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Più leggeva quella pagina più sentiva le guance in fiamme. Forse è un bene che Laura se ne sia andata con Matteo a studiare Matteo, Matteo, sempre Matteo, perché sempre lui, perché mai io e le abbiano dato buca. Già è un tormento studiarle da sola, dover analizzare riga dopo riga, strofa dopo strofa, Lascia che le labbra facciano ciò che fanno le mani dopo Rendimi dunque il tuo peccato. Le parole di Virginia le rimbalzano nella testa insieme a quelle di Laura, il “Anche le ragazze potranno fare Romeo” che si intreccia con Laura che dice come sia lei a non saper fare Romeo, e il suo cervello altro non può fare che cancellare Matteo e vedere i suoi capelli biondi che si avvicinano mentre la sua voce dice “Rendimi dunque il tuo peccato.” Tortura. Pura tortura. Forse Greta aveva ragione, e iscriversi a teatro è stata una cazzata.
La sua notte si consuma in un attimo, e nonostante sia riuscita a dormire qualche ora ha la distinta impressione di riuscire a stare sveglia la mattina solo grazie alle scariche di elettricità che le attraversano il corpo ogni volta che Laura si gira verso di lei. La prima volta è nell’ora di Lombardi, in una delle sue tirate che finiscono inevitabilmente con un 2 collettivo, e per un attimo le sorride prima di rendersi conto che sta guardando Matteo, ancora, e il sorriso improvvisamente sa di cenere. La mattina continua così fino all’ora di teatro, che in qualche modo arriva troppo presto ma al tempo stesso troppo tardi, e Virginia continua a chiamare coppia dopo coppia finché con la coda dell’occhio non la vede girarsi verso di lei e sente “Usiamo quell’energia che ho visto ieri, forza, Laura Romeo e Luna Giulietta.”
Per un attimo la stanza sembra girare, e nel caos che è diventata la sua testa riesce solo a incontrare per un attimo gli occhi di Laura, che li distoglie subito. “Non mi sento molto bene, Virginia,” riesce a dire con un filo di voce. “Posso andare un attimo in bagno?” E prima ancora di sentire la risposta (“Ma certo, cara, vai pure, vuoi che ti accompagni qual…”) si alza in piedi di scatto e corre in bagno lasciando sbattere la porta.
Dopo 5 minuti o forse un’ora o forse 10 secondi è ancora lì, con gli occhi rossi e il fiatone, quando qualcuno bussa alla porta. Qualcuno mandato da Virginia per vedere se è ancora viva, probabilmente. L’unico problema è che non sa se è ancora viva, al momento, quindi non risponde. Per correttezza. Ma chiunque sia bussa di nuovo, e dopo un attimo “Lu se non mi apri tra 10 secondi mi faccio aprire dal bidello.” C’è una strana ironia, pensa, nel modo in cui è sempre Laura la prima che si preoccupa per lei.
“Tutto a posto, tranquilla, tra due minuti esco.” Forse per miracolo o forse sei più brava a recitare di quanto pensassi, d’altra parte da quanto reciti la parte dell’amichetta del cuore di Laura quando vorresti solo essere guardata come guarda lui la sua voce non trema, quasi non si sente che piange da 5 minuti di fila, ma ormai Laura la conosce troppo bene. “Luna ti giuro se non mi apri…” È inutile rimandare. Come un cerotto, strappato con un solo strattone così fa male una volta sola ma non è così, ti fa male da anni e lo sai benissimo che continuerà a bruciarti nello stomaco, a stringerti il cuore la notte prima di dormire se non fai niente, se non le dici niente apre la porta e Laura fa un passo indietro, gli occhi appena spalancati perché anche lei è una brava attrice ma non così brava da non far vedere che non si aspettava di vederla così.
“Ma è successo qualcosa? Perché piangi?” Forse fa più male questo del resto. Veramente non si è accorta di niente? Certo che no, è occupata con Matteo, perché dovrebbe fregarle qualcosa di te? “Dì a Virginia che vado a casa, che si trovi un’altra Giulietta. Non è il caso che la faccia io.” “Ma non capisco, è che non vuoi recitare con me? Ho fatto qualcosa? Se non mi parli non possiamo risolvere Lu, dai, per favore.” C’è un limite a tutto. Anche alla pazienza. E forse, pensa Luna mentre la sua bocca si apre per dire cose che non sta scegliendo di dire, l’ha appena oltrepassato.
“Sì, Laura, non voglio recitare con te. Perché se penso di dover stare davanti a te mentre mi dici di come fanno i santi e i pellegrini, di come le labbra dovrebbero fare come fanno i palmi e di come devo renderti il tuo peccato mi sento svenire. Se penso che al posto mio potrebbe esserci qualcun altro mi viene da vomitare. Capisci?”
Silenzio. Laura sta continuando a guardarla, gli occhi fissi su di lei mentre apre e chiude un paio di volte la bocca senza che esca un suono. La vedi? Ecco guardala bene perché lo sai che adesso ti ignorerà a vita, sì? “Se vuoi andartene fallo subito, Laura, per favore, non prolunghiamo l’agonia. Faccio il cambio di banco dom…” Si rende conto troppo tardi che mentre ha iniziato a parlare, cercando in ogni modo di inghiottire il silenzio che la opprime, Laura ha bisbigliato qualcosa. “Ma a te piaceva Matteo…”
Si blocca di colpo. Adesso sì che il silenzio è totale, adesso sì che non c’è più niente dietro a cui rifugiarsi. “Cosa vorrebbe dire? È a te che piace Matteo, sei tu che ti ci sei messa insieme. Che c’entro io?”
“No, no, Luna è dal primo anno che dici che ti piace Matteo, l’hai sempre detto, che cazzo c’entro io?” Non ha mai sentito parlare Laura così veloce, come se stesse dicendo tutto insieme per paura di non riuscire più a dire nulla. E forse è un’illusione sicuramente, dice la solita voce che ha in testa, ma le sembra di vedere l’ombra di una lacrima nei suoi occhi.
“Lo dico dal primo anno perché era un nome sicuro da dire, non mi avrebbe mai calcolato. Come facevo a dire che mi piacevi tu, che mi sei sempre piaciuta, che avrei fatto carte false per essere al suo posto anche solo un giorno? Quando stavi con lui non potevo vedere Simone, proprio come ora non posso vedere Matteo. Anzi, purtroppo lo guardo fin troppo perché sei sempre con lui. E non sono mai riuscita a non guardarti, Laura. Mai.” Le sembra di aver corso una maratona, il respiro accelerato e il cuore che sembra voglia scapparle dal petto da quanto batte veloce.
Laura davanti a lei sembra una statua, se non fosse che adesso vede bene la lacrima che le cade dall’occhio destro. Una sola, che le riga il volto. Poi, d’improvviso, un passo avanti. Poi un altro. Lei invece fa per indietreggiare ma il muro è già contro la sua schiena dopo un passo, e non può fare niente se non vederla avvicinare. Quasi non osa respirare. Laura si ferma quando i loro volti ormai si stanno sfiorando, così vicino che sente il suo respiro affannato che le scalda le labbra. “Anche io ho sempre guardato te, Lu.” Si sposta di pochissimo, qualche centimetro, ma basta per sfiorare la sua bocca.
Per una volta anche la voce nella sua testa tace. Forse anche lei troppo sbigottita per proferire parola. Per qualche attimo rimane immobile, impietrita, Galatea davanti a Pigmalione, ma vede un’ombra passare sugli occhi di Laura che fa per tirarsi indietro. Non può farle pensare di aver sbagliato. Le afferra il gomito e la trascina di nuovo verso di sé, ma all’ultimo inclina la testa per sussurrarle all’orecchio: “Rendimi il mio peccato.”
E mentre le loro labbra si incontrano ancora, e ancora, l’ultimo suo pensiero prima di non pensare più è che forse non le spiace così tanto il teatro.
