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Scott non sapeva esattamente quando fosse iniziato, e forse non voleva saperlo davvero. Era convinto che se avesse potuto isolare l’istante esatto, smontarlo come una vite difettosa, tutto il caos dentro di lui sarebbe svanito. Sarebbe tornato a essere ciò che doveva essere: un ragazzo innamorato di Jean, geloso nei modi più goffi, con i problemi tipici di un liceale, più tutta la parte di essere un mutante e le missioni degli X-Men a fargli da sfondo. Un equilibrio fragile ma comprensibile, e soprattutto: normale, o comunque qualcosa che ci somigliava.
Il problema era che il suo cuore, e più ancora il suo corpo, aveva preso una deviazione senza consultarlo. Quando Logan entrava in una stanza, oppure quando era il suo stesso sguardo a cercarlo troppo in fretta, troppo spesso, Scott sentiva il suo stomaco rivoltarsi su se stesso. Wolverine era un uomo, con la “u” maiuscola, e questo era già un ostacolo enorme da affrontare, un problema che Scott non era in grado di codificare. A questo si aggiungeva l’impossibilità di fingere che Logan fosse una persona normale per cui prendersi una cotta, che non fosse praticamente un animale feroce su due gambe: inadatto, impossibile, pericoloso in modi che non avevano nulla a che vedere con i suoi artigli. Perché quelli, almeno, erano evidenti avvertimenti di girare alla larga. Tutto il resto, a quanto pare, no.
Scott aveva cercato più volte di convincersi che ciò che provava non fosse attrazione; che fosse semplicemente fascinazione, nata da confuse elucubrazioni destinate a svanire nel nulla non appena cervello e ormoni fossero tornati a collaborare. Dopotutto, il professor Xavier gli parlava spesso di quanto le emozioni potessero essere confuse e travolgenti per un adolescente. Il suo corpo non gli risparmiava certo tutte le imbarazzanti reazioni che sarebbero dovute essere riservate alle ragazze della sua età; eppure, nessuno si era degnato di spiegargli perché le provasse anche nei confronti di un uomo maturo, Dio solo sa di quanti anni, che si comportava come un cane randagio.
Il paradosso era che Jean, con le sue risate, i suoi passi sicuri, i ragazzi che le ruotavano attorno, lo facevano respirare. Le emozioni che provava per lei, le farfalle nello stomaco, la gelosia, l’agitazione, erano quasi una scialuppa di salvataggio per lui. Mentre la guardava parlare con qualcun altro, mentre si tormentava le unghie perché non sapeva come avvicinarla senza inciampare sulle parole, Scott si sentiva umano. Un ragazzo di diciassette anni, con i compiti da fare e una macchina che adorava da lucidare. Un ragazzo ordinario che si dibatteva in sentimenti che i manuali di psicologia nello studio del Professore sapevano perfettamente spiegare.
Poi, però, Logan diceva il suo nome, gli dava un comando. A volte brusco, a volte secco come una lama, a volte basso come un ringhio tra i denti. E il cervello di Scott si spegneva in un lampo elettrico che gli correva lungo la schiena, spesso finendo dritto al suo linguine. All'improvviso non era più un leader, né un allievo responsabile, né il protégée di Charles Xavier destinato a grandi cose. Il suo intero essere si limitava al battito del suo cuore incastrato nella gola, al calore improvviso che lo pervadeva. Era la pericolosa e incontrollabile consapevolezza che tutto quello che non avrebbe dovuto desiderare lo desidera comunque, senza scuse, senza logica, senza tregua.
Durante gli allenamenti, gli ordini di Logan gli arrivavano con un peso diverso. Non era solo disciplina, nemmeno il misto di rispetto e irritazione che aveva sempre provato per lui. Era qualcosa che si infilava sotto la pelle, vivo e impossibile da mettere a tacere. Quando Logan gli diceva di spostarsi, di reagire, di obbedire, Scott sentiva una parte di sé rispondere troppo in fretta, troppo istintivamente, troppo… bene.
E nelle sue infinite analisi per trovare una spiegazione a tutto questo, Scott era giunto alla conclusione che la pubertà stava sicuramente facendo la sua parte: un incendio che ardeva sotto la superficie e che non trovava sfogo da nessuna parte, se non attraverso le sue stesse mani, di nascosto di notte nel suo letto o nelle docce comuni, dopo che tutti gli altri erano andati a dormire. Scott cercava di intrappolare le fiamme, di soffocarle, di negarle. Ma più provava a bloccarle, più quelle sfondavano la porta.
La parte peggiore era che Logan non era neanche lontanamente un ideale romantico. Era ruvido, maleducato, spesso più ferale che umano. Possedeva lo sguardo di un uomo che aveva visto cose che non potevano essere raccontate a voce alta. Un carattere che Scott avrebbe dovuto respingere, che avrebbe dovuto disgustarlo almeno un po’; se lo ripeteva come un mantra. E ogni volta, ogni singola volta, il suo corpo rispondeva nel modo sbagliato, o forse nel modo più vero.
Quello che lo mandava fuori di testa era che questa attrazione la provava si per Wolverine, il mutante indistruttibile, ma soprattutto per Logan, l’uomo adulto e inarrivabile. Forse, pensava Scott, era per ciò che rappresentava. Libertà, forza, dolore, segreti, un mondo che non gli apparteneva ma che, proprio per questo, lo attirava come un abisso.
Scott viveva così, in bilico. Fuori era il leader disciplinato, il ragazzo che tentava di conquistare Jean, il fratello maggiore per tutti, quello che si sforzava di prendere sempre la decisione giusta. Dentro era un campo di battaglia dove la voce di Logan diventava un canto di sirena, un'irresistibile arma a doppio taglio. Dove ciò che avrebbe dovuto volere si sgretolava appena entrava in contatto con ciò che voleva davvero, in modo istintivo e spaventoso.
Scott non credeva di amare Logan. Questi sentimenti erano molto confusi, ma avevano più l'aspetto di un'infatuazione, ingestibile e profonda fino alle ossa, ma pur sempre un'infatuazione. Ma quello che aveva sicuramente capito era di amare l’idea che lo teneva sveglio la notte: ciò che sarebbe potuto diventare se avesse smesso di avere paura. Amava la sensazione di desiderare qualcosa di proibito. E nella confusione, nel caos, nella vergogna e nella fame, c’era un ragazzo che cercava disperatamente di capire chi sarebbe diventato, e che temeva che la risposta non sarebbe stata quella che nessuno, nemmeno lui, si sarebbe aspettato.
C'era un ricordo che tornava in mente a Scott ogni volta che tentava di dare un ordine cronologico al caos dei suoi sentimenti per Logan. Anche se gli doleva ammetterlo, era stata solo un’altra follia da adolescenti: lui e Kurt che seguivano Logan come due ragazzini curiosi, tronfi dell’adrenalina di potersi dire X-Men, ignari di quanto poco fossero davvero pronti a quello che avrebbero dovuto affrontare entrando in quel parcheggio multipiano. Ma col tempo, più di ogni rimorso, gli era rimasta addosso una sensazione: l’enorme distanza che li separava.
Logan non era soltanto più forte. Era più… definito. Come se la vita gli avesse già insegnato tutte le lezioni che Scott non aveva ancora iniziato a intuire. E lui, nascosto dietro gli occhiali e un codice morale fin troppo rigido per la sua età, si ritrovava a provare un’inquieta ammirazione; che nei giorni successivi, quando sarebbe iniziata a diventare più intensa, avrebbe assunto la forma di un disagio che non aveva ancora un nome.
Quella frase, “Non combatto le vostre battaglie, quindi voi non combattete le mie”, era stata come una porta sbattuta in faccia. Logan parlava come un adulto che non aveva tempo per i giochi, e Scott l’aveva sentita come una sentenza personale. Lui e Kurt ci avevano riso sopra, o meglio, Kurt ci aveva riso sopra. Per Scott invece, quella fu la prima volta che una domanda, per lui totalmente priva di logica e senza dubbio troppo stupida per essere vera, iniziò a bruciarli in testa: Cosa dovrebbe trovare in me uno come lui?
Con Jean tutto era più facile, non semplice, ma più facile, comprensibile. Una ragazza e un ragazzo della stessa età, un legame che cresce quasi da solo, una dinamica codificata, regole scritte nel manuale delle interazioni sociali, tutto ciò che avrebbero dovuto fare era lasciarsi un pò andare. Per uno come lui, che non si era mai sentito normale, poterlo essere almeno su questo lo faceva stare tranquillo. Per i mutanti, la normalità era un vestito stretto, ma un piacere da indossare quando ce n'era bisogno. Jean era un sentiero che sapeva leggere. Logan era un labirinto, dove la normalità evaporava al vento.
Cosa poteva mai volere un uomo che aveva vissuto decenni, forse secoli? Un uomo che non chiedeva compagnia, non chiedeva spiegazioni, non chiedeva niente? Cosa diamine avrebbe potuto trovare un uomo abituato a vivere al limite, con forse un’infinità di cicatrici nel cuore, in un ragazzo che ancora aveva paura della sua stessa ombra? Che contributo avrebbe potuto mai dargli qualcuno come Scott? Che storia avrebbe mai potuto raccontargli che non sarebbe suonata come la copia sbiadita di un romanzo di formazione?
Scott lo vedeva andarsene in moto senza avvertire nessuno e ogni volta pensava che un giorno avrebbe voluto essere così: libero, sicuro, perfettamente a proprio agio nell’essere se stesso. Poi si rendeva conto che parte di quella fascinazione aveva una forma che non quadrava con l’idea che aveva di sé, con l'idea che tutti avevano di lui.
In quelle riflessioni iniziate da quel parcheggio multipiano distrutto dalla battaglia, c’era anche un’altra domanda che aveva iniziato a ronzargli in testa come un insetto intrappolato dietro il vetro. Come funzionava questo tipo di attrazione? L’attrazione… fra uomini? Gli veniva facile razionalizzare quella verso Jean: dinamica nota, manuale d’istruzioni incorporato dalla società. Ma l’attrazione per un uomo, e soprattutto per un uomo come Logan, diventava per Scott un territorio senza mappe. Gli schemi saltavano. Ma poi, cosa voleva un uomo da un uomo? Non l’aveva mai davvero considerato prima. O forse l'aveva fatto, e semplicemente non l’aveva mai lasciato arrivare in superficie. Jean gli piaceva, senza dubbio, ma con Logan era diverso. Non voleva stargli vicino, o almeno non come si vorrebbe stare vicino a un amico o alla ragazza che ti piace. Era un bisogno più strano, una miscela di voler essere come lui e voler che lui… lo vedesse.
E quello era il punto dolente: Logan non lo vedeva. Non come persona, non come uomo, men che meno come potenziale... qualcosa. Per lui Scott e Kurt quella notte erano stati due intralci da proteggere, non due compagni. E la verità, la verità che Scott non voleva guardare in faccia, era che il suo cuore si stringeva proprio per questo. L’abisso di distanza, la certezza che Logan non avrebbe mai pensato a lui in quel modo.
Nelle sue fantasie più imbarazzanti, Logan lo desiderava proprio perché era giovane. Aveva sentito voci a scuola, pettegolezzi dopo le lezioni, secondo cui alcune ragazze avevano avuto relazioni segrete con un professore, poi licenziato. In TV si parlava spesso di drammi in cui c’erano relazioni fra persone con venti o trent’anni di differenza. A volte Scott si chiedeva se sarebbe potuto essere così facile per lui e Logan, un'avventura illegale, lui sul sedile posteriore di quella moto, aggrappato a un uomo di molti anni più grande di lui, ignaro del pericolo.
Non aveva mai veramente capito tutta l'attenzione e la cura che le ragazze riservavano al loro aspetto fisico finché non aveva sviluppato questi sentimenti per Logan. Prima ovviamente gli importava che i suoi capelli o i suoi vestiti fossero a posto, soprattutto quando andava a parlare con Jean. Ma ora c'era una consapevolezza completamente diversa anche nelle piccole cose: come camminava, se i suoi pantaloni mettevano in mostra le sue gambe o no, se stava bene con la sua uniforme degli X-Men. La ricerca da parte di Scott di ottenere anche solo un briciolo di approvazione da parte di Logan per il suo aspetto fisico, o per qualsiasi altra cosa in realtà, rasentava il ridicolo. Naturalmente, tutto questo lo faceva sentire ancora più immaturo. Scott aveva finito per accettare la parte di lui che sperava che Logan apprezzasse semplicemente il suo sedere in un paio di pantaloni attillati, e questo lo faceva sentire miserabile.
Ma poi ancora, c'era l'altra parte di sé che aveva più consapevolezza dell'intera faccenda. Forse una verità ancora più scomoda. Una relazione… qualsiasi forma di relazione… con Logan sarebbe stata una tempesta senza tregua. Logan portava con sé rabbia, traumi, nemici, silenzi, sparizioni improvvise, un passato che sembrava un libro pieno di pagine strappate. Con Jean, Scott immaginava una vita stabile. Con Logan, non riusciva ad immaginare niente, solo scintille momentanee, magari lampi improvvisi, fulmini che cadevano e bruciavano la terra, ma non lasciavano nulla dietro di loro.
Quel giorno, in piedi davanti all'ascensore rotto da cui Sabertooth era fuggito, continuava a riaffiorare nella sua mente. Per la prima volta, Scott si era reso conto che la distanza tra loro non era solo quella di due X-Men su livelli diversi. Era quella di un uomo che aveva vissuto troppo e di un ragazzo che non aveva ancora iniziato a capire chi fosse.
Scott non sapeva se questa attrazione fosse reale o solo una fase confusa della sua crescita. Ma sapeva che Logan rappresentava tutto ciò che lo spaventava e lo affascinava insieme: la forza che sembrava naturale, la maturità tagliente, l’indipendenza assoluta. E forse, sotto tutto questo, anche la promessa di una libertà che Scott desiderava senza saperlo.
Era una questione di apparente semplicità. Sebbene non si fossero confessati nulla, lui e Jean navigavano in un mare di calma intuizione. Non era una relazione, ma sarebbe potuto diventarlo senza che ci fosse il bisogno di demolire alcuna parte fondamentale di sé. Con Logan, niente di tutto questo avrebbe funzionato. Ogni gesto avrebbe avuto un peso, ogni parola una risonanza. Avrebbe vissuto schiacciato dalla paura di essere troppo giovane, troppo inesperto, troppo... piccolo.
Il suo mondo con Jean lo faceva sentire normale. Il mondo che vedeva in Logan, tuttavia, gli ricordava che non ci fosse niente di normale negli X-Men, e quindi nemmeno in lui.
In fin dei conti, Scott rimaneva un adolescente, con un corpo da adolescente, e tutte queste elucubrazioni risultavano come qualsiasi altra semplice cotta. La scomodità che prendeva la forma di una rumorosa crisi esistenziale nella testa di Scott, aveva una natura più subdola all'esterno. Nelle giornate più banali, Scott la percepiva nei momenti più improbabili; quando per esempio, Logan entrava in cucina alle sette del mattino, coperto d’odore di sigari, sottobosco bagnato e altre cose che Scott non sapeva nemmeno nominare. Magari lui era già lì da un’ora a prepararsi la colazione, a riempire il silenzio con il rumore dei cereali, le spalle dritte e pronto per indossare l’uniforme del ragazzo a posto per quando gli altri si sarebbero svegliati; poi però, Logan attraversava la stanza con quello sguardo assente ma allo stesso tempo estremamente vigile, e Scott diventava immediatamente un disastro ambulante. Il cucchiaio gli sfuggiva dalle dita, o il latte gli si rovesciava sul tavolo. Le sue mani, di solito ben controllate, tremavano come se avesse appena affrontato Magneto. A volte Logan gli lanciava un’occhiata distratta, un “ragazzo” bofonchiato per salutarlo, e Scott doveva sempre voltarsi fingendo di cercare un tovagliolo, perché il viso gli prendeva fuoco.
Questa era la parte che odiava di più: la regressione. Logan lo faceva sentire di nuovo un bambino; da un lato, un tredicenne goffo, spigoloso e impacciato, stretto nel suo stesso corpo, e dall'altro, un vero e proprio neonato agli occhi di Logan. Ma accettarlo faceva parte dell'infatuazione, come accettare che la sua voce si abbassasse impercettibilmente quando cercava di dire qualcosa di intelligente davanti a lui, fallendo miseramente.
A volte Scott immaginava come sarebbe stato se Logan lo avesse guardato davvero. Non in modo romantico, quella era già fantascienza, ma con una curiosità reale, come se ci fosse stato qualcosa in lui degno di attenzione. Bastava questo pensiero, minuscolo e stupido, per farlo scaldare, qualche volta addirittura per farlo correre in bagno.
E quando la notte si faceva largo tra le stanze silenziose del dormitorio e tutti gli altri dormivano, la domanda più sciocca e adolescenziale di tutte, riservata molto spesso a Jean, prendeva forma nella sua testa. Potrei piacergli? Un pensiero che faceva ridere la parte più lucida di Scott, quella che conosceva Logan. Lui non cercava nessuno, non voleva ovviamente nessuno. Un solitario per vocazione, uno che sembrava fatto per essere sempre a un passo dall'andarsene via.
Eppure, una parte testarda di Scott si ritrovava di nuovo, e di nuovo, e di nuovo a chiedersi cosa, di lui, avrebbe mai potuto colpire un uomo del genere. I suoi occhiali? La sua disciplina? Il suo desiderio idiota di essere sempre bravo? Era spontaneo a quel punto pensare a Jean, e a quanto la sua attrazione per lei fosse ovvia, ricambiabile, possibile. Logan invece rimaneva un’equazione non risolvibile, un enigma scritto in un linguaggio sconosciuto.
In quelle notti Scott si toccava senza neanche pensarci troppo, ormai aveva imparato che non ci fosse speranza di far collaborare il suo corpo, e con il tempo si era abituato ad abbandonarsi alle fantasie che il suo cervello gli offriva. Qualche volta erano semplicemente scenari dove Logan gli dava attenzioni, un viaggio in macchina insieme, il rimettere apposto la cucina in un piacevole silenzio, e questo bastava a Scott per riuscire a venire. Altre volte erano vere e proprie fantasie sessuali, spesso Logan non lo trattava bene in quelle, ma Scott aveva scoperto delle preferenze che, a suo avviso, nessun altro ragazzo della sua età aveva.
Quasi sempre c'era un senso di disagio che arrivava subito dopo, soprattutto in relazione a cosa avrebbero penserebbero gli altri se avessero scoperto le sue fantasie. Se fosse stato davvero un ragazzo normale, questo dubbio sarebbe rimasto nella sua testa e non ci sarebbero stati grossi problemi a parte l'opinione che avrebbe avuto di se stesso. Ma era un mutante, viveva in una casa di mutanti, e due di loro potevano leggere nel pensiero. Cosa avrebbe pensato Jean se si fosse imbattuta accidentalmente in queste fantasie? Il Professore? E se lo avessero detto direttamente a Logan? Che ne sarebbe stato di lui?
Quel costante senso di incertezza, la paura di essere scoperto, l'infinito enigma di Logan, erano proprio ciò che lo tenevano legato, come un filo sottile tenuto perpetuamente teso. Più gli sembrava impossibile, più si sentiva attratto. Più sapeva che Logan non lo avrebbe mai guardato, più desiderava essere visto, toccato.
Quando arrivarono le vacanze di Natale, la scuola si svuotò come una conchiglia abbandonata. I corridoi, di solito un caos di passi, risate, esplosioni accidentali e voci troppo giovani, tornarono al silenzio e al rumore un pò spettrale del vento dietro i vetri. Rimanevano solo il Professor Xavier e Mr McCoy, e i due studenti che purtroppo non avevano famiglia a cui tornare, Rogue e Scott.
Per Scott, che aveva sempre trovato conforto nel rumore degli altri, quel silenzio risuonava quasi fisico. Lo sentiva sulle spalle, sulle mani, tra i capelli. Cercò di riempirlo come poteva, allenandosi più del necessario, passando fin troppo tempo a lucidare il visore della sua uniforme. Per fortuna, il Professore assegnò a lui e a Rogue una missione in città. Qualsiasi occupazione sarebbe stata più che sufficiente a impedire alla sua mente di tornare a lui. Logan.
La sera prima della partenza, quando tutti erano nel salotto principale decorato a festa, Charles aveva invitato Logan a restare. Scott stava facendo del suo meglio per ascoltare la conversazione senza farsi scoprire, appoggiato al grande camino che riscaldava la stanza. Il tono era stato gentile, appena affettuoso, quasi paterno, Logan però aveva rifiutato con la stessa secchezza con cui si scrollava di dosso la neve dalla giacca. Nessuna spiegazione dettagliata, solo un “Grazie, ma ho delle… cose importanti da sistemare”.
Scott aveva notato la rapida occhiata che Logan gli aveva lanciato prima di rispondere a Xavier, come se stesse cercando, in quel secondo fuggente, una risposta esterna. Fissò il fuoco provando a nascondere la delusione, ma con quello sguardo, il rifiuto gli era sembrato come se Logan avesse deciso di andarsene esclusivamente per stare lontano da lui. Forse Scott stava di nuovo fantasticando, mettendosi in una posizione più importante nella vita e nel comportamento di Logan. Gli capitava spesso, a causa di questa ridicola cotta, di leggere ogni piccola cosa come se fosse rivolta a lui. Come se Logan avesse intuito i suoi sentimenti.
E in effetti, quella intuizione era più precisa di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
La verità, sporca e scomoda, era che Logan se n’era effettivamente accorto. Non subito, e per un pò neanche in un modo troppo chiaro. Il suo super olfatto era abituato al caos biologico della scuola: sudore, ormoni, emozioni adolescenziali, tutto si levava nell'aria come vapore da una pentola. Scott non era mai stato un problema. Odorava di bagnoschiuma neutro, stress, disciplina e una lieve nota metallica, forse gli occhiali.
Logan aveva sempre dato per scontato che quell'odore di nervosismo misto ad eccitazione che sentiva nel ragazzo fosse legato a Jean. Alla fine, due adolescenti che si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto mentre hanno dei sentimenti l'uno per l'altro, è la ricetta perfetta per questo tipo di mix. Non c’era motivo di pensare altrimenti. Anche quando notava il modo in cui Scott si immobilizzava se lui entrava nella stanza, l'odore che emanava era più simile alla paura, o ad una strana ammirazione, gli piaceva interpretarlo semplicemente come rispetto. La sua giornata andava avanti, senza averci mai perso troppo tempo.
Ma col passare dei giorni, Logan cominciò a notare uno schema. In quei rari momenti in cui la sua testa non era piena di mille altri pensieri, ben più importanti, magari quando la scuola era mezza vuota a causa degli allenamenti o delle lezioni con McCoy in giardino, aveva iniziato a percepire qualcosa di diverso quando la sua strada e quella di Scott si incrociavano. Un odore nuovo, più caldo, più... direzionale. Come se Scott stesse cercando di trattenere il respiro per lui, e non ci riuscisse.
Quando il ragazzo gli era vicino e la stanza era abbastanza vuota da isolare il suo odore, Logan riusciva a percepire quella nota sottile ma acuta. Non era il semplice, silenzioso sentore di infatuazione che sentiva ogni volta che l'attenzione di Scott si concentrava su Jean. Né il classico tanfo di sogni inappropriati a occhi aperti che gli adolescenti si ritrovano ad avere nelle situazioni peggiori. Era qualcosa di più elaborato e specifico. E diretto a lui.
La consapevolezza non arrivò in un unico colpo netto, era troppo distratto e troppo poco interessato alle vicissitudini private di quei ragazzini rumorosi per farci troppa attenzione. Fu un lento susseguirsi di piccoli momenti, finché un pomeriggio qualunque gli cadde addosso come un sacco di mattoni.
Scott era nella Danger Room, da solo, e stava ripetendo per la centesima volta la stessa serie di pugni e calci contro il grande sacco da boxe al centro della stanza. La sua uniforme da X-Men era inzuppata di sudore e i suoi capelli erano scompigliati dal lungo allenamento. Logan entrò, cercando un pezzo di equipaggiamento che qualcuno aveva spostato quella mattina, e vide Scott girarsi di scatto, come se un nemico gli avesse teso un'imboscata alle spalle, appoggiando tutto il corpo al grande sacco dietro di lui. Sembrava un cervo davanti a un'auto, rigido come una statua. Poi, mettendosi le mani dietro la schiena in un movimento che sembrava fatto più per calmarsi che per educato militarismo, si sforzò di fare un sorriso controllato. "Ho quasi finito", disse.
Logan annuì leggermente, con un ringhio basso. Avrebbe dovuto andarsene in un paio di secondi, giusto il tempo di afferrare ciò di cui aveva bisogno e via. Ma poi lo sentì. Non solo un vago, ignorabile accenno. Un'onda calda e densa che non lasciava scampo. Agitazione e un intenso, quasi incontrollabile desiderio, tutto mischiato, tutto diretto a lui. Nessun margine per illudersi che si stesse sbagliando. Le gambe di Scott tremavano impercettibilmente, e con tutto lo sgomento interiore di Logan, il ragazzo portò la gamba sinistra ad incrociare la destra, in quello che non poteva che essere un movimento per coprire la sua nascente erezione.
Logan chiuse la mano sull’attrezzo che stava cercando e si voltò. “Non restare qui troppo a lungo”, borbottò. La voce era neutra, ma sapeva che se il ragazzo non fosse stato così preso dal nascondere la sua situazione, avrebbe facilmente trovato un’inflessione leggermente più rigida.
In un istante di confusione, o pazzia vista la situazione, dovuta all'odore così forte andatogli direttamente alla testa e la consapevolezza di come stava lasciando il povero ragazzo, Logan si girò leggermente per guardarlo prima che le porte scorrevoli si chiudessero dietro di lui. Nello sguardo di Scott c'era sì l'essere sollevato di non essere stato scoperto, ma soprattutto un'immensa e affamata delusione. Logan proibì a se stesso di pensare al motivo di quest’ultima. Che cosa, per l'amor del cielo, quel ragazzino avrebbe voluto che succedesse? Che cosa si aspettava per farlo sentire così tanto deluso? Basta, Logan si fermò lì nelle sue domande e non osò neanche solo pensarne, men che meno immaginarne, le risposte.
Nei giorni successivi evitò di rimanere solo con il ragazzo con una precisione chirurgica. Passi più veloci nei corridoi, pasti presi fuori orario, niente Danger Room senza la sicurezza di chi si trovasse all'interno.
Ovviamente Scott notò subito il cambiamento nel suo comportamento. Era diviso tra il convincersi che non significasse nulla, che Wolverine fosse semplicemente fatto così, che Scott si stesse solo facendo film mentali, e la certezza che Logan, per chissà quale motivo, lo odiasse. Una piccolissima vocina però era nata, e subito ignorata, che cercava sempre più di ridurre l'intero mondo di Scott a un'unica, minuscola, affilata certezza: Logan sapeva. E non voleva stargli vicino.
Per paura, Scott smise di considerare ogni gesto di Logan come un segnale, cercò di rilassarsi il più possibile intorno a lui, di pensare solo agli allenamenti, a Jean e alla scuola. Si costrinse a credere, senza se e senza ma, che non ci fosse reciprocità, nessuna possibilità. C'era solo una distanza che era diventata permanente. Smise persino, almeno per quanto possibile (quindi solo per un breve periodo), di fantasticare su Logan durante i suoi momenti intimi, per paura che il Professor Xavier lo avesse finalmente scoperto e avesse messo in guardia Logan.
E così, mentre la scuola si preparava per il Natale con luci che non riscaldavano nessuno, Scott si ritrovò a convivere con una nuova verità: essere visti non è sempre una benedizione. A volte è una condanna silenziosa.
Nella notte di Natale, la città sembrava uscita da una cartolina sbiadita. Le strade erano quasi deserte, i negozi chiusi, le vetrine lasciate accese per illuminare e decorare la strada, ma con un risultato malinconico. Logan sedeva da solo in un bar che non aveva nessun motivo di essere aperto, uno di quei posti che sembrano esistere solo per gente come lui: persone senza orari, senza casa a cui tornare, senza motivi per festeggiare.
Giocava a biliardo con movimenti lenti e precisi. Non c’era nessuno che potesse dargli fastidio, nessuno che potesse guardarlo per farlo sentire osservato. Le tende e i cuscini del locale odorava di fumo e detersivo. Il legno del pavimento scricchiolava come se si lamentasse del freddo.
In quella notte di festa, in un posto non troppo raccomandabile che faceva apparire il mondo immobile, Logan non riusciva a fare ciò per cui era lì: non pensare. In particolare, non pensare all'odore di Scott, alla verità che portava con sé. L’aveva sentito nitido come un pugno: l’emozione di un ragazzo che non sapeva dove mettere le mani, il respiro rapido, la paura di essere scoperto, il desiderio che sentiva esplodere dentro di sé. Nella sua lunga vita, Logan aveva sentito quell'odore mille volte, un misto di paura e attrazione che tante persone emanavano in sua presenza. La differenza era che questa volta proveniva da qualcuno che non avrebbe mai dovuto guardarlo in quel modo.
Qualcuno troppo giovane, troppo puro. Troppo non dovrebbe essere per me.
Una parte di sé voleva archiviare tutto con la brutalità con cui recideva i pensieri inutili. Ma il problema era proprio quello: non era inutile, era complicato, era umano. Ed era la cosa più pericolosa che gli fosse capitata da mesi.
Logan prese la stecca da biliardo e mirò a una palla rossa. La colpì con un po’ più forza del necessario, non cadde, ma il suono del colpo rimbalzò nelle pareti del locale e risuonò secco tra le sue costole. Assurdamente, era nervoso.
Non avrebbe dovuto rimanere alla scuola, aveva fatto bene ad andarsene. Lontano da lui, Scott sarebbe stato al sicuro. Sarebbe tornato a respirare normalmente per almeno quel paio di giorni, e con il tempo, sarebbe tornato a guardare solo Jean, o altre ragazzine della sua età, come un ragazzo deve guardare una ragazza con cui potrebbe costruire qualcosa di semplice.
Nel silenzio del bar, Logan sussurrò quell’ultima parola come se fosse veleno: “semplice”.
Ci fu un istante in cui la sua mente fece l’errore di immaginare come sarebbe stato se lui fosse stato una persona diversa. O meglio, se fosse rimasto la persona che era prima di incontrare Charles. Se Scott avesse avuto la sfortuna di incontrare sul suo cammino un uomo a cui non interessava nulla di sciuparlo o romperlo.
Un errore che cercò subito di affogare nel rumore della stecca sul tavolo.
A quanto pare però, quella non era esattamente la sua serata, perché in quell'istante gli tornò alla mente l'immagine di Scott al centro della Danger Room: magro, rigido, lo sguardo nascosto dietro il visore, le cosce incrociate a cercare di coprirsi. Quel tipo di tensione non si dimentica, non si cancella scappando.
Logan sospirò e si passò una mano sulla faccia. Non c'era nessuno a vederlo, e per fortuna. Perché quello era un gesto stanco, di un uomo che si era accorto di una cosa che avrebbe preferito non sapere.
Fuori, la neve ricominciò a cadere in fiocchi grossi e lenti. E in quel bar desolato, Logan sentì il peso della distanza fra lui e la scuola di Charles, nonostante fosse stata una sua scelta; la sentiva come se l'avesse misurata a mano, centimetro dopo centimetro.
La neve si accumulava, lenta e indifferente, e Logan sentì per la prima volta dopo tanto tempo, paura. Paura che quella neve non somigliasse a una fine, ma a un attimo sospeso che nessuno aveva il coraggio di sciogliere.
