Actions

Work Header

Rating:
Archive Warning:
Category:
Fandom:
Relationship:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2025-12-24
Words:
15,393
Chapters:
1/1
Kudos:
7
Hits:
57

Heaven’s Little Christmas Miracle

Summary:

Quando Sky riapre gli occhi viene ingolfato da un calore disgiunto, diverso da qualsiasi temperatura atmosferica. L’aria stessa fruisce di una corporeità inedita, una consistenza priva della sottile corrente elettrica che ha permeato la sua precedente esistenza. L’ambiente non si offre più come un insieme di forme percepite, ma come sostanze disgiunte e definite: il peso gravido delle coperte, la ruvida trama del cotone sotto i polpastrelli, il motivo ripetuto di rombi cremisi e verdi stampato sulle lenzuola. Il mondo ora si sottomette alla stretta, al respiro, alla tensione. E lui vi è immerso, ancorato a ogni singolo dettaglio materiale.

A pochi centimetri di distanza capta il volto di Hyunjin. I suoi occhi, normalmente rischiarati, sono cerchiati da un alone rosso intenso. Le palpebre appaiono tumide, le borse sottostanti velate da un viola smorto. Fissa Sky in silenzio, le pupille contratte nella luce dell’alba, il respiro irregolare.

“S-Seungmin-sshi? Sei… davvero tu?”

Dove Sky è l’angelo custode di Hyunjin, ma sono innamorati.

Notes:

Ultima fanfic dell’anno! ☆*:.。.o(≧▽≦)o.。.:*☆ E ovviamente è una Seungjin, eheheh (っ˘ω˘ς ).

Prima di iniziare ho una precisazione importante da darvi: in questa storia non viene rispettato alcun canone religioso. Tutto ciò che leggerete è frutto della mia fantasia. Gli angeli, così come li ho immaginati, sono biblicamente accurati — e quindi sì: inquietanti, strani e incredibilmente affascinanti. Onestamente? Potrei innamorarmi di un essere del genere. Creepy il giusto! (' ε ' )♡

Ho accennato a una sorta di gerarchia, ma non è rilevante ai fini della trama. Per chiarezza: Sky è un Serafino, Chris è un Ofanim e Joshua è un Arcangelo.

A quest’ultimo viene concesso il pronome “loro”: nel parlato ci si rivolge a lui con il “voi” ma si riferisce a sé stesso con il “noi”. Lo so, è crazy, ma è una diva con quattro occhi e — promesso — per la storia non è importante (*ノωノ).

Come al solito, chiedo scusa per eventuali strafalcioni: quando sarò famosa e popolare schiavizzerò dieci beta readers per rendere tutto perfetto. Fino ad allora, però, imperfections make you perfect. Voglio davvero bene a questa storia.

È un regalo di compleanno per me, e spero possa piacere anche a voi. ヽ( ̄ω ̄(。。 )ゝ

Fun fact: questa fanfic doveva includere tre scene smut, ma sono state brutalmente censurate da me stessa (womp womp womp). Meritano un recipiente migliore — e decisamente lontano da figure angeliche (’×ω×’).

Prima di lasciarvi alla lettura: stavo cercando il significato del nome ‘Seungmin’ e mi sono battuta in questo thread di Reddit e, non posso sapere al 100% se siano informazioni vere, ma il significato di pietra simile alla giada è perfetta per il Seungmin di questa storia! 

Grazie mille e buona lettura! ♡〜٩( ˃▿˂ )۶〜♡

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

[Sky.]

La voce che intona il suo nome è incorporea. Non risuona nell’aria circostante, ma si cristallizza dirittamente nella sua coscienza; a essa si unisce, in lontananza, il flebile tintinnio perpetuo dei sonagli d’argento — ossia il sigillo acustico che affianca qualsiasi messaggio dei Soprastanti.

L’ingiunzione è semplice: abbandona dietro di sé un alone di assoluto silenzio.

[I Suoi Soprastanti desiderano un colloquio privato al Loro ritorno.]

Sky distoglie l’attenzione dall’angolo laddove l’ombra pare condensarsi. I suoi occhi si posano sull’altra estremità della camerata, percependone le fitte trame intrecciate oltre il nitido candore. La luce obliqua satura di polvere del vespro autunnale divide lo spazio con una linea retta; nel parallelepipedo dorato, seduto su un tappeto persiano consumato ai bordi, vi è accucciato Hyunjin.

Lo coglie intento a impacchettare un oggetto spigoloso. Attorno a lui l’ordinato disordine dell’operazione: fogli di carta da regalo, rotoli di nastro, forbici dalla punta arrotondata, pistola della colla a caldo. Tiene comicamente la lingua stretta tra i denti. Una ruga di concentrazione gli solca la fronte. Le sue mani dalle dita lunghe lavorano con gesti spicci. Flette un angolo di carta cremisi, creando una curva netta, poi preme la piega con il pollice sino a renderla piatta.

Sky è stato presente — invisibile e inudibile — a ogni singolo passo che ha condotto a questo momento: notte dopo notte ha prestato ascolto ai lunghi monologhi rivolti al soffitto, mentre Hyunjin ha soppesato opzioni e ha scartato idee. Lo ha inseguito nei negozi affollati, ha patito la sua indecisione dinnanzi agli scaffali stracolmi, ha sopportato la nebbiolina del dubbio che ciclicamente lo ha avviluppato fino all’emicrania.

(Dalla sua memoria riaffiora un ricordo preciso: il pomeriggio nel negozietto delle pulci; Hyunjin, immobile per ventisette minuti esatti davanti a una vetrina di legno scuro, lo sguardo fisso su un paio di macchine fotografiche antiquate disposte su del velluto logoro — una in ottone consumato, l’altra in bachelite nera. Il cartellino del prezzo che riporta una cifra pari a tre mensilità di affitto.

In quei milleseicentoventi secondi Sky ha percepito l’ansia del suo protetto crescere. Per un angelo custode non si tratta di un’emozione astratta, ma una sensazione fisica: un cambiamento di pressione nello spazio, denso come il muco e scottante come il magma. L’impulso più forte sarebbe stato intervenire con un pizzicotto — sussurrargli all’orecchio un eddai, prendi quella a sinistra, l’ottone è più resistente — ma il suo codice glielo ha sempre proibito. Si è limitato a stargli vicino, diffondendo la propria presenza, sino al momento in cui Hyunjin ha trattenuto il respiro e ha pigiato il campanello del bancone.)

In tutti questi anni tra i due si è consolidata una forma di comunicazione a segni. Non è come un alfabeto farfallino o scambi di parole in codice. Piuttosto si tratta di una serie di gesti improvvisati, solo impressioni trasmesse e ricevute.

Hyunjin parla, straparla, a volte allo spazio vuoto. Sky risponde come può.

La sua reazione può essere un brivido d’aria che fa ondeggiare la fiamma di una candela, una alterazione nella qualità della luce sulla pagina di un libro, oppure quel sottile senso di sicurezza che proietta quando percepisce il precipitare del panico nel suo protetto.

È un dialogo asimmetrico e muto, faticoso da interpretare. Ma è il loro.

Sky è un angelo custode. L’incarico di proteggere Hyunjin gli è stato affidato sette anni, quattro mesi e sedici giorni fa.

Agli inizi l’impressione di non essere all’altezza è stata forte. L’addestramento concluso da poco si è rivelato una preparazione meramente teorica d’innanzi alla complessità accecante di quell’anima umana. Il suo primo incarico è diventato immediatamente un campo minato. I primi due anni sono stati una sequela ininterrotta di interventi all’ultimo secondo, di notti consumate in uno stato di allerta che ha prosciugato la sua stessa energia devachanica. Cadute dalle scale scampate per un soffio, incidenti sfiorati per pochi centimetri, ripudio di spettri attratti dalla particolare luminescenza della sua aura.

Sono sopravvissuti entrambi, a fatica.

Poi, durante il terzo anno, è accaduto il fatto che ha ridisegnato i confini del loro rapporto. Lo ricorda bene.

Era un pomeriggio di ottobre, il cielo un’ottusa lastra plumbea. Sky osservava Hyunjin afflosciato al tavolo della cucina, esausto dopo una serie di collisioni con quei maledetti succhiasogni, a causa loro aveva avuto episodi di insonnia. Davanti all’umano: un estratto conto segnato da numeri rossi. Le sue spalle erano curve, le dita tamburellavano una sequenza nervosa sul barattolo di plastica di uno yogurt di cocco che gli ha sottratto quasi tremilacinquecento won.

Poi, all’improvviso, aveva alzato il capo. Si era messo a fissare un punto a mezz’aria. La sua voce era uscita piatta, priva di inflessioni. “Non so chi tu sia. Ma se hai intenzione di continuare a fare lo squatter, potresti almeno renderti utile… tipo, dandomi una mano con l’affitto.”

E, perso nella contemplazione di quella candida nuca incurvata, Sky aveva replicato prima che la ragione potesse fermarlo — e la sua voce non avrebbe dovuto passare attraverso il velo tra il suo reame e il piano terreste ma, non sapeva come, aveva squarciato lo spazio che li divideva.

[Mi sto già rendendo utile. Più di quanto tu non te ne renda conto.]

A quel punto era calato il silenzio. In seguito, con una lentezza eterna, Hyunjin si era voltato. Non poteva guardare Sky, ma teneva la sguardo dritto un punto preciso nell’aria, a trenta centimetri dalla sua spalla. I suoi occhi erano stretti in due fessure: “Ti… ho sentito,” aveva detto, la voce ora bassa. “È… una sensazione che accumulo da settimane. Non so come descriverla se non come… una consapevolezza. So quando ci sei. Ti sento quando sei nella stanza con me. Percepisco come un leggero spostamento. Ma… non mi hai fatto del male. Quindi suppongo tu non sia… malvagio. Solo estremamente invadente… e spilorcio.”

Sky aveva spostato il peso leggermente di lato, ma gli occhi di Hyunjin ne avevano seguito il movimento evanescente. Non era in grado di vederne la forma, ma ne coglieva il passaggio, la perturbazione nel substrato dello spazio.

[Puoi rispondermi? Riesci a sentirmi?]

Hyunjin aveva sospirato, passandosi una mano sul viso. “Non sto scherzando! Un contributo per l’affitto sarebbe un gesto carino, piuttosto che bighellonare ovunque tu sia.”

Sky aveva interpretato la risposta per quello che era: ossia un ‘no’. Hyunjin non poteva sentire le sue parole. Ma quella cognizione della sua presenza aveva aperto un piccolo spiraglio.

Da quel giorno Hyunjin aveva iniziato a sperimentare nei modi più disparati. Aveva portato a casa strumenti dal dubbio gusto, che fossero bacchette rabdomantiche o pendoli di cristallo presi nei mercatini. Li aveva osservati con la concentrazione di uno scienziato interagendo con inutili formule magiche trovate su internet. Poi, una sera di novembre, aveva introdotto la tavola Ouija.

Sky aveva provato un moto di gelo nel vedere quella tavoletta di legno — le lettere dell’alfabeto in nero smorto, la planchette a forma di cuore traforato — quelle sciocche pratiche sono come miele agli orsi per le piccole presenze. I demoni minori, le larve spirituali, gli spiritelli roboanti, tutti loro si aggrappano a questi canali approssimativi. Come faceva a non capirne il pericolo? Sfruttano la curiosità e la solitudine come porte di servizio. Le istruzioni stesse di quel giocattolo lo dicono: non usatela mai da soli. Ci sarà un motivo, no?

Ma Hyunjin l’aveva appoggiata sul pavimento, accendendo una sola candela per fare atmosfera. “C’è qualcuno qui, con me?” Aveva chiesto al muro.

Sky aveva percepito subito un’alterazione nella stanza. Un’altra presenza, piccola e bavosa come una lumaca di palude, era stata attratta dall’apertura. Prima di potergli rispondere, aveva dovuto affrontarla. Si era trattato di uno scontro di volontà, manifestatosi come un improvviso calo di temperatura, così sibillino che aveva fatto rizzare i peli a Hyunjin.

Dopo aver respinto l’intruso, aveva concentrato la sua essenza sulla planchette. Era stato come cercare di afferrare un cubetto di ghiaccio con delle pinze spuntate. Con uno sforzo estenuante, aveva provato a farla scivolare.

L’aveva fermata sul SÌ stampato in alto.

Sì…” aveva letto Hyunjin, gli occhi fissi sulla tavolozza. “… M-A… ma? Aspetta. Sì, ma…” aveva continuato a sillabare. “Sì, ma non usare più questa cosa… ti supplico,” aveva alzato lo sguardo. Nei suoi occhi, Sky ci aveva visto per la prima volta non diffidenza, ma una curiosità addirittura gioiosa. “Oh, ma io voglio parlare con te! Mi dici il tuo nome?”

Sky aveva esitato. Rivelare il proprio nome era una violazione del codice. Ma Hyunjin lo stava sfidando. Prima di rispondere, il suo occhio scivola sulla stanza da letto, soffermandosi su un piccolo ciondolo di giada appeso alla lampada spenta. Con un altro dispendio di energia, aveva spinto la planchette, decidendo la strada della menzogna.

[S… E… U… N… G… M… I… N….]

Seungmin…” aveva ripetuto Hyunjin. Il nome, sulla sua lingua, aveva acquistato un sapore nuovo. “Allora sei tu il misterioso spirito-squatter. Sei tu che te ne stai in giro senza pagare.”

Aveva percepito nascere un palpito nel fulcro delle sue ali, propagandosi sino alle remiganti. Nonostante la tensione, aveva spinto la planchette sul SÌ.

Hyunjin si era messo a ridere, ma non dopo aver commesso l’errore: nell’assurdità del tutto aveva staccato entrambe le mani dal ciocco di legno, rompendo il contatto.

Può avere senso che tu non voglia che la usi. Uhm, vabbè. Mi dispiace se ti ho creato problemi.”

Nella pausa a seguire, Sky non era riuscito a dare risposta. Altre ombre avevano iniziato ad affiorare ai lati della stanza, attratte dalla luce residua dello squarcio. Le aveva respinte, costruendo una difesa attorno alla figura accovacciata di Hyunjin.

Quando l’aria si era calmata, aveva concentrato l’ultimo barlume di forza sul dischetto. L’aveva fatto scivolare, lentamente, attraverso le lettere.

Hyunjin aveva osservato. “I… O… S… O… N… O… U… N… A… N… G… E… L… O…” i suoi occhi si erano sgranati. “Un angelo? Sul serio? Sei forse il mio angelo custode o qualcosa del…” la planchette era scattata verso il SÌ prima di poter finire la frase. “… ok. Capisco,” si era guardato intorno, ora più vispo, scrutatore. “Grazie. Per avermi risposto.”

Quella notte, dopo che si era abbandonato al sonno, Sky aveva lavorato per ore. Si era messo a ricucire ogni possibile fessura spirituale che la tavola Ouija aveva toccato, aveva purificato l’aria della stanza con correnti di energia, aveva stabilizzato il velo che si era assottigliato. Aveva sperato che Hyunjin se ne disfasse.

(E, riflettendoci ora, mentre lo osserva intento ad annodare un perfetto fiocco di raso nero su un pacchetto regalo, non ha più rivisto quella tavola da allora. Probabilmente l’ha smontata, o nascosta, o gettata via.)

Anche se da quel giorno la loro comunicazione ha subito un’evoluzione. Nella sua stramba natura è diventata più sofisticata, radicata in una reciproca comprensione.

Hyunjin a volte ancora parla all’aria, ponendo domande dirette o semplicemente condividendo i suoi pensieri. Le risposte di Sky sono meno drammatiche, più integrate nel flusso del mondo che lo circonda: il fruscio distinto di una pagina di giornale che si sfoglia in autonomia sul tavolo, il tremito di una fiamma di candela che si raddrizza e diventa più brillante, la repentina e inspiegabile sensazione di certezza che, talvolta, accresce la luminosità del viso di Hyunjin mentre prende una decisione difficile.

E ora è stato convocato dai suoi Soprastanti. Non sa neppure cosa aspettarsi. Che possa manifestare un rimprovero, un trasferimento, una nuova direttiva, non lo sa.

Ma per il momento, mentre la luce del pomeriggio si fa più intensa, mentre i moti di polvere volteggiano in silenziosi vortici intorno alla figura china di Hyunjin, Sky rimane fermo al suo posto. Osserva le sue mani che lavorano con pazienza metodica, ascolta il lieve scalpiccio della carta che si stende e si piega, il tic metallico delle forbici che si chiudono, il respiro calmo e concentrato.

Attende.

Ogni secondo che passa è un regalo che il suo ruolo raramente gli permette di apprezzare appieno, e ora che la chiamata è giunta, ogni secondo grava un po’ di più.

(È stato Hyunjin a voler intensificare la comunicazione con Sky. Si è stabilito un dialogo asimmetrico, costruito sulle domande del ragazzo umano e sul silenzio dell’angelo. La natura di Sky è loquace; il vincolo del mutismo è un pugno nello stomaco, specialmente innanzi all’intelligenza acuta e alla curiosità insistente del suo protetto.

È quella insistenza a condurre alla svolta. Una mattina, interrompendo la lettura, Hyunjin ha posato il libro che sta leggendo in grembo, formulando la domanda.

Seungmin-sshi, cosa faresti se ti concedessi il permesso di toccarmi?”

Nel siderale, Sky ha arrestato il movimento delle ali; il fruscio si placa. L’interrogativo non ha trovato alcun riscontro nel suo manuale d’addestramento. La sua essenza si articola su due piani: il Devachanico e l’astrale. Quest’ultimo è il suo territorio operativo, uno strato speculare sovrapposto alla realtà mortale. Per un angelo, il velo è una membrana fissa. Solo gli arcangeli detengono l’autorità di aprire passaggi stabili. Le discese autorizzate sono eventi rari.

È stranissimo… è come se potessi sentire le rotelle del tuo cervello che si surriscaldano,” ha ripreso Hyunjin. “Perché non ci provi? Consideralo un invito formale. Ti sto dando il consenso.”

Sono trascorsi diversi minuti. Sky lo ha osservato fissare il punto nello spazio dove ha presunto esserci la sua presenza. La sua espressione non ha rivelato paura. Ha valicato la breve distanza che li sta separando nella dimensione astrale e stende una mano.

Non sa di preciso cosa aspettarsi. Una scarica di energia, di essere fulminato, una lacerazione, una punizione.

E invece, la punta delle sue piume ha incontrato una resistenza elastica. Una mucosa sottile, ronzante. Oltre di essa, ha percepito una sensazione diretta: il calore radiante della pelle di Hyunjin, la consistenza del suo avambraccio sotto la manica di cotone.

Porca troia!”

L’imprecazione irrompe nella quiete. Hyunjin non si è ritratto. Al contrario si è proteso in avanti, come per esercitare una lieve pressione contro la barriera invisibile.)

Da quella esplorazione, iniziano a montare una combinazione. Stabiliscono che un tocco singolo significa , il doppio tocco significa no. Per le risposte complesse devono però ingegnarsi. Sky sviluppa un metodo per guidare il suo protetto attraverso i suggerimenti tattili.

Durante la visita nel negozio dell’usato, visibilmente incerto sulla scelta dell’acquisto, Sky gli sfiora ripetutamente il dorso della mano, orientandolo con insistenza verso uno specchietto di argento vintage. Dopo un momento di esitazione Hyunjin coglie il suggerimento e annuisce.

Il loro metodo di comunicazione ha intrinsecamente modificato la natura del loro legame. Ciò che è stato un dovere unilaterale si converte in uno scambio. Il passare degli anni modella la relazione, evolvendola da un vincolo di protezione a qualcosa di simile a un’amicizia, per finire a un legame un po’ più complesso, difficile da definire. Sky prova per Hyunjin un sentimento vasto e intricato. Hyunjin dal canto suo, dichiara il proprio affetto senza peli sulla lingua.

E sembra troppo bello per essere vero.

“Tutto questo sembra troppo bello per essere vero.” Vocalizza Hyunjin quella sera.

I suoi demoni interiori, quelli contro cui la spada dell’angelo è inefficace, si fanno insidiosi. Sky reagisce adagiando la sua presenza contro la schiena dell’umano. Con una estremità piumata, vi traccia una carezza lungo il suo braccio.

Hyunjin espira. Il suo fiato incrina il silenzio. “Non conosco le regole del tuo mondo, ma ipotizzo che nulla di tutto questo sia permesso. Probabilmente non avrei dovuto nemmeno accorgermi di te.”

Sky permane nel silenzio. Non possiede un tocco in grado di tradurre quella verità.

“C’è una parte di me…” prosegue, la voce attutita dal silenzio e dal buio. “… che continua a pensare che un giorno qualcuno lassù se ne accorgerà. Che mi sveglierò e tu non sarai più qui. Percepirò questa assenza, ma non potrò farci nulla. Hai presente il dolore fantasma? Quello che percepiscono gli amputati? Ecco.”

L’idea scava nella paura che anche lui alimenta e reprime. Un dolore freddo, di natura metafisica, gli serra lo sterno. Ingoia l’impulso di ritrarsi e avvicina le piume alla nuca di Hyunjin. La pelle è deliziosamente tiepida.

Ehi. Fa il solletico, quando fai così.”

Sky ripete il gesto. Permette alle sue piume senza sostanza di esplorare la curva del collo, la linea della spalla. Hyunjin lascia scappare una risata soffocata.

In quel preciso momento, comprende con lucida chiarezza: proteggere Hyunjin dalle entità dell’astrale rimane il suo mandato, ma proteggerlo dalla malinconia, dalla paura della perdita, è impossibile. Osservando dentro sé stesso riconosce che anche la sua difesa è fragile, compromessa da quel medesimo sentimento. L’inevitabile, qualunque forma decida di assumere, è una tempesta all’orizzonte.

Per il momento, però, esiste soltanto questa stanza, il calore di un corpo mortale che è in grado di percepire, e il suono di una risata che tiene a bada, per pochi e preziosi istanti, l’oscurità.

Il messaggero celeste che ha fatto convocare Sky è una presenza senza nome, un concentrato di intenti piuttosto che un essere dotato di individualità. Il guardiano che materializza nella stanza subito dopo, invece è portatore di un’identità precisa.

[Chris?]

La voce di Sky scappa come un colpo di tosse. Una paura frigida e compatta gli si posa nella bocca dello stomaco.

L’angelo tenta di sorridere con gli occhi, ma essi tradiscono un’angustia che non è in grado di mascherare.

[Mi è stato ordinato di assumere la custodia del Suo protetto.]

Sky avverte un moto di nausea, un rigurgito amaro che gratta in fondo alla gola.

[Per quanto tempo?]

Chris esita.

[Fino al Suo ridivenire.]

L’attenzione ricade su Hyunjin — è immobile sul divano, le mani abbandonate in grembo, gli occhi fissi nel vuoto esatto in cui Sky si trova. Tutto quel tempo di vicinanza ha affilato i suoi sensi, ha assottigliato la barriera tra il visibile e l’invisibile.

“C’è… qualcosa che non va?” Chiede Hyunjin. La sua voce è calma, controllata, ma la tensione gli incide una sbavatura sottile e verticale tra le sopracciglia. “Seungmin-sshi, sento che c’è qualcosa che non va… dove sei?”

Sky attraversa la stanza in un fluire d’aria. Non ci sono scricchiolii del parquet, né fruscio degli abiti. Gli prende le mani tra le sue estremità, le piume che si piantano contro il velo impalpabile che separa le loro sostanze. Si china. Le sue ali gli sfiorano prima la guancia destra, poi la sinistra, prima di trovare le sue labbra.

“Stai… andando via?”

[Tornerò.]

Articola le parole con una lentezza esagerata, ben conscio che non verranno udite.

[Te lo giuro. Tornerò.]

[Sky.]

Chris lo richiama alle sue spalle.

Il rumore dei sonagli celestiali, fino a quel momento un tintinnio di sottofondo, si fa più intenso, più prossimo. Il loro appello non è più un candido avvertimento; è un monito strutturato, una sequenza sonora che comunica che il tempo è scaduto. Kaputt.

Quando Sky rilascia le sue mani, Hyunjin inizia a piangere. Le lacrime scendono senza singhiozzi, scavando solchi lucidi sulla sua pelle impallidita. Il suo dolore lo penetra con la precisione di un dardo.

Si volta verso Chris.

[Si prenda cura di lui. Di ogni sua parte.]

[È il mio compito.]

Chris annuisce, e mentre lo fa, le sue grandi ali nere — un colore dispotico che pare assorbire la luce — si dispiegano leggermente dalle spalle. L’ala destra, nel suo aprirsi, oscura per un attimo preciso la luce calda dell’abat-jour, e la sua ombra lunga abbraccia, simbolicamente, lo spazio che occupa Hyunjin.

Gli angeli raramente detengono qualcosa che possa essere definito ‘prezioso’ nei termini terreni. L’idea di allontanarsi da ciò che ha più valore lo lacera. Ma Chris è competente. È forte. Terrà Hyunjin al sicuro. Questa è, ora come ora, l’unica certezza a cui può aggrapparsi.

Distende le proprie ali. Non sono nere come quelle dell’altro angelo, ma di un bianco opalino. Con un unico battito si solleva da terra di qualche centimetro. Il suono dei sonagli, in risposta, diventa un frastuono assordante, un fiume metallico in piena che travolge e cancella ogni altro rumore del mondo umano: il respiro intermittente di Hyunjin, il ticchettio dell’orologio a pendolo, il rombo lontano del traffico. Tutto scompare, sommerso da quell’unica, imperiosa sinfonia di raccordo.

Il varco attraverso i reami non è un ascesa nello spazio, ma una transizione lungo strati di pressione e densità sonora variabile. Man mano che si eleva, l’aria della stanza umana si dissipa, sostituita da un’atmosfera più sottile, che palpita, intrisa di vigore statico che fa traballare tutto il contorno delle sue piume. Il tintinnio persecutorio dei sonagli si attenua, perde la sua qualità di spacca-timpani, e si trasforma in un brusio complesso prima di diventare un rimbombo appannato. Quando oltrepassa la soglia del reame devachanico, il silenzio che lo accoglie è totale, ovattato, ma incredibilmente pieno. Un silenzio dotato di ricchezza.

Il Dipartimento per gli Affari dei Guardiani è una struttura impossibile da descrivere in termini architettonici terrestri. È una composizione intrecciata di piani e volumi che obbedisce a una logica visiva superiore. Come ogni elemento in questo piano dell’esistenza, è traslucido. Pareti, pavimenti, soffitti: ogni superficie permette alla vista di attraversarla, di fondere spazi interni ed esterni in un unico, vasto organismo di cristallo. Questa è la legge primaria del Cielo: non esistono canoni strutturali, nessun angolo nascosto allo sguardo.

È ovvio che lo sappiano. Sanno tutto di lui e di Hyunjin. Il suo cospetto qui non è che la formalità di un verdetto già scritto e deliberato. Deve solo scoprire se la sentenza contempla la condanna o una grazia, per quanto poco probabile.

Dirige il volo, ora un semplice planare controllato, in direzione dell’ampia finestra sempre aperta dell’ufficio dei suoi Soprastanti. L’apertura non ha vetri, è un mero riquadro di luce nel drappo della facciata. L’attraversa senza rallentare, atterrando con un lieve, unico fruscio di piume su un pavimento che non è solido. Al di sotto della sua cima, una corrente di vapore rosato si muove con fluida calma. L’essenza del luogo è fresca e liquida, cedevole; si adatta alla forma delle sue ali senza offrire alcuna resistenza.

In fondo allo studio, alle spalle di uno scrittoio modellato da un unico blocco di vetro diafano, assiedono Joshua. L’arcangelo mantengono una postura impeccabile, le mani giunte sulla superficie immacolata. Sorridono, e nella loro espressione risiede la pace imperscrutabile della superficie di un lago silvestre in una giornata senza vento.

[È un piacere riaverla qui.]

La voce di Joshua è flemmatica, ogni sillaba equidistante dalla successiva, modulata in uno spazio acustico eccezionale.

[Iniziavamo a interrogarci sul Suo indugio.]

Sky sa con certezza assoluta che qualsiasi tentativo di ipocrisia non solo sarebbe inutile, ma profondamente irrispettoso. Procede in avanti di due passi, le ali che si richiudono lentamente con riluttanza lungo la schiena in una sequenza ordinata di fruscii.

[Chiedo scusa. Dovevo comunicare la mia partenza a Hwang Hyunjin. Non potevo svanire senza alcun segno.]

Joshua annuiscono con un ponderato cenno del capo.

[È stato osservato e riferitoci che tra Lei e il Suo protetto si è formato un attaccamento atipico. Una dedizione che non rientra nei parametri autorizzati per un guardiano.]

[Non voglio nessun altro se non Hwang Hyunjin.]

Joshua lo scrutano; i loro occhi, di un colore indefinibile tra il grigio e l’argento, restano esoterici senza tradire alcun pensiero. Poi emettono un lieve soffio. Si abbandonano allo schienale della seggiola — la quale si modella all’istante per sostenerli — e la severità intrinseca al loro ruolo si stempera, sostituita da un’espressione di fastidio sorprendentemente umano.

[Non assuma quell’aria funerea, Sky. Sembra che la stiamo conducendo al patibolo per il solo fatto di provare un’inclinazione sentimentale per un mortale. In sé l’amore non è nel nostro indice delle infrazioni.]

Ed eccola lì, una speranza fragile come lacrima di Batavia che si insinua nella rigidità che tiene Sky immobile.

[Questo significa che non ci saranno ripercussioni? Non per questo sentimento… ma per la sua espressione?]

[Come già abbiamo detto: l’amore non costituisce un illecito. È una forza elementare. Spesso ingovernabile e indisciplinata, questo è vero, ma non per questo meno fondamentale. È il substrato di tutti i mondi.]

Joshua si alzano in piedi con un movimento che non implica sforzo muscolare, ma sembrano tradurre direttamente un pensiero in atto. Iniziano a camminare intorno alla scrivania, avvicinandosi a Sky. I loro passi non producono suono sul vapore rosato.

[Tuttavia, la Sua particolare relazione ha generato delle conseguenze misurabili. Ha forzato i confini. Il tessuto stesso che separa il suo reame originario da quello umano è stato sollecitato ripetutamente dalla forza della Sua attenzione e della Sua presenza parziale. Ha generato delle sbavature. Delle inadeguatezze nel confine.]

Il suo cuore in quel luogo è più simbolico che organo, ma sembra comunque sobbalzare contro il torso. Le sue paure più oscure, quelle accuratamente sepolte nel corso del tempo, gli si rivelano ora, documentate e inconfutabili.

[È grave? Il danno.]

[Richiede un riequilibrio.]

Joshua si fermano a tre passi esatti da lui. La loro aura di autorità è ben udibile, un campo di forza calmo e stabile, ma non è minacciosa. È pragmatica, come lo è la precisione di uno strumento di misura.

[La Sua convocazione risponde a una delibera già presa. Abbiamo valutato la soluzione più logica, date le... peculiarità della situazione. Deve fare ritorno laggiù. Per un periodo circoscritto. La Sua presenza fisica, nella sua forma più piena e radicata nel piano materiale, ripristinerà l’equilibrio che la sua presenza parziale, in quanto guardiano, ha inavvertitamente compromesso.]

L’implicazione della sentenza attecchisce nella mente di Sky e fiorisce all’istante in una bruciante certezza. Una speranza talmente tanto feroce da fare male, che cancella con un sol colpo ogni residuo di paura.

[Quando?]

[Così tanto impaziente? La Sua urgenza umanizza il Suo aspetto, è interessante. Potremo calibrarla per l’alba, tempo terreno. Alle prime luci.]

[Accetto.]

La risposta di Sky è immediata, un istinto primordiale che supera ogni razionalità.

[Sì, voglio andare. Ora. Subito. Per quanto tempo potrò restare?]

[La valutazione avverrà dopo dodici giorni. Sarà il tempo necessario per accertare la ricomposizione del tessuto e la chiusura delle sue falle. Parallelamente, determineremo se sia sicuro per Lei, e per la Sua stabilità essenziale, riprendere le funzioni di guardiano. Durante la Sua permanenza, sarà sostanzialmente umano. Mortale. Soggetto alla malattia, al trauma, alla fatica. Chris continuerà a vegliare, in qualità di osservatore, sulla protezione di entrambi. Sarà il vostro custode: Suo e di Hwang Hyunjin.]

Dodici giorni.

Non un attimo effimero, non una vita eterna. Un frammento di tempo reale, composto da ore, minuti, secondi che potrà contare. Un tempo finito.

Sky percepisce una strana pressione, un calore improvviso dietro agli occhi, una sensazione che non sperimenta da secoli.

[Come avverrà il trasferimento? La… trasformazione.]

Joshua sorridono di nuovo, inclinando il capo con una certa indulgenza.

[L’operazione richiederà un intervento preciso da parte nostra. Dovrebbe trovarla in uno stato di assoluta sospensione. Trasformare un’essenza angelica in una forma mortale è un processo delicato: implica il conficcare un essere di luce in un involucro di limiti biologici e fragilità costituzionali.]

Joshua compiono un gesto ampio verso la porta d’ingresso, la quale ora non sembra più condurre al corridoio, ma dispiegarsi su una stanza immediatamente contigua.

[Abbiamo già predisposto la dipartita. Avevamo il sospetto che avrebbe accettato. Conosciamo la Sua natura e il Suo cuore.]

Joshua lo precedono, attraversando la soglia. Sky li segue.

La stanza in cui entrano è spoglia e silenziosa, vuota e remota. Le sue pareti, lisce e traslucide come ogni superficie del Dipartimento, emanano una luce bianca e diffusa, senza fonte apparente. L’aria è ferma. Al centro dello spazio vi è un letto basso e austero, ricoperto da lenzuola di un bianco così puro da ferire gli occhi. Nessun cuscino, né coperta. Solo quel giaciglio, dedicato a un sonno forzato e alchemico.

[Si sdrai. Liberi la mente da ogni attaccamento al Suo aspetto attuale. Non opponga resistenza al processo. La resistenza potrebbe frammentarla.]

Sky obbedisce. Si avvicina al letto e si adagia sulla sua superficie. Le lenzuola sono piacevolmente fredde e lisce sotto di lui, una sensazione che ricorda vagamente, in modo distorto, la tessitura delle nuvole alte e gelate. Joshua si avvicinano e gli sistemano il lembo del lenzuolo attorno al corpo, come fosse un sudario. Hanno un aspetto inaspettatamente paterno.

[In questo modo.]

L’arcangelo posano infine una mano aperta sulla fronte di Sky. La loro pelle è fresca, il tocco leggero come il peso di una piuma d’airone, ma in esso vibra una forza latente, un’intenzione incontenibile a un passo dall’essere liberata.

[Ora si riposi. Abbandoni. Quando si risveglierà, si ritroverà nel reame mortale. Sarà carne, sangue, respiro. Sarà accanto a lui, nella stessa stanza che ha appena lasciato.]

[Vi ringrazio… Joshua.]

La coscienza non si spegne, ma si disfa. Si dissolve, si assorbe in qualcosa di più grande. Non è sonno, è l’annullamento della sua individuale volontà nell’opera di un’altra, infinitamente più abile.

Mentre la percezione di sé svanisce, gli giunge, come un rombo sottomarino, la sensazione di quella volontà all’opera. Ne percepisce, senza comprenderlo il mirabile lavoro: l’anima che si tesse in fili di carne, in reti di sangue; le ossa che si forgiano, i nervi che si intrecciano; un cuore muscolare che prende a battere.

E, in contemporanea, avverte il silenzioso aprirsi di un varco nel tessuto della realtà. Un passaggio effimero, creato unicamente per lui, che lo condurrà esattamente dove il suo essere — più della sua mente — ora anela.

Lo riporterà da chi lo attende, immobile sul divano, le tracce delle lacrime ancora lucide sulle guance. Da chi, pur non avendo udito alcuna promessa, tende già l’orecchio verso il silenzio, in ascolto di un passo che non ha ancora risuonato — il cui cuore, nel mondo terreno, batte il ritmo costante dell’attesa nella stanza in cui Chris vigila in un angolo.

Fuori, oltre la finestra, il nero della notte comincia a sfaldarsi, a tingersi di un fioco indaco all’orizzonte.

L’alba, l’ora stabilita, avanza con passo lento e inesorabile.

Quando Sky riapre gli occhi viene ingolfato da un calore disgiunto, diverso da qualsiasi temperatura atmosferica. L’aria stessa fruisce di una corporeità inedita, una consistenza priva della sottile corrente elettrica che ha permeato la sua precedente esistenza. L’ambiente non si offre più come un insieme di forme percepite, ma come sostanze disgiunte e definite: il peso gravido delle coperte, la ruvida trama del cotone sotto i polpastrelli, il motivo ripetuto di rombi cremisi e verdi stampato sulle lenzuola. Il mondo ora si sottomette alla stretta, al respiro, alla tensione. E lui vi è immerso, ancorato a ogni singolo dettaglio materiale.

A pochi centimetri di distanza capta il volto di Hyunjin. I suoi occhi, normalmente rischiarati, sono cerchiati da un alone rosso intenso. Le palpebre appaiono tumide, le borse sottostanti velate da un viola smorto. Fissa Sky in silenzio, le pupille contratte nella luce dell’alba, il respiro irregolare.

“S-Seungmin-sshi? Sei… davvero tu?”

La voce è roca, viziata dall’insonnia. Alle sue orecchie non suona come una domanda.

Sky non replica verbalmente. Un impulso primordiale, più forte di ogni razionalità, lo proietta in avanti. Le sue mani, che ora conoscono il peso e il limite, si sollevano per racchiudere le curve delle guance dell’umano. Le loro labbra si scontrano.

È un contatto regale. Ne percepisce il calore umido del suo respiro fondersi con quello dell’altro, il tremore attivo del labbro inferiore, il sapore salmastro di lacrime recenti.

Hyunjin emette un singhiozzo soffocato di sbieco quel bacio. Le sue dita si aggrappano ai fianchi dell’angelo, le unghie affondano nelle coperte. “Pensavo fossi scomparso,” riesce a dire, separandosi di un millimetro. Le parole si formano contro le labbra di Sky. “Come puoi essere qui?”

Sky risponde baciandolo di nuovo. Una, due, tre volte. Baci brevi e assertivi, baci lunghi e assorbiti. Nell’interstizio tra uno e l’altro, mormora riesce a mormorare: “Ho avuto fortuna. Sono stato graziato dai ‘grandi capi’.” Lo tiene saldo contro di sé, sentendo il battito cardiaco palpitare attraversare gli strati del suo vestiario.

Hyunjin trattiene a stento un suono tra il riso e il pianto. Una mano si stacca dal suo fianco e si solleva. Le dita, esitanti, percorrono prima la linea netta della mascella dell’angelo, poi scivolano sulla curva più morbida della guancia. Esplorano la pelle, che ora ha una grana precisa, finemente porosa e straordinariamente calda al di sotto.

Sky chiude gli occhi. Ogni tocco si incide in lui, gli corre lungo i nervi pizzicandolo con una leggera scossa. Per la prima volta, sente.

“Sei più gradevole di come ti avevo immaginato.” Gli sussurra Hyunjin, pieno di uno stupore meditabondo che assorbe ogni altro rumore nella stanza.

Sky lascia sfuggire un mugolio, gli occhi ancora sigillati, perso in quella carezza. “Che… aspetto ho?”

“Non lo sai?”

No. Questa non è la mia forma naturale. Dall’altra parte sono—” volge la testa e posa un bacio leggero sul polso di Hyunjin, nel punto dove il derma è più sottile e traslucido. Lì sotto batte un’arteria. “… diverso. Ma se i Soprastanti hanno modellato questo volto, allora hanno fatto in modo che potesse somigliare a qualcuno di cui non avresti avuto timore.”

“È… assurdo sentire la tua voce,” continua Hyunjin, senza mai staccargli gli occhi di dosso. “Reale. Che esce da una bocca fisica. E sentirti parlare di… tutto questo… ho sognato questo momento così tanto,” la sua attenzione oscilla nell’espressione dell’angelo, studiandolo, cercando di decifrare un’illusione che persiste — la luce del mattino gioca nelle iridi, rivelando venature e profondità che prima gli erano precluse. “Non è un sogno, vero? Dimmi che non mi devo svegliare.”

“No. Non stai ancora dormendo. Te lo prometto,” si avvicina di nuovo, e questa volta le loro labbra si toccano in un bacio più lungo. “Sono venuto qui per stare con te… per i prossimi dodici giorni.”

Hyunjin rimane immobile. Le parole impiegano un attimo a disciogliersi. Poi, con calma graduale, il suo viso si trasfigura. Non è solo un sorriso. È un’espansione di gioia che origina dagli angoli esterni degli occhi. Gli zigomi si innalzano, comprimendo le palpebre in spiragli a mezzaluna. La tensione accumulata nella mascella si dissipa del tutto. “Dodici giorni? Quindi fino a Natale?

“Suppongo… di sì,” Sky fa scivolare il naso lungo il suo, assorbendo tutto il suo calore. “Come vorresti trascorrerli?”

“Oggi…” Hyunjin fa una pausa. Le sue mani si appiattiscono sul petto dell’altro. I palmi percepiscono la solidità del torace sotto la maglia, il regolare, pacato ampliarsi dei polmoni con ogni respiro. “Oggi possiamo… parlare un po’? Ho così tante domande. Voglio sapere tutto. Di te. Di ciò che sei veramente.”

“Come preferisci.”

A tal punto Sky parla. Racconta storie mentre rimangono distesi sul letto, intrecciati, in un nido di lenzuola che serbano l’odore pulito del detersivo e, ora, la traccia più terrena dei loro stessi feromoni. Le parole si alternano a pause riempite da piccoli baci a schiocco, a momenti in cui un bisogno fisiologico nuovo e urgente li costringe ad alzarsi per cercare qualcosa da mangiare in cucina — ed è un’esperienza del tutto nuova per Sky, che si annuncia con crampi allo stomaco. Sperimenta il sapore complesso e acidulo di una fragola, la cui polpa succosa esplode sotto la pressione dei denti con un piccolo schiocco umido; assaggia la consistenza croccante e burrosa di una fetta di pane appena tostata, il calore che emana; prova la sensazione della sete estinta da un bicchiere d’acqua fresca, che percorre la gola con una chiarezza metallica e refrigerante. Niente è più scontato. È tutto un’epifania dei sensi.

Dipinge a vocaboli il mondo al di là del velo non come un luogo geografico, ma come uno stato dell’essere: una idea pura dove la fulgore rivela l’essenza intrinseca delle cose senza il medium della forma, e il suono è emozione diretta, non vibrazione meccanica trasmessa dall’aria.

E parla, infine, di Chris. Tra gli angeli custodi, è uno tra i pochi il cui nome è associato non a un’aura di quiete immobile. “È molto probabile che ci stia guardando,” spiega, intrecciando le sue dita a quelle dell’umano in una stretta che unisce nocca a nocca. “Ha il compito di vegliare su entrambi mentre cercano di riparare la fenditura.”

Hyunjin fa un cenno con la testa, poi posa la guancia sul petto di Sky, ascoltandone il battito cardiaco. Il suono è costante, un metronomo vitale che scandisce il tempo con più affidabilità di qualsiasi clessidra. “Avevo la percezione di un’altra presenza,” mormora infine contro il cotone della maglia. “Spero che le mie… crisi di pianto non lo abbiano disturbato troppo.”

Oh,” Sky solleva una mano e intreccia le dita tra i capelli dell’altro. Ha immaginato infinite volte di farlo — le ciocche sono fini, appena umidicce alla radice, una texture modificata dall’eccessivo uso di tinta che riesce a sentire tra le sue dita, ora che sono delle vere dita. “Sono sicuro che per lui non sia un disturbo. Sono io che mi dispiaccio per averti fatto star male. Il mio compito era vegliare su di te, non diventare la fonte della tua angoscia.”

Hyunjin scuote la testa con forza, senza staccarsi da lui, stringendolo più forte intorno alla vita in un abbraccio che è quasi una compressione. “No. Adesso sei qui. Non c’è nulla per cui scusarsi. Assolutamente nulla,” rilassa la presa solo di un grado, per poi sollevare lo sguardo. I suoi occhi ora sono sereni, la curiosità ha soppiantato la tristezza, lasciando il posto alla meraviglia. “Ora dimmi una cosa. Là, potevi davvero volare?”

“Voglio mostrarti la città.” Pronuncia Hyunjin la mattina seguente, quando i piatti della colazione sono ormai asciutti e l’odore del sapone liquido ha da tempo sostituito quello del caffè.

Sky è seduto sul divano. “Ho già visto ogni posto che frequenti. Cos’altro vorresti mostrarmi?”

Tutto. Vedere e vivere sono due cose diverse,” Hyunjin non transige. Scompare verso l’ingresso e ritorna con un giubbotto imbottito color crema chiaro. Glielo tende. “Devi provarlo sulla tua pelle. E poi, ti servono dei vestiti. Mettiti questo. Andiamo.”

Sky obbedisce. Le maniche del giubbotto gli scivolano oltre i polsi, coprendo le nocche delle dita. È soffice, intriso di una traccia olfattiva familiare, la leggera nota della pelle dell’umano.

Quando la porta d’ingresso si spalanca lo investe in volto un fiotto d’aria gelida, portando con sé il rombo distante del traffico, l’odore di catrame e umidità terrosa. Fa un passo oltre la soglia, poi un altro. La luce del giorno invernale, sebbene fioca, lo costringe a socchiudere gli occhi.

Non hanno ancora disceso i pochi gradini tra il portone e il marciapiede, che il suo sguardo già cattura ogni dettaglio con una nuova intensità. Osserva le crepe nell’asfalto, il verde spento di una siepe trascurata, il cielo grigio e compatto riflesso nelle pozze d’acqua stagnante. Un autobus frena in lontananza, emettendo un lungo sibilo metallico.

“C’è una tale quantità di... materia.” Mormora.

“Mhm!” Hyunjin gli afferra la mano e intreccia le loro dita, distraendo ogni ultima esitazione. “So che all’inizio possono essere un po’ troppi stimoli. Per oggi lascia che sia io a guidarti.”

Le ore successive si perdono in una successione scorrevole di negozi, di vetrine illuminate a giorno, di precari squarci di cielo celeste tra i cornicioni degli edifici.

Hyunjin lo conduce in boutique dove i faretti sono caldi e i vestiti sono disposti con una cura quasi museale. Sky si ammorbidisce progressivamente. Le sue falangi inizialmente incerte cominciano a muoversi con interesse da un articolo all’altro. Sfiorano la superficie fresca e liscia di un maglione dai toni blu elettrico, esplorano la morbidezza vellutata di una giacca in tweed bordeaux, si impigliano nei fili irregolari di una sciarpa grezza. Scarta con istinto immediato tutto ciò che è smorto, ordinario e privo di carattere. Lo attraggono i colori saturi e i disegni che sembrano seguire un pattern ordinato.

Hyunjin osserva, paga, raccoglie i pacchetti. Quando escono dalla porta del terzo negozio il pomeriggio inizia a incupirsi, le ombre si allungano avide sui marciapiedi, e i sacchetti frusciano a ogni loro passo. “Sei molto elegante,” nota; il suo sguardo che scorre sulla silhouette di Sky, ora ridefinita da linee sartoriali che ne esaltano la snellezza. “Sicuro di non essere mai stato umano?”

“Chi può dirlo?” Ride. “Forse lo sono stato in un’altra vita. O forse è cominciata solo quando ho imparato a guardarti. E… ho capito che volevo avere una forma, per stare al tuo fianco.”

“Credo che a Chris-sshi dispiaccia quando parli così.”

Chris imparerà a tollerarlo.” Replica scrollando le spalle. Poi, in un impulso improvviso, si avvicina e sfiora le labbra di Hyunjin per un rapido bacio.

Un gruppetto di studentesse in uniforme che passa poco più in là trattiene un respiro strozzato, in seguito si dissipa in un concitato chiacchiericcio e in risatine soffocate prima di allontanarsi in fretta, lanciando loro occhiate di traverso. Hyunjin percepisce il rossore incontrollabile che gli brucia la pelle del viso. Sta per distogliere lo sguardo, cercare rifugio nel selciato, quando una voce familiare squarcia l’imbarazzo.

“Yah! Hwang Hyunjin!”

Ha un’intonazione timbrica e inequivocabile. Hyunjin si volta di scatto. “Yongbok-ah! Che ci fai qui?”

Il ragazzo che si avvicina ha un’andatura rilassata, una borsetta di tela per la spesa che gli ciondola dalla mano. I suoi capelli scuri sfiorano le sopracciglia. “Commissioni dell’ultimo minuto,” borbotta, ma i suoi occhi scuri e vivaci hanno già abbandonato l’amico per posarsi su Sky, esaminandolo con placido interesse. “Lui chi è?”

Hyunjin avverte il rossore intensificarsi. Gli afferra con delicatezza la manica del cappotto. “Ti prego. Non ora.” Lo supplica.

“Perché?” Chiede Yongbok, e l’innocenza calibrata nella sua voce è troppo perfetta per essere genuina. Poi abbassa il tono, inclinandosi appena. “A meno che lui non sia…”

Hyunjin trattiene il respiro. L’aria gelida gli brucia i polmoni. Poi, lievissimamente, annuisce.

Il sorrisetto che fiorisce sul volto pieno di lentiggini dell’altro ragazzo è istantaneo, come se avesse ricevuto una conferma a lungo attesa. I suoi occhi ridono prima ancora che la bocca si allarghi.

Sky nel frattempo rimane in silenzio. Osserva lo scambio tra i due, la loro dinamica, il linguaggio non verbale. Riconosce Yongbok tramite i racconti di Hyunjin: l’amico del liceo, la voce calma e costante al telefono nelle notti di ansia, il compagnetto di classe di tante memorie che a Sky sono state narrate ma non vissute. Sceglie la strada più semplice: tende la mano.

“Piacere. Seungmin.”

Yongbok gliela stringe con vigore. “Yongbok. Ho sentito molto parlare di te.”

Le sopracciglia di Sky si sollevano. Cerca con lo sguardo quello di Hyunjin per un millisecondo, poi torna a guardare Yongbok. “Sul serio? Cosa di preciso?”

“Mi spiace, segreto professionale,” continua questi, rilasciando la stretta ma mantenendo il contatto visivo. L’occhio ammicca, rapidissimo, verso Hyunjin. “Ho promesso di non mettere in imbarazzo il nostro Hyunjin-ie. Almeno per oggi,” il suo tono diventa poi pratico, rivolto a entrambi, includendolo in toto nel cerchio della conversazione. “Dovreste passare da Changbin-hyung domani. Organizza una cena natalizia in anticipo, prima di partire per Jeju. Sarebbe un peccato se vi perdeste prima delle feste.”

“Cielo, l’avevo dimenticato.” Mormora Hyunjin passando una mano nervosa tra i capelli.

“Sembra… una buona idea,” dice Sky. “Credo che sia positivo conoscere i tuoi amici.”

Lo pensa davvero. Non è una frase di cortesia.

Ha osservato quelle vite dal margine silenzioso della sua precedente esistenza, imparando a distinguere le voci al telefono, le cadenze degli sghignazzi, le litigate. L’idea di interagire — di uscire dallo status di spettatore per diventare parte di quel quadro vivente — suscita in lui un fremito.

Hyunjin fissa Sky. Sul suo sguardo è dipinta una domanda muta, un intreccio complesso di protezione istintiva con un pizzico di timore. Ricerca un segno di disagio o ritrosia. Ma legge nella postura rilassata dell’angelo nient’altro che un genuino desiderio di partecipazione. Vede in lui la volontà di creare memorie da sostituire ai racconti ascoltati. La sua resistenza cede.

“Va bene,” sospira, infine, sconfitto ma contento. “Ci vediamo domani.”

Yongbok gli volge un ultimo sorriso, questa volta più dolce — più privato. Saluta con un cenno della mano e si allontana camminando a ritmo sostenuto, la sua figura che si confonde e svanisce tra le sagome scure della prima sera.

Hyunjin rimane immobile per un istante, poi la mano destra si muove e ritrova quella di Sky.

Il giorno seguente Sky osserva Hyunjin prepararsi davanti allo specchio. È assorto: il viso inclinato verso il riflesso, le dita affusolate che scorrono su una palette di ombretti terrosi. Seduto sul bordo del letto disfatto, segue il movimento preciso del polso, il battito impercettibile delle palpebre quando la polvere lo irrita.

“Quand’è che avresti detto di me ai tuoi amici?”

Hyunjin non si volta. I loro sguardi si beccano nell’immagine specchiata, nella zona intermedia del vetro. “Ho dovuto farlo,” risponde in tono pacato. “Avevano iniziato a fare domande strane. Sulla mia assenza, sulla mia scontrosità,” poggia il pennello a setola fine, scegliendone uno più largo. “Non ho mai detto che la persona che mi piace fosse un… essere magico.”

“Sono un angelo.”

“Un angelo. Credo che solo Yongbok-ah potrebbe credermi sulla parola. E… quindi ho mentito, dicendo che si trattava di una relazione a distanza.”

Gli scappa uno sbuffo. “Non è del tutto una bugia. Ma… quando è successo? In sette anni non ho perso un tuo momento di veglia. Non ti ho mai sentito dire nulla del genere.”

Oh,” Hyunjin corruga la fronte, le sopracciglia già definite da un tratto netto si avvicinano di una frazione. “Ogni volta che ho parlato di te è stato nelle chat di gruppo. Vuoi farmi credere che non sai quello che faccio al telefono?”

“Temo manchi tra le mie capacità.”

Le spalle cedono. “Meno male. Avevo paura del tuo giudizio su certe ricerche che ho fatto…” sospira; con la punta dell’anulare preleva una fine polvere color vino e la trasferisce sulla palpebra, fondendola con i marroni già stesi. La luce cattura le micro-scaglie brillanti, accendendo per un istante la profondità dell’occhio.

Sky osserva in silenzio. Studia la piega di concentrazione sulla fronte dell’umano, la delicatezza con cui la palpebra accoglie il colore, il leggero dischiudersi delle labbra per un respiro misurato. In questi secondi, il tempo perde la sua cadenza e si dilata, scandito solo dal ritmo interno di questa sua nuova esistenza.

“Sei bello.” Afferma.

Le parole sono piatte, dichiarative, un dato di fatto.

Hyunjin rivolge al riflesso un sorriso fulmineo, che trasforma i suoi occhi. “Grazie. Il trucco fa la sua parte.”

Escono di casa circa trenta minuti dopo. Sky, avvolto in un cappottone preso in prestito che gli cade morbido sulle spalle. Il frastuono della città — clacson attenuati, il rombo costante del traffico, brandelli di dialoghi — non arriva più come un arrembaggio indecifrabile, ma si organizza in un concerto riconoscibile. Salgono su un autobus urbano, l’aria densa della vampa che emanano i corpi umani e di un vago sentore di disinfettante. Sky afferra la sbarra verticale di metallo freddo, mentre il mezzo procede a scatti, e studia i volti degli altri passeggeri: vi legge stanchezza, attesa, assenza. La loro fermata arriva con una prontezza che lo coglie impreparato.

La camminata che segue li conduce a un condominio la cui facciata gli è familiare. Riconosce ogni irregolarità del marciapiede, il motivo a volute in ferro del portone, l’odore specifico del vestibolo — un misto di cera per pavimenti, di pietra pulita e di effluvi di cucina che scendono dai piani superiori. Ha osservato questi dettagli infinite volte, dall’alto. Oggi li attraversa con un corpo che possiede massa e peso, che sente la resistenza rugosa della maniglia di ottone, il cambio di temperatura quando varca la soglia, il tappeto che smorza il passo.

“Saranno insopportabili, mi dispiace in anticipo.” Lo avverte Hyunjin mentre le porte dell’ascensore si serrano, sigillandoli in una cabina illuminata da una luce artificiale. La sua mano cerca quella di Sky, le dita che si intrecciano.

“Sono emozionato,” replica quest’ultimo, restituendo la pressione. Con il gomito, gli sfiora il fianco. “Ma già so che saranno belle persone.”

“Oh?” Lo sguardo di Hyunjin è improvvisamente aperto.

“Lo sono senza dubbio.”

L’ascensore si ferma con un ting discreto. Il corridoio che percorrono è silente, foderato da una spessa moquette color sabbia. Si fermano davanti a una porta di quercia massiccia. Hyunjin batte le nocche in una sequenza ritmata.

Si spalanca quasi subito, rivelando la figura solida di Changbin. “Finalmente!” Scruta con una certa stranezza il tale che affianca Hyunjin. “È… un piacere mettere finalmente un volto al nome,” dice, porgendo una mano. “Siamo felici che tu sia qui. Fino a quando possiamo trattenerti?”

La domanda è di cortesia, ma Sky avverte la deposizione di un peso figurato sulle proprie spalle. “Ho potuto organizzare appena una breve visita,” risponde, e le sue parole gli suonano stranamente distanti. “Riparto subito dopo Natale.”

Changbin emette un suono pensoso, un teatrale mhm basso. “Peccato. Hai la faccia di una persona per bene, mi sarebbe piaciuto fare due chiacchiere con calma.”

“L’auspicio è reciproco.”

Oltre Changbin, il soggiorno si dispiega. L’illuminazione proviene da lampade laterali e dalle lucine di un albero di Natale. Sul divano capiente Minho è semi-disteso, le gote tinte di porpora a causa dei bicchieri di vin brulé che Yongbok — in piedi accanto a lui con la caraffa in mano — deve avergli versato con parecchia generosità. Quest’ultimo si anima quando fanno l’ingresso e il suo corpo snello si muove verso di loro. Nella mano libera regge un pacco rettangolare, avvolto in della carta lucida verde foresta e legato con un nastro di raso rosso spesso.

“Per voi,” dichiara Yongbok, porgendolo a Hyunjin. “Non scartarlo subito però.”

Hyunjin accetta il dono, poi lo attira a sé per un abbraccio. “Grazie. Spero non contenga pigiami coordinati o altre robe allusive.”

Yongbok ha una lieve contrazione alle spalle, ma poi libera una risata che suona leggermente forzata. “Assurdo. Non ci sarei mai arrivato.”

Hyunjin lo lascia andare. Lo fissa con uno sguardo che non ammette repliche.

È allora che Minho si solleva con la precaria eleganza di chi ha bevuto un bicchiere di troppo. I suoi occhi socchiusi, velati dall’alcol, sorridono. “Perché non risolvi tutto con un trasferimento?” Domanda, indicandolo con un dito il cui tracciato nell’aria disegna un lieve zigzag. “Un amico in più è sempre un bene.”

“… potresti farlo?” La domanda di Hyunjin è immediata. La sua mano scivola dal braccio al gomito di Sky, aggrappandosi, cercando un punto d’appoggio fisico.

Sky non lascia quella mano. Solleva il mento fino a incontrare il suo viso, si china e posa le labbra sui suoi capelli; conservano l’odore dello shampoo schiarente alla camomilla e una traccia di cipria. “Vedrò di informarmi,” sussurra, il respiro soffiato tra le ciocche. “Lo desidero più di ogni altra cosa.”

Chris-sshi ne sarebbe afflitto, però.” Mormora Hyunjin, fissando ostinatamente il terzo bottone del suo cappotto.

Sky solleva un indice e gli rialza il mento con un tocco leggero. Nel silenzio che cade sul soggiorno, percepisce il fuoco incrociato degli sguardi degli altri su di loro, discreta e intensa. “Vedremo,” dice. “Forse potrebbe farci visita più presto del previsto.”

Il sesto giorno nel regno mortale si manifesta attraverso il corpo che ora lo ospita. Percepisce un calore insolito che pulsa alle tempie con costante cadenza. Quando deglutisce la saliva produce una venatura di dolore ruvido; ogni volta che respira suona alle sue orecchie come un fischio ovattato attraverso i passaggi nasali ostruiti. L’ultimo paio di giorni li ha trascorsi a correre con Hyunjin tra i cumuli di neve nei giardini, e ora presenta lo scotto da pagare.

(…) Durante la Sua permanenza, sarà sostanzialmente umano. Mortale. Soggetto alla malattia, al trauma, alla fatica. (…)

Ma oggi, per sua fortuna, non è solo.

Hyunjin ora siede sul bordo del letto, il suo peso crea un avvallamento nel materasso; nella mano stringe un cucchiaio di metallo che trattiene uno sciroppo denso, di un colore d’ambra scuro e traslucido. “Di’ ahhh.” Ordina, con una vocina che non ammette repliche. Sky obbedisce. Il liquido scivola giù, rivestendo le pareti arrossate della sua gola con uno strato viscoso che offre un primo effimero sollievo.

Hyunjin però resta in campana: i lineamenti distesi da una muta soddisfazione, prima di posare il cucchiaio sul comodino.

“Chiamo Changbin-hyung.” Lo informa, la mano già protesa verso il telefono.

“Non è già in viaggio per Jeju?”

“Per questo hanno inventato le videochiamate,” precisa. Le sue dita scivolano sullo schermo, illuminandone il profilo concentrato. “È il migliore. E tu hai bisogno di qualcosa di caldo. Che ti faccia guarire. E sono negato ai fornelli, mi serve un consiglio.”

Dopo qualche trillo e un segnale acustico si materializza l’immagine di Changbin, con lo sfondo mosso e confuso di un luogo in transito.

Yah, Hyunjin-ah. Che c’è?” Dietro di lui, il ritmico clangore di un treno filtra dagli altoparlanti.

Hyunjin gira la fotocamera, inquadrando Sky avvolto nelle coperte, il pallore del viso in netto pendant con il bianco della federa. “Hyung, Seungmin-ah è malato,” le sue labbra si incurvano in un broncio preoccupato. “Dato che sai sempre tutto. Cosa posso cucinargli?”

Changbin fa un cenno con la testa, il suo sguardo che si fa analitico anche attraverso lo schermo. Un sorrisino gli increspa gli angoli della bocca. “Prova con del baesuk. Aiuta la gola. Forza, portami in cucina, ti guido passo per passo.”

“Torno subito. Tu riposa,” le sue labbra asciutte e calde sfiorano la fronte di Sky. Poi si allontana, e la sua voce si affievolisce mentre enumera gli ingredienti dettati. “Pere, miele, zenzero fresco, una stecca di cannella, datteri...”

A questo punto Sky si abbandona ai cuscini. C’è un tremito che gli corre lungo la schiena, un brivido che nasce dalle vertebre e muore sulle punte delle dita. Afferra l’orlo del piumone, lo tira su fino al mento, e il peso del tessuto lo inchioda al materasso. Chiude gli occhi. Il malessere è reale, ma sotto di esso, più in fondo, serpeggia una vena di appagamento. È qui. E non è solo. Il respiro si fa regolare, più lento. Un sorriso sfiora le sue labbra, solo per sé, prima che il sonno lo prenda in castagna.

Non è un rumore preciso a risvegliarlo, ma un profumo.

Un aroma assortito e stratificato penetra la barriera della congestione nasale: parte dalla dolcezza ovattata della pera cotta, il morso terroso e pungente dello zenzero, la piccante rotondità della cannella, e termina con la ricchezza a tratti stucchevole dei datteri. Spalanca gli occhi. Hyunjin sta varcando la soglia, avanzando con una cautela esagerata, la concentrazione impressa in ogni piccolo passo. Tra le mani regge un semplice piatto di ceramica bianca. Su di esso due metà di pera giacciono immobili avvolte da un leggero velo di vapore. La polpa resa cristallina dalla cottura racchiude un ripieno scuro e luccicante.

Baesuk. Per il raffreddore,” dichiara, posando il piatto sul comodino. L’aroma si intensifica, occupando l’intero spazio. “Ho preparato anche del tè allo zenzero. Con del miele. Ne vuoi?”

“Sì, per favore.” Riesce a sollevarsi a fatica sui gomiti.

Hyunjin si sporge, aiutandolo. Sistema i cuscini dietro la sua schiena, modellandoli fino a formare un sostegno solido. Le sue mani sono pratiche. “Mangia mentre è ancora caldo.” Dice, indicando le pere con un lieve cenno del capo. Poi si allontana verso la cucina. Sky ode il suono dell’acqua versata, il tonfo sordo di una pentola posata sul piano.

Al suo ritorno ha in mano due tazze. Dal loro interno si alzano spirali di fumo, cariche del profumo acre e invitante dello zenzero. Porge una tazza a Sky; le loro dita si sfiorano durante il passaggio. Si accomoda sull’altro lato del letto, solleva le gambe e le incrocia. Prende il telecomando, accende la televisione. Fa zapping tra i canali con rapidità, si ferma su uno in cui una pellicola in bianco e nero di molti anni prima che mostra una città innevata. Il volume rimane basso.

Sky avvicina la tazza alle labbra. Ne prende un sorso: caldo, ma non rovente, addolcito dal miele quanto basta per lenire, non per stuccare. Scende lungo la gola irritata, allentando per un attimo la stretta dell’infiammazione. Riposa la tazza. Prende il cucchiaio accanto al piatto. Affonda il suo bordo nella polpa molle di una mezza pera. Il frutto cede all’istante. Porta il boccone alla bocca.

I sapori si dispiegano in una sequenza chiara, un sollievo immediato e complesso. Deglutisce, e sente il passaggio del boccone caldo lungo l’esofago.

“È molto gradevole,” dice, e nella sua voce graffiata sembra insinuarsi un frammento del tono usuale. “Grazie.”

Hyunjin sorride sopra il bordo della sua tazza. Il riflesso mutevole del televisore gli volteggia negli occhi scuri. “È il minimo. Dopo tutto quello che hai fatto per me. Ma il merito della ricetta è di Changbin-hyung. Senza di lui, in cucina sono un pericolo pubblico.”

Sky emette un suono, un incrocio tra una risatina soffocata e un colpo di tosse. La gola protesta, ma la sensazione di sollievo è più forte. “Credimi,” dice, prendendo un altro boccone. “Lo so bene.”

Hyunjin gli lancia un’occhiata di finto sdegno, poi allunga un braccio e gli dà una leggera spinta sulla spalla. Sky ricambia con un sorriso esitante. Affonda di nuovo il cucchiaio nella polpa del frutto.

Fuori, il pomeriggio invernale comincia il suo declino. Finisce la sua pera con lentezza, consapevole di essere una tartaruga. Il malore non è svanito — la testa è ancora un peso ottuso, il naso rimane bloccato — ma è stato circoscritto, contenuto entro i confini di questa precisa procedura di cura. Appoggia il cucchiaio sul piatto vuoto. Lascia che la spalla gli crolli di nuovo contro i cuscini. Guarda Hyunjin, ora assorto nella trama elementare del film, il viso rilassato, illuminato a intermittenza dallo schermo.

In quel preciso momento, in quella stanza viziata del profumo delle spezie, essere nel regno mortale non sembra più una prova di vita. Sembra un luogo. Un luogo che si può, ormai, chiamare casa.

Il nono giorno fa capolino nella quiete arrotolato dalla prima luce dell’alba invernale che diluisce il buio oltre la finestra. Sky rimane immobile, concentrato sul ritmo regolare del respiro di Hyunjin accanto a sé. Il calore del corpo dell’altro umano costituisce un confine fisico, un punto fermo nel disordine delle sue congestioni mentali. Attribuire un numero alla giornata significherebbe riconoscere una scadenza, quindi rifiuta di farlo. Ma persiste la consapevolezza, inesorabile: il tempo si è contratto, assume una consistenza granulare, simile a sabbia che scorre via tra le dita.

I due giorni precedenti li hanno trascorsi dentro l’appartamento. Il settimo è stato deviato da un’astenia profonda lo ha obbligato al riposo — il corpo percosso da brividi sottili e incessanti. L’ottavo torna un piccolo barlume di energia, ma Hyunjin si è opposto con decisione, non avrebbero messo piede fuori casa se non dopo essere guariti completamente.

“Oggi mi sento in ottima forma.” Annuncia Sky quella mattina.

Hyunjin ruota il capo verso di lui, le palpebre ancora pesanti. Lo osserva: dall’incarnato leggermente arrossato alla postura delle sue spalle. “Sei sicuro sicuro?”

“Provami il contrario.”

Bene,” mormora Hyunjin. Si alza e le sue articolazioni producono un leggero scricchiolio. Attraversa la stanza, apre l’armadio e ne estrae il suo borsone da danza dal nylon logoro e con le cinghie consumate dall’uso. “Il mio corpo reclama movimento. Ha bisogno di esercizio.”

“Mi puoi mostrare qualcosa? Qualche passo?”

“Dipende dalla tua capacità di starmi dietro.” Replica Hyunjin, e non nasconde un mezzo sorriso.

Sky ha trascorso anni a osservarlo ballare da una distanza incolmabile. Hyunjin insegna in una scuola di quartiere. In questo periodo festivo le lezioni per i più giovani sono sospese, e lo studio rimane perlopiù vuoto. È da tanto che desidera farne parte: partecipare e tentare di replicarne le movenze nel piano astrale è un’attività che ha svolto solo nella sua mente; in questo piano gli angeli non danzano, si limitano a osservare.

Prima di uscire, Sky infila un cambio di abiti nella borsa già piena di Hyunjin: una tuta, calzetti pulite, un piccolo asciugamano. Decidono di procedere a piedi. L’aria del mattino punge la pelle scoperta delle guance, ma Sky l’accoglie come un sollievo. Cammina assorbendo i dettagli della città che si anima: il vapore che sale dalle griglie dei ristoranti, lo scalpiccio della carta dei giornali impilati, il rombo di una macchina in lontananza.

“Mhm,” emette Hyunjin dopo qualche isolato, senza modificare la propria andatura. La sua mano sfiora il gomito di Sky. “Sei certo di stare bene? Sembri distante. Possiamo tornare a casa, non sentirti a disagio.”

Sky scuote la testa. “No, non è quello. È che penso a quanto tutto questo mi mancherà…” parla al vento, dove il suo fiato si condensa in una nube bianca.

Hyunjin non risponde. Invece di parlare, è la sua mano a muoversi, a cercare quella di Sky, e le loro dita si intrecciano. “Non pensiamoci ora,” dice infine a bassa voce. “Non adesso. La lista delle cose da fare è ancora lunga.”

“Hai ragione.” Sospira Sky, forzando le labbra in un sorriso. Restituisce la stretta della mano.

Tutto sommato lo studio di danza si rivela essere un edificio anonimo, compresso tra un minimarket e una lavanderia automatica. Hyunjin estrae un mazzo di chiavi, identifica quella consumata, e la serratura cede con uno scatto metallico. All’interno l’aria è immobile e più fredda che all’esterno. Il clic dell’interruttore illumina una reception spoglia, un divano deforme, poster di ballerini sui muri sbiaditi.

Nello spogliatoio, il suono dei loro movimenti riverbera contro gli armadietti di metallo. Si liberano degli strati pesanti: giubbotti, sciarpe, maglioni, emergendo in tute leggere che aderiscono ai corpi come un secondo strato di pelle. Hyunjin lo conduce nella sala prove principale, a malapena uno spazio rettangolare con una parete interamente ricoperta di specchi e l’opposta occupata da un’ampia finestra che dà su un vicolo. Le assi di legno del pavimento scricchiolano sotto i loro piedi scalzi.

I movimenti di preparazione si sincronizzano. Hyunjin lo istruisce con pazienza negli allungamenti. Gli mostra come piegarsi in avanti a gambe tese, come aprire le anche, come ruotare il busto con controllo. Spiega la funzione di ogni manovra con tono didattico e pacato: “So che è difficile, ma serve a prevenire la rigidità muscolare di domani.”

Sky obbedisce, percependo i muscoli poco sollecitati reagire con una tensione che sfiora le vette sadiche del piacevole.

Poi Hyunjin attiva l’impianto audio. Riempie lo spazio una musica elettropop, ritmata ma non invasiva. Si posiziona al centro, di fronte allo specchio, e per l’intera durata del brano, danza. Non si tratta di un’esibizione, ma di una pomposa dimostrazione. Il suo corpo interpreta la musica con una fluidità che a primo impatto sorge naturale, sebbene Sky ne riconosca l’origine in anni di rigorosa disciplina. La coreografia è una delle prime che Hyunjin ha creato per i suoi studenti, caratterizzata da sequenze ripetute e transizioni accessibili.

Quando la musica cessa, Hyunjin respira con un lieve affanno, un velo di sudore che gli lucida la fronte. “Allora?” Chiede, volgendosi verso Sky.

L’angelo si avvicina, prendendo posto al suo fianco, i lori riflessi duplicati nella parete riflettente. “Fammi strada.”

Così la lezione comincia. “Iniziamo con il piede sinistro che scivola in avanti, in questo modo,” Hyunjin esegue il movimento con una lentezza estrema, scomponendolo in frazioni. Sky lo imita, lo sguardo fisso sui piedi dell’altro. “Bene. Ora, il braccio destro si solleva, la mano sfiora la nuca, proprio qui. La spalla rimane morbida,” le sue dita vanno ad aggiustargli con un tocco leggero la postura. “Esatto. Uno, due, e sul ‘tre’ il peso corporeo si trasferisce all’indietro.”

Il tempo perde i suoi confini consueti. Si trasforma nel ciclo ripetuto di una frase musicale, nel sudore che inizia a inumidire la nuca, nel respiro che si fa più profondo e sincronizzato. Sky commette una marea di errori: sbaglia una direzione, inciampa, perde il conto dei battiti. Ogni volta, Hyunjin si ferma, riavvia mentalmente la sequenza, ricomincia. Non ride, non mostra segni di impazienza.

Dopo due ore, la coreografia si fa un po’ più elementare. Sky non la esegue con l’eleganza innata di Hyunjin, ma ne possiede la struttura, ne comprende la logica interna, e da bravo secchioncello la porta a termine. Quando completano l’ultima ripetizione in sincronia, dall’inizio alla fine senza interruzioni, l’ambiente nella stanza sembra trasformarsi. Hyunjin non sorride in modo plateale, ma i suoi occhi si restringono in una piega di soddisfazione. “Bene. Molto bene allievo.”

Concludono come hanno iniziato, con gli allungamenti finali. I muscoli di Sky ora pulsano di una stanchezza vitale. Nel silenzio che segue, mentre si cambiano, un’euforia quieta li avvolge, frutto dello sforzo.

Hyunjin spegne le luci una dopo l’altra, restituendo la sala all’oscurità. All’esterno, la serratura della porta d’ingresso scatta con un rumore secco.

“Impari con rapidità, Min-ie.” Commenta, gettandosi la borsa su una spalla.

“Come… mi hai chiamato?” Domanda Sky, e un sorriso genuino gli illumina il volto per la prima volta in quelle ore. “È stato piacevole. E ho avuto la fortuna di esser stato assistito dall’insegnante migliore.”

“Bah, che risposta sentimentale,” ribatte Hyunjin, ma distoglie lo sguardo troppo in fretta. “Prima di rientrare… c’è una cosa che voglio mostrarti.”

Non attende una conferma. Afferra di nuovo la mano di Sky e lo guida nella direzione opposta a casa. Sky si lascia condurre.

Nel frattempo, ha iniziato a nevicare. I fiocchi, radi e di grandi dimensioni, discendono in diagonale nella luce dei lampioni, posandosi sul marciapiede già coperto da un velo bianco. La città continua il suo brusio, ma il boato dei motori e le voci in lontananza appaiono ovattati, come se camminassero all’interno di una campana di vetro.

“Stiamo andando verso il fiume Han?” Chiede Sky dopo un po’, riconoscendo l’assetto delle strade, il progressivo diradarsi degli edifici.

Hyunjin annuisce. “Andiamo a vedere le installazioni luminose sul ponte. Quelle che mettono nel periodo festivo.”

“Ah, sì! Ci andasti… tre inverni fa, ricordo.”

L’eccitazione gli riscalda la voce. Rammenta con precisione il racconto: le migliaia di piccole luci che avevano trasformato la struttura del ponte in un gioiello sospeso nel buio, i loro riflessi frantumati sull’acqua nera. Aveva desiderato con un’intensità sorprendente,vedere quello spettacolo attraverso i propri occhi, e non attraverso il filtro di un aneddoto.

“Ricordi anche quello?” La voce di Hyunjin tradisce un pizzico di compiacimento. “Siamo quasi arrivati.”

Percorrono l’ultimo tratto di una discesa ampia che conduce al parco fluviale. E poi, all’improvviso, lo spazio si dilata. La vasta distesa d’acqua nera e opaca si stende davanti a loro, dividendo la città in due. E lì, a cavallo di questa separazione, il ponte. Sky trattiene il respiro.

Non è solo illuminato. È rivestito di luce. Migliaia di LED, programmati, cambiano tonalità in onde lente e sincrone: dal bianco freddo delle stelle, a un blu profondo, a un viola elettrico, per sfumare infine in un arancio caldo. I lumi non sono statici; danzano, fluiscono lungo le arcate del ponte come correnti luminose, raddoppiandosi in riflessi tremolanti sulla superficie mobile dell’acqua. Lo spettacolo è di pura geometria e colore, tecnologico malgrado ciò carico di una suggestione emotiva.

Sky si avvicina alla ringhiera, le mani che si serrano sul metallo gelido. “I colori…” sussurra, la voce appena udibile. “Dal vivo… sono differenti. Del tutto differenti.”

“In che modo sono differenti?” Chiede Hyunjin, raggiungendolo, la sua spalla che va a sfiorare la sua.

“Irriproducibili,” la luce fredda illumina il suo profilo, mettendo in risalto le borse bluastre sotto gli occhi. “È straordinario, Hyunjin-ah. Tutto, da questa parte… è straordinario.”

Si gira verso di lui. Lo tira a sé, avvolgendolo in un abbraccio, percependo l’imbottitura del giubbotto e, sotto di esso, il calore del corpo. Hyunjin risponde con prontezza, le braccia che si serrano intorno alla sua schiena. Appoggiano le tempie l’una contro l’altra, e i loro respiri, che fumano nell’aria gelida, si fondono in un unico rantolo di vapore.

Rimangono in quella posizione, immobili, mentre la neve continua a cadere lieve intorno a loro e il ponte, sulla distesa d’acqua scura, compie il suo muto e cangiante miracolo di luce.

Indovina indovinello. Ho qualcosa per te.” Annuncia Hyunjin la mattina del decimo giorno.

Si è presentato alla porta un’ora prima un fattorino, consegnando una scatola di cartone leggero e un sacchetto di carta marrone con i manici intrecciati. Hyunjin gli ha fatto giurare che non avrebbe dovuto vedere il contenuto senza il suo permesso. Ora, il luccichio che gli irraggia gli occhi, quel permesso è concesso.

“Che cos’è?” La voce di Sky incrina la sua solita compostezza.

Hyunjin si sposta, scoprendo il piano del tavolo da pranzo. Al centro, sulla tela bianca di lino, si innalza un albero di Natale di una esiguità tale da apparire come un oggetto da collezione. Accanto, un pacchetto rettangolare avvolto in plastica trasparente custodisce decorazioni in miniatura: sfere di diversi colori, alcune lisce, altre velate da una polvere luminescente. Un groviglio di fili argentati, una ghirlanda di tinsel, dei fiocchi in carta. Una stella di paglia dorata completa l’insieme, destinata alla cima.

“Ieri sera al fiume guardavi le luci con una certa insistenza,” dice Hyunjin, modulando ogni parola. “Mi ha ricordato che non c’eri ancora quando ho decorato il mio albero. Ho pensato che avresti gradito,” la sua mano indica gli oggetti sul tavolo. “Questo qui ha già le lucine incorporate. Il resto dipende da te.”

Sky sente un groppo in gola, un calore improvviso dietro gli occhi. Distoglie lo sguardo per un attimo, battendo le palpebre. “È un gesto... molto gentile.” Riesce a dire, la voce più bassa di un tono.

Ehi, niente lacrime,” lo rimprovera sottovoce Hyunjin. “Vieni, siediti qui.”

“Mi dai una mano?”

“Se vuoi.”

Si sistemano ai lati opposti del tavolo. Sky prende il groviglio di tinsel, ne trova il capo e inizia a districarlo dalla base di cartoncino. Le sue dita lavorano con metodo, avvolgendo il filo argentato attorno ai rami verde scuro dell’abete. Di fronte, Hyunjin apre la confezione delle palline, rimuovendo la pellicola di plastica che produce un crepitio secco. Le depone sul tavolo, dove rotolano per un attimo prima di arrestarsi.

“Adoro questa gamma di colori,” dice, dopo l’ultimo giro di filo. Raccoglie una pallina tra pollice e indice. La superficie non è di vetro, ma di un feltro spesso e opaco. I colori sono densi: un blu oltremare, un rosso porpora, un verde abete. “Che carini, sono di peluche.”

“Speravo ti piacessero. L’unico modo per migliorarle, forse, sarebbe stato dargli la forma di fiori o di animaletti.”

“Ormai mi conosci bene. Sei meticoloso. Lo apprezzo molto.”

“Ci tengo a te.”

Sky solleva lo sguardo dalle decorazioni di feltro, supera i rami dell’alberello ornato e incontra gli occhi di Hyunjin. La distanza fisica sul tavolo perde consistenza, annullata dalla prossimità che si è creata.

“Ci tengo anche io a te.” Risponde.

Il rumore metallico della teglia che cade sul piano di lavoro riecheggia nella cucina. Hyunjin non vi presta attenzione. La sua voce, chiara e carica di entusiasmo, sovrasta il tonfo. “Oggi prepariamo i biscotti! I bambini lasciano un piatto di biscotti per Babbo Natale, la notte della Vigilia. È un’usanza gentile, non trovi?”

Sky osserva la scena dalla soglia, un’espressione di tenera indulgenza che ammorbidisce i suoi lineamenti. “Direi di sì,” conferma, con un bisbiglio basso. Si avvicina, e il suo movimento non disturba l’atmosfera creata; vi si inserisce come un elemento complementare. La sua mano si posa sul punto vita stretto di Hyunjin. Si protende per guardare lo schermo del telefono che sta reggendo, dove una lista di ingredienti brilla sotto la luce artificiale. Margarina, zucchero, farina, gocce di cioccolato. Le istruzioni appaiono semplici, sono salvate in un file intitolato Biscotti di Nataleeeeeeee!!!

“Cortesia di Changbin-hyung,” spiega Hyunjin, anticipando la domanda non formulata. Il cellulare emette un lieve scatto quando lo blocca. “Me l’ha mandata stamattina.”

“Ah, certo,” ridacchia. Le sue dita gli stringono per un istante preciso il fianco. Poi, le sue labbra si posano, leggere, sulla corona dei suoi capelli, che oggi profumano di talco e del calore del letto che hanno condiviso. Sky si gira prima di vedere l’effetto di quel bacio: il rossore che, lento e inesorabile, sale dal collo di Hyunjin, macchiandogli la pelle chiara di un colore caldo. Un fenomeno che Sky ha imparato ad apprezzare, e a volte a provocare.

La raccolta degli ingredienti si svolge in un silenzio operoso. Hyunjin apre gli sportelli, estrae boccette di vaniglia e sacchetti di farina mezzi vuoti. Sky raggiunge le ciotole impilate in alto, le sue braccia lunghe che si stendono senza sforzo. I loro gesti sono scanditi dai rumori di fondo della casa: il frigo, il ticchettio dell’orologio a muro, il suono ovattato dei passi sul pavimento.

Le braccia di Hyunjin si muovono con energia mentre la frusta metallica ruota nella ciotola. Sky, accanto a lui, setaccia la farina. Il bianco delle polveri si solleva in una piccola nuvola. È in questo momento che la concentrazione si incrina.

“Hai un po’ di farina… qui.” Mormora Sky, il dito indice teso verso la guancia di Hyunjin. Ma invece di spazzare via la polvere, il suo tocco si trasforma in una carezza, il pollice che vezzeggia l’arcata zigomatica.

Hyunjin interrompe il movimento. Lo guarda, e i suoi occhi scuri, solitamente vivaci, si fanno profondi. “Distrai il cuoco.” Dice, ma la voce è priva di rimprovero.

“Il mio compito è più importante.” Replica Sky, e non c’è più distanza da annullare, solo spazio che si chiude.

Il primo bacio è dolce, intriso del sapore dello zucchero che fluttua nell’aria. Il secondo è più insistente. La ciotola viene dimenticata sul bancone. Da quel momento, la preparazione procede a singhiozzo, intervallata da pause lunghe, dal contatto delle mani che si cercano sotto il grembiule, dai sospiri che si perdono nella curva di un collo. Quando finalmente viene formato l’impasto in palline poco regolari e disposto sulla teglia foderata, porta le impronte digitali di entrambi.

Hyunjin ne emerge con le labbra gonfie, lucide. Sky, voltandosi per caso verso lo specchio del mobiletto, scopre sulla sua tuta, a metà coscia, l’impronta bianca e nitida di un palmo di una mano.

Riescono a infilare la teglia nel forno preriscaldato per un miracolo. Il timer viene impostato per dodici minuti. Un’eternità. Si guardano, e nello spazio tra loro si fa strada la stessa identica consapevolezza che nessuno dei due ha la minima intenzione di sprecare nemmeno uno di quei settecento secondi.

È Hyunjin a muoversi per primo. Lo afferra per il risvolto della felpa e lo tira a sé. Il mondo si restringe a quel punto di contatto, poi si dissolve. Non ci sono più parole, solo il suono del respiro che si fa corto, le mani che trovano presa, la fulminea resa dei corpi. Sky sente uno strano calore dilatarsi dal centro del petto, un’onda che riempie ogni spazio vuoto ogni volta che le loro bocche si separano. E ciascuna volta, le labbra di Hyunjin fuggono altrove: una punta sulla mascella, una traccia lungo il collo, una sosta dove il polso batte contro la pelle. Lì, ogni tocco è un minuscolo perfetto cortocircuito che gli paralizza il fiato.

Il trillo acuto del timer è un suono lontano, irrilevante, sepolto sotto il fragore del proprio sangue nelle orecchie. Viene ignorato. Poi, un altro odore si insinua nell’aria, mescolandosi al profumo di vaniglia: una nota aspra, dolciastra, di zucchero carbonizzato.

“Merda.” Sibila Hyunjin, rompendo il bacio. I suoi occhi si spalancano, non più velati dal desiderio.

Sky si volta. Una piccola colonna di fumo grigiolino fuoriesce dalla fessura dello sportello del forno. Agisce per istinto. Apre l’anta e una nuvoletta più densa lo investe, calda e pungente. Hyunjin è già lì, guantoni da forno rossi sulle mani, ed estrae la teglia con un movimento rapido. I biscotti non sono dorati. Sono una distesa di dischetti neri e incrostati, da cui si sprigionano volute di fumo denso. L’allarme antincendio emette uno strillo acuto che squarcia ogni altra percezione.

“Ci penso io!” La voce di Sky fatica a risaltare contro il frastuono. La sua memoria visuale, acuita da giorni di osservazione, gli fornisce la sequenza corretta. Schiaccia l’interruttore della cappa aspirante, la quale si mette a succhiare con un lamento basso. Afferra uno strofinaccio a quadri e inizia a sventolarlo verso l’alto, dirigendo il flusso d’aria lontano dal sensore. Lo ha visto fare da Hyunjin altre volte, in circostanze ugualmente spericolate.

Il suono dell’allarme si interrompe di colpo, lasciando un silenzio che rimbomba. Poi, sopra il flusso della cappa, si eleva una risata — piena, liberatoria, che parte dal diaframma. Hyunjin ha gettato la testa all’indietro, gli occhi chiusi, le spalle che tremano. Ride della situazione, del disastro, dell’assurdità. Ride finché le lacrime non gli solcano le guance.

Sky appoggia lo strofinaccio sulla spalla, il petto che gli si solleva per un respiro profondo, finalizzato a calmare l’adrenalina che gli scorre nelle vene. Osserva la teglia dei dischi carbonizzati, poi il ragazzo che ride davanti a lui. “Immagino che Babbo Natale quest’anno farà la fame.”

Hyunjin si asciuga gli angoli degli occhi con le nocche, i singhiozzi della risata che si placano in un sorriso radioso. “Non ho nemmeno un vero camino… tanto non sarebbe passato di qui comunque, sono troppo grande.”

Sky sposta lo sguardo dai biscotti bruciati a Hyunjin. La luce della cucina gli illumina i lineamenti, rendendoli soffici e definiti allo stesso tempo. Prende forma nella sua mente un’idea dolce e un pochino audace. “C’è comunque qualcosa di dolce che vorrei.” Sussurra, la voce più bassa di un tono.

Hyunjin fissa per un attimo i biscotti, poi torna a guardare Sky. Il nesso non è immediato. Poi, arriva. Si diffonde sul suo viso come l’alba: prima dagli occhi, poi un rossore che colora le sue guance, le orecchie, la base del collo. Il suo sguardo diventa incredulo. “Era… un doppio senso?”

Sky alza leggermente le spalle. “Non era troppo scontato?”

No,” Hyunjin si stacca dal bancone e in due passi è di nuovo contro di lui. Il suo corpo, il suo calore, il suo respiro: tutto riempie lo spazio fino a eliminarlo. “Spero solo,” mormora, le labbra a un centimetro da quelle di Sky. “Che il povero Chris sappia che questo è il momento per distogliere lo sguardo.”

Non c’è più esitazione. La mano di Hyunjin trova la sua e lo guida fuori dalla cucina, attraverso il breve corridoio, verso la camera da letto. La porta si chiude alle loro spalle. E Sky, in quel momento, sa con certezza assoluta che sta per trovare, ancora una volta, la sua personale e terrena definizione di paradiso.

La coscienza di Sky riaffiora non con un brusco risveglio, ma come un lento emergere in acque tranquille. La prima sensazione è quella del tatto: il contatto di labbra morbide che sfiorano le sue, un tocco così leggero da sembrare il battito d’ali di un uccello. Poi, il calore radioso e profondo, che nasce dal punto preciso in cui il suo sterno incontra quello di Hyunjin, dove la pelle nuda di entrambi si fonde, scambiando tepore e pulsazioni. È un calore non statico; circola, pulsa, un flusso aeriforme di vita che nessun fuoco artificiale potrebbe mai replicare.

Le sue palpebre si sollevano, pesanti di sonno soddisfatto. Nel chiarore tenue del mattino, il volto di Hyunjin si definisce. È il primo, l’unico punto focale. I suoi lineamenti sono placidi nel riposo, la mascella rilassata, la bocca dischiusa in un sorriso che non sembra rivolto a nulla di esterno, ma che semplicemente esiste, una curva naturale di contenuta felicità. I suoi occhi sono già aperti. Fissano Sky con una calma intensità, uno studio attento e affettuoso che sembra durare da ore.

“Buon Natale.” Sussurra Sky. La sua voce è arrochita per il sonno, ma le sillabe escono tuttavia leggere e distinte.

“Buon Natale.” Risponde Hyunjin. Si sporge a sigillare il saluto con un altro bacio, questa volta più prolungato.

Sky lascia scivolare una mano da dietro la schiena di Hyunjin, lungo il suo fianco, seguendo l’ansa della vita e la curva dell’anca sotto il tessuto sottile delle lenzuola. La pelle è liscia, uniformemente calda, percettibilmente viva sotto il suo palmo. “Quali sono i piani per oggi?” Chiede, non perché senta il bisogno di programmare, ma per sentire il suono della voce di Hyunjin che riempie la stanza.

Hyunjin fa un piccolo movimento con le spalle, limitato dalla posizione. “Potremmo aprire i regali per prima cosa, e poi decidere. Di solito si fa così, no?” Nella sua voce risiede una sottile incrinatura d’incertezza.

Sky abbassa lo sguardo, si fissa su un punto indefinito del petto di Hyunjin, sull’ombra di una costola che si muove al ritmo del respiro. “Io… non ho niente per te.” Ammette. Ci ha pensato nelle poche occasioni in cui sono usciti per le strade illuminate a festa. Ha guardato le vetrine; ha immaginato, per un attimo, il piacere di vedere uno di quegli oggetti nelle mani dell’umano. Ma ogni volta la realtà, spoglia e innegabile, gli era tornata incontro… non possiede denaro. Non possiede oggetti. In questo mondo, la sua esistenza si misura in ore concesse, in permessi, in una presenza che sente ancora precaria, in prestito. Rubare, poi, è un concetto che sa essere disapprovato su quasi tutti i piani dell’esistenza conosciuta.

La mano di Hyunjin si posa sulla sua guancia, costringendolo a rialzare lo sguardo. Le dita sono delicate, ma la loro presa è ferma. “Seungmin-ah,” dice. “Il solo fatto che tu sia qui è un regalo più che sufficiente per me. Questi giorni… sono stati i più belli che ricordi.”

Sky sente un nodo sciogliersi dentro di sé. Si piega in avanti e gli lascia un altro bacio sulla fronte. “Va bene,” sospira, accettando. “Allora vestiamoci.”

“Per l’amor del Cielo, . Per decenza verso il povero Chris-sshi.” Aggiunge Hyunjin con un sorriso malizioso che gli increspa le labbra, e la magia del momento si tinge di una complicità un po’ impertinente.

Indossano vestiti comuni: felpe larghe, pantaloni della tuta morbidi. Escono dalla camera, i piedi nudi che scivolano silenziosi sul parquet fino al salotto.

L’immagine che li accoglie è talmente inaspettata che per un secondo il cervello di entrambi fatica a processarla.

Due figure sono sedute sul divano, immobili come elementi d’arredo portati lì da chissà quale trasloco di mezzanotte.

Una di loro è seduta con una postura impeccabile: la schiena è dritta ma non rigida, le gambe incrociate con eleganza, le mani dalle dita lunghe sono adagiate con sul bracciolo. Indossa un completo di lana color crema, la cui fattura impeccabile si intuisce dalla caduta perfetta della giacca, dal modo in cui i pantaloni si ripiegano sul risvolto sopra stivali. Il suo volto è sereno, i lineamenti fini illuminati da un sorriso benevolo e leggermente gioioso. Pare essere a suo agio, come se quella fosse il suo trono abituale.

Accanto a lui, la seconda figura rappresenta la sua completa antitesi. La sua forma semi-umana è attraversata dalla tensione di ali nere invisibili, costrette e ripiegate. È raccolto su sé stesso, arti stretti attorno al torso. Il capo è chinato in una negazione dello sguardo; gli occhi, se aperti, rivelerebbero non due iridi ma una costellazione di visione, ora tenuta ostinatamente chiusa.

Hyunjin emette un suono strozzato, un incrocio tra un grido e un rantolo. Il suo corpo reagisce prima della sua mente: si gira di scatto, il torso che ruota con una forza brusca, e si precipita contro Sky. Le sue braccia si avvinghiano al suo collo con forza quasi ferale, le dita che si aggrappano alla felpa. Il suo volto si seppellisce nell’incavo tra la spalla e il collo di Sky, cercando riparo. Sky lo accoglie d’istinto, le braccia che si chiudono in automatico. Ma i suoi occhi non si staccano dagli intrusi. Li fissa con una concentrazione totale, in cui la sorpresa lascia il posto a una realizzazione che è prima di tutto viscerale, poi intellettuale.

“Joshua?” Fa un passo avanti, trascinando con sé Hyunjin che si aggrappa a lui. “Chris?”

Il tale in completo crema si alza in piedi. Il movimento è privo di sforzo. Un bagliore gentile gli illumina gli occhi.

[Siate così cordiali da scusare questa nostra rozza intrusione.]

Dicono, e la voce è calma, capace di riempire la stanza senza alzare il tono.

[Avevamo semplicemente un dono che desideravamo consegnare di persona. E abbiamo pensato che a Chris sarebbe piaciuto rivederla, così l’abbiamo portato con noi.]

Rivolgono un’occhiata all’angelo in nero, il quale si alza a sua volta, goffo e riluttante.

“Cosa… cosa sta succedendo?” Domanda Hyunjin.

“Me lo sto chiedendo anch’io.” Risponde Sky, ma la sua voce è stranamente piatta, controllata. Non c’è panico. C’è, invece, una fastidiosa benevolenza, come se questa sceneggiatura bizzarra fosse già stata letta da qualche parte.

Chris fa un passo incerto in avanti. I suoi occhi, quando li solleva per una frazione di secondo, incontrano quelli di Sky e subito fuggono altrove. Sono pieni di un imbarazzo cosmico. Tende la mano. Nel suo palmo giace una scatolina di velluto — piccola, delle dimensioni precise per contenere un anello o un cammeo.

[Non l’avevamo mai visto così… affabile, Chris.]

Commentano Joshua, osservando con l’aria di un naturalista che studia un comportamento animale interessante.

E come punto da uno spillo, Chris si ritrae di scatto, tornando a rifugiarsi dietro la spalla di Joshua.

[Non è tempo di aspettare, apra la scatola! Siamo certi che Le piacerà.]

Negli occhi di Hyunjin, ancora spalancati dalla sorpresa, Sky legge il riflesso esatto del suo stesso smarrimento, della stessa curiosità che sta iniziando a vincere sulla paura. Con gesti lenti, prende la scatolina dall’estremità ancora tesa di Chris. Sente il velluto morbido sotto le dita. Con l’unghia del pollice, Sky solleva il coperchio a cerniera.

All’interno, poggiato su un sostrato di lino nero, giace un oggetto. È piccolo, poco più grande di una nocciola, ma di una forma sferica perfetta. Non è una perla, sebbene le dimensioni possano suggerirlo. La sua superficie è assolutamente liscia, priva di imperfezioni, come levigata da secoli di correnti in un fiume. Non brilla di luce riflessa. Al contrario, emana una sua propria luminescenza. Non è calda al tatto quando Sky la estrae, ma trasmette una strana sensazione che gli fa formicolare leggermente le sue dita, risalendo lungo il polso.

Porta lo sguardo verso Joshua. “Cos’è?”

[Il frutto di una lunga, e dobbiamo ammettere, affascinante riflessione sulla natura delle transizioni permanenti. Abbiamo dedicato un certo grado di attenzione alla suaparticolare situazione. Dopo averla osservata in questo periodo di permanenza, e aver valutato le variabili in gioco, abbiamo elaborato una procedura. Se lei lo desidera, questa sfera potrebbe consentirle di compiere la scelta definitiva di divenire umano. Tutto ciò che dovrà fare è ingerire questa sfera. Il processo sarebbe allora irreversibile. Potrebbe continuare a dimorare qui, in questa forma, in questo mondo.]

“Dovrei… rinunciare a essere ciò che sono? A essere un angelo?” Chiede Sky.

Joshua inspirano profondamente, e la sua espressione si modifica. Il velo di leggera ironia, la patina di divertimento, si ritirano integralmente.

Annuiscono, una volta.

[È l’essenza della scelta. Non esiste un modo nell’architettura stabile della realtà per abitare due nature fondamentali in modo permanente e completo. Sono sostanze distinte, modi di essere antitetici. Sceglierne una significa, per necessità logica ed esistenziale, vedere l’altra porta suggellarsi. Per sempre.]

Sky riporta lo sguardo sulla sfera dorata che riposa nel suo palmo. La ruota con delicatezza tra l’indice e il pollice. La luce pulsante al suo interno sembra accelerare leggermente, come se rispondesse al battito cardiaco che ora sente martellare nelle proprie orecchie. Questo piccolo oggetto è una porta. È il prezzo e la ricompensa. È il biglietto per una vita intera, fatta di mattine come questa, di risate in cucina, di biscotti bruciati, della stanchezza del giorno che svanisce nel calore di un corpo familiare accanto nel sonno. È, in una parola, una vita con Hyunjin.

“Non vedrei più voi—” dice, senza sollevare lo sguardo. “né i miei Soprastanti, né Chris.”

[Ci faccia il piacere. Sottovalutate così la nostra capacità di essere indiscreti? E la nostra curiosità? Credete davvero che un dettaglio amministrativo come una transizione ontologica mi possa tenere lontano da uno scenario così interessante? Molto probabilmente… anzi, sicuramente la procedura così atipica richiederebbe che noi assumessimo formalmente il ruolo del Suo angelo custode designato, essendo l’artefice primario della Sua trasformazione. Una formalità, ovviamente. Ma una formalità che ci garantirebbe, per così dire, i diritti di visita. E, naturalmente, avremmo la facoltà di portare Chris con noi, ogni volta che la sua ansia sociale glielo permetterà.]

[Ne ho già viste fin troppe.]

Borbotta Chris da dietro di loro, la voce così bassa da essere quasi inudibile.

Hyunjin non riesce a trattenere una risatina. Esce dal suo naso come uno sbuffo soffocato, immediatamente seguito da una mano che si schiaccia sulla bocca, gli occhi che si spalancano in un misto di orrore e divertimento per aver rotto il tono ieratico del momento con una reazione così umana, così fisica.

[Non è obbligato ad accettare, sia chiaro. È un’offerta. Una possibilità. Non un comando. La scelta rimane, interamente e solo, Sua.]

Sky solleva finalmente lo sguardo dalla sfera. Cerca gli occhi di Hyunjin. Li trova già lì, fissi su di lui, come se non li avesse mai lasciati. In quegli occhi non c’è pressione. Non c’è supplica. C’è un oceano di domande e, in profondità, una speranza così vasta e fragile che sembra poter svanire con un respiro sbagliato. “Cosa vuoi fare?” Chiede.

Sky non ha bisogno di riflettere. Non ha bisogno di soppesare pro e contro su una bilancia immaginaria. La risposta non si è formata in quel momento; si è depositata in lui strato dopo strato, giorno dopo giorno, da quando si è risvegliato in quel letto sconosciuto e ha incontrato quel sorriso per la prima volta. È incisa nella memoria muscolare delle sue labbra che cercano le sue, nel timbro unico della sua risata che risuona in cucina, nel modo in cui i loro corpi si sono progressivamente modellati l’uno all’altro durante la notte. Dodici giorni. Un battito di ciglia nel vasto, vuoto deserto dell’eternità. Eppure sia l’unico intervallo di tempo che abbia mai avuto un peso inoppugnabile. L’unico che sia mai davvero importato.

“Voglio restare,” dice. “Dodici giorni non sono abbastanza. Non sarebbero mai stati abbastanza.”

Il sorriso che fiorisce sul volto di Hyunjin è come il sole che sorge dopo una lunga notte. Non dice nulla. Annuisce. Un solo, fermo cenno della testa che racchiude un universo di consenso.

[E allora è deciso! Si ricordi solo di ingoiarla prima della mezzanotte. Il processo di transizione è… elegante, ma trae potere simbolico dal passaggio del giorno. Il vecchio che cede al nuovo. Ci rivedremo…]

“Vi ringrazio, Joshua.” Dice Seungmin guardando loro diritto negli occhi.

L’arcangelo gli sorridono, e questa volta il sorriso è privo di qualsiasi velo di ironia o divertimento. È un sorriso di benedizione. Una luce inizia a emanare da loro, un riverbero dorato che non ha una fonte visibile ma che sembra crescere dalla loro stessa sostanza. La stessa luminescenza avvolge Chris al suo fianco, che per la prima volta sembra rilassare di un grado la tensione delle spalle, come sollevato dall’idea dell’imminente partenza.

[Buon Natale.]

Poi, la luce si intensifica. Per un solo, brevissimo istante, diventa un nucleo abbagliante che riempie il campo visivo, cancellando il divano, il salotto, tutto. Non fa male agli occhi; è semplicemente totale. Quando si attenua, lasciando dietro di sé solo l’immagine retinica stampata nelle pupille, il divano è vuoto.

Completamente, inequivocabilmente vuoto.

Solo due leggere depressioni sui cuscini, e forse una lievissima, a tratti microscopica scia nell’aria, testimoniano che la presenza non è stata un’allucinazione collettiva.

Nell’improvviso silenzio Seungmin stringe la sfera dorata nel palmo della mano. Poi guarda Hyunjin. È ancora aggrappato a lui, ma le sue braccia hanno allentato la morsa di panico. È meravigliato.

E per la prima volta da quando è disceso su questo piano di esistenza, da quando ha conosciuto la gravità, il freddo, il sapore del cibo e la stanchezza, Seungmin sente, con una certezza che parte dal midollo e si diffonde in ogni cellula, che quel futuro non è solo qualcosa che osserverà scorrere. Finalmente, inesorabilmente, quel futuro appartiene anche a lui.

Notes:

Se sei arrivato qui ti sei meritato la mia ricettina dei biscotti per Babbo Natale!!!! ৻( •̀ ᗜ •́ ৻) Prendi nota:

Preriscalda il forno a 180°C per biscotti chiari e morbidi, oppure a 190°C se li vuoi più dorati e croccanti. In una ciotola capiente lavora 110–115 g di margarina fredda (oppure olio di cocco solido) con 200 g di zucchero di canna fino a ottenere una crema. Aggiungi 40 g di latte di mandorla e 5 g di estratto di vaniglia, mescola lentamente. In un’altra ciotola unisci 180 g di farina 005 g di bicarbonato5 g di lievito per dolci e un pizzico di sale.

Alternativa GF: 80 g di farina di polenta + 100 g di farina di riso o avena.

Incorpora gli ingredienti secchi a quelli umidi in due volte, fino a formare un impasto morbido. Aggiungi 60–90 g di gocce di cioccolato fondente (oppure frutta secca tritata, frutti di bosco disidratati, o un mix). Preleva 1–2 cucchiai di impasto, forma delle palline e disponile su una teglia con carta forno, ben distanziate. Cuoci per 9–12 minuti, finché i bordi sono appena dorati.

Lascia raffreddare qualche minuto.

Poi prendine uno. E poi un altro. 🍪💭