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Italiano
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Published:
2025-12-13
Words:
4,969
Chapters:
1/1
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277

Abbiamo bisogno di storie belle, di pensare al bello.

Summary:

Quella foto ora vive in una semplice cornice di legno, appoggiata sulla mensola del corridoio. Calogiuri l’ha messa lì con precisa intenzione: doveva essere la prima cosa che vede uscendo di casa e l’ultima prima di varcare la soglia, rientrando. Un punto fermo.
È il suo promemoria personale: che la loro vita, intessuta di storie spesso dure, ha anche questo, un nucleo di bellezza pura e semplice da proteggere. È la storia bella.
E forse, è un promemoria per tutti noi. Che in mezzo a tanto brutto, vale sempre la pena salvare, custodire e onorare il bello che c'è e c'è stato. 

Notes:

Questa storia nasce perché @Josephinebtvs una volta mi ha detto che abbiamo bisogno di dolcezza. E non mi sono sentita di deluderla.

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Faceva lo slalom tra i giornalisti trepidanti che, per una volta, le rivolgevano complimenti. Quasi la osannavano. Incredibile. Un giorno strega, un giorno sceriffo, oggi salvatrice. E lo era davvero. Aveva risolto una faccenda spinosa con una rapidità tale che, in casi come quello, arrivano persino i riconoscimenti delle più alte cariche dello Stato. La verità era che senza Diana quella vicenda non si sarebbe chiusa così in fretta; la verità era che, per una volta, i pettegolezzi avevano giocato a favore, perché i colpevoli avevano lasciato troppe briciole dietro di sé. E, per una volta, lei era stata più veloce del suo consueto essere veloce.

Veloci, insieme alle volanti, erano state anche la stampa e le telecamere di mezza Italia. Perché quando un bambino scompare alle prime luci del mattino, la notizia si propaga a macchia d’olio e gli sciacalli accorrono. Si era svegliata al suono del telefono prima ancora che la sveglia potesse trillare e, quaranta minuti dopo, era già in ufficio, con Diana alle calcagna, diventata la sua ombra ora che Calogiuri non era più a Matera ma a Bari.

E adesso che tutto era stato risolto, osservava da lontano la famiglia che si ricomponeva, appoggiata alla portiera aperta dell’auto. Avvicinarsi non aveva senso. Non era il suo momento. Non era necessario, sarebbe stato superfluo. E quando il padre sollevò il bambino in aria, in quell’istante preciso sentì di poter tornare a respirare.

Il giovane appuntato che le avevano affiancato, dal nome che continuava a sembrarle sciocco, si avvicinò con passo stanco.
"Dove desidera andare, dottoressa?"
"A casa, Leone, a casa. Che questa giornata è durata fin troppo"

Leone di cognome, che fosse stato di nome sarebbe stato persino peggio. Claudio Leone: uno si aspetta un ruggito al giorno e invece non ne restituiva neanche uno all'anno. Sbarbatello, minuto, occhialuto. Di leone non aveva nulla, se non quel cognome ingombrante che lui aveva sempre odiato; però era educato, pacato, volenteroso. E tanto bastava a Imma per lasciarselo alle spalle come un impacciato scolaretto segue la maestra il primo giorno di scuola.

"Buona domenica, dottoressa."
"A te. Riposati."
"Anche lei, dottoressa."
Quel “anche lei” fu probabilmente il gesto più leonino che avesse compiuto nell’ultimo mese.

Prese il telefono notando le quindici chiamate senza risposta da vari mittenti e i messaggi non letti.

“Sei partito?”
“No”
“Vengo io”
“Sei sicura”
“Se non ti dispiace”
“Mai”
“Arrivo al solito orario”
“Che vuoi a cena”
“Focaccia”

Aveva fame per tre persone e una sete incontrollabile. Non mangiava e non beveva da quella mattina e adesso la fatica si faceva sentire. Infilò le chiavi nella toppa, accese la luce, si mosse per casa come un automa.
Nella testa le rimbombava solo un pensiero: per quanto tempo ancora?
Prese la borsa e lo zaino, chiuse la porta e si mise a correre verso la stazione dei pullman.

"Sei partita?"
"Ora."
"Ti aspetto."

Il ti aspetto di Calogiuri era capace di curarla, sempre. Ci si rifugiava quando nient’altro sembrava avere senso. Alcune volte però le succedeva di non dare senso ai pensieri quando era da sola, quando Calogiuri faceva turni diversi, quando si fermava a lavoro e non poteva raggiungerla. E quando accadeva aveva preso l’abitudine di riempire la vasca fino a farla traboccare, coprire tutto di schiuma e lasciarsi sommergere dal calore dell’acqua. Adesso aveva una vasca, nella nuova casa si intende, quella così vicina alla Procura che non serviva più essere accompagnata al lavoro né riaccompagnata.

Ma, in fondo, non c’era più nessuno che la venisse a prendere, se non Diana, qualche volta, ad aspettarla sotto casa per percorrere insieme gli ultimi metri.

Aveva scelto quell’appartamento anche per questo: perché fosse vicino alla Procura, perché fosse pratico. E perché nessuno potesse occupare il posto di Calogiuri in quella piccola abitudine silenziosa che era farsi accompagnare e riportare a casa.

Calogiuri, nel frattempo, era alla Procura di Bari. A un certo punto Imma non ce l’aveva più fatta a continuare a fare gli amanti, ora che non lo erano più e stavano insieme davvero. Pietro era a Taranto a fare il jazzista e lei, finalmente, libera di essere chi voleva.
Così Calogiuri si era trasferito. Felicemente, a dirla tutta, perché a Bari poteva viversi la sua Imma senza più sotterfugi. Bari non aveva lo sceriffo di Matera né il suo Procuratore, ma non gli dispiaceva: si lavorava sodo, si perdeva poco tempo e questo lo aiutava a non pensare troppo alla distanza.

In ogni caso si vedevano spesso. Calogiuri quei settanta chilometri li macinava alla velocità della luce pur di stringerla. Si incontravano durante la settimana e passavano insieme tutti i fine settimana. E quel weekend, quello in cui Calogiuri non avrebbe dovuto lavorare, l’avrebbe raggiunta a Matera.
Poi era arrivato quel messaggio, dopo una giornata di latitanza. Aveva intravisto le notizie, non molte perché era stata anche per lui una giornata concitata e aveva capito che Imma aveva solo voglia di evadere.

Imma, nel frattempo, guardava la strada scorrere e contava i minuti che la separavano dal potersi fermare. Era stanca. Da quando stava con Calogiuri si concedeva anche questo: essere solo Imma. Senza calibrare ogni gesto, senza sentirsi costretta, senza dover tenere insieme tutto. Andava bene quello che aveva e che poteva dare, nel bene e nel male. Sapeva in quali braccia voleva finire. Lo sapeva senza pensarci troppo. E proprio per questo, mentre immaginava l’abbraccio, le tornò in mente quello che non sarebbe mai diventata.
Stavano insieme da tanto tempo, abbastanza perché lei avesse smesso di chiedersi il motivo per cui lui la amava o forse aveva solo smesso di farlo ad alta voce. Ogni tanto, però, il dubbio tornava. Nei momenti di stanchezza, soprattutto. E allora pensò che prima o poi, scendendo da quella corriera, fuori non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarla.

L’autista aprì la portiera e Imma si affrettò a raccogliere le sue poche cose. Scese gli ultimi gradini e lo cercò subito con lo sguardo. Non lo vide. Non c’era. Fu un pensiero rapido: era quello il giorno in cui lui non sarebbe stato lì.
Le salirono le lacrime agli occhi mentre continuava a cercarlo tra le persone. Era troppo stanca per fermarle, troppo stanca anche solo per darsi una spiegazione. Guardava i volti uno a uno, con un’urgenza esasperata, come i bambini cercano i genitori al saggio di Natale.

Calogiuri era di spalle, stava salutando un ragazzo. Quando si girò e vide la chioma rossa di Imma, fece due passi avanti. Lei tirò un sospiro soltanto. Neanche oggi era quel giorno. Lui le prese lo zaino e se lo mise sulle spalle. Era quello che le aveva regalato per le sue fughe pugliesi.

"Calogiuri, ma che dovrei farci con ’sto coso? Mica sono un boy scout."
"E da quando lo zaino è un’esclusiva dei boy scout?"
"Di certo non delle cinquantenni."
"Allora frequenti cinquantenni sbagliati."
Imma gli allungò di nuovo lo zaino, non ne voleva sapere di accettare quel regalo. 
Calogiuri glielo restituì.
"Sul serio fai?"
"Sul serio. È più comodo del trolley. È perfetto per i weekend. Ci metti due cambi e lo infili sotto il sedile del pullman, quando non vengo a prenderti."
"Si sgualcisce tutto."
"E tu piega meglio."
Lei lo guardò per un attimo, poi scosse la testa. Alla fine non glielo ridiede.
Aveva vinto lui, come spesso accadeva. Del Calogiuri remissivo non era rimasto molto: l’uomo che era diventato era testardo quasi quanto lei. Così, a turno, cedevano entrambi. Metà delle volte uno, metà delle volte l’altra, senza farne troppe questioni.

C’è chi, a Matera, giurerebbe di vedere a settimane alterne lo Sceriffo girare per i Sassi con uno zaino nero sulle spalle.

Chi l’avrebbe detto.

Calogiuri sentì le braccia di Imma stringerlo all’improvviso: le aveva infilate sotto il cappotto aperto e gli si avvicinò di più, nascondendo il viso nell’incavo del suo collo. Lui le appoggiò una mano sulla schiena e la accarezzava. La piazza intanto si era svuotata.
"Dottoressa, andiamo a cenare?"
Imma annuì, convinta, ma senza avere davvero voglia di staccarsi. Calogiuri le passò un braccio attorno alle spalle e si incamminarono verso casa. A lui bastava questo, camminare insieme, senza altro da aggiungere.
"Ti ho vista al TG1, di sfuggita."
"Sì. Oggi sono arrivati da ogni latitudine."
"L’importante è che si sia risolto tutto."

Imma raccontò tutto a Calogiuri. Lo fece senza ordine, come le veniva. La preoccupazione dei genitori, le lacrime quando il bambino era tornato tra le braccia giuste. Vitali, che per quel caso sembrava essere invecchiato dieci anni di colpo. Capozza che, per un’intera giornata, non aveva detto nulla di sbagliato, forse perché davanti a un bambino che scompare anche le sciocchezze hanno il buon senso di farsi da parte.
Calogiuri ascoltava, non interrompeva, non chiedeva chiarimenti inutili. Non lo faceva mai, neanche quando era appuntato. Camminava al suo passo e la ascoltava. Sapeva riconoscere i punti in cui il racconto non serviva più a spiegare i fatti, ma a liberarsene. In certi silenzi poi ci stava dentro anche lui, perché quelle situazioni le conosceva abbastanza da non doverle tradurre.
Imma affidò le ultime frasi alle strade di Bari, perché non se le voleva portare come uno scomodo bagaglio in quella serata. Quando smise di parlare, inspirò a fondo, fino a sentire il petto allargarsi del tutto e poi lasciò uscire l’aria lentamente.

Calogiuri stava aprendo la porta di casa.

Adesso basta, pensò Imma, la giornata può restare fuori.


Calogiuri stava finendo di apparecchiare quando lo sguardo cadde sul post-it sul frigo. Non le aveva detto ancora nulla perché non sapeva come l’avrebbe presa.
Voleva chiederglielo, però poi? Era troppo presto? Troppo tardi? Avrebbe dovuto chiederglielo prima? Si sarebbe offesa? Era ancora incerto, talvolta, di tutto, perché quando vivi quello che per te è quasi un sogno hai sempre paura di rompere quell’incantesimo.

11:30, sabato 13 dicembre

"Calogiuri, domani alle undici e mezza che fai?"
Lui sobbalzò. Imma giurò di aver visto i pomodori fare un salto.
"Imma, ti prego. Lo sai che mi spavento quando sbuchi alle spalle."

Lei scoppiò a ridere. Ogni volta le faceva lo stesso effetto, una soddisfazione infantile. Restava un mistero come uno come lui potesse spaventarsi così, ma con lei succedeva sempre.

"Allora?" insistette
"Niente."
"Calogiuri."
"Un vecchio appuntamento."
Imma lo fissò. "E sarebbe?"
"Mangiamo, va. Che si fredda."

Imma si appoggiò al bancone della cucina e incrociò le braccia, con aria autoritaria. Alzò un sopracciglio e lo squadrò. Calogiuri la fissò e si mise a ridere.
"Lo sai che non sei credibile con quello sguardo minaccioso se indossi un pigiama muccato, vero? Morbido come un peluche."
Imma abbassò gli occhi e si guardò. Fece una smorfia. Effettivamente, in quel momento, l’autorevolezza non era dalla sua parte.

Calogiuri colse l’attimo. "Vino bianco o rosso?"
Lei alzò di nuovo lo sguardo, subito. "Calogiuri"

Lui, per risposta, stappò il rosso continuando ad apparecchiare.
Si muoveva rapido per la cucina, passando da un lato all’altro. Imma lo seguiva con lo sguardo, mentre nella testa le si accendevano sospetti a raffica.
"Ma il tredici è domani"
"Sì"
"E domani saresti dovuto essere con me a Matera"
"E invece siamo qui"
"Appunto. Qui a fare cosa"
"Niente"
"Niente non mi pare". Indicò il frigorifero. "Ce l’hai scritto lì."

Silenzio.

Imma inclinò la testa. "Allora ti vedi con un’altra"
Calogiuri si girò di scatto, quasi indignato. "Imma! Ma che dici, ma piantala!"
"No? Allora hai una visita. Stai male?"

Lo continuava ad inseguire per la cucina mentre lui prendeva le posate, poi i piatti, poi i coltelli per tagliare la focaccia. Prendeva una cosa per volta sperando che quel rincorrerlo sarebbe finito.
Ma perché aveva così paura di dirglielo?

Spazientita, Imma lo bloccò. “Oh, allora?”
Calogiuri sospirò. “Ho appuntamento con un agente immobiliare.”

Imma non capiva. Si trasferiva? Lo trasferivano? Lo mandavano al Nord, era sicura. Sicuro come la Pasqua di domenica.
“Quando ti trasferiscono?” disse lei gelida.
“Chi”
“Tu, che io?”
“Ma dove”
“E che ne so, dimmelo te”
“Non ti sto capendo”
“Calogiuri se ti devi vedere con un agente immobiliare sarà per concludere questo contratto di affitto e farti dare indicazioni su come cercare casa dove ti spediscono. Dove ti spediscono?”
“Da nessuna parte”

“E allora?!” allargò le braccia lei. Aveva finito la pazienza.
Calogiuri si schiarì la voce. "E allora… vorrei comprare casa"

Si fermò. Guardò il tavolo, il lavello, la finestra. Ovunque tranne lei. "Ho preso appuntamento per vedere un appartamento. Domani."

Altra pausa. "Mi sono un po’ stufato di stare in una casa che non è mia." Fece un mezzo sorriso. "Ecco. Vorrei comprarla, però… cioè… mi piacerebbe che ci fossi anche tu"

Imma non disse niente.

"Allora avevo pensato di dirtelo stasera, con calma. Magari saremmo venuti qui da Matera… poi ho iniziato a pensare che magari non ti andava, che la prendevi male, che sembrava una cosa troppo…" fece un gesto vago con la mano. "Insomma. E quindi ho pensato che, se non ti va, disdico. Cioè, davvero. Nessun problema."

Imma si lasciò cadere su una sedia. "Tutta sta storia per andare a vedere un appartamento?"
"Sì." Poi aggiunse, subito: "Però se sembra troppo da coppia, non lo facciamo"

Imma era spazientita, come faceva ad essere così insicuro alcune volte? Gli strappò la teglia di focaccia dalle mani e si mise a sporzionarla.

“Siediti, caprone”
“Ma come caprone”
“E ringrazia che ho detto caprone”
Lui, in silenzio, eseguì.

Lei lo guardò con la coda dell’occhio: era già sufficientemente mortificato, il povero maresciallo.

“Sei un caprone e un cretino, certo che ci andiamo”
Lui si aprì in un sorriso.

“Ci andiamo?”
“Certo che ci andiamo. Io ho pure occhio per le case”


Era vero, ce l’aveva. Ognuno ha una piccola passione che tiene per sé. C’è chi colleziona, chi gira per mercatini. Da un po’ di tempo, per Imma, erano diventate le case. Quando era sola sfogliava riviste di arredamento. Si soffermava sulle stanze, sugli spazi, immaginando come avrebbe sistemato la masseria in cui, un giorno, si sarebbe ritirata. Quando si chiedeva quanto tempo ancora?, a volte si rispondeva così: tutto quello che serve per sparire in una masseria in Puglia.
Forse Calogiuri l’aveva cambiata. O forse stava semplicemente diventando se stessa come non lo era mai stata. Fatto sta che, adesso, riusciva a pensare anche a qualcosa che non fosse il lavoro.

“E poi scusa, Calogiù, ma io ti lasciavo da solo con qualche agente immobiliare ventenne? Neanche per sogno”
Lui la guardò impettito. “Sei gelosa?”
“No” Lo disse un po’ troppo in fretta.
“Così sembrava”
“Ti sembrava male. Mangia, va’. Prima che si fredda”
Aveva vinto anche quella volta: lui rideva sotto i baffi, lei pure, che di mantenere il broncio non era capace.

“E dove starebbe questa casa?”
“A Bari Vecchia”
“Ma è lontana dalla Procura”
“Voglio stare vicino al lungomare e poi ho un po’ di soldi da investire oltre al mutuo. A Grottaminarda abbiamo finalmente venduto quel pezzo di terreno di cui ti parlavo ad uno che ci farà una specie di resort. Mica ho capito bene, però neanche mi interessa, ci ha pagato bene”

Imma annuiva mentre pensava a quanta acqua era passata sotto ai ponti per essere lì, con il suo maresciallo, a parlare di case.

“Dove l’hai visto l’appartamento?” chiese Imma mentre si sedeva sul divano, finalmente, dopo una giornata infinita.
Calogiuri la raggiunse sdraiandosi anche lui e mettendo la testa sulle sue gambe.
“Qui” e le allungò il telefono per farle vedere un annuncio su una app.
“E che è”
“Un sito per trovare case. Guardane altre se vuoi”
“E come funziona?”
Calogiuri le fece un po’ di spazio per sdraiarsi per lungo sul divano insieme a lui. Allargò le braccia e la sentì farsi piccola contro il suo petto. Guardava assorta il telefono mentre lui le spiegava criteri, raggi di ricerca, perfino la possibilità di mettere e togliere le nude proprietà.
“No Calogiù, la nuda proprietà no. Che poi se vive fino a 100 anni stiamo freschi”

Mentre lui muoveva le dita velocemente cercando la planimetria dell'ennesimo bilocale, lei si perdeva a guardarlo. Pensava che fosse un miracolo poter accedere a una pace così intima, adagiarcisi dentro e sentir la mente quieta, finalmente vuota. Conosceva ogni sfumatura del volto di Calogiuri, ogni segno. Sapeva quando stava per dirle qualcosa, quando tratteneva una preoccupazione, quando era allegro o assorto. E quasi per un trasferimento silenzioso, lui le aveva trasmesso questa capacità di essere sé stessa: a volte era di nuovo la Imma bambina, quella che si illuminava per una sorpresa, che si lasciava incantare. E questo, per lei, era tutto.

“Ti piace questo?”
Si ridestò. “Cosa?”
“Dico questo ti piace?”
“Sì”
“Lo dici davvero o perché non ne puoi più di vedere case?”
Allungò una mano sulla sua guancia e gli lasciò un bacio sulla bocca.
“Mi piace davvero. Domani le andiamo a vedere entrambe”
“E se non hanno spazio per fare una visita?”
“Lo spazio ce lo trovano, Calogiù, deve ancora nascere chi mi dice di no”


E infatti non era ancora nato. L’indomani mattina, alle nove in punto, Imma chiamò l’agenzia. Rispose una ragazzetta ancora assonnata, che cedette infine all’orario da lei deciso.

Poco dopo, nella stanza avvolta dalla luce del mattino, Imma si sedette sul bordo del letto e guardò Calogiuri che dormiva profondo. Con dolcezza, lo scosse.

"Calogiù"
Nessuna risposta, solo un respiro regolare.
"Calogiuri, svegliati, dai" insisté, scuotendolo un po’ più forte.

Lui, nel torpore, le afferrò un braccio e con un gesto fluido la attirò di nuovo sotto le coperte, avvolgendola in un groviglio di lenzuola, pigrizia e gambe.

"Cinque minuti" mormorò contro i suoi capelli.
"Dai amò, su, abbiamo cose da fare!"
"Eh su. Cinque minuti" ripeté, stringendola.
"Ma sono le dieci e trenta" mentì lei, sussurrandoglielo all’orecchio con fare innocente.

Il risultato fu istantaneo. Calogiuri spalancò gli occhi, scattando a sedere. "LE DIECI E TRENTA?! MA DOBBIAMO FARE COLAZIONE, ALLE UNDICI DOBBIAMO USCIRE!"
Imma non poté trattenere una risata. Lui la guardò, non capiva.
"Che c’è?"
"Sono le nove e dieci, Calogiù. Ma ho ottenuto lo scopo" ammise, con un sorriso a metà tra il trionfante e il tenero.

Calogiuri si lasciò ricadere sul cuscino, sconfitto e divertito. Come poteva tenerle il broncio? Ormai era lei a tenere le redini del gioco. Si passò una mano sul viso, tentando di scacciare il sonno.

"Dai, Maresciallo" lo invitò lei, alzandosi. "Si fredda il caffè e ho aperto pure il panettone"
"Ma a te piace il pandoro" obiettò lui, confuso.
"Eh" rispose lei, voltandosi sulla soglia con uno sguardo luminoso. "Ma a te no"
Per un attimo, lui rimase immobile. Non si sarebbe mai abituato a quei piccoli gesti, a quelle cure silenziose che Imma gli offriva. Erano le parole d’amore che lei non diceva ancora, ma che ormai riempivano ogni spazio tra loro, calde e vere come il panettone che li aspettava in cucina.


Stava sistemando l'ultimo bottone del cappotto quando sentì il peso del suo sguardo addosso.

“Che c’è?”
Lui si avvicinò senza una parola e l’abbracciò, appoggiando la fronte sulla sua spalla in un gesto che lo rendeva, per un attimo, quasi più piccolo di lei.
“Grazie che mi accompagni” mormorò, la voce strozzata nel tessuto del suo cappotto.
“Ma grazie di cosa?” sussurrò lei, accarezzandogli i capelli.
“Di esserci”

Sentiva la sua tensione, quell’ombra di titubanza che non gli apparteneva e che non capiva. Così fece ciò che per lei era naturale: proteggere chi amava. Gli strinse la mano, con un gesto deciso e prese le redini di quella giornata.

Ad attenderli c'era una ragazza sulla ventina, bionda e con un sorriso di una sicurezza che a Imma parve, nel primo sguardo, fin troppo seducente.

“Ippazio! Che piacere vederti!” urlò l’agente da lontano agitando la mano per salutare.
Imma lo strinse a se e aumentò il passo, anzi, le falcate.
“E lo vedi, caro il mio Ippazio, te l’avevo detto io che non ti potevo lasciare da solo oggi”

Poi si rivolse verso l’agente.

“Siete già passati al tu? Non si usano più i convenevoli?”
La ragazza guardò di traverso Imma, ignorandola.

“Allora, la casa è pronta Ippazio. Come ti ho detto è davvero un affare unico. Appena ristrutturata. Nuova di pacca!”

Ed era vero, era nuova. Solo che… era un buco.
Dei sessantatré metri quadrati dell’annuncio, a occhio, non ce n’erano più di cinquanta.

Mentre Noemi continuava a indicare nicchie, angoli e passaggi improbabili di quell’angusto bilocale, Imma si muoveva in silenzio, le mani dietro la schiena, osservando ogni dettaglio.

“Imma, che dici?” chiese Calogiuri.
Lei alzò un sopracciglio e si voltò verso la ragazza. “Come hai detto che ti chiami?”
“Noemi”
“Ecco, Noemi… secondo te io sono una che si fa intortare dagli agenti immobiliari?”
Noemi si strinse nella giacca, già in difficoltà.
“Non capisco cosa intende”
“Intendo dire che questa casa mi sembra un po’… piccola”
“Signora, sono sessantatré metri quadrati. Glielo garantisco”
“Ma quali sessantatré”
“Glielo giuro”
“Se questi sono sessantatré, io sono cieca”
“E vista l’età…” chiuse il discorso Noemi.

Calogiuri si irrigidì. Imma, invece, diventò paonazza. Frugò nella borsa, tirò fuori un metro e iniziò a misurare con metodo, centimetro dopo centimetro. Quando finì, lo riavvolse con calma.
“Cinquantuno. E l’uno glielo regalo per pietà. Io sarò pure vecchia, ma lei è disonesta. E io sono un sostituto procuratore. Indovini cosa pesa di più”

Uscì per prima, decisa. Calogiuri la seguì, orgoglioso.
La casa, ovviamente, non la presero.
L’agente immobiliare, a quanto pare, cambiò settore.

Seduti a mangiare un panzerotto, Imma sbottò.
“Ma ti pare che mi dai della vecchia? Hai visto che faccia tosta? Potrei essere sua madre e mi parla così. E poi pensa pure che non me ne accorgo che quel buco era tutt’altra cosa di quello che diceva”
Calogiuri la guardò, sorridendo: aveva già capito che la casa giusta, se mai fosse arrivata, non sarebbe passata da Noemi.
Ma sarebbe mai arrivata, questa casa giusta?

“Calogiù, tutt’apposto?”
“Mh, sì sì”
“Ma mi dici che c’hai?”
“Niente perché?”
“Oh, non ti ci mettere pure te oggi a trattarmi da scema, eh”
Calogiuri sospirò, mangiando l’ultimo boccone di panzerotto.

“Non lo so, è che mi sembra tutto grande. Anche questo fatto di comprarmi una casa a Bari… sa di definitivo. E per uno a cui hanno sparato e che è finito in coma… ecco… il definitivo fa paura. Perché se poi me lo portano via? Io voglio la casa a Bari perché in Procura sto bene e perché sto vicino a te. Però lo sai il mestiere che facciamo.”
“E che fai, vivi appeso fino a quando non ti sparano un’altra volta?”

Calogiuri si girò di scatto, colpito da quelle parole. Imma si pulì dalle briciole e allargò le braccia poggiandole sullo schienale della panchina.

“Lo sai cos’ho pensato mentre venivo qui ieri?”
“No”
“Ho pensato: per quanto tempo ancora posso fare questo mestiere? Per quanto tempo ancora posso portarmi dietro il peso di quello che vedo” Sospirò. “Un ragazzino, Calogiù. Hanno rapito un ragazzino per fare sfregio ai genitori. E quanto altro ho visto in tutti questi anni e quante altre situazioni gestiremo in quelli che verranno.”

Lo prese per il colletto del cappotto e lo fece avvicinare a lei. “Lo sai che mi hai detto una volta, dopo l’ennesimo caso risolto che aveva portato via un pezzetto della mia sanità mentale? Che c’eri tu per questo, per ridarmi indietro parti di me. Perché abbiamo bisogno di storie belle, di pensare al bello. E mi hai detto che noi eravamo la storia bella.”

Calogiuri non era convinto.
“Questa casa è una storia bella. È un mattone bello di un percorso bello”
“Sono sciocco se ho paura?”
“Sei umano”

Calogiuri le diede un bacio e poi appoggiò la testa sulla spalla di Imma, che nel frattempo gli accarezzava una guancia.

“Calogiù, dai andiamo. Abbiamo un appuntamento”
“Un appuntamento? Dove?”
“A via Michelangelo Signorile”
“E con chi”
“Con un agente immobiliare. Uomo. Che quest’altre che acchiappi te mi hanno stufato, te lo dico”
Calogiuri la guardava confuso.
“Ho preso appuntamento stamattina mentre dormivi” gli disse alzandosi. “Dai Calogiù, su, muoviamoci che siamo già in ritardo”


In via Michelangelo Signorile c’era quell’appartamento che avevano visto la sera insieme, quello che Imma aveva detto avrebbe chiamato l’indomani: lo aveva fatto veramente. Lui si era anche dimenticato.

Enrico, un cinquantenne fin troppo scaltro per i gusti di Calogiuri, li fece entrare al secondo piano e dopo avergli fatto fare un giro veloce della casa, si allontanò per fare una chiamata.
“Perdonatemi ma mi stanno chiamando e qui non prende bene. Scendo in strada, dieci minuti massimo e sono di nuovo da voi.”

Imma annuì.

Per lei era fatta. La casa era perfetta: ristrutturata, calda, con un bel sole che accarezzava il parquet. Il suo sguardo già abitava quegli spazi, vedeva chiaramente i loro mattini davanti alla finestra della cucina, le tazze di caffè vicine sui due sgabelli.
E lui era d'accordo: “Qui potremmo fare colazione Imma. Mi piace che ci sia la finestra”

Lui continuava a girovagare. Sentiva che tutto era giusto: niente di eccessivo, tutto misura di loro due. Ma un'ombra di paura gli rimaneva negli occhi, silenziosa. Aveva bisogno di una prova, di un segnale. Un ricordo che potesse piantare lì, come una prima radice. Imma continuava ad annuire mentre cercava qualche difetto che, però, non trovava.
Calogiuri la raggiunse in salone, dando un’altra occhiata in giro e gettandosi sul divano come fosse suo.

Devi creare una bella storia, pensò.

Pensò allora al primo ricordo costruito con lei in quel piccolo appartamento in affitto. Se qui potevano ricreare quel momento, allora avrebbero potuto crearne altri ancora insieme lì. Prese il telefono, cercò la canzone e premette play, alzando il volume fino a riempire il salone vuoto.

"Calogiù, ma che fai?"
Imma si girò di scatto quando lui le prese la mano. Il suo sorriso era timido.
"Balliamo?"

Le prime note di una chitarra acustica risuonarono fra le mura di quella casa sconosciuta.
Oh the wind whistles down the cold dark street tonight…

Calogiuri, superando un filo di vergogna, cominciò a muovere qualche passo incerto. Poi, lentamente, prese a far roteare Imma. Alla terza piroetta, il ricordo di quel momento le illuminò lo sguardo. Era quella canzone, quella della prima volta, in un'altra casa, in un'altra città che non fosse Matera.

Spostò il tavolino da caffè con un piede, in un gesto secco che le fece scuotere la testa ridendo.
"Tu sei scemo, fattelo dire!", ma mentre lo sgridava rideva. Era felice. La fece girare di nuovo, poi la tirò a sé, una mano salda sulla sua vita, l'altra stretta alla sua. I loro passi si fecero più sicuri, sincronizzati sul ritmo.

Where you gonna sleep tonight?

"Tu dove dormi, Imma, stanotte?" le chiese lui, divertito, mentre la sollevava di peso, facendole fare un giro veloce.
Lei gli strinse le braccia al collo e, avvicinandosi timida al suo orecchio mentre scendeva, sussurrò la risposta che sciolse ogni ultima paura: "Dovunque scegli di dormire tu"

And you're singing the song thinking this is the life
And you wake up in the morning and your head feels twice the size
Where you gonna go, where you gonna go, where you gonna sleep tonight?
Where you gonna sleep tonight?

La canzone incalzava, ma per loro il tempo si era fermato. Non esistevano più pareti con quadri che non gli appartenevano o dubbi sul futuro; esistevano solo i loro corpi che si muovevano insieme, i respiri che si mescolavano, il calore che si scambiavano attraverso l'amore e i gesti. Lei con la guancia appoggiata alla sua spalla, lui con il naso tra i suoi capelli.

Così come era iniziata, la canzone finì, lasciandoli leggermente senza fiato, stretti l'uno all'altra nel silenzio improvviso.
Il sole intanto si era spostato, disegnando un rettangolo dorato proprio dove avevano ballato.
Calogiuri si era convinto. Non servivano altre prove. Imma, senza una parola, gli lasciò un bacio dolce e lento sulla bocca.
Quella era la magia di Calogiuri: la capacità di prenderla per mano e di portarla in uno spazio tutto loro, immateriale.

Sentirono la porta riaprirsi e con un gesto veloce Calogiuri riposizionò il tavolino dov’era.
Bastò quello a rigettarlo nella confusione.

“Allora che ne pensate?”
Calogiuri si schiarì la voce. “Molto bella… ci pensia…” ma fu bloccato.

Imma gli prese una mano e gliela strinse. “La prendiamo”
“La prendete?” chiese stupefatto l’agente.
“La prendiamo?” chiese Calogiuri altrettanto basito.
“Sì, ti ricordi no? Abbiamo detto storie belle”
Calogiuri iniziò ad annuire prima piano, poi più convinto.
“La prendiamo”

Imma si guardò intorno, in quella stanza diventata quasi familiare. Era convinta.
Poi, un'idea.
"Allora, andiamo?" chiese l’agente, pronto con le chiavi in mano.
"Ci può concedere solo un altro minuto? Ci attende sul pianerottolo?"
"Certamente"

Appena la porta si chiuse, Imma prese Calogiuri per una manica e lo condusse davanti alla finestra. Il sole delle due inondava il pavimento di luce calda, avvolgendoli.
"Che fai?" chiese lui.
"Una foto, Calogiù. Su. Così, ogni volta che un dubbio ti viene, puoi guardarla e ricordarti di questo momento"
"Agli ordini, Dottoressa" sussurrò e la strinse a sé più forte.
Nel selfie che scattarono, si vedono entrambi un po’ sfocati dal sole, i volti illuminati e gli sguardi pieni di serenità.
La foto l'avrebbe stampata non appena firmato il rogito.


Quella foto ora vive in una semplice cornice di legno, appoggiata sulla mensola del corridoio. Calogiuri l’ha messa lì con precisa intenzione: doveva essere la prima cosa che vede uscendo di casa e l’ultima prima di varcare la soglia, rientrando. Un punto fermo.
È il suo promemoria personale: che la loro vita, intessuta di storie spesso dure, ha anche questo, un nucleo di bellezza pura e semplice, da proteggere. È la storia bella.

E forse, è un promemoria per tutti noi. Che in mezzo a tanto brutto, vale sempre la pena salvare, custodire e onorare il bello che c'è e c'è stato. 

Notes:

Ps: la casa esiste davvero. https://www.immobiliare.it/annunci/123522641/?entryPoint=map#foto2