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It's Christmas time

Summary:

«In realtà avevo chiesto aiuto ad Italo perché volevo fosse una sorpresa ma sarà molto più divertente se ci sei anche tu, fidati di me.»

Notes:

Ho scritto e riscritto questa oneshot, l’ho abbandonata nelle bozze e poi ripresa, l’ho riletta per caso e ho pensato che oggi è l’8 dicembre e che l’8 dicembre, per tradizione, si fa l’albero di Natale e quindi niente…Buona lettura!

Work Text:

«Odile!»

L’ha cercata per minuti interminabili, preda di pensieri che razionalmente non hanno più ragione d’esistere ma che non la abbandoneranno mai. Sono lontani i tempi in cui temeva che ogni suo piccolo errore potesse allontanare sua figlia da lei, eppure c’è ancora qualcosa che le blocca il respiro in gola, che la porta ad immaginare scenari che–

«Mamma!», e basta una sola parola a tacitare una parte di quei pensieri «mi hai spaventata: non pensavo di trovarti qui, credevo che tu e Marcello non sareste rientrati prima di questa sera per cena».

Odile si volta nella sua direzione; Adelaide, i capelli sciolti, il fiato un po’ corto e le mani strette tra loro, la guarda dalla soglia della cantina in cui è andata a cercare le decorazioni natalizie, seguendo le indicazioni di Italo. Era un compito che spettava a lei a Ginevra, anzi a lei e papà; sembra quasi una vita fa.

«Mamma? Va tutto bene?»

Le si avvicina di qualche passo, ne cerca gli occhi e allunga le mani per farle una carezza sulle braccia. Adelaide è strana, sembra quasi smarrita, così l’ha vista solo la prima volta in cui si sono incontrate, quando gli occhi le si erano riempiti di lacrime per un solo istante che era parso infinito.

«Sì, tesoro mio, va tutto bene, sono semplicemente stupita a mia volta di trovarti qui, non è un luogo molto frequentato della villa», conferma, strappandola a quei ricordi, e liberando una mano dalle sue per lasciarle una carezza sulla guancia. Odile risponde con un sorriso e annuisce, convincendosi che va davvero tutto bene, che si sta semplicemente immaginando quell’ombra negli occhi della madre, poi si accende di un entusiasmo che spera possa contagiare anche lei: c’è qualcosa di importante, di bello, in cui vuole coinvolgerla.

«Bene, perché sei arrivata giusto in tempo.»

Adelaide aggrotta la fronte e si guarda attorno, cercando di cogliere a che cosa si stia riferendo. La cantina ha l’aspetto di sempre, gli scatoloni e i bauli sono tutti lì, i vecchi diari e le vecchie lettere anche – o almeno lo spera, ci sono cose che Odile non può leggere né vedere, non ancora, forse sarebbe meglio mai.

E, quindi, in tempo per cosa?

«In realtà avevo chiesto aiuto ad Italo perché volevo fosse una sorpresa ma sarà molto più divertente se ci sei anche tu, fidati di me.»

Adelaide la guarda ancora, la perplessità che non la abbandona. Fa appena in tempo ad accorgersi che sua figlia si riferisce all’albero di Natale prima di trovarsi in salone, la mano stretta nella sua, circondata da scatoloni pieni di decorazioni di cui non aveva nemmeno memoria e con un festone dorato che le avvolge il collo come una sciarpa.

«Odile!», la riprende, il tono stupito e leggero, «non credevo che la tua idea consistesse in…questo», gesticola senza riuscire a trattenere del tutto le risate, gli occhi che brillano di vita. Se fruga nella memoria, in cassetti nascosti che non apre più da troppi anni, riesce a scorgere distintamente sua sorella Margherita che fa la stessa cosa con lei prima di correre felice verso la cucina e ritornare poco dopo con due fette di torta alle mele e un tovagliolo da condividere per non lasciare briciole in salone. Se si impegna solo un po’ di più, riesce ancora a sentirne la voce, eco di un ricordo che il tempo non ha potuto sbiadire – “non c’è nemmeno papà che possa rimproverarci, sorellina, e questa torta è squisita, non farti pregare”.

«Non mi sembra il caso di…insomma, ti aiuto volentieri ma non è– non dov–»

«Al contrario, ti dona. Molto. E ti assicuro che nessuno lo saprà mai, resterà un segreto tra madre e figlia», la interrompe, con fare divertito e quasi cospiratorio, mentre Adelaide fa per toglierselo, le mani già strette attorno ai capi opposti del festone. «E poi, dopo aver guidato una Vespa, evitando ostacoli e ritornando a casa sana e salva, non può farti paura un innocuo festone, mamma», aggiunge, sulle labbra il sorriso di chi sa di aver vinto la partita prima ancora che iniziasse.

Adelaide si blocca, le mani che si stringono tra loro, abbandonando il proposito di togliersi la sciarpa improvvisata, le guance che le si velano appena di un adorabile rossore. Odile non l’ha mai vista così bella né così vera ma, prima che possa riuscire a dirglielo o prima che sua madre si informi circa il come e il quando è entrata in possesso di quell’informazione su di lei alla guida di una motoretta – le legge tutte, le domande nei suoi occhi: l’hai scoperto da sola? è stata Marta a dirtelo? o Marcello? –, vengono raggiunte proprio dalla voce di quest’ultimo.

«Sei splendida, amore mio.»

«Ciao, Marcello», lo saluta, già consapevole di ciò che accadrà di lì a pochi istanti. Lo osserva muoversi a passi sicuri ma misurati fino ad arrivare davanti ad Adelaide, una mano già protesa verso la ciocca di capelli che le ravvia dietro l’orecchio, accarezzandole il viso. Non riesce a cogliere che cosa si stiano dicendo ma sua madre si appoggia sulla carezza, poi ne cerca le labbra e a lei non resta altro da fare che distogliere lo sguardo – lo fa volentieri, con mamma e papà capitava spesso – per concentrarsi sullo scatolone alla sua destra. C’è qualcosa di molto colorato, lì in un angolo, che richiama la sua attenzione e stuzzica la sua curiosità.

«E questa?», chiede, tra le mani una piccola decorazione che sembra frutto di un bambino o di qualche artigiano poco esperto: è strano che sia lì in mezzo, tra decorazioni in vetro di Murano e statuine che hanno tutta l’aria di essere pezzi unici.

Marcello è il primo ad alzare lo sguardo per volgerlo nella sua direzione e a sorridere non appena scorge la decorazione che ha tra le mani. Le guance di sua madre si imporporano, gli occhi si perdono verso un punto indistinto alle sue spalle. C’è sicuramente una storia dietro a quella decorazione, le basta un semplice sguardo per capirlo: è curioso osservarli mentre si scambiano occhiate complici, le ricordano mamma e papà che la guardavano aprire il suo regalo, seduta a gambe incrociate sotto all’albero, pregando che le piacesse, che fosse ciò che aveva desiderato per un anno intero – lo era, sempre.

Adelaide cerca un’ultima volta lo sguardo di Marcello, lui annuisce, le sorride rassicurante in una danza che è solo loro, e lei le si avvicina. Le racconta di una decorazione sbucata fuori dal passato, di una giornata iniziata come tante altre, della pioggia insistente, di un’iniziativa benefica della casa famiglia di sua cugina e di un pomeriggio trascorso in un battito di ciglia tra colori, nastri e brillantini.

«Marta è sempre stata piuttosto brava a persuadermi ad aiutarla, soprattutto quando si tratta di qualcosa di artistico, che siano dei ritratti fotografici o dei disegni o, come in questo caso, delle semplici decorazioni.»

Quasi sussurra quando aggiunge: «anche in questo è identica a sua madre».

«Quindi è opera tua?», chiede, curiosa ed impaziente, la testa inclinata a cercare lo sguardo di sua madre.

«Sua e della piccola Ginevra, in realtà, un talento cristallino», fa eco Marcello senza riuscire a trattenere una risatina. Ricorda benissimo quel pomeriggio, la dolcezza di Adelaide nel rapportarsi ai bambini, le mani sporche di pittura, l’aiuto della piccola Ginevra – “sarò la tua maestra per un giorno, contessa, segui quello che faccio io” –, il sorriso così largo da essere impossibile da cancellare prima della mattina successiva, il desiderio di perfezione completamente abbandonato per lasciare spazio alla spensieratezza di una giornata normale. Adelaide si volta nella sua direzione, ne cerca gli occhi solo per capire quali siano le sue reali intenzioni, ma gli angoli delle labbra si piegano verso l’alto facendo spuntare fossette che non sapeva nemmeno esistessero.

«Credo che l’onore di appenderla spetti a te, quindi.»

Odile la strappa al muto dialogo con Marcello e le tende la decorazione, la osserva mentre la afferra e la rigira tra le mani, indecisa sul da farsi, scorge il braccio di Marcello che si allunga verso la sua schiena e la accarezza piano – c’è qualcos’altro che non le hanno detto, qualcosa che rende lucidi e un po’ malinconici gli occhi di Adelaide, che rende Marcello più attento e più vigile, ma non è quello il momento di chiedere – e poi, finalmente, sua madre si volta e le sorride prima di avvicinarsi all’albero per appendere la decorazione. Fa qualche passo indietro, valuta la posizione, studia l’armonia con la stessa precisione di un architetto che controlla le proporzioni e, infine, si volta verso di lei. È ancora più bella adesso, con il festone ancora indosso – ha ormai dimenticato il proposito di toglierlo – e l’incertezza che le dipinge lo sguardo: è la mamma, vera ed imperfetta, libera da qualsiasi protezione, affamata di normalità. Odile le sorride, si ripromette di portarla alla luce più spesso: non ha ancora capito bene come fare ma, ora che ha iniziato, non ha alcuna intenzione di smettere. Marcello, alle loro spalle, sorride guardandole: non ha bisogno di chiudere gli occhi per immaginare una vita e una quotidianità fatta di momenti come questo, non più, non ora che può viverla.

«È perfetta», la rassicura e a nessuno importa se lo sia davvero, nessuno nota quelle palline un po’ troppo vicine, nessuno fa caso agli addobbi che vengono estratti dalle scatole e appesi in modo disordinato sull’albero, tra i sorrisi complici di Marcello e Odile, nessuno si sofferma sul fatto che, per la prima volta da anni, l’albero della villa non ha i soliti colori. Italo, che passa di lì per caso, sorride discreto – dal giradischi proviene una musica che non credeva fosse presente in villa, la contessa ride serena, la signorina Odile ha abbandonato le scarpe in un angolo del salone come quando, poco dopo essere arrivata a Milano, si era spinta fino in cucina a notte fonda per preparare dei biscotti, il signor Barbieri passa lo sguardo dall’una all’altra, assicurandosi che entrambe siano a proprio agio – e si defila, timoroso di scoppiare una bolla troppo bella ma ancora molto fragile.

«Ero sicura che fosse una buona idea.»

Odile appende l’ultima pallina, indietreggia di qualche passo – ha le stesse identiche movenze di Adelaide, gli occhi saettano rapidi, il sopracciglio si solleva per un attimo – e osserva il risultato d’insieme, le mani che lisciano pieghe inesistenti sul vestito.

«Potremmo rifarlo.»

«Non prima di un anno, direi, almeno che tu non voglia–»

«No, non intendo l’albero», specifica, perdendosi in un ricordo, le braccia strette l’una all’altra, gli occhi che si alzano appena per scacciare le lacrime. Adelaide aspetta, paziente come ha imparato ad essere con lei, il braccio di Marcello che le cinge la vita, le labbra che si posano sulla sua tempia.

«L’anno scorso mi avevi proposto di creare insieme delle ghirlande, se non ricordo male. E io avevo rifiutato.»

Adelaide trema appena tra le braccia di Marcello: sentirlo è come riviverlo. Quel giorno era stato impossibile fingere indifferenza per il rifiuto di Odile ma in lui aveva trovato l’alleato di sempre. Ne era uscito uno dei pomeriggi più divertenti che Marcello ricordasse da molto tempo a quella parte; Italo li aveva interrotti sul più bello solo perché era pronta la cena.

«Mi dispiace averlo fatto, mi dispiace non averti spiegato il perché, ma–», Odile si ferma e la guarda, si schiarisce la voce, soppesa la reazione di Adelaide, «e se quest’anno coinvolgessimo anche Marta e la casa famiglia?», propone, illuminata da una luce che, come le farà notare poi Marcello, è uguale a quella che illumina sua madre quando le viene una nuova idea per una composizione con i fiori della serra, «così questa volta potresti essere tu la maestra della piccola Gi–», continua, incerta. La risposta con cui Adelaide stava per interromperla, però, rimane sospesa nel nulla perché dal corridoio è appena arrivato un piccolo uragano in abitino e scarpette rosse.

«Mamie!»

La bambina corre verso di lei e si ferma solo per lasciarsi abbracciare e stringere; Adelaide le lascia un bacio tra i capelli e piano piano scioglie il loro incastro ma si sofferma a sistemarle l’acconciatura e a sfiorarle la guancia con una carezza.

«E tu? Come ci sei arrivata fino a qui, ma chérie?»

Margherita, però, non risponde e non perde tempo in ulteriori convenevoli: è determinata e decisa, gli occhi rivolti verso l’albero di Natale alla ricerca di nessuno sa cosa. Nemmeno Nicoletta e Riccardo, che la raggiungono in salone, riescono a richiamarne l’attenzione.

«All’albero manca il puntale», obietta, l’indice sollevato verso l’alto a sottolineare un concetto che sembra starle fin troppo a cuore, «non è un vero albero di Natale senza il puntale». Marcello, ignaro delle domande da cui verrà travolto non appena Margherita avrà portato a termine la sua missione, non riesce a trattenere una risata. Odile, colpita dallo stesso pensiero che deve aver attraversato la mente di lui, si perde a guardarlo per un attimo prima che ci pensi Margherita a riportarla all’ordine.

«Tatie, mi aiuti tu, per favore?»