Work Text:
Lo specchio, come sempre, le restituiva un'immagine che per lei era un supplizio, altro che bellissima come la vedeva il suo maresciallo. Si lisciò con un gesto secco la stoffa della blusa maculata. Una camicetta troppo stravagante per tutti sicuramente, ma era il suo marchio di fabbrica, la sua corazza e non l'avrebbe cambiato per nulla al mondo. I pantaloni beige a sigaretta ei suoi soliti stivali argentati con il loro tacco vertiginoso completavano l'opera. I capelli, li aveva mezzi raccolti, per permettere a qualche ciuffo ribelle di incorniciarle il viso.
Sospirò col broncio. L'idea di passare la serata in un pub rockettaro, circondata dalle stesse facce che vedeva ogni giorno in Procura, le faceva venire l'orticaria. E per cosa poi? Per festeggiare il compleanno di Capozza, quello scansafatiche la cui massima ambizione nella vita sembrava essere quella di battere il record di battere fiacca nel corridoio della procura. Se non fosse stato per Diana che pur di farla andare le aveva messo nella cimice nell'orecchio che chissà chi si sarebbe avvicinata al suo maresciallo se lei non fosse andata e Calogiuri che le aveva detto che se lei non fosse andata lui non ci sarebbe andato e sarebbe rimasto con lei a casa, per cui se non fosse stato che lei voleva che Calogiuri fosse libero e che lei non fosse un peso per lui, non si sarebbe mossa di casa neanche sotto tortura.
"Stiamo poco, te lo giuro," le aveva detto lui al telefono, con quella sua voce calda e rassicurante che aveva il potere di sciogliere i nodi più stretti del suo stomaco. "Il tempo di fare gli auguri, bere una cosa e ti riporto a casa."
Casa. La parola le risuonava ancora strana in quella nuova dimensione. Si staccò dallo specchio e si avvicinò alla finestra del soggiorno. L'appartamento in affitto che aveva preso dopo la separazione da Pietro non era grande, ma era suo. Era il primo posto in cui si sentiva davvero libera, il luogo dove poteva finalmente togliersi la corazza e respirare. Da quella finestra vedeva uno spicchio dei Sassi, un panorama che le ricordava ogni giorno la bellezza totale della sua terra. Una bellezza che, per molto tempo, non vedeva manco più, dopo la partenza di Caloguri per il programma protezione le sembrava di vivere in un limbo in cui tutto era grigio, in cui Valentina le andava sempre più contro per la separazione da Pietro e lei si ritrovava a fare solo lavoro-casa,casa-lavoro.
Alla fin fine il suo divorzio da Pietro non era stato un fulmine a ciel sereno. Era stata una lenta, inesorabile ammissione con se stessa, specialmente dopo ferragosto a Metaponto, tornata a casa-topo a parte-non aveva esitato un attimo a firmare la separazione. C'erano stati tanti,troppi anni di silenzi, di incomprensioni, di lui che era arrivato a darle la colpa di tutto e che correva dietro ad ogni donna che le dava un minimo di discorso. E in mezzo a quelle incomprensioni, a quel non sentirsi capita da quello che era suo marito da venticinque anni, era cresciuto il sentimento per Calogiuri. Un sentimento che aveva negato, combattuto, soffocato con tutte le sue forze. All'epoca le sembrava così.. sbagliato, inopportuno, era tutto ciò che una donna nella sua posizione, una madre, un magistrato, una donna, non avrebbe dovuto provare per un suo sottoposto molto più giovane.
Eppure, ora quel sentimento,quello stare insieme, insieme a Calogiuri le sembrava la cosa bella della sua vita..ma bella per davvero.Così tanto che a volte la terrorizzava
Ricordava ancora il terrore gelido che le aveva attanagliato il cuore quando aveva saputo della morte di Latronico e della decisione di Caloguri di chiedere il trasferimento ma non a Matera. L'idea di non vederlo più varcare la soglia del suo ufficio, di non sentire più il suo "Dottoressa", pronunciato con quel misto di rispetto e affetto che era solo suo, era stata una voragine che le si era aperta sotto i piedi. E allora aveva fatto l'impensabile. Lei, Imma Tataranni, la donna che non chiedeva mai, aveva mosso mari e monti. Aveva parlato con Vitali, aveva usato tutta la sua influenza, la sua determinazione, la sua testardaggine, pur di farlo tornare a Matera. L'aveva fatto passare per un'esigenza di servizio, un pezzo insostituibile della sua squadra. Ma la verità, quella che confessava solo a se stessa nelle lunghe notti insonni, era che non poteva sopportare l'idea di una vita senza di lui. Non più.
Il suo ritorno era stato un nuovo inizio. Lento, attenzione. Fatto di sguardi rubati, di mani che si sfioravano "per caso" nel passare un fascicolo, di sorrisi trattenuti a stento. Poi, una sera, dopo un caso particolarmente difficile, lui l'aveva riaccompagnata a casa e, prima che potesse scendere dalla macchina, il telefono di Imma cadde dalle sue mani finendo sotto il sedile di Calogiuri e mentre entrambi si chinarono per raccoglierlo si ritrovarono con i visi vicino ei loro sguardi iniziarono un ping pong tra occhi e labbra, così dopo un sospiro frustrato da parte della PM, semplicemente lo prese per il colletto della camicia e l'aveva baciato. Fu un bacio che sapeva di attesa, di desiderio represso, di sollievo. E Imma, per la prima volta dopo un tempo che le sembrava infinito, non stava più combattendo per reprimerlo. Ma stava combattendo per tenerlo.
Erano passati mesi da quella sera. Mesi in cui avevano imparato a conoscersi di nuovo, fuori dalle mura della Procura. Mesi in cui lei aveva riscoperto la sua dolcezza, la sua intelligenza acuta, riscoprendo la capacità che aveva Caloguri sin dall'inizio di capirla senza bisogno di parole, semplicemente dagli sguardi o da gesti. E lui aveva scoperto la donna sotto la toga, con le sue fragilità, le sue paure, e un bisogno disperato di essere amata per quello che era. In Procura, ormai, lo sapevano tutti. C'era stato un periodo iniziale di pettegolezzi sussurrati dietro le porte, di sguardi curiosi con la Moliterni a capo di tutto. Ma la loro serietà, la loro professionalità sul lavoro, e l'evidente felicità che li circondava avevano messo a tacere anche i più maligni. Perfino Vitali, un giorno l'aveva corona in corridoio e, con un raro sorriso, le aveva detto: "Tataranni, la vedo particolarmente felice ultimamente, certo che il maresciallo fa proprio miracoli" E per Imma, quella era stato un "io so ma siete liberi di fare quello che volete"
Un ronzio del cellulare sul tavolino la distolse dai suoi pensieri. Era un messaggio.
Sono sotto. Sei pronta?
Un sorriso le si allargò spontaneo sul viso, cancellando ogni traccia di malumore. Si affaccio di nuovo alla finestra. La sua punto grigia era parcheggiata proprio lì sotto. Caloguri era sceso, appoggiandosi alla portiera del passeggero con un piede sulla ruota. Stava riponendo il telefono nella tasca del pantalone. Poi lo vide alzare la testa, passarsi una mano sul ciuffo dei capelli con un gesto nervoso, quasi avesse paura che non fossero in ordine per lei. Guardò l'orologio al polso, poi di nuovo verso il suo portone, con un'agitazione trepidante che le fece stringere il cuore
"Che cretino" sussurrò tra se e se sorridendo guardandoselo un altro pò
La verità era che con Caloguri si sentiva viva , di nuovo
Afferrò la borsa, diede un ultimo, sguardo critico allo specchio e scese le scale, il broncio già accuratamente dipinto sul viso. Era una parte da recitare, una difesa. Ma sotto, il cuore le batteva un po' più forte solo sapendo che lui era lì ad aspettarla.
Lo vide raddrizzare la schiena non appena la porta del palazzo si aprì. Un sorriso gli illuminò il volto, un sorriso così genuino e disarmante che a Imma fece quasi maschio. Le andò incontro mentre lei chiudeva il portone alle sue spalle.
"Buonasera dottoressa..sei bellissima" le disse, in un sussurro mentre le baciava la fronte. I suoi occhi la stavano divorando, percorrendo la sua figura con un'adorazione che la faceva sentire nuda, esposta, e meravigliosamente, incredibilmente amata.
Imma sentì un calore improvviso salirle alle guance.
Maledizione.
Stavano insieme da mesi, la vedeva struccata la mattina, la vedeva stanca e intrattabile la sera dopo una giornata di lavoro massacrante, eppure ogni suo complimento riusciva ancora a imbarazzarla come un'adolescente. Si schiarì la voce, cercando di mantenere il controllo.
"Sì,bellissima mo no esageriamo, andiamo" borbottò, ma il suo corpo la tradì. Si avvicinò, gli prese il viso tra le mani, attirandolo a sé, e gli posò le labbra sulle sue. Un bacio breve, a stampo, ma carico di tutto quello che non riusciva ancora a dire. Poi si staccò bruscamente "Dai..Veloce Calogiù, che già non ho voglia. Tu stai lì fermo, imbambolato"
Calogiuri le sorrise mentre le apriva la portiera della macchina, un gesto da gentiluomo d'altri tempi che fin dall'inizio, segretamente, adorava
"È l'effetto che mi fai dottoressa"
Imma alzò gli occhi al cielo, ma sorridendo di sfuggita. Una volta dentro, mentre lui faceva il giro per mettersi al volante, Imma si sistemò sul sedile, cercando una posizione che non le stropicciasse i pantaloni
Caloguri mise in moto, ma invece di partire si voltò verso di lei. Aveva un'espressione strana, un misto di dolcezza e di cautela. Le fece gli occhi dolci, quelli che Imma chiamava "occhi da cucciolo bastonato" e che sapeva essere la sua arma più letale.
"Ti devo dire una cosa," esordì, "ma mi devi promettere che non ti arrabbi."
Il cuore di Imma perse un battito. Un gelo improvviso le si insinuò nelle vene, scacciando via ogni traccia di calore. La sua mente, allenata a prevedere sempre lo scenario peggiore, parte per la tangente. Ecco. Lo sapeva. Era finita. Si era stancato di lei, del suo carattere impossibile, della loro differenza d'età. Si era reso conto che lei non era abbastanza, che era complicata, divorziata, con una figlia che causava solo problemi e un lavoro che le prosciugava l'anima. Aveva trovato una ragazza più giovane, più semplice, una con cui poter costruire un futuro senza l'ingombro del suo passato. Il panico le chiude la gola.
Riuscì a mantenere una maschera di fredda indifferenza, un'abilità affinata in anni di interrogatori. Lo guarda di sbieco, sollevando un sopracciglio.
"Prima dimmi," replicò, la voce più tagliente di quanto volesse. "Poi vediamo se mi devo arrabbiare o meno."
Caloguri deglutì, chiaramente intimidito dalla sua reazione.
"Ecco... dobbiamo passare a prendere Diana."
Sono rimasta immobile per un secondo, l'informazione che ci metteva un attimo a penetrare la spessa coltre di angoscia che l'aveva avvolta. Diana. Dovevano prendere Diana. Non la stava lasciando. Non si era stancato di lei. Un'ondata di sollievo così potente la travolse da lasciarla senza fiato. Espirò lentamente, un sibilo quasi impercettibile. La tensione le abbandonò i muscoli, lasciandola svuotata. Ma subito dopo il sollievo, montò la rabbia. Una rabbia irrazionale, protettiva, nata dalla paura che le aveva fatto provare. E quella rabbia, come sempre, aveva bisogno di un bersaglio.
Si girò di scatto di nuovo verso di lui dopo aver posato per un secondo gli occhi fuori dal finestrino
"E perché Diana non l'ha detto a me, scusa? Perché ha chiamato te?"
Calogiuri, vedendo il pericolo scampato e capendo la vera natura della sua reazione, si rilassò. Allungò una mano e le sistemò con una delicatezza infinita un ciuffo di capelli che le era ricaduto sulla fronte.
"Perché sapeva che se l'avesse chiesto a te, le avresti sicuramente detto di no. E mi ha fatto pena."disse, con tono calmo e paziente cercando di evitare la sua furia
Imma sbuffò, un suono teatrale e stizzito, incrociando le braccia al petto.
"E c'aveva ragione! Già è una tortura insopportabile dover andare al compleanno di quell'incompetente di Capozza, in più non posso nemmeno godermi il tragitto in macchina in pace con te perché dobbiamo andare a recuperare quella pettegola!"
Nonostante le parole dure, Calogiuri sorrideva. Conosceva la perfezione di quel copione. Sapeva che dietro quella facciata da sceriffo di matera si nascondeva un affetto sincero per la cancelliera e questo lo spinse a partire, guidando con la sua solita calma per le strade di Matera.
Pochi minuti dopo, accostarono davanti al palazzo di Diana. Lei era già lì, sul marciapiede, che li aspettava. Appena li vide, agitò la mano con un entusiasmo quasi infantile. Sali sul sedile posteriore, portando con sé una ventata di profumo floreale e di allegria.
"Grazie mille Ippazio, sei un tesoro!" esclamò, sistemandosi la gonna. Poi sporse la testa tra i due sedili anteriori, un sorriso malizioso stampato in faccia. "Comunque, siete proprio carini insieme, lo sapete?"
Fu la goccia che fece traboccare il vaso della finta irritazione di Imma. Si girò di scatto, fulminandola con lo sguardo.
"Diana, senti a me. Se non la smetti immediatamente, ti lascio a piedi qui, in mezzo alla strada. E domani non ti scomodare a venire in Procura, perché ti troveresti la lettera di licenziamento già pronta sulla scrivania."
Diana scoppiò a ridere, per niente intimorita.
"Buonasera anche a voi Dottoressa, tutto bene Diana? Si e tu Imma?" disse imitando Imma, facendo ridere sotto i baffi Caloguri e scatenando ancora di più la rabbia della pm
"Diana.Scendi.Subito"ringhiò contro Imma
"E dai Imma,falla finita che non sei credibile,lo sai pure tu che mi vuoi bene"
"Non ne sarei così sicura" brontolò Imma, tornando a guardare la strada, ma un angolo della sua bocca si era impercettibilmente piegato verso l'alto. Ippazio la visione con la coda dell'occhio e le fece un piccolo occhiolino. Imma finse di non vederlo, ma sentì il cuore fare una capriola. Sì, forse, in fondo in fondo, voleva bene a quella pettegola impicciona. Alla fine dei conti Diana c'era stata sempre
Quando arrivarono al pub, il parcheggio era già pieno. La musica, un rock commerciale a un volume assortinte, si sentiva fin da fuori. Imma scese dalla macchina sbattendo lo sportello già sbuffando
"Ma chi me l'ha fatto fare," borbottò tra sé e sé, mentre Caloguri e Diana lavano raggiunge. Lo sguardo si accigliò cercando di trovare quel cretino di Capozza perchè già quella musica che sentiva da fuori e tutta quella banda di rockettari sicuro amici del brigadiere le stavano facendo venire l'orticaria ancor prima di entrare nel pub. Ma mentre cercava il festeggiato incontrava subito le facce dei colleghi. C'era la D'Antonio, il cancelliere Logreco da poco arrivato, persino alcuni agenti della Mobile. E poi, in un angolo, a parlare fitto fitto vide la Moliterni con Vitali
"No, vabbè, ma pure Vitali c'è,che fine che ha fatto questa procura. Spero a Dio che Zazza non sappia mai che ci prestiamo a queste baracconate che sennò qua finiamo tutti su Lucania News" sibilò, inorridita
Caloguri le mise una mano lungo la schiena stringendola leggermente.
"Dai, andiamo. Stiamo un'oretta. Promesso."
Imma alzò gli occhi sulla sua figura rassicurante e sospirò. Per lui, avrebbe affrontato anche quello. Prese un respiro profondo, raddrizzò le spalle e si preparò a fare il suo ingresso. La serata era appena iniziata. E aveva il terribile presentimento che sarebbe stata molto, molto lunga.
L'interno del pub era esattamente come Imma se l'era immaginato: un girone infernale. L'aria era densa, un miscuglio soffocante di odore di birra, fritto e sudore. La musica rimbombava così forte da farle vibrare le ossa, rendendo impossibile qualsiasi conversazione che non fosse urlata direttamente nell'orecchio dell'interlocutore. Le luci erano basse, tra il rosso e blu, e creavano un'atmosfera a metà tra una discoteca di provincia e una fiera di paese. La gente si accalcava intorno al bancone e ai pochi tavoli disponibili, e Imma si sentì immediatamente a disagio, un pesce fuor d'acqua.
Capozza, il festeggiato, li intercettò quasi subito. Aveva le guance rosse per l'alcol e un ridicolo cappello di carta in testa.
"Diana mamma mia e che sei bella stasera" salutò la cancelliera in maniera molto vemente scatenando la risatina della De Santis che stava gongolando "Dottoressaaa! Calogiù! Siete venuti!" urlò, sovrastando la musica. Abbracciò Calogiuri con un po' troppa foga e poi si rivolse a Imma. "Dottoressa, un onore! Venga, venga, vi accompagno al vostro tavolo!"
Imma abbozzò un sorriso che somigliava più a una smorfia e si lasciò guidare, insieme a Caloguri e Diana, verso un piccolo tavolo circolare in un angolo relativamente più tranquillo, se così si poteva definire. Mentre si stava sistemando il cappotto dietro la sedia notò Vitali entrare, intento in una conversazione pacata con la Macchia. Li salutò con un cenno del capo, un piccolo sorriso divertito negli occhi, come se godesse nel vedere il Sostituto Procuratore Tataranni in quella situazione così lontana dal suo habitat naturale. Imma ricambiò il cenno, sentendosi ancora più in trappola.
La prima mezz'ora passò in un limbo di convenevoli e chiacchiere di circostanza. La gente passava al loro tavolo a salutare, a fare gli auguri a Capozza, a scambiare qualche parola con la "dottoressa". Imma rispondeva a monosillabi, desiderando solo di essere invisibile. Ippazio, al suo fianco, le fungeva da scudo. Rispondeva alle domande con cortesia, deviava le conversazioni più invadenti e le teneva la mano sotto il tavolo, un contatto costante e rassicurante che era l'unica cosa che le impediva di alzarsi e andarsene senza dire una parola. Diana, dal canto suo, sembrava nel suo elemento. Chiacchierava, rideva, si informava degli ultimi pettegolezzi della Procura, felice come una pasqua.
Poi, la serata prese una piega che Imma non aveva previsto. E che temeva. Capozza salì sul piccolo palco allestito in fondo alla sala, dove campeggiava un grande schermo con le parole delle canzoni. Afferrò il microfono, provocando un fischio assordante che fece sussultare tutti.
"Attenzione, attenzione!" biascicò, chiaramente brillante. "Grazie a tutti di essere venuti al mio compleanno! Siete i migliori colleghi del mondo! E adesso... è il momento del KARAOKE!"
Applausi,urla e fischi si elevarono dalla folla facendo irrigidire
"Calogiù se non mi porti via prima di subito da questo posto schifoso giuro su Dio che te la faccio pagare..mo pure il karaoke,mi devo sentire sti stonati qua..io!Che manco Sanremo mi guardo"
Calogiuri le sorrise, stringendole più forte la mano.
"Resisti. Ancora un po'.Almeno per la torta dai"
Le prime esibizioni furono un disastro comico. Il cancelliere Logreco si cimentò in un'improbabile versione de "L'Italiano" di Toto Cutugno, dimenticando metà delle parole. Due segretarie cantarono "Vamos a la playa" con un entusiasmo inversamente proporzionale all'intonazione. Imma li guardava con un misto di orrore chiedendosi come fosse possibile che davvero quelle persone lavorassero in procura
Poi Capozza tornò sul palco, il microfono di nuovo in mano e uno sguardo furbesco negli occhi. Puntò il dito proprio verso il loro tavolo.
"E adesso... un talento nascosto della nostra Procura! Un uomo che oltre a risolvere i casi più difficili, nasconde una voce d'usignolo! Maresciallo Ippazio Calogiuri, tocca a te!"
Ippazio sbiancò. Diventò di marmo sulla sedia.
"No, no, grazie Capò, non è il caso..." balbettò, cercando di schermirsi.
Ma Capozza insistette.
"Dai, Maresciallo! Non fare il timido! So che sei bravo! Facci sentire qualcosa! Magari una bella canzone d'amore... dedicata a una certa Dottoressa eh, che ne dici?"
Un "uuuuh" malizioso si levò da diversi tavoli. Tutti gli occhi si puntarono su di loro. Imma sentì il sangue gelarsi. Il volto di Caloguri, nel frattempo, aveva assunto una sfumatura di rosso porpora che faceva a gara con quelle delle luci. Era mortificato, in preda a un panico visibile.
"Capozza Se non la finisce immediatamente, le giuro che da domani si ritrova trasferito a controllare il traffico delle pecore a Pisticci. Sono stata chiara?"
La minaccia era così diretta, così precisa, che per un attimo Capozza vacillò. Ma l'alcol gli dava un coraggio che normalmente non avrebbe mai avuto. E, sfortunatamente per Imma, il resto della sala decise che l'idea era meravigliosa. Partì un coro, prima timido, poi sempre più forte.
"CA-LO-GIU-RI! CA-LO-GIU-RI! CA-LO-GIU-RI!"
Imma guardo i suoi colleghi, le persone con cui lavorava ogni giorno, trasformati in una folla da stadio. Perfino Vitali sorrideva sotto i baffi, godendosi lo spettacolo mentre la guardava alzando un bicchiere a mo di fare un brindisi. Era un incubo. Si girò verso Calogiuri, che la guardava con occhi supplicanti, come a chiederle il permesso, o il perdono. Era intrappolato. Se si fosse rifiutato ancora, sarebbe passato per quello che non stava al gioco. Se avesse accettato, si sarebbe sottoposto a un'umiliazione pubblica.
"Non ti azzardare Calogiuri," gli sussurrò Imma a denti stretti. "prova ad alzarti e ti giuro che ti trasferisco insieme all'amico tuo"
Ma Caloguri scosse la testa. Prese un respiro profondo, come un condannato che si avvia al patibolo.
"Se non lo faccio, non ci lasceranno in pace per tutta la sera," le disse a bassa voce. "Faccio una canzone e poi andiamo via. Te lo prometto."
Si alzò. Lo guarderò, incredula.
"Sei impazzito," borbottò, mentre lui si faceva largo tra i tavoli. "Domani mattina faccio vi licenziare a tutti forse non sono stata chiara. Mannaggia a me per essere venuta qui."
Diana le mise una mano sul braccio
"Stai tranquilla, Imma dai e che sarà mai"
"Diana intanto leva questa manaccia"disse togliendole bruscamente la mano che aveva poggiato sul suo braccio "E poi proprio tu devi tacere che ci hai messo molto per farmi venire qui con i tuoi ricatti"
"Imma non è mica colpa mia se tu pensi che qualunque essere femminile possa accalappiarsi il tuo maresciallo"
Mentre era sul punto di urlare contro la propria cancelliera, Imma vide Calogiuri salire sul palco, goffo e impacciato. Sembrava un cerbiatto spaventato sotto i fari di un'auto. Si avvicinò al microfono come se ne avesse quasi paura. Parlò a bassa voce con Capozza, probabilmente per scegliere la canzone. Poi Capozza scese dal palco, ridacchiando, e le luci si abbassarono leggermente.
Un silenzio carico di aspettativa calò nel pub. Imma si sentiva soffocare. Voleva sprofondare sotto il tavolo. Poi, le prime note di un pianoforte riempirono l'aria. Una melodia familiare, classica, struggente. La riconobbe subito.
Le note di "E tu" di Claudio Baglioni si diffonde nel locale come una carezza inattesa, stonando in modo quasi miracoloso con il caos del pub. Il brusio calò di colpo. Anche i più ubriachi tacquero, sorpresi da quella scelta improvvisa, così lontana dal rock che c'era stato prima di sottofondo.
Imma sgranò gli occhi.
"Non ci credo" sussurrò, più a se stessa che a Diana.
"Oh mamma.." fece la cancelliera, portandosi una mano al petto con un sorriso già commosso.
Calogiuri rimase fermo per un istante, le mani strette attorno al microfono. Deglutì. Cercò il suo sguardo tra la folla. Quando la trovò, non lo lasciò più.
E poi iniziò a cantare.
Non aveva una voce potente, né impostata, ma era pulita, calda, incredibilmente sincera. Ogni parola sembrava passargli prima dal cuore e solo dopo dalla bocca.
Accoccolati ad ascoltare il mare
Quanto tempo siamo stati
Senza fiatare
Seguire il tuo profilo con un dito
Mentre il vento accarezzava piano
Il tuo vestito
Imma sentì qualcosa dentro di se spezzarsi ricordandosi quegli sguardi e sorrisi di anni prima al lido delle sirene
E tu, fatta di sguardi tu
E di sorrisi ingenui, tu
Cantò mentre lei da prima lo guardava e poi sorrideva timidamente esattamente come la canzone scatenando a sua volta un sorriso in Calogiuri
"Ma guarda questo.." mormorò Imma tra i denti, con la voce che le tremava suo malgrado."Questo è completamente cretino"
Eppure non riuscivamo a staccargli gli occhi di dosso.
Calogiuri cantava per lei. Non c'era alcun dubbio. Ogni verso era un pezzo della loro storia non detta: l'attesa, la paura, il senso di colpa, il desiderio tenuto a bada per troppo tempo
Poi correre felici a perdifiato.
Fare a gara per vedere.
Chi resta indietro
Imma si portò istintivamente una mano al petto, come a contenere quel battito impazzito. Si sentiva esposto. Vista. Nuda davanti a tutti e, allo stesso tempo, protetto come non lo era mai stata.
E quanto aveva corso lei? Tanto.Troppo.Molti anni imponendosi di fuggire a quell'amore che le scoppiava dentro mentre Calogiuri stava sempre li a rincorrerla
E tu, in un sospiro tu
In ogni mi pensiero, tu
Ed io, restavo zitto io
Per non sciupare tutto, io
E baciarti le labbra
Con un filo d'erba
E scoprirti più bella
Coi capelli in su
E mi piaci di più
E mi piaci di più
Forse sei l'amore
Imma sentì gli occhi bruciarle.
"Non ti permettere.." sussurrò, con una rabbia disperata rivolta al palco. "Non ti permettere di farmi piangere dentro questa topaia"
E adesso non ci sei che tu
Soltanto tu e sempre tu
Che stai scoppiando dentro il cuore mio
Ed io che cosa mai farei
Se adesso non ci fossi tu
Ad inventare questo amore
Ma era troppo tardi.
Ed un bacio e un altro e un altro ancora
Da non poterti dire
Che tu, pallida e dolce tu
Eri già tutto quanto, tu
Ed io, non ci credevo io
E ti tenevo stretta io...
...Ho bisogno di te
Ho bisogno di te
Dammi un po' d'amore
Senza che potessero più controllarle, le lacrime cominciarono a scendere. Non erano lacrime di tristezza, né di rimpianto e manco di imbarazzo. Erano lacrime di pura, travolgente, quasi dolorosa felicità. Erano la resa definitiva di ogni sua difesa. Piangeva per l'amore con cui Caloguri la guardava, un amore che sentiva di non meritare, ma che era lì, reale, tangibile, e la stava inondando più di quanto faceva quotidianamente
Il silenzio che seguì fu totale. Un secondo sospeso. Poi partì un applauso spontaneo, sincero, lungo. Qualcuno fischiò per l'entusiasmo, qualcun altro gridò "Bravo!". Diana si stava asciugando gli occhi senza alcuna vergogna.
Imma rimase immobile.
Caloguri scese dal palco lentamente, come se avesse paura di rompere qualcosa tornando alla realtà. Le si avvicinò, fermandosi davanti a lei
"Imma scu-
Imma si alzò di scatto.
"Stai un po zitto e vieni qua"ringhiò a bassa voce, afferrandolo per la giacca.
Lo tirò a sé e lo baciò.
Fu un bacio prepotente inizialmente,esattamente come quel sentimento che fin da subito Calogiuri le fece sentire. Le sue labbra tremavano ancora, salate per le lacrime che continuavano a scendere senza che riuscisse a fermarle, sciogliendosi tra le loro bocche.
Imma per la prima volta in vita sua non si preoccupò di chi li stessi guardava. Non c'era più nessuno. C'era solo lui. E quel sapore di sale e di emozione che si mescolava al suo respiro.
Calogiuri rimase un attimo sorpreso, poi le portò le mani al viso con una delicatezza quasi reverente, come se avesse paura di farle male. I pollici le sfiorarono le guance, raccogliendo quelle lacrime ribelli una ad una, asciugandole piano, come se ogni gesto fosse una promessa silenziosa. Avrebbero continuato anche per tutta la serata se un urlare da parte di tutta la sala non li avesse interrotti, Imma si staccò da Calogiuri come se avesse preso la scossa, con gli occhi spalancati e il corto respiro,cercò di ricomporsi, lisciandosi la blusa maculata con gesti scattosi, nervosi, nel disperato tentativo di recuperare anche solo un grammo della sua autorità perduta.
"Evviva gli sposi" si sentì urlare al microfono da un Capozza con un bicchiere pieno di birra e un pò barcollante
"Ehhh Capozza" gli ringhiò contro "faccia un pò meno lo spiritoso,se lei apre di nuova bocca, giuro che domattina le faccio rimpiangere di essere nato e scenda da quel palco che si ricordi che appartiene all'arma,un pò di contegno" esclamò mentre tutti in sala ridevano e Capozza alzò le mani e si affrettò-per quanto possibile nel suo stato-a scendere dal palco
"Dott-"provò a dire Calogiuri con una luce negli occhi che non accennava a spegnersi. Sembrava un bambino la mattina di Natale. Imma gli puntò un indice contro, fulminandolo. O almeno, provandoci
"Tu non dire una parola. Manco mezza. E togliti quel sorrisetto dalla faccia o ti giuro che faccio chiamare i carabinieri e vi faccio arrestare tutti"
"Non ve lo ricordate dottoressa?" pronunciò inclinando la testa con un sorriso furbo sulle labbra "i carabinieri ci sono già"
Imma lo fissò per un secondo buono mentre la sua testa andava indietro nel tempo a quella sera in macchina in cui lei aveva minacciato di denunciarlo
"Calogiuri stai mettendo a dura prova il mio autocontrollo e non nel senso in cui intendi tu, ma molto molto negativo te lo sto dicendo eh" gli rispose mentre cercava di non far spuntare quel sorriso che voleva uscire con tutte le sue forze
"Bella serata, Tataranni, non trova?" disse Vitali alle loro spalle mentre Imma faceva un piccolo saltello di spavento
"Dottore ma che vuole fare?Mi vuole ammazzare!?"
"Si figuri dottoressa, era solo molto concentrata in ben altro" esclamò con un piccolo sorrisetto sotto i baffi mentre con il bicchiere ancora in mano indicava lei e Calogiuri
Imma lo fulminò.
"Dottore"
"Niente commenti" alzò subito le mani lui "Solo un consiglio non richiesto: ogni tanto, lasciarsi andare non è un reato." Poi si rivolse a Calogiuri, gli diede una pacca sulla spalla. "Maresciallo, ottima scelta musicale. Anche io ho conquistato mia moglie con una canzone di Baglioni, ora la riporti a casa alla dottoressa la vedo al quanto provata."
Vitali si allontanò, lasciando dietro di sé una scia di ironia e un'ulteriore approvazione silenziosa.
Imma afferrò la borsa.
"Andiamo" disse a Calogiuri, senza alzare la voce, ma con un tono che non ammetteva discussioni. Mentre si faceva rimettevano i cappotti, si fermò un istante accanto a Diana, ancora in lacrime. "Smettila di frignare, Diana. Non siamo a Uomini e Donne . E domani, se trovo un solo pettegolezzo su questa storia, ti faccio fare l'inventario dei fascicoli in archivio"
"Sì, Imma," rispose Diana, tirando su col naso. "Ma... Ippazio è stato così romantico..."
Imma roteò gli occhi al cielo
"È stato un incosciente. Tu vieni con noi?"
"No,Imma,ma che fai scherzi? Dopo questo momento vi lascio soli soletti in macchina mi faccio accompagnare dalla Moliterni"
"Eccerto,avete molto da inciuciare no!?" chiese ironica "Diana io domani ti licenzio hai capito?Ciao" borbottò per poi girarsi sui tacchi facendoli sbattere per terra come solo lei sapeva fare avviandosi verso l'uscita con Calogiuri che scuoteva la testa sorridendo
Fuori, l'aria fresca della sera li avrà come una benedizione. Il rumore del pub si chiuse alle loro spalle, lasciando spazio a un silenzio quasi irreale. Imma camminava a passo deciso verso la macchina, ma Caloguri notò che le sue spalle erano finalmente più rilassate.
Una volta in auto, partirono senza parlare per qualche minuto. Poi lui ruppe il silenzio, pianoforte.
"Imma, scusami so che forse ho esagerato…"
Lei sospirò, appoggiando la testa allo schienale.
"E' vero Calogiù,hai esagerato..
Lui deglutì.
"Ma.." aggiunse lei subito dopo, voltandosi a guardarlo "se lo rifai un'altra volta…"
Lui trattenne il fiato.
"…scegli almeno un posto meno rumoroso"
Caloguri scoppiò a ridere, una risata libera, incredula. Le prese la mano e se la portò alle labbra, baciandole le nocche.
"Ti amossa.. non sai quanto" disse semplicemente dottore.
Chiuderò gli occhi un istante. Poi strinse le dita alle sue.
"Anche io ti amo, maresciallo" mormorò. "Mo guida, che per stasera…sei stato già fin troppo pericoloso"
"Allora non ho smesso di esserlo?" chiese voltandosi verso di lei con un sorriso a 32 denti
"Cosa?" chiese lei confusa mentre aggrottava le sopracciglia
"Com'è che era? Calogiuri tu sei pericoloso" disse imitandola facendola scoppiare a ridere
"Si Calogiù decisamente non hai smesso di esserlo.." esordì per poi sporgersi verso di lui mollandogli un bacio sonoro sulla guancia
E mentre i paesaggi Materani scorrevano davanti gli occhi della PM, Imma capì che si sarebbe opposto a qualsiasi condanna ma all'amore di e per Calogiuri.. quello, alla fine, era l'unico capo d'imputazione alla quale non si sarebbe mai sottratta
