Work Text:
"Lo ucciderò."
Jinx pugnalò il terriccio con l'estremità del suo bastone rosa, ringhiando e ansimando come un membro della fauna selvaggia di quei luoghi. Probabilmente aveva anche i capelli incrostati di foresta come uno di loro…
Soffiandosi la frangia via dal viso, si aggrappò alla trazione e fece un passo, la suola dentata che scalciava un ciottolo sugli stinchi di qualche malcapitato retrostante.
Ekko si voltò a guardarla.
"Chi?" domandò, un sopracciglio alzato e un sorriso obliquo.
A differenza sua, lui aveva un aspetto grandioso. Se ne stava lì, tutto bronzeo e agile come uno stambecco, con i capelli di nuvola, la pelle scintillante e un completo da trekking che aderiva in tutti i punti giusti, rendendo gloria ai suoi avambracci scolpiti dal sole e alle sue natiche. Sembrava appena uscito da uno quei depliant del loro albergo, e Jinx provò un misto di profonda invidia e ammirazione.
"Il tizio" borbottò, facendo un altro passo, "quello che ha scritto il cartello."
"Quale cartello?"
"Quello che ci ha mentito."
Si fermò per riprendere fiato, costringendo Ekko ad aspettarla. In quel momento un vecchietto e il suo bovaro del bernese li superarono con un saluto e un'aria talmente orgogliosa da rasentare la perfidia.
La stizza cominciò a mischiarsi all'afflizione.
"C'era scritto: trentacinque minuti" sospirò, "Ricordi quando ho letto che c'era scritto trentacinque minuti?"
"Abbiamo fatto tre pause" le ricordò, "e in quest'ultimo tratto la pendenza è maggiore, per questo sembra più lungo."
Jinx si appoggiò alle ginocchia e si morse le labbra. Non voleva lamentarsi… non quando Ekko sembrava così pieno di entusiasmo, sorridendole incoraggiante e guardandosi intorno ogni cinque minuti come un bambino in un negozio di caramelle.
Avrebbe voluto raggiungerlo, inerpicarsi con la sua stessa armoniosa destrezza, sembrare una ninfa dei boschi dai capelli fluenti, superare quel nonnetto arrogante, conquistare la vetta e il mondo al suo fianco!
Ma i piedi le facevano male, l'orlo dei calzini le prudeva le caviglie, la crema solare le colava giù negli occhi e, più di ogni altra cosa, era quasi ora di pranzo. Le loro provviste "d'emergenza" si erano rapidamente esaurite nel corso del fine settimana, limitandosi ora a un solo sacchetto di patatine e a delle caramelle balsamiche che sapevano di clorofilla e catarro in un sabato sera.
La sua mente cominciò a vagare sul menù del rifugio.
C'erano quei grissini piccanti che Ekko le aveva fatto assaggiare l'altra sera… quelli che lei aveva intinto nella composta di prugne, e che le erano esplosi in bocca in un contrasto di sapori sorprendentemente piacevole.
La saliva le si raccolse sotto la lingua. Accolse la fantasia e decise di abbandonarvisi un po'. Solo un altro po'. Per motivarsi.
Morbidi canederli su un letto di fonduta di parmigiano, tirtlen con ricotta e spinaci dalla crosta dorata, spezzatino di manzo con patate…
"Quarta pausa?"
La voce di Ekko era dolce, allettante e seducente come la sua proposta, come un cucchiaino di miele di tarassaco.
Rose di burro, strudel di mele con salsa alla vaniglia, omelette glassate ai mirtilli, lamponi caldi sul gelato—
"No," desistette, serrando la mascella. "Voglio arrivare in cima."
Ma mentre parlava Ekko le aveva già sfilato lo zaino dalle spalle, guidandola a sedersi sull'erba e ad appoggiare la schiena su di esso. Prima che se ne rendesse conto aveva una borraccia in mano e una visiera parasole sulla testa.
Jinx gli rivolse un'espressione desolata, ma lui non sembrava turbato. Si sedette accanto a lei e tirò fuori le patatine, tutto sorridente, come se semplicemente essere lì, in quel momento e in quel posto con lei fosse l'esperienza più divertente del mondo.
Si sporse per sistemarle una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Le faceva venire voglia di urlare, mordere qualcosa, e abbracciarlo. Distolse lo sguardo, fissandolo su un punto impreciso dell'orizzonte.
"Stai riflettendo sulla vastità del mondo contrapposta all'infinita piccolezza dell'essere umano?" la stuzzicò.
"Sto pensando di lanciarmi da questo versante e rotolare fino a fondo valle come in uno di quegli stupidi reels sui panda."
Ekko emise una risata leggera — la sua aura talmente luminosa che riusciva a percepirla anche senza guardarlo (cosa che evitò deliberatamente e ostinatamente di fare, perché era ovvio che si fosse voltata adesso l'avrebbe accecata, cazzo).
"Be', al ritorno possiamo provare."
Scricchiolio.
…Era il suono della plastica che si apriva, quello?
Oh, al diavolo!
Si voltò, ritrovandosi con una patatina davanti al naso.
"È tutto okay" rassicurò, "siamo quasi arrivati."
L'offerta di cibo nella sua mano rafforzò la visione di se stessa come un animale arrabbiato, ma a stomaco vuoto Jinx era debole. E ancora più debole per quei due luccicanti bottoni di cioccolato che la guardavano con tanta apprensione.
Addentò lo snack senza discutere.
"Lo sho" masticò, i resti di patate disidratate ancora attaccati ai molari. Poi abbassò gli occhi e aggiunse, " 'mhshpiasce…"
Ekko distese le gambe, rilassato.
"Non esserlo" disse, la testa inclinata di lato. "Viste come questa vogliono momenti di stasi per essere apprezzate."
Seguì il suo sguardo e in effetti, se lo si guardava a mente lucida e con qualche patatina nello stomaco, il paesaggio non era poi così male.
Davanti a loro declivi verdi convergevano in una valle di graziose casette dai tetti a falda, come quelle che designano i bambini; tutto intorno, punte di rocce spuntavano dell'erba insieme a schizzi di giallo e lilla che rompevano la monotonia. Il cielo era di un azzurro carico dietro le montagne, quasi irreale — come se lo stesso bambino che aveva disegnato le case lo avesse ritagliato, colorato e attaccato lì con nastro adesivo e forbici dalla punta arrotondata.
Jinx inspirò, riempiendo il petto di una bolla fresca e leggera. Forse era semplicemente la consistenza dell'aria lontano dalla zona industriale di Zaun, e quello era semplicemente come appariva un cielo incontaminato.
Ekko giurava che ciò che avrebbero visto dalla cima sarebbe stato ancora meglio.
La nostalgia le riportò alla mente una sua versione dodicenne, che le metteva al dito anelli di dente di leone e salvava le api dalla piscina pubblica con le mani e una ciabatta di plastica.
A volte la pungolava il pensiero che lei ed Ekko fossero nati diversi, che lui avesse qualcosa… dentro, che lei non aveva — come un pezzo limpido e morbido sfuggito alla selezione naturale e che non era fatto per le strade in cui la vita li aveva messi. O forse nemmeno lei lo era. Forse nessuno lo era davvero, ed era tutta una cruda questione di adattamento forzato.
Avevano imparato entrambi, si erano adattati come un liquido nel suo contenitore, riplasmato i polmoni per respirare i veleni chimici e affilato le retine per guardare le luci artificiali al neon dritte negli occhi. Alla fine, per due figli dei Vicoli come loro era facile apprezzare posti del genere. O sentirsi profondamente spaesati in essi…
"Pow."
La mano di Ekko picchiettò sulla sua coscia per attirare freneticamente la sua attenzione. A quel punto lei stava per morderlo davvero.
"Ehi! Questa volta stavo davvero facendo una riflessione profonda! Si può sapere che diavolo—"
"Shh!"
Si portò un dito alla labbra, poi sollevò il mento, indicando qualcosa alla loro destra.
Jinx vedeva solo i prati d'altura, verdi come tutto il resto. Iniziò a pensare di aver sottovalutato il fatto che fosse ora di pranzo anche per Ekko, e che lui le avesse ceduto tutto il pacchetto di patatine.
Tuttavia, proprio mentre stava per roteare gli occhi e girare la testa, una macchia d'erba si mosse a una decina di metri di distanza. Jinx allungò il collo, strinse le palpebre, ed eccolo lì.
Un esserino tozzo, orecchie piccole, pelliccia marrone che spuntava dal terreno come una pagnotta di segale venuta su dalla terra. Restò immobile per un attimo, poi balzò fuori del tutto, rivelando il muso e le zampette anteriori raccolte contro il petto. Il naso che si contraeva in piccoli spasmi.
Jinx allargò gli occhi.
"Aspetta!" esclamò, cercando di contenere la voce. "È uno di quelli! Uno dei quei cosi… quelli che urlano!"
"Una marmotta" la corresse, una risata trattenuta tra i denti. "E guarda lì…"
Un attimo dopo, ne sbucò un'altra, più piccola, in posizione da sentinella come la prima. A vederle così, con le teste che si muovevano sincronizzate, era quasi comico, come la scena di un cartone animato.
Restò in silenzio a guardarli, finché un sorriso non le si fece strada sulle labbra.
Una delle due emise un verso, qualcosa di sottile e acuto. Il bovaro di prima abbaiò in lontananza ed entrambe le bestiole sparirono dietro la curva del declivio.
Jinx tornò ad accasciarsi sullo zaino.
"Uh" aggrottò le sopracciglia, a metà tra il sorpreso e il contrariato. "Non era il suono che mi aspettavo."
"Non mi dire."
"È stato… figo."
Il sorriso di Ekko si allargò.
"Sì, lo è stato."
Ci fu un momento di silenzio, in cui entrambi continuarono a guardare il pezzetto di prato.
"E comunque quei pantaloni da trekking ti fanno un culo fantastico."
"Cosa?"
"Niente. Andiamo."
Jinx si alzò, riallacciandosi lo zaino al torace e fingendo di ignorare la confusione risolversi sul volto di Ekko (e la sua stupida e assolutamente non accattivante espressione compiaciuta). Lui sbatté le palpebre un paio di volte, poi scosse la testa.
"A-aspetta, sei sicura? Se non te la senti possiamo—"
Toh. Si era riscosso in fretta. Jinx si addolcì suo malgrado. Sempre il ragazzo salvatore…
"Sono sicura. Mi sento già molto meglio" lo interruppe, le mani piantate sui fianchi. Si tolse la visiera e la riportò sui candidi dreadlocks a cui apparteneva.
"Facciamo vedere a quel vecchio presuntuoso chi sono i veri sovrani di questa montagna!"
Ekko la stava ancora fissando dal basso. Il suo viso era un quadro strano adesso: con l'incertezza in mezzo alla fronte, le ultime bollicine di un ego in effervescenza negli occhi e una curva divertita sulle labbra.
"Scherzi?" esordì alla fine. "Non è nemmeno più in vista."
"Abbiamo sentito il suo cane, non dev'essere andato troppo lontano" liquidò. "Scommetto che anche lui si è fermato."
Brandì il suo bastone rosa e lo puntò verso il sentiero in salita. Una scintilla folle nello sguardo.
"Lo colpiremo quando meno se lo aspetta!"
Ekko sollevò un sopracciglio. Jinx si schiarì la gola con un colpetto di tosse.
"Metaforicamente. È ovvio."
Mise giù il bastone per avvalorare il suo proposito. Lui sbuffò una risata e si rimise in piedi, flessuoso come un giunco.
"E sia" disse, zaino in spalla e una voce giocosamente arrendevole. "Generale Jinx, guidi pure l'assalto."
Jinx annuì, tutta convinta, prendendo la salita di petto e iniziando a fare un paio di grandi falcate. Due paia, tre paia… e basta. Si appoggiò con entrambe le braccia al bastone, rimpiangendo le sue scelte di vita e maledicendo Vi e Cait per essersi scosse la neve sullo zerbino di un'agenzia di viaggi il Natale scorso. Il regalo: un soggiorno in questo dannato angolo di paradiso fatto di aria pura, salite, cibo strepitoso e pessima connessione dati. Se la principessina Kiramman stava cercando sottilmente di ucciderla aveva scelto un modo decisamente originale per farlo, poteva concederglielo.
(E per la cronaca, lei aveva chiesto una friggitrice ad aria, grazie tante.)
Girò indietro la testa verso Ekko, sforzandosi di non sembrare troppo disperata.
"Falange oplitica?" propose.
Ekko fu al suo fianco in un secondo, le stampò un bacio sulla tempia e cambiò mano al bastone per prenderla sottobraccio.
"Certamente."
E così si rimisero in cammino, questa volta fianco a fianco. Intorno a loro il verde soleggiato li accoglieva con un scorcio diverso ogni volta che si fermavano, rubando il tempo di un sospiro e di una foto.
Ekko cercava di distrarla raccontandole aneddoti curiosi sugli insetti ("Sapevi che i bombi possono sbronzarsi di polline e addormentarsi a gambe all'aria nelle corolle dei fiori?" "Mi sa che Vi era un bombo nella sua vita precedente."), o elencando le proprietà di qualche pianta selvatica. La sua voce distesa era un balsamo per i suoi nervi, mentre a tenerla su c'era la deliziosa consistenza del suo avambraccio sotto i polpastrelli e la prospettiva del pranzo al rifugio.
Lamponi sul gelato, lamponi sul gelato, lamponi sul gelato, lamponi sul gelato!
Alla fine fecero una quinta pausa, ritrovando il vecchietto accovacciato sul lato in ombra del sentiero. Il cane trotterellò verso di loro, scodinzolando la coda folta e annusando loro le scarpe. Ekko lo accarezzò e il padrone offrì loro un posto accanto a lui.
Così scoprirono un altro zaunita, ex-insegnante di una cattedra di analisi matematica all'università di Piltover, e che ora si godeva la pensione sui monti per combattere l'osteoporosi. A quanto pare era anche amico di Heimerdinger — con il quale Ekko era stato tesista in ingegneria biomedica due anni prima — e ricordava con una sorta di affetto riflesso quel "giovane così brillante e dedito al fine ultimo del suo corso di cui il buon vecchio 'Ding parlava tanto".
"E la signorina...?"
Jinx s'inclinò, facendo pigramente capolino dal profilo di Ekko.
"Jinx."
Il vecchio la fissò, soppesando il suo viso e il suo nome abbastanza a lungo da iniziare ad agitarla. Poi si illuminò, come se avesse appena scovato un indizio cruciale.
"Ma certo!" esclamò, "Ingegneria meccanica, matricola di ordine dispari."
Jinx spalancò gli occhi, colta alla sprovvista. Non pensava che un professore potesse ricordarla con quel nome… dopotutto, non era quello scritto sui registri universitari. Ma se lo faceva, allora aveva una buona idea di quale fosse il motivo.
"La studentessa che—"
"Ha fatto esplodere il laboratorio dell'ala est al suo primo anno, sì."
Lui sorrise, l'aria residua della frase ancora bloccata nella bocca.
"Stavo per dire: che è arrivata sul podio della Gara degli Innovatori nazionale pur essendo solo al primo anno."
Smosse un po' le spalle, accomodando un braccio sul ventre tremolante del suo cane.
"E comunque, come dice il caro 'Ding: un inventore sa che per costruire un prototipo bisogna far saltare in aria qualche bullone, di tanto in tanto."
Jinx ammutolì. Lo squadrò con curioso sospetto. Lui continuò indisturbato.
"Secondo posto, se non erro."
"Terzo" corresse.
Il professore strabuzzò i suoi piccoli occhietti neri. Ora era lui a sembrare genuinamente sorpreso.
"Davvero? Be', un vero peccato. Il suo piccolo squalo per il filtraggio delle acque fluviali mi aveva molto colpito."
"Sì" sorrise nostalgica, "il vecchio Fishbones ha ancora tutte le sue zanne nella soffitta di mio padre."
"Era un progetto validissimo. Spero che ne abbia conservato la documentazione" asserì. "Sono sempre stato molto curioso: ricorda per caso che tipo di batteria ha usato?"
Se lo ricordava? Quell'accrocchio di metallo era stato la causa di un numero irragionevole di notti insonni, crampi alla schiena, lacrime di commozione e bestemmie di sua sorella mormorate contro il letto mentre si stringeva il cuscino sulle orecchie. Una gestione di circa nove mesi per tredici chili di amore ed esaurimento nervoso. Era come un figlio per lei!
Ne nacque una conversazione inaspettatamente stimolante.
("Ci crede che mi hanno decurtato dei punti perché lo squalo non è un pesce di fiume? Voglio dire, wow, intuizione brillante Gianfralberta! Era esattamente quello il punto: abbiamo un fiume a Zaun. E poi cosa volevano? Che la gente si mettesse a urlare sul bagnasciuga? Ho messo uno squalo in un fiume per un motivo!")
All'improvviso, il vecchio non sembrava più così perfido. Jinx quasi si dispiacque quando dovette salutarli a un bivio per raggiungere il suo gruppo.
Ripresero la loro andatura un po' più spediti.
Nel frattempo i rumori si facevano rari: niente più cani, niente più voci, solo il vento che agitava i capelli e faceva tremare i fili d’erba.
E poi, senza fanfare o annunci, si mostrò.
La cima.
Una spianata di pietra che si aprì di fronte a loro come la sala del trono di un sovrano modesto, segnata unicamente dalla scultura di un uccello in ferro battuto. Ekko doveva aver avuto la sua stessa percezione, perché si abbassò a posare i loro equipaggiamenti con una sorta di inchino reverenziale, sollevando il capo lentamente.
Jinx lo imitò, e quello che vide le creò un vuoto d'aria in mezzo ai polmoni.
La valle sembrava molto più piccola da dove si trovavano ora, le casette come dei mattoncini, le pendenze verdeggianti come soffici coperte lanuginose su cui il gigante di una fiaba avrebbe potuto comodamente stiracchiarsi. Ma ruotando di poco la visuale, dall'altro lato della scultura, la catena di vette rocciose era vicina. Così vicina e solida, che Jinx ebbe la sensazione di poterla toccare se solo avesse allungato il braccio abbastanza.
Per la prima volta da quando aveva messo piede lì, la montagna sembrava osservarla dalla sua stessa altezza — solenne, ma non intimidatoria, accogliente in un modo che non si aspettava e che non sapeva descrivere.
Il cielo non era più sopra di loro: li circondava, vi erano immersi. Janna respirava intorno a loro. Erano nella sua bocca e in cima al mondo.
Si girò, incontrando lo sguardo del suo accompagnatore in quella reggia.
Ekko la stava guardando, come se fosse il dettaglio più bello di quella vista, l'unico su cui valesse davvero la pena soffermarsi. Come se, piuttosto, la regina del posto fosse lei e avesse tutto il diritto di ricevere la sua completa attenzione. Ma non era un segreto che lei non regnasse da sola.
Erano i sovrani di Zaun, dopotutto.
"Siamo i sovrani della montagna" espirò, con un sorriso arioso sulle labbra.
"Lo siamo…"
Gocce di sole scintillavano nel cioccolato. Ekko si passò una mano tra i capelli, poi si mise a ridere.
"Lo siamo!" ripeté. Lasciò andare il bastone e la catturò tra le sue braccia, sollevandole i piedi di terra.
Jinx strillò, affondandogli le unghie nelle spalle, poi si mise a ridere anche lei, l'euforia sciocca che le faceva galleggiare il cuore in un punto più alto di dove avrebbe dovuto essere.
Quando fu di nuovo a terra, gli afferrò il viso e tirò in avanti senza pensare.
Il bacio che ne seguì era una collisione storta e disordinata di labbra, denti e lingua, senza schema e direzione, più simile a due bocche che si mangiano tra loro come capita. Sarà stato l'entusiasmo del momento, o forse solo il fatto che erano entrambi affamati, ma dopo le labbra lei gli morse la guancia, e lui il naso, e lei la guancia quell'altra.
Ekko era a metà tra la sua spalla e il suo collo quando Jinx gli diede una pacca sulla schiena.
"Foto, foto!" esigette, "Miss Pasticcino pistacchioso non crederà mai di vedermi ancora in piedi: alla faccia sua!"
Lui emise un suono basso e riluttante, prima di staccarsi dalla sua pelle e prendere il telefono.
"Sai che non c'è campo quassù, vero?"
"Non importa, lo vedrà quando sarà. Dai, vieni qui—"
Ekko impostò la fotocamera interna e protese il braccio mentre lei vi si intrufolava sotto.
Nel preciso istante in cui lo fece però, qualcosa con le ali e abbastanza piccolo da finirle tra le ciglia, le venne schiantato contro dal vento come un piccolo proiettile.
Jinx provò a scacciarlo con una mano, ma si mosse troppo: il brusco scatto della sua testa fece guadagnare ad Ekko una frustata di capelli e cinque nocche in faccia, mentre il suo tallone incappava in una lieve, malvagia irregolarità del suolo. Sentì il suo peso scivolare inesorabilmente all'indietro, le gambe franare in avanti, il braccio libero di Ekko che la parava per bloccare la caduta, trasformandola in un goffo atterraggio di entrambi su una grattugia d'erba e ghiaia.
L'altra mano si serrò attorno al telefono per preservarlo da un volo celestiale giù dalle alpi e il pollice slittò sullo schermo. I loro regalissimi culi macchiati di verde.
Ah… Natura matrigna.
Foto scattata.
