Work Text:
Lei è tutto quello che lui non è — luce, coraggio, calore, stupore, leggerezza — e forse è per questa ragione che è così irremovibile nel volerla, anche dopo tutto questo tempo trascorso senza averla più vista.
Il tempo si è incrinato a diciassette — quando lei è stata portata nel maniero dove lui è nato e cresciuto e portata nelle segrete, con zia Bellatrix col volto disumano trasfigurato in una gioia letale.
A ventuno anni, Draco ha imparato a sentire la fame, il gelo, e tutta la speranza che prima non poteva pensare di poter cercare. Malfoy Manor, ora, è solo l'ennesimo luogo incurabile del dopo guerra che gli ritorce le viscere e al contempo tranquillizza parzialmente l'agitazione, poiché è qualcosa che conosce.
Draco non è mai stato più disperato, furioso e stravolto di così.
E la cosa peggiore, pensa, è che l'incarcerazione di suo padre e l'esilio di sua madre sono solo dettagli che lo aiutano a dormire meglio, a questo punto, fra quelle mura alte e silenziose; gli sembra di essere ancora nella torre d'astronomia; di aver fatto entrare ancora una volta l'orrore dove non doveva, e per farlo non doveva far altro che svegliarsi.
Il processo è lento. Così i giorni. E la cicatrizzazione.
Quando la condanna arriva è conforto.
Era minorenne, non voleva uccidere Dumbledore, ha fatto finta di non riconoscere Potter — sono solo bagliori che si ritraggono al tocco; la guerra c'è stata e lui l'ha vissuta dalla parte sbagliata.
Per due anni, Draco non può uscire dal maniero se non per le lunghe, dissociate passeggiate nei giardini.
Le piante ed i fiori testardi che rimangono in quel luogo nonostante tutto gli ricordano lei; i suoi occhi e i suoi capelli lunghi.
Guarda gli archi pieni di rose e gli alberi secolari e si domanda se tutta questa bellezza sia davvero inutile, se è lui che la assorbe nella retina.
Rimane sdraiato sull'erba e guarda le stelle, perché è qualcosa che farebbe lei, che è aurora e universi; che scruta segreti che nessun altro vede, che controlla la fornace da cui nascono orde di sentimenti che straripati prendono la volta del cielo, viva e vivi perché lei lo è.
Lei ora ha vent'anni e l'inconsapevole peso della sua anima nelle mani— le immagina aperte a tenere la luna, come Selene divinizzata nello splendore.
Draco ripensa alle urla agonizzanti dalle prigioni, e che poteva — doveva — fare di più.
La mattina dopo la prima cosa che fa dopo essersi svegliato è mandarle un gufo. Anche qui, come sempre, è in ritardo.
Mi dispiace, Lovegood.
(...)
Sono in viaggio verso il Canada per vedere alcuni Knarl con papà. Non sono certa siano davvero così pericolosi se provocati, ma papà è sicuro che dovremo aspettarci reazioni esagerate.
Li hai mai visti, Draco?
Per due anni, Draco conserva ogni singola lettera e fotografia, traccia le disordinate lettere della sua calligrafia colorata, impara a memoria creature esistenti e non, e il sollievo che sente ad ogni finestra che apre per prendere dalle zampe dei gufi quel tesoro.
(....)
Draco, posso venire a trovarti?
Quando apre il portone — come un sogno — lei è lì.
Luna Lovegood non è cambiata affatto ed è l'unica cosa immutata che può accettare. Senza respiro la guarda.
Capelli biondi troppo lunghi che la avvolgono come una coperta scendendo fino ai fianchi, occhi troppo grandi e troppo azzurri che lo vivisezionano, fossette che non può che fissare e — oh; lei salta e sono le sue esili braccia attorno le spalle, le sue mani sulla schiena, il suo profumo nel naso come se sia normale; come se sia qualcosa che merita; come se non fosse una visione nel suo strampalato cappotto gigante viola e rosso con stelle dorate sparse qua e là che le scende fino a sotto le ginocchia e stivali da pioggia arancio con delle lune azzurre sopra.
Non può che trattenerla a sé, respirando a fondo, e rabbrividire quando la voce sognante è nel suo orecchio—una stella cadente. 《Ciao, Draco,》 dice, perché non lo ha mai, mai chiamato Malfoy, e Draco pensa di amarla così tanto da volerle dare tutto l'inutile oceano che ha dentro di cose dette e non, di cose che farà e non; la ama talmente tanto che soffoca, ma va bene, perché lei profuma di tiglio e neroli e ride, ride, leggera come una farfalla, come i raggi del sole; la stringe talmente forte da sentirla ridacchiare e lamentarsi, ma non può lasciarla —
— non può morire in questo posto. Deve scappare. Deve sopravvivere. Deve andare via da questo posto infernale. Ha bisogno di acqua, e cibo, e —
E non la lascia fino a che gli stivali arancioni non tornano a terra e le sue mani dalle spalle si muovono sul collo, si fermano sui bicipiti, e lui continua a non respirare nella mancanza di perdono per se stesso.
Ma Lovegood gli sorride, e anche se sprecata per lui, tutta questa bellezza non può che vivere nella forma che è lei
Lovegood è una serie di parole squillanti che varcano questo mondo connesso con gli altri, è qualcosa di inesprimibile e impossibile, un'emozione pulsante che non ha mai potuto scordare anche quando nella sua anima non vi era che cattiveria e buio, è la soffice mano che gli prende le dita, invitandolo nella sua stessa, grande casa tirandolo dentro.
Draco non riesce a parlare. Non può vivere nella realtà di questo momento — non è più da solo, lei è li — guarda le loro mani intrecciate e quella di Lovegood è così piccola nella sua e dentro sente che è giusto; in qualche modo è come deve essere, anche se è tutto sbagliato (perché lei non merita uno come lui).
Lei è luce che lo attrae e brucia — questa è un'altra verità che vuole per sé.
Ha paura che se chiude gli occhi anche solo per tre secondi lei non sarà più davanti a lui.
Quando prepara scones e the e si siedono davanti al fuoco acceso, le parole non gli sono tornate, e lei ovviamente parla con voce calma e squillante raccontandogli invece della sua vita negli ultimi anni, incurante del suo mutismo, tamponando passato e presente.
Suo padre, i suoi amici, i viaggi in Irlanda da dove la sua famiglia proviene, creature magiche di cui non ha mai sentito parlare, libri babbani sconosciuti con nomi improbabili, poesie, dipinti, fiori e piante, gioielli fatti a mano sotto salici piangenti, il suo amato Quibbler e gli articoli nuovi scritti di fretta e furia.
Tutto è così meraviglioso e lontano da lui. Ascolta rapito, incantato, disorientato. Non la interrompe una volta.
Lei ora è rannicchiata nella poltrona e si è tolta gli stivali e indossa due calze di colori diversi e letalmente appoggia una guancia sulle ginocchia che si è stretta al petto e lo guarda.
Draco ha timore che possa chiedergli della sua vita. Invece Lovegood non fa che guardarlo, alcuni fili biondi le cadono sugli occhi ed è davvero un fatto di corpo sconnesso dalla mente, perché vede la sua mano raccoglierli e rimetterli dietro il delicato orecchio.
Lovegood sospira piano al tocco, abbassando le palpebre, e Draco sente così tanto da poter morire. 《Lovegood—》 tenta di dire qualcosa ma può solo far uscire il suo nome. Draco chiude la bocca.
Cosa esattamente può dirle? Si chiede, studiando il modo in cui le fiamme le illuminano il viso. Cosa un ex mangiamorte codardo potrebbe mai dire a un folgore vivente del genere?
Ancora una volta, è lei che parla, nel fuoco che è diventato l'intero palazzo della sua esistenza da due anni e un giorno; no, da più. Ancora, il suo sguardo azzurro pallido lo devasta.
《Draco,》 gli dice, con quel tono che è lontano, come se stesse vedendo lei soltanto al mondo una meraviglia non ancora scoperta dagli altri,《mi piaci. Potremmo uscire assieme?》 Draco si sente arrossire come non succedeva da mai.
A discapito della codardia, un battito dopo, 《Sì》 risponde.
Lei arrossisce, rosso sulle guance, e lo cerca con la coda dell'occhio e Draco pensa che passerà il resto della sua vita così; appoggia la tazzina sul tavolo da the, si alza, e quando è davanti a lei si accuccia e le prende le mani, intreccia le dita, la avvicina.
Quando vede i suoi occhi, e sente i suoi capelli sul mento, Draco la bacia.
Per tutte le volte che l'ha presa in giro chiamandola lunatica, per tutte le volte che l'ha sentita urlare torturata, per tutte le volte in cui non è riuscito a fare niente, per tutte le volte che l'ha sognata e desiderata e ha cambiato se stesso per poter essere degno anche solo di respirare la sua stessa aria.
Aria che ora manca, e che riprendono l'uno sulla bocca dell'altro, così è più facile, infine, abbassare un poco la nuca e guardarla negli occhi.
《Luna》 sussurra, ed è una cosa rotta e roca il suo nome sulla lingua per la prima volta—e lui si vede perfetto lo stesso quando si vede riflesso lì, in un'altra magia così Lovegood e quindi non pensa, ma vi si getta per non uscirne mai più.
《Luna.》 Deglutisce. 《Lovegood, sposami?》
A ventiquattro anni, Draco conosce le misure di un naso arricciato, la bellezza dei trentacinque muscoli che compongono la mano di Luna che lo tirano verso di lei, la notevole capacità di quelle labbra di ridurlo patetico più di quanto non lo sia stato durante l'adolescenza, il profumo che trattiene i suoi capelli nel vento e il nucleo di Malfoy Manor per sempre cambiato assieme al suo.
Sfregando il palmo contro il suo, Draco lancia un'occhiata a dove anni fa — vite fa — vi erano le prigioni.
Ora che è stato smembrato tutto da un po' e ogni singola pietra sparita, è diventato un'altra stanza dove può rincorrere l'esistenza fatata e straordinaria e insolitamente meravigliosa che nella sua anima indegna ha fatto casa.
La guarda, sotto al sole, mentre discute con l'ennesima pianta comprata sotto braccio, glitter rosa nei capelli che paiono un'aureola; il prato sotto di loro è verde vivo, l'immensa proprietà risplende in un tripudio di neonati glicini, e roseti nuovi, assieme a quelli di sua madre e, si promette, che dopo le invierà alcune fotografie di come Luna abbia accentuato e cresciuto i giardini. Narcissa sarà felice, non ha dubbi, non più.
Draco sorride e si lascia trascinare.
A casa.
