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Consequentia rerum

Summary:

Quando Nero si è girato a guardare, una parte di lui lo sapeva già che l’avrebbe trovato lì.
Non era cambiato affatto. Appariva ancora come nove anni fa, eternamente aggraziato eppure fuori posto, e conservava ancora quella sua espressione assente e assieme senza tempo, di qualcuno che conosca qualcosa che agli altri non è dato sapere, sotto la grande massa scomposta dei suoi capelli; e chissà di che colore erano gli occhi, ma forse erano azzurri.

Scritto in occasione del Secret Santa indetto dal forum Ferisce la Penna. Per Maico.

Notes:

Buon Natale, Maico!
I miei ricordi di Bianco e Nero risalgono a tanti anni fa, perciò ammetto di essere andata a rispolverarmeli un pochino per scrivere questa cosetta. Può darsi che vi siano imprecisioni o errori, anche se spero di no: in ogni caso, grazie di avermi dato l’opportunità di riprendere in mano un gioco che non ricordavo più come meritava.
Ho scelto il nome Nero per il personaggio giocabile perché… beh, credo si capisca leggendo.
Ti auguro che la mia storia non ti rimanga indigesta e, se possibile, di godertela in questi giorni di festa insieme alle persone che ami.

Work Text:

«Natural» ripete Nero lentamente, col tono di chi sia appena giunto alla soluzione di un mistero che lo abbia perseguitato per anni e da quella soluzione sia rimasto profondamente deluso. «Quindi N stava per Natural. Per tutto questo tempo.»

«Certo» risponde N, che ha invece il tono di qualcuno che sia convinto d’aver appena detto la cosa più ovvia del mondo e non comprenda lo stupore del proprio interlocutore. «Perché, che cosa ti aspettavi?»

«Non lo so. Qualcosa di…» Altisonante, gli viene da dire, ma non è nemmeno quella la parola giusta, perché a dire il vero non gli viene in mente nulla che suoni oggettivamente più altisonante di Natural Harmonia Gropius. Diverso, vorrebbe dire allora, ma che si aspettasse qualcosa di diverso è alquanto implicito nel discorso che stanno facendo e dunque non vale nemmeno la pena di parlarne. N lo guarda pazientemente in un’atmosfera carica di attesa un po’ stupita, e sotto la luminosità verdazzurra dei suoi occhi Nero si sente la lingua incespicare; allora, per non restare così senza dir nulla, dice senza riflettere: «Mi pare un po’ pretenzioso, ecco.»

Ha quasi paura di averlo offeso soltanto per un attimo. Poi N sbatte le palpebre più e più volte e sorride, di quel suo sorriso insopportabile e un po’ condiscendente, saccente, e risponde: «Se è per questo, tu hai il nome di un colore.»

Questa volta Nero rimane tanto stupito, interdetto dalle sue parole, che semplicemente rimane a bocca aperta senza dir nulla. Non se l’aspettava, e N, di fronte al suo silenzio, reclina appena il capo su una spalla e lo scruta per un po’.

«Che cosa c’è?»

 

È ricomparso dal niente come al disgelo da un inverno, dopo un tempo tanto lungo che ormai era lecito pensare che non sarebbe tornato mai più; che non fosse mai esistito, forse, o che più semplicemente fosse scomparso, svanito dal mondo come se al mondo non fosse mai stato.

Nero lo ha cercato, per un po’. Non sa per quanto tempo. È stato convinto molto, molto a lungo di non star affatto cercando N, di star semplicemente proseguendo i propri viaggi, esplorando altri luoghi, scoprendo nuovi Pokémon. Poi è successo che è arrivato alla fine dell’ennesima regione e alla qualificazione nell’ennesimo torneo senza aver ancora trovato traccia di N e senza neppure sapere di averlo cercato per tutto quel tempo e si è infuriato di non averlo trovato, ed è stata proprio la sua rabbia a fornirgli la sconcertante rivelazione. A quel punto, sdegnato e furente con se stesso per la consapevolezza d’aver sprecato gli ultimi anni della sua vita a cercare uno di cui neppure conosceva il nome, Nero ha rimesso insieme le sue cose, ha lasciato l’ennesima esotica regione ed è tornato a Unima.

Ha fatto la solita vita di tanti ex Campioni, per un po’. Ha passato un paio di mesi da sua madre, preso dalla nostalgia dell’infanzia trascorsa con lei, e in quel paio di mesi ha maturato la consapevolezza che c’è un motivo se tendenzialmente gli adulti non vivono più con i genitori. Amava ancora sua madre di tutto l’amore del mondo, ma non era più abituato a dover render conto a nessuno: forse gli anni lo avevano reso troppo duro e astioso, arido, o forse soltanto era cambiato troppo mentre lei era ancora identica a quando lui era partito; perciò ha messo insieme i risparmi delle sue vittorie e i premi dei vari tornei, ha usufruito di un incentivo abitativo rivolto ai giovani sotto i trent’anni e si è comprato un minuscolo monolocale nella periferia di Austropoli.

Ha rivisto i suoi amici. Erano proprio come li ricordava, o forse non esattamente, quanto piuttosto come dovevano essere: come Nero aveva sempre immaginato che sarebbero diventati in quegli anni in cui non si erano più rivisti, Belle sempre così frenetica e assieme sognante e Komor ancora così posato e assorto, imperscrutabile. È stato come se non si fossero mai separati. Erano ancora diversi e spesso inconciliabili, incomprensibili l’uno per l’altra eppure al contempo inseparabili, legati gli uni con gli altri come i tre fuochi di qualche ipotetica figura geometrica.

Ha scoperto che a Unima lo ricordano ancora: ha fatto un paio di comparsate in televisione, rilasciato qualche intervista. Gli hanno chiesto anche di fare da commentatore in studio per la prossima Lega, e non è che gli andasse tanto, ma doveva pur continuare a fare qualcosa che assomigliasse vagamente a un lavoro, quindi ha detto di sì. Gli hanno anche accennato qualcosa in merito di un futuro ruolo da Capopalestra, un paio di settimane fa, magari tra uno o due anni, non appena si libererà un posto. Nero si è mostrato interessato senza tuttavia riporvi troppe speranze. Non era proprio la vita che voleva, ma in fondo neppure lo aveva mai saputo che vita voleva, e forse questa poteva andar bene lo stesso, per un po’.

Un giorno lo hanno contattato da una casa editrice per chiedergli se fosse interessato a un libro sulla sua vita. Ci avrebbe lavorato un ghostwriter che, a sentir loro, era tra i più celebri al mondo, e su questo Nero non poteva che fidarsi sulla parola; avevano già pronta persino la bozza del progetto grafico per la copertina; poi durante una riunione col team editoriale è venuto fuori che quello che volevano era la storia del Team Plasma e di N vista dai suoi occhi. Nero è rimasto interdetto qualche minuto, in silenzio, nel mezzo della riunione; non sapeva che pensare; poi s’è detto che in fin dei conti non aveva ancora firmato niente, si è alzato in piedi dal nulla interrompendo il ghostwriter mentre parlava e nel silenzio calato all’improvviso li ha ringraziati e ha detto che il progetto non gli interessava.

Non è tornato a casa quel giorno. È andato a farsi un giro, senza saper dove: ha volato per un po’, senza meta, finché la temperatura non è calata troppo per restare in quota; poi ha camminato a lungo, con le mani in tasca e il cappuccio calato sugli occhi, e a un certo punto ha alzato lo sguardo e si è accorto che si era fatto buio e che l’immensa ruota di Sciroccopoli scintillava nella notte di fronte a lui come se i suoi lunghi bracci fossero cosparsi di lampi.

È rimasto a guardarla per un po’. Non s’era neppure reso conto di aver vagato tutto il pomeriggio in quella direzione, senza volere né riflettere; ma ora che vi si trovava si rendeva conto che in fondo non si era mai diretto altrove che lì.  Che per tutti quegli anni non aveva fatto altro, ininterrottamente, che girare intorno a quel posto come i raggi della ruota, senza riuscire ad allontanarsene più di quanto lo consentisse la loro lunghezza, e che, ora che la rotazione era terminata, era tornato al punto di partenza.

Era buio, era tardi. Le attrazioni stavano chiudendo, la folla defluiva intorno a lui come acqua che scorreva: nel parco che s’immalinconiva nella sera Nero provava la sensazione soffocante d’esser solo in mezzo alla ressa e di guardare nella direzione sbagliata, ed è stato allora che qualcuno alle sue spalle ha chiamato il suo nome.

Quando Nero si è girato a guardare, una parte di lui lo sapeva già che l’avrebbe trovato lì.

Non era cambiato affatto. Appariva ancora come nove anni fa, eternamente aggraziato eppure fuori posto, e conservava ancora quella sua espressione assente e assieme senza tempo, di qualcuno che conosca qualcosa che agli altri non è dato sapere, sotto la grande massa scomposta dei suoi capelli; e chissà di che colore erano gli occhi, ma forse erano azzurri.

«Sapevo che saresti tornato qui.»

Nero è rimasto in silenzio senza saper che dire: tutto attorno a loro il mondo continuava a girare e la folla scorreva loro intorno come la corrente di un fiume, e loro due soltanto rimanevano immobili mentre tutto si muoveva.

N era molto calmo. Ha accennato verso la ruota panoramica con appena l’ombra di un sorriso. «Sta per chiudere. Siamo appena in tempo per fare un giro, se vuoi.»

Nero non ha pensato. Lo ha soltanto seguito. Sono saliti al volo nella cabina che vacillava e ha iniziato a innalzarsi piano piano, oscillando, e mentre la città si allargava luminosa e vorace sotto di loro e N sedeva sorridendo davanti a lui, come se avesse sempre saputo che si sarebbero trovati lì e per tutti quegli anni non fosse stato in dubbio che sul quando, Nero ha finalmente aperto la bocca e ha posto la domanda che ha portato con sé per tutti questi anni.

«Qual è il tuo nome?»

 

«Che cosa c’è?»

«Non è il nome di un colore.» Il suo sdegno è tale che Nero sente le parole uscirgli più in un soffio che in un’emissione di voce. «È latino. È il nome di un imperatore. Nerone. Hai presente?»

Cogli occhi enormi infissi nei suoi, il capo ancora reclinato su una spalla, N lo guarda in silenzio tanto a lungo che a un certo punto Nero teme che non abbia capito: nella luce che penetra dall’esterno al roteare della giostra, Nero vede il suo volto solo a tratti, mutevole e ognora cangiante nella diversa angolazione della luce e dell’ombra che vi spiovono sopra: poi N scoppia a ridere d’improvviso. È inaspettato come uno scoppio, altrettanto imprevisto, e Nero ne è colto tanto alla sprovvista che non riesce ad articolare nessun pensiero coerente, tranne forse che questa è la prima volta che lo sente ridere. Che è un bel suono, anche.

Poi N smette di ridere, lentamente, e Nero finalmente gli dice la cosa che forse avrebbe dovuto dirgli fin dall’inizio. La ragione di tutto il risentimento per cui ha vagato per il mondo per anni e poi ha gettato al diavolo i viaggi e le sue avventure ed è tornato a Unima a fare finta che tutti quei viaggi e quelle avventure non avessero voluto dire niente.

«Quando te ne sei andato, non mi hai dato neppure il tempo di dirti addio.»

Qualsiasi cenno di ilarità nel volto di N si spegne. Torna calmo e serio, ora, e non più tanto saccente, e il verdazzurro dei suoi occhi lo scruta dal fondo scuro della cabina come da quello di un pozzo.

«Mi dispiace» dice solamente. La sua voce suona tremendamente sincera. «Hai ragione. Sarei dovuto restare.»

«Dove sei stato per tutto questo tempo?» Per un momento è stato sul punto di dire: ti ho cercato dappertutto, ma poi lo ha trattenuto all’ultimo un barbaglio di pudore. N stringe le labbra.

«Ho avuto delle cose da sistemare. Con mio padre, anche. È stato… complicato.»

«Per tutto questo tempo?»

«No. Non per tutto il tempo. Ma quando sono tornato ho scoperto che eri partito per il mondo e non ti ho più trovato. Avrei voluto venire a cercarti, ma nessuno sapeva dov’eri.»

Si sono incrociati, dunque, a cercarsi l’uno con l’altro negli intrecci del mondo, e se non si sono trovati è stato soltanto perché ciascuno stava cercando l’altro? Nero si sente ancora troppo disilluso, cauto, e forse troppo sospettoso per credervi così alla cieca, senza indagare ancora. Lo scruta senza sapere precisamente quale bugia si aspetti di leggergli in viso, ma N è calmo e sostiene il suo sguardo senza chinare gli occhi.

«Quando hai detto che sapevi che sarei tornato qui, intendevi proprio qui? Alla ruota panoramica?»

N si stringe nelle spalle come se la domanda fosse alquanto stupida. «Certo.»

In tutti questi anni, Nero era quasi riuscito a dimenticare quanto la sua condiscendenza gli desse ai nervi. Ora prova di nuovo il fortissimo desiderio di tirargli un pugno in faccia come tanti anni fa, quando N lo trattava con superiorità, quando se n’è andato e lo ha lasciato solo in mezzo al mondo senza neppure dirgli addio come se tutto quello che avevano vissuto insieme non avesse contato niente, ma si trattiene, perché… non lo sa neppure lui il perché. «Benissimo. Hai vinto tu. E tu invece che ci facevi qui

«Ci sono venuto una volta a settimana per gli ultimi anni.» Le parole di N, così rapide che già normalmente Nero faceva fatica a seguirle, hanno perduto quasi ogni soluzione di continuità, formano nell’aria come un’unica stringa indistinta che Nero stenta a districare nella propria mente dopo averla ascoltata. «Sapevo che, se ci fossimo rivisti, sarebbe stato qui. Per questo sono venuto. Sai che sono cresciuto con i Pokémon, e forse per questo non so come chiedertelo, ma volevo proporti di uscire con me.»

Il significato delle sue parole impiega un tempo assurdamente lungo a penetrare la membrana della sua mente. In quel tempo Nero prova da una parte l’ormai noto desiderio di mettergli le mani in faccia e dall’altra parte la tentazione di afferrarlo e di baciarlo e farlo stare zitto – poi la cabina sussulta e si ferma d’improvviso, lo sportello si apre e un giostraio fa loro cenno di scendere senza mezzi termini e Nero può rimandare con sollievo la decisione a più tardi.

«Ho voglia di zucchero filato» dice quando sono entrambi ben saldi a terra, sulla banchina, fingendo di non accorgersi che quella non è una risposta a N ma suona esattamente come se lo fosse, e forse solo un pochino lo è. «Ti va?»

Per un momento N apre la bocca per obiettare, e Nero sa che sta per fargli notare che deve ancora rispondere al suo invito; poi qualcosa nel suo sguardo muta d’improvviso, e per una volta N è tanto umano da comprendere e cambiare idea.

«Mi piacerebbe» dice solamente.

S’incamminano l’uno al fianco dell’altro senza saper che dire. Nero si sente sempre meno tentato dall’idea del pugno e progressivamente un po’ di più da quella del bacio che lo ha colpito d’improvviso, ma decide che in fin dei conti può prendersi ancora tutta la serata per decidere. Forse anche qualche giorno in più. Per sicurezza.