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Cammini lungo le mura di Arezzo, diretto verso la folla festante di toscani, accalcati attorno al campo in cui si sta svolgendo il torneo.
Procedi a passo lento, stanco, le spalle e la testa ricurve sotto il peso di qualcosa che nemmeno tu sai bene come identificare. Stai sudando, abbondantemente, ma non credi che si tratti soltanto del caldo sole di giugno.
Qualcuno, un uomo più alto e robusto di te, che ancora indossa l’armatura, ti urta, facendoti sbilanciare per un istante. Non si scusa, e tu non dici nulla perché non ti interessa.
Chiudi gli occhi, sperando che il buio possa cancellare, almeno momentaneamente, le immagini che tanto ti hanno turbato negli ultimi giorni. Ma no, chiudere gli occhi non serve a niente: il sangue e i cadaveri sono lì, cuciti sulle tue palpebre, il volto morente dell’uomo che hai ucciso resta impresso nella tua mente. Non puoi proprio farci nulla.
Hai già conosciuto di persona la Morte: prima china al capezzale di tua madre, la quale, agonizzante, stesa su quel letto fradicio di sudore, stringeva la tua piccola mano tremante nella sua e tu facevi di tutto per scorgere il suo viso oltre il velo di lacrime.
Anni dopo, la vedesti gongolare accanto a tuo padre, mentre lentamente si spegneva, il viso freddo e impassibile persino durante il viaggio più spaventoso della vita di ognuno, e tu ti fissavi le mani intrecciate in grembo, un vergognoso senso di liberazione che si espandeva nel tuo petto.
E poi tanti altri parenti, amici di famiglia… È molto facile incontrarla, la Morte.
Eppure, per quanto quei ricordi siano dolorosi, essi non ti hanno colpito tanto quanto quello del cavaliere a Campaldino. Avrebbe dovuto essere il contrario: quelli erano i tuoi genitori, i tuoi parenti; l’uomo in battaglia era uno sconosciuto, non significava nulla per te.
Hai dato la colpa al fatto che le immagini del cavaliere erano ancora fresche: presto sicuramente si sbiadiranno. Ma dentro di te sai che non è vero: non si corromperanno mai, perché in te c’è la consapevolezza che, a differenza di quanto è accaduto ai tuoi genitori, a spezzare il filo di uell vit vita non era stata solo la Morte. Tu sei stato sua complice, con la tua lancia piantata nel collo di quell’uomo.
Ah, ma era una necessità, dovevi farlo! Stavi combattendo per una causa, per la tua città, e quello era stato il tuo dovere di cittadino chiamato alle armi, avevi il diritto di uccidere quell’uomo.
E poi, per carità! Uccidere, togliere la vita… È la cosa più naturale del mondo con i tempi che corrono! Per uno sguardo di troppo, per una spallata, per una sciocca rivalità famigliare di cui nemmeno ci si ricorda l’origine. E l’omicidio avviene senza troppi rimorsi.
E allora perché quel terribile pensiero di morte non accenna a svanire?
Una mano ti afferra delicatamente, ma saldamente, la spalla, frenando quel turbine di pensieri. Ti volti di scatto, forse un po’ troppo in fretta: ecco, un’altra cosa che la battaglia di Campaldino ti ha donato, oltre alla conferma che l’Onnipotente non ti ha creato per la guerra, sono dei riflessi istintivi che prima non avevi. Dalla fine della battaglia, ti sei accorto che ogni singolo movimento ti mette in allarme, come se alle tue spalle ci sia costantemente un nemico pronto a colpirti.
Ma davanti a te non c’è alcun nemico, c'è solo Manetto.
“Stai andando dalla parte sbagliata, lì ci sono gli spalti dei pistoiesi. Non vorrai ancora incontrare quel tipo? Vanni?”
Fai una smorfia e Manetto ridacchia, passandoti un braccio sulle spalle, con fare protettivo. Rilassi i muscoli, che fino a poco fa erano in tensione.
“Comunque è il turno di Guido adesso, non lo vuoi vedere?” Chiede con un luminoso sorriso che ti alleggerisce quel peso invisibile che ti stai portando dietro.
È vero! Anche Guido partecipa alla giostra, come hai fatto a dimenticartelo?
Mentre vi incamminate, noti che Manetto ti guarda di sottecchi, insistentemente, ma tu non dici nulla.
“Senti, Dante.” Dice il tuo amico all’improvviso, con quel tono pacato e apprensivo che usa da sempre usa con i suoi numerosi fratelli minori – e anche con te. “Non so bene cosa ti turba, ma lo posso immaginare. Ma questo torneo è stato indetto anche per distrarci tutti. Dovrebbe essere un giorno di festa, no? Abbiamo vinto. Per ora pensa solo a questo.”
Manetto ha ragione: siete andati lì apposta per distrarvi. Non devi continuare a rimuginare sulla battaglia.
Ti sforzi di sorridere, annuendo, e Manetto allunga la mano libera per pizzicarti giocosamente un guancia, come quando eravate bambini. Tu, per un volta, non protesti.
“Mh, mi sa che siamo un po’ in ritardo.” Borbotta Manetto, quando raggiungete gli spalti. Lanci un’occhiata al campo, dove i due cavalieri di turno sembrano essersi appena scontrati, senza che nessuno dei due riuscisse a disarcionare l’avversario o rompere la lancia.
Uno dei due cavalieri galoppa verso il lato in cui tu e Manetto vi state sedendo. Riconosci l’armatura, il destriero, lo stemma di famiglia ricamato sui drappi in seta, il modo di cavalcare: è Guido.
Non si toglie l’elmo per riprendere fiato, limitandosi a voltarsi con il cavallo verso il proprio avversario, senza perdere la concentrazione; l’altro cavaliere, invece, dall’altra parte del campo, si strappa via l’elmo dal capo e riconosci Cecco Angiolieri. Il poeta comincia a gridare e a gesticolare verso un altro senese, il quale gli risponde qualcosa, infastidito. Sembra lamentarsi del caldo.
La scena riesce a strapparti un lieve sorriso, che tuttavia si spegne quando ti rendi conto di dove vi siete seduti.
Sfortunatamente i posti sono quasi tutti occupati ad eccezione di un piccolo spazio in prima fila, dietro ai quali ovviamente è seduto Filippo Argenti, le cui labbra si deformano in un ghigno non appena ti vede. Ti volti verso il campo, sperando che ti lasci in pace. Non hai proprio voglia di starlo a sentire o di rispondergli per le rime. Ma ovviamente quell’uomo non è proprio in grado di stare zitto.
“Eccoti, Alighieri! Mi sembrava strano che volessi perderti il tuo amichetto.” Dice, dandoti una pacca sulla spalla un po’ troppo forte.
“Ehi, mi hanno detto che sei caduto da cavallo non appena ci siamo scontrati con gli aretini.” Puoi percepire distintamente la malizia nel suo tono e questo ti fa tremare di rabbia. Stringi il tessuto della tunica nei pugni, spiegazzandola, sforzandoti di ignorarlo. “Che brutta figura ha fatto il povero Vieri a sceglierti come cavaliere! Non che potesse finire diversamente, con un buono a nulla come te.”
Per tua grande fortuna, Manetto decide di intervenire: “Siamo qui per goderci il torneo che celebra la nostra vittoria, Filippo. Potresti mettere da parte le tue prese in giro infantili, per il momento?”
Per miracolo, l’Adimari si zittisce, anche se senti chiaramente una risata soffocata dietro di te. Sospiri, facendo finta di nulla: quell’uomo non cambierà mai.
“Almeno abbiamo una bella visuale.” Dice Manetto, quasi per consolarti.
Ti volti, lanciando un’occhiataccia a Filippo, che però si è messo a dire qualcosa a un uomo alla sua sinistra, che riconosci come uno dei suoi cugini.
Alla sua destra, invece, ci sono due dei fratelli Donati: Corso, praticamente stravaccato sul suo posto e con le braccia conserte, e Forese, sporto in avanti per vedere meglio. Il secondo, attirato dalla voce di Filippo, vi saluta con un ampio sorriso e agitando la mano in modo esagerato; il primo vi lancia un’occhiata di sbieco, senza dire una parola, per poi tornare a puntare gli occhi verso il campo, con sguardo annoiato.
Tu non dici nulla, non ci resti nemmeno male. Sono anni che Corso ti ignora, quasi fingendo di non conoscerti: i tempi in cui tu eri un bambino e lui ti concedeva di fare qualche giro a cavallo per il vostro quartiere appartengono a un’altra vita, ormai.
I trombettieri danno il via e ti sforzi di concentrarti sulla gara. Su Guido.
I due cavalieri partono al galoppo con la lancia di legno in resta. Il pubblico esulta, incitando l’uno o l’altro. Anche tu vorresti gridare qualcosa per incoraggiare Guido, ma ti senti esausto, spossato, non hai voglia di partecipare a quella ridicola manifestazione. Anzi, le grida, il rumore degli zoccoli dei cavalli che battono sul selciato, tutto attorno a te ti irrita. Vorresti solo alzarti e andartene da lì.
Eppure non lo fai. I tuoi occhi restano incollati alla figura di Guido, alla sua lancia che si piega mentre l’avversario si avvicina sempre di più. Ai movimenti sinuosi del suo cavallo, alla fermezza della presa di Guido sull’arma, al suo busto dritto e solido come un muro, che non si sbilancia, nemmeno quando la lancia di Cecco cerca di affondare il colpo.
Resti in quella sorta di trance anche quando il rumore del legno spezzato risuona nel campo e dagli spalti in cui siedono i fiorentini scoppia un boato.
Cecco si è sbilanciato, pur senza cadere, ma è stato colpito dalla lancia di Guido, che si è spezzata. È dunque Cavalcanti il vincitore della giostra.
Applaudi insieme agli altri, senza però dir nulla, mentre il cavaliere galoppa verso una dama elegante, che con solennità quasi esagerata per una gara di quel tipo, gli conferisce un bel drappo rosso ricamato d’oro.
E poi ci sono alcuni istanti, pochi, ma che sembrano durare un’eternità, in cui Guido non dice nulla, non si muove dal suo posto per far spazio agli altri concorrenti che si stanno già preparando per il proprio turno.
Non si è ancora levato l’elmo, ma sembra scrutare gli spalti dei fiorentini, alla ricerca di qualcuno.
Il tuo cuore perde un battito quando all’improvviso lo vedi galoppare, tra la perplessità generale, verso il punto in cui ti trovi. E, sì, non è la tua immaginazione, sta davvero correndo verso di te.
Si blocca giunto davanti agli spalti, davanti a te, e solo in quel momento toglie l’elmo. I raggi del sole gli rischiarano il volto e la chioma scura e pensi, con una certa dose di imbarazzo, che da quell’angolazione e con quella luce a illuminarlo sembra quasi divino.
“Ne ho già diversi a casa, di questo me ne faccio poco.” Dice guardandoti negli occhi e allungandosi per passarti il drappo. “Tieni, lo dedico a te.”
“Stai scherzando?” L’esclamazione di Filippo emerge tra i mormorii che animano gli spalti dei fiorentini. Noti con la coda dell’occhio Cecco che, poco distante, fissa la scena con un’espressione per metà divertita e per metà confusa.
“Guido…”
“Prendi.” Risponde il tuo amico con decisione.
Il vociare, attorno a voi, si alza. Bisbigli dal tono maligno e qualche risata soffocata. Persino Corso, che fino a poco fa è rimasto in completo silenzio, si è messo a bisbigliare qualcosa, probabilmente a suo fratello.
Ma Guido non sembra accorgersene: ha occhi solo per te.
E ben presto cominci a non accorgertene neanche tu: hai occhi solo per lui.
Afferri il drappo, stringendolo forte. Guardi Guido negli occhi: lui ti sorride, nonostante l’espressione esausta. E, in quel momento, qualsiasi altra cosa, pensieri e tormenti, svaniscono nel nulla.
C’è solo Guido.
