Chapter Text
La sera era calata presto. Ogni giorno era più veloce dell' altro e non aveva senso combattere al buio, così anche gli Achei erano costretti a tornare nelle loro tende sempre prima.
«Meglio così, meno morti» disse Odisseo con un sorriso amaro.
Achille si rifiutava ancora di tornare a combattere e ogni giorno di scontri erano solo nuove sconfitte per gli achei.
«Sempre che non moriamo di freddo!» ribatté Aiace, sistemandosi la sciarpa nell' apertura tra elmo ed armatura.
I venti del nord sferzavano la Troade come lame, si insinuavano ovunque, facevano cigolare le tende durante le lunghe notti e il mare gridava come una belva feroce.
Ma almeno al campo ci sarebbero stati dei fuochi. I soldati non vedevano l'ora di potersi togliere di dosso il metallo e ripararsi davanti ad un falò avvolti in una coperta calda.
«Poche storie mammolette!» li aveva apostrofati Agamennone «L’inverno c’è ovunque!»
Eppure anche lui sembrava avere una certa fretta di arrivare alla propria tenda, a giudicare dal suo passo svelto.
Eccolo lì il campo, subito dopo il grande masso cui stavano girando intorno.
Le stoffe bianche erano illuminate da dentro dalla luce rossa e calda delle fiamme. Proprio davanti alla tenda di Agamennone però c’era una grossa ombra scura.
«Cosa hai lì fratello?» gli chiese Menelao.
Subito anche gli altri avevano voltato i loro sguardi in quella direzione.
Era una botte enorme, forse il triplo di quelle normali.
Come era rotolata fino a fermarsi proprio davanti all’ingresso della tenda di Agamennone?
Per un lungo momento, nessuno parlò.
«Quella non è nostra, vero?» disse Menelao, avvicinandosi con cautela.
Odisseo afferrò una torcia e si chinò sul legno:
«Non ricordo fosse indicata sui registri…E non è segnata!»
Aiace lo raggiunse a grandi passi con un’espressione strana: «Forse dovremmo aprirla per vedere che cosa contiene…»
«Nessuno la tocca!» tuonò Agamennone «Potrebbe essere avvelenata! O piena di serpenti! Potrebbe essere una trappola dei Troiani per farci abbassare la guardia!»
«Però sarebbe ben sciocca come trappola, come potrebbero pensare che berremmo un liquido misterioso senza neanche controllare che sia avvelenato?» Già mentre Odisseo lo diceva però si sentì un po' strano, vista l’espressione concupiscente sul volto di Aiace.
«Ecco esatto!» disse però proprio quest’ultimo «Dobbiamo subito controllare se è veleno. Se poi non lo fosse…»
«E come?» Agamennone si strinse addosso il mantello, non era chiaro se per il freddo o per la preoccupazione. «Meglio allontanarla e basta».
«No, no aspetta!» Insistette Aiace, quindi guardò Odisseo, come a cercare il suo appoggio.
Quest' ultimo allora: «Studiare cos’è ci può aiutare a capire anche come è arrivata qui, e quindi cosa sta succedendo. Può essere importante».
«Esatto!» Aiace sembrava aver preso molto a cuore la questione «Ci serve capire».
Nel frattempo anche Diomede si era avvicinato:
«Secondo me dobbiamo chiamare Calcante, lui ci dirà cosa ne pensano gli dei».
Agamennone sbuffò a quella proposta.
«Mi sembra giusto» disse invece Menelao, poi aggiunse rivolto al re «Suvvia, fratello, devi ammettere anche tu che ci ha sempre visto bene. Dalla peste ci ha salvati lui».
Agamennone a quelle parole si rabbuiò ancora di più. Voltò le spalle, rigido come una statua, e rientrò nella sua tenda sbattendo il telo di ingresso. Il campo rimase in silenzio per qualche secondo, finché Menelao non tossicchiò piano, trattenendo a stento una risata nervosa:
«Anche papà era sempre teatrale»
Aiace scrollò le spalle: «Be’ comunque adesso possiamo aprirla, vero?»
Diomede gli aveva lanciato uno sguardo divertito: «Telamonio, tu la apriresti anche da solo vero?»
L’altro rispose con un sorriso inequivocabile.
Menelao gettò una rapida occhiata verso dove era sparito il fratello: «Dovremmo almeno portarla da un' altra parte e fare con calma i nostri esperimenti»
«Portatela alla mia tenda!» risolse subito Aiace.
Due soldati delle sue truppe iniziarono a farla rotolare in quella direzione con molta solerzia e una certa allegria.
«Almeno aspettatemi, d’accordo?» sospirò Odisseo, rassegnato «Vado a cambiarmi e vi raggiungo. La apriamo insieme e vediamo cosa contiene…»
Diomede annuì: «Vado a cercare Calcante e vi raggiungiamo anche noi»
«Sì, va bene, va bene, vi aspetto, tranquilli!»
Aiace salutò gli altri prima di affrettarsi a seguire i soldati che trascinavano la botte verso la sua tenda, come se avesse appena vinto un premio e non un ambiguo contenitore arrivato dal nulla.
Menelao lo seguì, pensoso, sfregandosi le mani sulle gambe, un po' per il freddo un po' per il nervosismo. Non gli piaceva l’idea di contravvenire ad un ordine diretto del fratello ma era evidente che Aiace volesse a tutti i costi aprire quella botte e almeno qualcuno avrebbe controllato!
Durante la strada altri tre soldati si unirono a loro, incuriositi dall’enorme botte. Arrivarono in sette alla tenda, scambiandosi qualche vago commento sulla battaglia, sul freddo, sulla cena. Poi, inevitabilmente, tornarono a fissare la botte.
Chi non aveva visto la sua apparizione volle sentire il racconto e via via la curiosità cresceva tra tutti. La osservarono da tutti i lati, la provarono a scuotere. Sicuramente non doveva contenere soldati o bestie feroci perché il rumore era il solito sciabordio di un liquido.
Finalmente anche Odisseo, Diomede e Calcante arrivarono.
Aiace li accolse con un ampio sorriso, allargando le braccia come a volerli stringere al petto tutti insieme.
«E quindi la apriamo?» disse subito dopo.
Menelao inspirò profondamente: «La apri tu»
«Ah! Certo» Aiace ammiccò «La responsabilità è solo mia».
«Prima il rito» intervenne Calcante, che fino a quel momento non aveva parlato. Era il più anziano di loro e si avvicinò con passo lento, poggiando il bastone sulla terra battuta. Gli altri si scostarono, lasciando spazio. Calcante si accostò alla botte, sfiorando il legno con le dita ossute. Il fuoco delle torce gettò ombre lunghe intorno a lui.
«O dei, dei grandi, dei benevoli, rivelatemi il segreto di questo dono misterioso» mormorò.
Si voltò dopo un momento ma non parlò con gli altri, che lo stavano fissando in un silenzio quasi reverenziale. Invece si avvicinò al fuoco più vicino.
Estrasse dal mantello delle polveri e delle erbe che solo lui sapeva esattamente cosa fossero e le gettò nel fuoco. Una piccola nube di scintille si sollevò, volteggiando nell’aria gelida.
Calcante chiuse gli occhi.
Poi cominciò a cantilenare parole antiche con voce rauca.
Il silenzio nella tenda si fece ancora più denso.
D’improvviso, il fuoco crepitò più alto, per un battito di ciglia sembrò quasi assumere sfumature verdi e blu.
Aiace sgranò gli occhi. «Lo hai visto?!»
«Sarà quello che ci ha messo» sussurrò Odisseo in risposta.
Menelao li guardò sgomento: «Silenzio!»
Ma l'indovino non si era fermato, non sembrava neanche averli sentiti. Continuò a salmodiare a mezza bocca per alcuni lunghi minuti.
Si interruppe solo alla fine del canto.
Gli altri si erano guardati l’un l’altro.
Poi Calcante finalmente parlò:.
«Non è una trappola di Ilio»
La sua voce roca era improvvisamente diventata stentorea.
Sollevò lo sguardo verso i guerrieri.
«Quella cosa non è arrivata con intento malevolo. È un presagio di cambiamento»
Aiace sorrise come un bambino il giorno di festa.
«Vino miracoloso allora!» esclamò.
Ma Calcante lo fulminò con uno sguardo.
«Quando gli dei portano cambiamento… il mondo trema. Ci saranno gioia e lacrime».
Menelao schioccò la lingua: «La vita è tutta gioia e lacrime».
«Hai capito da dove viene?» Chiese Diomede.
«Da lontano» fu la vaga risposta.
«Non da Ilio quindi!» lo incalzò Aiace
Calcante scosse la testa «Questo è certo»
«Fantastico!» Aiace prese un ferro «Allora è deciso!»
Diede un paio di colpi rapidi e precisi, più leggeri di quanto ci si aspettasse da lui, quanto bastò perché il legno del coperchio cedesse con un suono secco.
Il liquido dentro era scuro ma brillante alla luce delle torce, come le onde sotto la luna.
Un profumo li avvolse in un abbraccio: dolce di miele e spezie lasciati a maturare sotto il sole di un’estate ormai scomparsa.
Si espanse nell'aria riempiendola di ricordi di calore e casa, quasi offensivo verso il gelo della sera e la loro solitudine.
Aiace sembrava già pronto a tuffarci dentro il naso, ma Odisseo gli sbarrò il passo con un braccio teso.
«Aspetta un momento.»
«Che c’è ancora?» sbuffò Aiace, già spazientito. «Calcante ha detto che va bene. E lo vedi che non esplode, non fuma, non sibila, non…»
Odisseo alzò gli occhi al cielo. «Potrebbe essere un miracolo, o una trappola ben fatta. Mi fa piacere che i segni siano buoni, ma non basta. Dobbiamo testarlo in modo certo»
Aiace lo guardò con espressione implorante, la bocca arricciata come quella di un bambino: «Non possiamo assaggiarne poco e vedere?»
«Non noi» replicò Odisseo, poi si rivolse ad uno dei soldati che avevano aiutato a fare rotolare la botte fino a lì.
«Mentre portavate la botte hai notato qualcosa di strano? Ora senti qualche effetto?»
«Ho sete» l’uomo di Aiace ridacchiò della propria stessa battuta. Odisseo continuava a guardarlo serio, come in attesa, così si decide ad aggiungere con più serietà «Sto bene, signore, niente di strano»
«Perfetto. Porta qui una capra»
Il soldato spalancò gli occhi. «Una… capra?»
Aiace gettò le braccia al cielo. «Odisseo! Ma serve davvero?»
«Sì. Se uno dei nostri muore, sarebbe grave,» rispose il re di Itaca, imperturbabile. «Se muore una capra possiamo almeno arrostirla per gli dei».
Il soldato ci mise poco a tornare, trascinandosi dietro una capretta bianca e nera.
La bestiola sembrava nervosa, quasi che avesse capito già tutto. Odisseo provò a farle una carezza tra le piccole corna, per tranquillizzarla, ma lei piegò il capo come per fuggire la sua mano.
«Non guardarmi così» mormorò Odisseo. Sollevò lo sguardo verso gli altri, come in cerca di aiuto.
Diomede allora fece un passo avanti.
«Ci penso io» così dicendo si accovacciò vicino l’animale, parlandogli con un tono dolce e basso, quasi che potesse davvero capire: «Non ti succederà niente, sai. Gli dei hanno detto che è del buon vino, non veleno. È solo per sicurezza. Vedrai che sarai soltanto benedetta anche tu»
E forse la capra lo aveva capito, forse gli piacque semplicemente il suono della sua voce ma, quando lui le tenne davanti una coppa piena del misterioso vino, la capra si accostò e diede una bella lappata.
Sollevò il muso, guardando una volta ancora Diomede, quindi si chinò di nuovo sulla ciotola, lì tra le sue mani, e bevve.
E bevve.
E bevve ancora.
«Santo Zeus…» bisbigliò Menelao, ridendo ma a bassa voce, per non spaventare la bestiola «Aiace, questa è peggio di te!»
La capra sollevò finalmente la testa, con gli occhi lucidi e… felici? Fece due passi traballanti, poi si mise a saltellare in cerchio.
«È ubriaca,» concluse Odisseo, mentre l’animale inciampava su se stesso e cadeva di lato con aria beata.
«Ma viva,» aggiunse Diomede, strofinandosi il mento. «Questo è un buon segno.»
«Quindi adesso finalmente beviamo?» Aiace si illuminò.
«NO!»
La voce esplose dietro di loro.
Tutti si voltarono di scatto.
Agamennone stava sulla soglia della tenda, lo sguardo truce, il mantello scuro sollevato dalla corrente.
Menelao sussultò.
Il re dei re avanzò tra loro con passo rigido, lo sguardo fisso sulla botte come se contenesse un cadavere.
«Avete perso il senno?» ringhiò. «Assaggiare un liquido sconosciuto? Vi avevo detto di non toccarla!»
«Non l'abbiamo assaggiato!» Si affrettò a chiarire Menelao.
«Silenzio» Agamennone lo guardò male e il tono si fece ancora più duro: «Proprio tu, mio fratello, in combutta con questi scellerati?»
Menelao scosse la testa: «No! Io volevo solo controllare la situazione!»
«Ecco come controlli! Il mio esercito è già pronto a bere qualunque abominio e tu “controlli”!»
«Fratello, abbiamo fatto solo degli esami per capire di cosa si trattasse»
Aiace provò a intervenire: «Esatto. Calcante ha letto nei segni che non si tratta di una trappola dei troiani, e poi ne abbiamo fatto trovare un po’ ad una capra» indicò l’animale «E sta bene, vedi?!»
Agamennone non gli rispose, invece si rivolse verso il vecchio indovino:
«Calcante ti ho sempre rispettato» gli disse con un lampo negli occhi. «Ma non sei il capo. Le decisioni spettano a me»
«Io ho solo letto i segni»
«LI CONOSCO I TUOI SEGNI!» Agamennone aveva alzato la voce, ma non specificatamente verso di lui. Guardò uno ad uno gli astanti e poi ripeté: «I segni contrari, i segni favorevoli… ma c’è sempre un prezzo da pagare»
Tutti colsero il riferimento ad Ifigenia e nessuno osò più parlare.
Agamennone continuò, ogni parola come incisa nella pietra: «E finché io sono al comando non rischieremo per un po' di vino. Spero di essere stato chiaro».
Con un gesto rapido indicò due soldati della propria scorta. «Richiudete questa botte e portatela via. Nessuno la aprirà, nessuno l’assaggerà. Sarà sorvegliata notte e giorno, finché non deciderò io cosa farne.»
Aiace fece un passo avanti, ma Diomede gli afferrò il braccio, trattenendolo.
Il silenzio si fece pesante.
Solo la capretta, ancora un po’ ebbra, belò debolmente e poi cadde di nuovo su un fianco.
Agamennone non la degnò nemmeno di uno sguardo.
«Ho detto quello che dovevo dire.»
Si voltò e uscì dalla tenda con passo solenne, mentre i suoi uomini iniziarono a far rotolare la botte fuori.
—
Quella stessa sera, poche miglia più in là, Ettore stava tornando a casa dopo aver controllato le pattuglie notturne che presiedevano le mura.
Il vento, odoroso di mare e di sangue, si incuneava tra le strade. Si strinse nel lungo mantello, ma a ogni passo il freddo gli saliva dalle caviglie lungo le ossa.
Ovunque c’era silenzio. Per strada non c’era nessuno e neanche da dentro le case arrivava suono di chiacchiere o di bambini. Tutti sembravano essersi sprangati dentro, in attesa.
Doveva essere perché avevano dovuto diminuire le razioni da distribuire. Di nuovo.
Era stato necessario, era da un po' che non riuscivano a fare entrare nuove provviste dentro le mura della città, da quando i greci avevano distrutto anche il collegamento con Lirnesso.
«Almeno oggi non abbiamo perso nessuno,» mormorò a sé stesso «Dobbiamo solo trovare un’ altra via».
Voltò un angolo, arrivando alla reggia.
Davanti all’ingresso la vide: una botte gigantesca, lucida di brina sotto la luce tremolante della luna.
