni, aveva passato le notti disegnando lo stesso soggetto: un pallido ragazzo dai capelli scuri. E quindi quello doveva essere il famoso Artemis Fowl II.
Il primo pensiero di Gaspard era stato che, nonostante dovesse essere più o meno coetaneo di sua figlia, sembrava incredibilmente piccolo. Ma forse era solo il contrasto con la sua colossale guardia del corpo: Minerva aveva preso tutto da sua madre, ad eccezione degli occhi – che venivano dal ramo paterno della famiglia – e lo superava di tutta la testa, ma anche lei sembrava minuta quando era accanto a Leale.
Ah, eccola lì, sua figlia! Correva lungo il vialetto, i capelli oro di sua madre che sobbalzavano sulle sue spalle, e se Gaspard non avesse già capito tutto da mesi, tanto sarebbe bastato a dirgli che era innamorata persa di quell’Artemis. Inutile farle domande a riguardo, ovviamente – tanto, avrebbe negato – ma non era neanche necessario, non quando aveva cerchiato in rosso la data del suo compleanno sul calendario, una cosa che non aveva mai fatto per nessuna delle sue precedenti... compagnie, perché definirle relazioni sarebbe stato troppo. Minerva poteva aver menzionato una o due persone, ma Gaspard non era uno sciocco: le usava solo per scaldarsi il letto. Non che avesse qualcosa in contrario: potevano essere passati quasi quarant’anni, ma ricordava bene com’era stato lui all’età di Minerva. Certo, erano tempi diversi. Nessuno si preoccupava dell’HIV, o di altre malattie sessualmente trasmissibili. Ma, sapendo quanto sua figlia fosse attenta a riguardo, era un pensiero che non l’aveva mai davvero preoccupato.
Ora era chiaro che in quei tre anni Minerva stava aspettando l’unica persona di cui si fosse mai innamorata: il ragazzo dei suoi disegni, Artemis. Perché l’algida e asociale figlia di Gaspard non era mai corsa incontro a nessuno che non fosse suo padre o suo fratello... e ora Artemis. Gli si era fermata davanti – Gaspard aveva constatato di non essersi sbagliato sulle proporzioni: il ragazzo arrivava a stento alla spalla di Minerva, e accanto al suo metro e ottanta di altezza sembrava al primo anno delle superiori – e gli aveva detto qualcosa che si era perso nello spazio il vialetto dove sostavano i tre e il balcone e poi l’aveva stretto in un abbraccio, sollevandolo da terra sotto lo sguardo impassibile di Leale (che, evidentemente, era abituato a simili scene).
Anche se non riusciva a sentire cosa si stavano dicendo, Gaspard non aveva mai visto sua figlia parlare così con nessuno, il capo chino su di lui, immersa nella conversazione. L’aveva vista gettare la testa all’indietro e ridere per qualcosa che Artemis aveva detto, e per un attimo – solo per un attimo – ne era stato invidioso. Minerva non aveva mai riso così con lui. Scherzato? Sì. Scambiato prese in giro, che sembravano essere lo standard tra un padre single e sua figlia , anche se la figlia era un genio? Anche. Ma riso con tanto abbandono? Mai. E sapeva che la propria famiglia era l’eccezione alla socialità di Minerva, non la regola. A scuola – finché c’era andata, a dodici anni, quando aveva preso la maturità – la chiamavano regina di ghiaccio, ma Gaspard non ne aveva mai capito la ragione fino al giorno in cui si era ritrovato Castel Paradizo mezzo distrutto (anche se poi si sarebbe scoperto che i danni sembravano peggiori di quanto in realtà non fosse) e Minerva riaccompagnata a casa da Leale. Forze paramilitari si erano impadronite di un politico sudamericano che attendeva di operare, e da qualche parte in mezzo a quella confusione la strada di sua figlia si era incrociata con quella di Artemis Fowl II prima di separarsi, e Minerva ne era uscita devastata. Per i tre anni successivi, non era più stata la stessa.
E invece eccola lì, a ridere di cuore. L’invidia era scomparsa, lasciando spazio al sollievo. Gaspard sapeva che sua figlia non avrebbe apprezzato, e quindi aveva tenuto i propri dubbi per sé, ma aveva temuto che – con la sua straordinaria intelligenza, la sua arroganza e la sua lingua tagliente – Minerva non avrebbe mai trovato nessuno alla sua altezza per trascorrere la vita assieme. Ma qualche ora in compagnia di Artemis, a guardare Minerva sommergerlo di osservazioni che i più grandi professori di fisica quantistica avrebbero avuto difficoltà ad afferrare e il ragazzo rispondere: “Oh?” – e in quella sillaba c’erano ammirazione e affetto in ugual misura – prima di attaccare con la propria analisi, che si erano conclusa con un lieve sorriso che aveva illuminato gli occhi sia ad Artemis che a Minerva, gli era bastata per rendersi conto che era perfetto per lei.
Gaspard Paradizo non avrebbe mai dimenticato neanche il giorno del coming out di Artemis Fowl II. Minerva era venuta a cercarlo, dicendogli con voce insolitamente seria che lei e Artemis dovevano parlargli, per poi mitigare quel preambolo – da brava figlia di medico – aggiungendo di non essere incinta e che nessuno dei due era malato. Nella stanza che quando era a Castel Paradizo divideva con Minerva l’aveva atteso un Artemis insolitamente nervoso, che si stringeva nelle spalle e accavallava le gambe e, non appena era stata a portata, aveva intrecciato le dita con la mano che Minerva le aveva offerto. Tra mezze frasi e vaghi accenni, aveva comunicato il suo desiderio che da allora in avanti per riferirsi a lei fossero usati pronomi femminili. Il tutto mentre Minerva, che le stringeva protettivamente le spalle con l’altro braccio, fissava Gaspard con uno degli sguardi più terrificanti che l’uomo avesse mai visto, come a sfidarlo a dire alcunché.
Tanto terrificante, in effetti, quanto inutile, perché Gaspard non aveva avuto bisogno della minaccia che ardeva negli occhi di sua figlia per accondiscendere alla richiesta di Artemis: era un chirurgo plastico, in più di trent’anni di carriera aveva avuto avuto dozzine di pazienti che chiedevano un intervento di riassegnazione di genere. Che anche Artemis rientrasse nella categoria poteva essere inaspettato, ma non sconvolgente. Anzi, Gaspard avrebbe dovuto aspettarselo: magra e minuta, le mani dalla manicure perfetta, i capelli che aveva preso a portare sciolti sulle spalle, il modo in cui si muoveva... in Artemis c’era sempre stato qualcosa di femmineo.
Certo, questo significava che con ogni probabilità Gaspard non sarebbe mai diventato nonno – a meno che le due non decidessero di adottare o di ricorrere alla fecondazione assistita – ma d’altro canto bastava cogliere il lampo che passava negli occhi di Minerva ogni volta che veniva pronunciata la parola madre per intuire che, quale che fosse il genere in cui Artemis si riconosceva, Gaspard avrebbe dovuto guardare altrove per la futura generazione. Ah, beh. Restava sempre Beau.
“Pas de problème, ma grande. Comme tu préfères (3).”
Le spalle di Artemis erano crollate per il sollievo, nello stesso momento in cui Minerva l’aveva stretta forte a sé: “Non te l’avevo detto che ti stavi preoccupando per niente, non?”
“Minerva”, l’aveva rimproverata Gaspard. “Fiche-lui un peu la paix (4).”
Sua figlia aveva riso: “Bien sûr, papa. Je laisse la pauvre Artemis tranquille, oui? (5)”
Mentre lo diceva, però, aveva ammiccato. Gaspard aveva colto immediatamente il messaggio e, dopo aver chiuso la porta sulle due ragazze che, strette spalla contro spalla, bisbigliavano l’un l’altra, aveva fatto una telefonata ad una ditta di ristorazione di Tourrettes-sur-Loup. Il coming out di Artemis era un evento da festeggiare, e ne era valsa la pena quando Minerva, vestita di rosso, aveva sceso le scale con sottobraccio un’Artemis in un lungo abito blu, il volto ingentilito dal trucco e da un sorriso che faceva del suo meglio per tenere a freno, senza peraltro riuscirci particolarmente bene.
Sì, Gaspard si era affezionato molto a quella ragazza con cui sua figlia aveva deciso di dividere la vita. Fu per questo che, quando Minerva gli passò davanti di corsa, le falde del cappotto strette contro il petto per tenerle chiuse e un ombrello in pugno, borbottando qualcosa a proposito di temporali e di Artemis piovute dal cielo, si chiese se non fosse suo dovere – come medico – dirle due parole circa i rischi che aveva corso.
Poi cambiò idea. A giudicare dal cipiglio di Minerva, sarebbe stato crudele infierire. Artemis era in ogni caso in lista per una bella sfuriata.
Artemis si era convinta che non avrebbe mai più sentito caldo in vita sua. Cambiò idea nell’istante in cui Minerva la spinse nel bagno e un delizioso tepore la avvolse assieme al vapore che uscì dalla porta. Perfino le piastrelle di cotto erano tiepide sotto i suoi piedi scalzi.
“Spogliati”, ordinò Minerva. “E poi in acqua.”
Erano le prime parole che le rivolgeva da quando l’aveva trascinata di peso attraverso il portone di Castel Paradizo, se si escludeva per: “Levati le scarpe”, e il suo tono era era indecifrabile, così come il suo volto.
Artemis non protestò. Sentiva di meritarlo.
In retrospettiva, si era comportata ancora più da idiota di quanto avesse pensato in un primo momento. Non è così che fanno tutte le ragazze normali?, rifletté, sarcastica. Gettarsi tra le braccia della loro fidanzata alla prima difficoltà. Mia madre dovrebbe essere felice che stia finalmente cominciando a comportarmi come le mie coetanee.
Ma era innegabile: non avvertire Minerva per tempo era stato da idiota.
Non portarsi dietro l’ombrello era stato da idiota.
Non badare alle condizioni avverse mentre pilotava il Learjet era stato da idiota.
Non controllare il meteo prima di partire era stato da idiota.
Non avvertire Leale prima di partire era stato da idiota.
Leale! Dannazione!
Artemis pensò che avrebbe odiato il tono della propria voce mentre interrompeva momentaneamente la lotta con la giacca bagnata per rivolgersi a Minerva, ma l’umiliazione non si rivelò necessaria. Bastava uno sguardo, un gesto per capirsi, a loro due, e Minerva stava già scorrendo tra i contatti. Le rivolse un’unica occhiata interrogativa mentre il suo indice fluttuava sopra il tasto di chiamata, ed era una richiesta di conferma: Minerva non avrebbe mai fatto qualcosa che lei non avesse voluto per prima.
Artemis chiuse gli occhi. Lo voleva? No. Avrebbe preferito affrontare di nuovo le Undici Meraviglie del Mondo piuttosto che la telefonata che la aspettava. Ma, d’altro canto, non poteva tirarsi indietro. La vecchia Artemis, carogna che era stata, non si sarebbe fatta tanti problemi: avrebbe telefonato unicamente per evitarsi l’imbarazzo di un’irruzione a Castel Paradizo da parte di una guardia del corpo armata di tutto punto. La sola idea riempiva l’Artemis attuale di vergogna: gli ho mancato di rispetto. Ancora. Non sono cambiata per niente.
Annuì.
La chiamata venne presa al primo squillo... non che si aspettasse nulla di diverso. “Leale?”, sentì dire a Minerva. “Bonsoir. Artemis è qui. Sì. Inzuppata come un biscotto, ma a parte questo bene. Ah...”
Vuole parlarti, segnò in ASA (6).
Ovviamente. Leale non si sarebbe tranquillizzato prima di sentire la sua voce, e forse nemmeno allora. Artemis sospirò e prese il cellulare.
“Mi dispiace”, disse immediatamente, ancora prima di assicurarsi di essere nel campo del ricevitore.
Evidentemente lo era, e altrettanto evidentemente le sue parole non corrispondevano a quanto che Leale si sarebbe aspettato, perché dall’altro capo giunse un lungo silenzio. Così lungo che Artemis spostò per un attimo lo sguardo allo schermo per assicurarsi che non fosse caduta la linea.
“Stai bene?”, giunse infine.
“Sì, certo”, si affrettò a dire Artemis, ansiosa di rassicurarlo. Era il minimo che potesse fare. “Sono con Minerva. Si sta prendendo cura di me.”
La ragazza si era allontanata all’altro capo della stanza, vicino alla porta, per lasciarle un po’ di privacy, ma il bagno non era abbastanza grande per farne più che un gesto di cortesia, e Artemis vide che a quell’affermazione le sue labbra si piegavano in un sorriso.
Leale sospirò. Attraverso il ricevitore, parve lo sbuffare di un elefante: “So che è dura per te, Artemis. Lo immagino. Ma, la prossima volta, puoi provare a parlare? Sono qui anche per questo. Non c’era bisogno di prendere un aereo, mettere mezza Europa tra te e Casa Fowl e spaventare tutti quanti.”
Invece ce n’era bisogno, pensò Artemis. Non ho intenzione di cominciare a spiegare a genitori che non mi ascolteranno mai. Non dopo quello che ho realizzato su di me e su di loro. Non riesco più ad essere lui e Casa Fowl non è più un ambiente vivibile per me. Non posso continuare a combattere i mulini a vento. Semplicemente non ce la faccio, Leale. Sono troppo stanca per tutto questo.
Ma non lo disse. “Cercherò di non farti più preoccupare così, vecchio amico.”
Minerva incontrò il suo sguardo dall’altro capo della stanza, e i suoi occhi dicevano che almeno a lei non era sfuggita la formulazione della frase: cercare di non far preoccupare era diverso da non far preoccupare, e Artemis poteva giurarlo senza garanzia sul risultato. E, mentre Leale aveva menzionato tutti gli abitanti di Casa Fowl, l’oggetto della promessa di Artemis era soltanto Leale. Poteva includere Juliet, certo, ma non aveva detto niente riguardo i propri genitori. Al punto a cui sentiva di essere arrivata, non era più sicura che le importasse davvero, se si spaventavano o meno. Non provava più niente.
“Quando pensi di tornare a Casa Fowl, Artemis? Perdonami, ma sai che devo chiedertelo.”
Artemis capiva, figuriamoci. Era pura e semplice logistica: prima o poi sarebbe dovuta tornare – se non altro, a prendere le mie cose – e un jet non si involava da solo, come aveva sventatamente fatto. Erano anni che prendeva i comandi, ma Leale avrebbe insistito per essere presente. Il suo principale avrebbe potuto avere un malore in volo e si fidava del pilota automatico solo fino ad un certo punto. Artemis capiva, certo. Solo che al momento presente non era in grado di affrontare la questione. Non ce la faceva proprio.
Fu Minerva, a toglierla dagli impicci. O il dilemma di Artemis era così grande che glielo si leggeva in faccia, o quella ragazza aveva orecchie da pipistrello, perché allungò una mano per farsi restituire il telefono: “Leale, era già previsto che Artemis venisse a trovarmi per il mio compleanno. Ha solo anticipato un po’ i tempi, n’est-ce pas?”
Mentre la guardia del corpo rispondeva, Minerva segnò con la mano: questo finesettimana? Artemis annuì, sentendo le spalle che cedevano per il sollievo. Tre giorni con Minerva sarebbero stati abbastanza. Sarebbe stata più forte, dopo. Più salda sulle sue posizioni. Più preparata per affrontare la tempesta. L’altra ragazza fece segno di aver capito: “Perché non ci raggiungi per il finesettimana? Mi farebbe piacere che ci fossi anche tu, e potrai parlarne di persona con Artemis.”
Ci fu uno scambio di convenevoli, un’alzata di sopracciglia che significava: c’è altro che devi dire a Leale?, e poi la guardia del corpo riattaccò. Minerva abbassò il cellulare: “Casa Fowl è fatta. Spinella.”
Artemis esalò. Spinella, giusto. Mancava solo che il Consiglio si facesse prendere dal panico alla sua improvvisa partenza e alla sua amica fatata toccasse fare mezza Europa per indagare su cosa stesse macchinando. Ora, in condizioni normali l’elfa avrebbe colto al balzo l’occasione per fasi un voletto in superficie, ma Artemis non riusciva proprio ad immaginarla tutta sorridente sotto la pioggia che aveva accompagnato lei fino a Castel Paradizo. Avrei dovuto essere io a pensarci. Proprio non ci sto con la testa, stasera.
Ma l’ingiunzione mancava della consueta energia. Era stanca. Tanto, tanto stanca. Ruotò l’anello verso il polso e aprì la tastiera olografica.
aurumpotestasest (7) ha scritto:
Cara Spinella,
con ogni probabilità i tuoi superiori rifiuteranno di credere alla presente mail e pretenderanno ugualmente la tua uscita, ma considerato come qui sta diluviando, mi sembrava giusto nei tuoi confronti fare almeno un tentativo. Sì, ho lasciato Casa Fowl. Sì, sono a Castel Paradizo. No, non sto pianificando la conquista del mondo – né di qualche universo parallelo – né tantomeno di rapire nessuno. Avevo
Si bloccò. Voleva davvero mettere sulla carta, metaforicamente parlando, il senso di vuoto che l’aveva assalita? Quel dolore in mezzo al petto, l’impressione di aver ottenuto tutto ciò che avrebbe potuto desiderare – ricchezza, potere, fama, amore – tranne un’unica cosa, ma che quell’assenza si era fatta intollerabile?
Non oggi. E, possibilmente, mai.
bisogno di trascorrere un po’ di tempo con Minerva. Soltanto questo. Ti do la mia parola.
Con i miei più sinceri auguri che le mie parole assolvano al loro scopo,
Per la seconda volta, le sue dita rimasero ferme sopra la tastiera. Come doveva firmarsi? Il suo cognome valeva ancora qualcosa per lei, quando ad ogni giorno che trascorreva a Casa Fowl si sentiva sempre più un’estranea? Erano settimane che non pensava più a se stessa come Artemis Fowl II, ma semplicemente Artemis. E fu quello che scrisse infine, perché era un altro problema che non aveva la forza di affrontare. Spinella ci avrebbe letto qualcosa? Sì. No. Forse. Ora come ora, Artemis non riusciva proprio ad aggiungere la cosa alla lista delle sue preoccupazioni.
Mise in conto, così come aveva detto, la possibilità che il messaggio venisse ignorato e che Spinella si presentasse alla finestra quel giorno o uno dei successivi e ne informò Minerva, che annuì come se non si fosse aspettata nulla di diverso. Prese anche un appunto di ricordarsi di cambiare quello stupido pseudonimo al più presto (aurum potestas est un accidente) e chiuse gli occhi.
Dormire, per cent’anni o anche più, ecco cos’avrebbe voluto, ma sapeva che le sue fatiche non erano ancora terminate, così si sforzò di sollevare le palpebre e di incontrare lo sguardo di Minerva. Fu la prima volta, a memoria di Artemis – e la sua memoria era eidetica – che non le riusciva di leggere al colpo d’occhio cosa passava per la testa dell’altra ragazza. O forse, la verità era che non voleva. Che aveva paura di quello che avrebbe potuto trovarvi.
Il contatto visivo durò un attimo, poi Minerva distolse lo sguardo e fece per aprire la porta.
C’era un verso, nella playlist che la ragazza le aveva passato l’estate passata, che descriveva alla perfezione ciò che Artemis sentì in quell’istante: is Paradise denied to me 'cause I can’t take no more (8)?
Le fece più male di tutto quanto il resto. Non ce la faceva. Non anche questo.
“Minerva.”
La vecchia Artemis, carogna che era stata, avrebbe odiato sentirsi supplicare. Ma all’Artemis di oggi non importava. Era stanca, stanca di tutto quanto. Stanca come se fosse nata tale, come se si fosse sentita stanca per tutta la vita. La sua dignità, il suo orgoglio, ciò che restava della maschera che aveva indossato per tanti anni... aveva l’impressione che la pioggia gelida avesse lavato via tutto. Aveva pilotato il Learjet nella tempesta perché le restava un’unica certezza. Senza, non era più niente.
I’m hoping, I’m praying (8), continuava la canzone, e Artemis sperò, pregò. Il fango, la pioggia, meritava lei, e nient’altro, ma sperò e pregò ugualmente, odiandosi per quel suo desiderare qualcosa tanto al di sopra del suo reale valore.
E Minerva rispose alle sue speranze, alle sue preghiere. Rispose, e l’attimo dopo che il suo nome era uscito dalle labbra di Artemis era di nuovo accanto a lei, come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, come se non si fosse mai mossa: “Artemis. Pensavo solo di lasciarti un po’ di spazio mentre ti lavi, oui? Sarò qui fuori, promesso.”
Minerva parlava, e lei chiuse gli occhi, chiamò a raccolta quella parte di sé che ancora poteva definire genio e scandagliò la sua voce alla ricerca di una traccia di acredine. Non ne trovò nessuna, ma a pensarci bene non voleva poi dire molto. Esattamente come lei, Mineva era una maestra dell’inganno. E sì, Artemis sapeva – come sapeva che Minerva sapeva – che quegli occhi verdi non sarebbero stati capaci di mentirle. Erano l’una per l’altra un libro aperto, loro due. Però Artemis voleva, doveva essere sicura. Non ci avrebbe creduto finché non l’avesse sentito dalle sue labbra.
“Non sei... arrabbiata?”, chiese, con lo sguardo fisso sulle dita dei piedi, impegnate ad artigliare nervosamente il tappetino bianco. Lo chiese con una voce piccola piccola, che di nuovo la vecchia Artemis avrebbe detestato e che l’Artemis attuale sentiva appartenerle ogni giorno di più.
Minerva le venne vicina. Le venne molto, molto vicina, finché l’altra ragazza non sentì il profumo del suo shampoo nelle narici e il tepore del suo corpo nonostante il riscaldamento acceso. Due dita le sfiorarono la guancia, portando via qualcosa di bagnato. Artemis non si era neanche resa conto di aver cominciato a piangere.
“Artemis”, chiamò Minerva, e al suono del proprio nome la ragazza chiuse nuovamente gli occhi. Ma stavolta fu perché la sua voce era dolce. Tanto, tanto dolce. E sì, parte di lei sentiva di non meritarlo, ma tutto il resto se ne infischiava. Aveva bisogno di quella voce. Ne aveva bisogno come dell’aria per respirare.
“Non sono qui per una replica del rimbrotto che ho fatto a Spinella”, disse Minerva, appoggiando il capo sul suo. “Puoi anche essere piovuta dal cielo, ma tu non sei Spinella, e non c’è niente che io possa dirti che tu non abbia già pensato da sola. Più di una volta, se ti conosco. Sì, sei stata una sciocca. Sì, mi hai fatta preoccupare da morire. Ma non vedo come rinfacciartelo possa cambiare quello che è stato. Su, lascia che ti aiuti, oui?”
In un altro luogo, in un altro tempo, Artemis avrebbe forse protestato alla prospettiva di essere spogliata come una bambola. Ma era stanca. Così stanca, e la camicia le si era incollata alla pelle e staccarsela di dosso significava che un attimo dopo tornava ad aderire come una ventosa. Ed era fredda, e le metteva nuovi brividi in corpo nonostante la stufetta accesa. E quindi Artemis accettò di buon grado che Minerva la pelasse, come si faceva con un frutto. Con chiunque altro sarebbe stato terribilmente imbarazzante, ma Minerva? Si conoscevano, loro due. Si conoscevano intimamente, e l’imbarazzo a trovarsi al cospetto dell’altra quand’era nuda era un’altra di quelle cose che si erano lasciate da molto tempo alle spalle. Certo, Artemis odiava il proprio corpo. Odiava il proprio petto, i propri fianchi, e questo nonostante chiunque l‘avesse vista le avrebbe assicurato che il suo fisico era delicato, androgino. Odiava i propri genitali. Ma lo sguardo di Minerva – proprio come le sue mani quando si abbracciavano – non vagava mai dove non avrebbe dovuto. Come per miracolo, si posava sempre su quei punti che Artemis riteneva i più accettabili. In una buona giornata, perfino attraenti.
I suoi muscoli protestarono mentre scavalcava il bordo della vasca. Sei al mondo per soffrire, dicevano gli aztechi ai propri figli al momento della nascita, ma solo pochi mesi prima Artemis aveva compreso il significato di quella massima. Ora, lei conosceva la psicologia meglio di molti cosiddetti esperti, sapeva il nome di quelle idee – pensieri intrusivi – e da dove venivano, ma tutta la sua conoscenza non era stata abbastanza quando l’avevano investita con tanta forza che allontanarsi al più presto da Casa Fowl le era sembrata l’unica soluzione possibile, a meno di non commettere gesti irreparabili. Che genere di gesti irreparabili, di questo Artemis aveva solo una vaga sensazione, ma che pilotare il Learjet con il meteo avverso e poi arrancare a piedi su per i tornanti che conducevano a Castel Paradizo – dopo che il taxi l’aveva cortesemente ma recisamente scaricata a tre quarti della salita – le fosse apparsa un’alternativa ragionevole, costituiva una risposta più che sufficiente.
Simili pensieri, però, si facevano di istante in istante più lontani mentre Artemis si rannicchiava sul fondo della vasca, tirandosi le ginocchia al petto e chiudendo gli occhi. L’aria era calda, l’acqua era calda, la schiuma nascondeva il suo corpo e respirare era più facile. E quando sollevò le palpebre, dopo quello che poteva essere un minuto come un’ora, Minerva era appoggiata sulle braccia incrociate al bordo della vasca e la guardava con...
...tutto sommato, Artemis non era certa che in alcun vocabolario esistesse una parola per descrivere come la stava guardando Minerva. Un misto di affetto e tenerezza. Quel di cui era sicura, era che avrebbe potuto andare avanti a farsi guardare così per sempre.
“Bonjour”, sussurrò, allungando una mano per accarezzarle la guancia. Pelle liscia e vellutata come la buccia di una pesca sfiorò i suoi polpastrelli, appena inumidita dal vapore che vi si era condensato.
“Bonjour”, rispose Minerva, e sotto le dita dell’altra ragazza Artemis sentì le proprie palpebre chiudersi di nuovo, mentre reclinava il capo sotto il suo tocco. Minerva era così: tanto algida e glaciale con il resto del mondo quanto dolce e affettuosa con lei, spesso quando meno se lo aspettava. Artemis l’aveva imparato in una notte di luna piena di sei mesi prima, quando le voci del Popolo erano intenzionate a farle perdere la testa; era stato un momento intimo, riservato, qualcosa che era appartenuto solo a loro due, e in retrospettiva era lì che la ragazza avrebbe piantato il golden spike se le avessero chiesto quando il loro rapporto era slittato dall’affettuoso dileggio, dall’amichevole competitività dei primi tempi, a ciò che avevano adesso: quel profondo senso di appartenenza reciproca, quella certezza di riconoscersi nell’altra. O forse, a pensarci su, era stata la partita a scacchi. O... ora che ci rifletteva, in effetti, non era semplice come avrebbe creduto.
“A cosa stai pensando?”, Artemis sentì l’altra ragazza chiederle, e sorrise. In parte, perché era una di quelle domande che Minerva le faceva e che non necessitavano davvero di una risposta, in parte perché lei era così bella, con i ricci dorati che si spargevano sul bordo della vasca.
“A te. Hai per caso altre di quelle battute sulla fisica dei quanti?”
“Oh? Questo? D’accord. Vieni qui.” Minerva le sorrise di rimando: “Perché un fotone va dallo psicologo? Crisi d’identità (9).”
Artemis ridacchiò, e poi rise apertamente, sorprendendosi di quanto leggera e spensierata suonasse la sua risata. C’era stato un solo momento in cui aveva riso così, da quando era tornata a Casa Fowl dopo aver trascorso il nuovo anno con Minerva? Non riusciva neppure a ricordarlo.
E poi Minerva chiamò il suo nome, ed era vicina – così vicina! – le sistemava una ciocca ribelle dietro all’orecchio, le tracciava la linea della mascella con la punta delle dita, le porgeva una domanda senza bisogno di parole. Gli occhi di Artemis annuirono di rimando, e la bocca di Minerva fu sulla sua, senza curarsi dl fatto che le spalle sotto la manica del suo maglione fossero bagnate, o dei capelli che vi gocciolavano sopra. Sapevano entrambe che non aveva importanza. Erano vicine, e questo contava.
“Artemis”, sussurrò Minerva, il suo fiato tiepido che le solleticava l’orecchio. “Io ti amo. Ti amo con tutta me stessa, e – qualunque cosa accada – non smetterò mai di amarti. Mai. E tu, tu avrai sempre di che rifugiarti in me. Lo sai, vero?”
Era uno di quei momenti di intensa comunione con Minerva, uno di quei momenti in cui il sempre presente legame tra loro due era così tangibile che Artemis sentiva che avrebbe potuto allungare le dita e sfiorarlo, e che avrebbe voluto durasse per sempre – e per questo avrebbe dato tutte le sue ricchezze, tutto il suo genio. Non valevano un solo attimo di quel senso di beatitudine che fino a qualche mese prima non avrebbe neppure immaginato esistesse. E non a caso: quand’era sola, le sembrava una meta irraggiungibile; viceversa, era sufficiente la sola presenza di Minerva per infonderglielo.
“Lo so”, mormorò di rimando. “Tu sei Paradiso.”
“Sì”, rispose Minerva nello stesso tono. “Sì, lo sono.”
E c’erano così tante parole dietro quelle parole. Parole che né l’una né l’altra avrebbero pronunciato ad alta voce, perché erano parole che non esistevano in nessun dizionario al mondo, e perché già le conoscevano, in ogni tocco delle loro dita, in ogni abbraccio che si scambiavano, riflesse nello sguardo dell’altra quando occhi verdi e occhi spaiati si incontravano.
E poi Minerva si sciolse dall’abbraccio: “Forza, metti la testa sotto. Laviamo anche questi capelli, oui?”
Pelle contro pelle.
Minerva aveva avvolto Artemis in un accappatoio e, dopo averle chiesto se volesse mangiare qualcosa (proposta immediatamente commutata in una tazza di latte caldo quando aveva visto l’espressione sul viso dell’altra, e anche questa era stata rifiutata), le aveva offerto una sua camicia da notte. Se qualcuno – qualcuno che non fosse stato lei, s’intende – avesse osato chiederlo, Artemis avrebbe recisamente negato e probabilmente avrebbe anche fatto sfoggio di essere offesa all’idea, ma Minerva sapeva che adorava dormire dentro ai suoi vestiti. E, giacché era lei, non aveva neanche bisogno di chiedere: era stata Artemis, con le guance deliziosamente colorite di rosso, che aveva ammesso che soprattutto adorava scomparirvi dentro: uno dei lati positivi dell’essere venticinque centimetri più piccola. Stavolta, però, era bastato uno scambio di sguardi ed era stata Minerva, quella a scivolare fuori dai propri vestiti.
Minerva sapeva che erano molti (e si trattava di un eufemismo per quasi tutti, anche tra coloro che si definivano amici di Artemis) che si sarebbero detti incapaci di riconoscerla – o meglio, di riconoscere quella che pensavano fosse Artemis; algida e arrogante, una risposta tagliente sempre sulla punta della lingua – nella ragazza che si era presentata al cancello di Castel Paradizo bagnata fradicia, con la disperata richiesta di un abbraccio nello sguardo e troppo timore per chiederlo, facendo svaporare la sua rabbia come se non fosse mai esistita... come se Minerva avesse potuto restare arrabbiata davanti ai suoi occhi spaiati, socchiusi mentre reclinava il capo contro il bordo della vasca, a quelle labbra illanguidite dal semplice piacere che il calore dell’acqua le dava, al sospiro che le era sfuggito e che aveva strappato un palpito al suo cuore. Era perché non conoscevano Artemis, non per davvero, perché per Minerva era così semplice: una scacchiera era fatta di pezzi bianchi e neri in ugual misura, ed eliminare gli uni o gli altri l’avrebbe trasformata in qualcosa che non era. Stava tutta lì, davanti agli occhi di chiunque, la soluzione all’enigma che era Artemis, capelli corvini che incorniciavano il volto pallido: la luce di una stella, l’oscurità del vuoto cosmico.
Oltre che lunghi, si stavano facendo più morbidi, i capelli di Artemis. Setosi. Soprattutto adesso, nel loro stato più naturale, appena asciugati e con le punte arricciate dal vapore. Quando Minerva si era offerta di pettinarla, l’altra aveva accettato con quella maniera tutta sua, quel lento esalare un: “Sì, per favore” che faceva sembrare ogni proposta la soddisfazione di un desiderio che Artemis non aveva avuto il coraggio di esprimere. E ora che non c’erano più strati di cera a plasmarli giorno dopo giorno nella stessa acconciatura – uno sfoggio del suo perfetto, incrollabile autocontrollo non dissimile da quello che un leone faceva della sua criniera – era così evidente che, per quanto potesse lamentarsi che erano ingovernabili, dentro di sé Artemis aveva sempre voluto portarli lunghi; le stavano così bene, un mare nero che si scioglieva in morbide onde sul suo collo, in cui Minerva amava immergere il viso. Non più un mezzo, ma un fine: ciò che Artemis era.
Capelli neri, più neri del buio della stanza, e contro quel manto di oscurità la pelle della ragazza sembrava rilucere, come la luna – sacra alla dea della quale portava il nome – nel cielo notturno. Il latte che Minerva le aveva offerto era meno candido, di un pallore tale che le vene spiccavano azzurrine come la carta di un mondo alieno. Quante erano le volte in cui si erano viste nude, loro due? Sicuramente meno di quanto molti – nella loro convinzione che il tempo che Artemis e Minerva trascorrevano assieme fosse inframmezzato di gemiti, urla e sospiri – pensassero. Eppure, quel mondo Minerva avrebbe potuto mapparlo a memoria, e senza bisogno di telescopi: anche in perigeo (10), la luna era lontana almeno 363.300 chilometri, mentre la distanza tra loro due si misurava in millimetri.
Avrebbero frainteso la loro vicinanza, quei molti che le credevano impegnate ad amoreggiare, e di questi ben pochi avrebbero creduto alle loro spiegazioni (se Artemis e Minerva fossero state disposte a darne, come se fosse importato loro qualcosa di quel che gli altri credevano), ma non c’era sensualità nei loro gesti. Era il reciproco contatto che cercavano, mentre si stringevano come se avessero voluto contagiarsi della propria intelligenza fuori dal comune, la sensazione di appartenere l’una all’altra. Altrimenti perché Artemis avrebbe avuto scapole che sembravano fatte perché le mani di Minerva ci si appoggiassero? Perché la sua schiena si sarebbe incastrata contro il suo corpo come una ghianda nella sua cupola? Perché i loro cuori, separati solo da una fragile gabbia di ossa, muscoli, tessuto connettivo e derma, avrebbero battuto allo stesso ritmo, sistole e diastole, sistole e diastole, sistole e diastole? Perché Artemis sarebbe stata refrattaria al solletico e allo stesso tempo così sensibile alla sua presenza che bastava che il respiro dell’altra ragazza le sfiorasse la gola perché si coprisse di pelle d’oca? Perché avrebbe voltato il capo a cercare, anche nell’oscurità, il proprio riflesso specchiato negli occhi di Minerva?
Perché in lei aveva trovato se stessa. E Minerva, per tutta risposta, sfiorò le sue labbra con le proprie: “Tout va bien. Tout va bien, Artemis.
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(1) In latino: “Artemis non è un nome da ragazza.”
(2) Nome scientifico della civetta comune, animale sacro ad Atena/Minerva.
(3) In francese: "Ma certo, ragazza mia. Come ti senti meglio."
(4) In francese: "Lasciala un po' tranquilla, su."
(5) In francese: "Sì, sì, papà, lascio in pace la povera Artemis."
(6) American Sign Language, il linguaggio dei segni americano.
(7) Artemis usa due diversi programmi di messaggistica, a seconda che stia parlando con Minerva o con il Popolo, con differenti nickname (vedi Fools' Paradise - La notte di Samain)
(8) Within Temptation, The truth beneath the rose
(9) I fotoni si comportano sia come onda che come particella.
(10) Il punto in cui la Luna, a causa della precessione, è più vicina alla Terra
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