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Italiano
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2025-12-28
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5,978
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Disinnescare

Summary:

"Senti, Valentina, non so più come renderti questa transizione più facile… verso chissà cosa. Sei grande. Io sono una madre ingombrante, con un lavoro ingombrante. Però credo di aver fatto meglio in questi ultimi anni. Ci ho provato davvero"

Work Text:

“E quindi?”
“E quindi signorina cosa vuole che le dica? È tutto da buttare”
“Da buttare?”
“Eh sì, bisogna cambiare tutto”
“E quanto ci vuole”
“A montarla un paio di ore”
“E la monti oggi allora”
“Seee… e poi mi scusi, ma lei ne ha una nuova?”
“No”
“E allora la deve comprare”
“Ma chi, io?”
“E che io, signorì? Io le caldaie le monto, mica le compro”

Valentina rimase immobile, di fronte al suo primo vero problema da adulta. La caldaia aveva deciso di rompersi proprio mentre era sotto la doccia, un grande classico, lasciandola infreddolita e tremante. Era appena tornata a Bari dopo le feste di Natale ed era in casa da sola, mentre le coinquiline erano ancora con le loro famiglie. Lei, invece, si era accontentata di tre giorni soltanto: uno con il padre, uno con la madre e l’ultimo con entrambi insieme. Come diceva una canzone, era stato un violento decrescendo.
La sera del 24 il padre si era presentato con la nuova fidanzata, che la nonna aveva subito definito “la donna giusta per Pietro… finalmente”. Si chiamava Cornelia, era di Foggia, poco più giovane del padre e faceva la fotografa.
Il problema, però, era il suo carattere: troppo sicura di sé, troppo saccente. E infatti, appena conosciuta, Cornelia non aveva perso occasione per dispensarle consigli non richiesti.
“Ma che ci fai con l’università, poi giurisprudenza, devi trovarti un lavoro pratico come il mio”
“Il fisico ce l’hai, però un po’ di palestra”
“Questo taglio di capelli però fuori moda eh, se un giorno vieni a Foggia ti porto dal mio hair stylist di fiducia”
“A Foggia avete gli hair stylist e non i parrucchieri?”
“Lasciala perdere” si inserì la nonna “questa tiene il brutto carattere della madre”


La madre, però, il 25 a pranzo, aveva evitato di portarsi dietro Calogiuri e Valentina l’aveva apprezzato, anche se non riusciva ancora a mandare giù il fatto che quei due stessero insieme ormai da un anno. Si erano presi e mai più lasciati. Con il tempo, Imma aveva imparato a proteggere entrambi, tenendoli a distanza in modo equilibrato. Non li faceva frequentare davvero: ogni tanto si incrociavano, ma non si parlavano mai più di tanto. Calogiuri non le faceva pressioni e a Valentina andava bene così.

Il 26, invece, fu un disastro. Pietro aveva insistito per un pranzo tutti insieme: lui, Imma, Valentina e Cornelia. Un pranzo al massacro. La nuova fiamma del padre non aveva perso tempo: passò al setaccio la vita di Imma, distrusse quella di Calogiuri e riuscì persino a mettere in discussione l’educazione che aveva dato alla figlia.
“Eh, ma questa ragazza è troppo timida” aveva commentato con aria saputa.
Troppo timida, troppo schietta, poco garbata, poco flessibile.
“Che vuoi, ha preso dalla madre” aveva replicato Imma, stanca, facendo eco a tutti quelli che da anni paragonavano la figlia a lei e mai, naturalmente, in senso positivo.

Un tempo Imma avrebbe risposto con ben altra schiettezza. Ora, invece, aveva imparato a lasciar correre. Una sera, tempo prima, Calogiuri le aveva fatto vedere quel film… quello di cui non ricordava mai il titolo, con quell’attore romano che le stava simpatico perché interpretava il vicequestore impulsivo e insofferente almeno quanto lei.
Ogni tanto le tornava in mente e andava da Calogiuri chiedendo: “Come si chiamava quell’att...”
Lui non la lasciava nemmeno finire: “Giallini”
“E il film?”
“Perfetti sconosciuti”

Durante quel pranzo infinito, che pure era durato solo due ore, Imma continuava a sentire nella testa la voce calda e pacata di Calogiuri: “Devi disinnescare, amore mio. Non sprecare energie con chi non le merita”
Così, a fine giornata, Valentina era ripartita per Bari, Pietro era tornato a Foggia e Imma era rimasta a casa, ad aspettare Calogiuri, che sarebbe rientrato da Grottaminarda il 27.


Il telefono di Imma squillò mentre faceva la spesa.
"Dimmi, Valentina"
"Mi serve una caldaia nuova"
"Perché?"
"Perché questa si è rotta"
"Ma mica spetta a te comprarla… È il proprietario di casa che deve pensarci, sei in affitto"
"Ha detto che prima del sette neanche si degna di venire"

Imma roteò gli occhi.
"E io di certo non fabbrico caldaie durante le chiusure natalizie"
"Vabbè, quindi?"
"E quindi che, Valentì?"

Valentina sentiva in sottofondo i rumori del supermercato.
Dottoré, che faccio, lascio?
E lasci.
"Mamma, ci sei?"
"Sì, ci sono, Valentì"
"E quindi che faccio?"

Quello che Imma non sapeva era che Valentina era disperata. Aveva già chiamato la nonna, ma non poteva ospitarla: era partita per una crociera con il circolo di burraco, con grande sorpresa di tutti. Filomena aveva solo commentato che Cornelia l’aveva fatta ringiovanire.
Il padre era a Foggia, inutile anche solo pensarci.
Restavano due opzioni: un hotel o la madre. E a casa della madre c’era un grosso problema, almeno per Valentina.
"Valentì, non ho capito, che ti serve?"
"Di venire a casa, fino al sette"
"E vieni, chi t’ha mai chiuso la porta?"
"Però… lo sai che c’è un problema"

Una voce in sottofondo interruppe la conversazione:
Sono quarantacinque euro e quarantotto centesimi.
Pago con la carta.

Imma era stufa del comportamento di Valentina. In oltre un anno di frequentazione con Calogiuri, la figlia non era mai riuscita a dirgli una parola gentile. Eppure, lui non era certo una presenza invadente come Cornelia.
Calogiuri ormai viveva a Bari per lavoro, mentre Imma era rimasta a Matera. Si vedevano ogni weekend e, quando riuscivano, anche qualche volta in settimana. Questa volta, però, lui era riuscito a prendersi dieci giorni di ferie, sostenendo che dopo un’estate di lavoro ininterrotto se l’era ampiamente meritato.

"Senti, Valentì, fammi fare un paio di chiamate e ti richiamo" le aveva detto Imma, sospirando.
Chiamò prima Pietro, che trovò subito una scusa per non avere la figlia fra i piedi per tutti quei giorni. Restava solo casa sua.
Le venne però un dubbio: e se Calogiuri non avesse voglia di passare le vacanze con Valentina in casa? Ma era sua figlia, che altro poteva fare?
E invece, come sempre, quel santo di Calogiuri aveva risposto con naturalezza:
"Che problema c’è? Sto partendo da Grottaminarda ora. Dille che alle sedici sono sotto casa sua"

Semplice, rapido, indolore.
Valentina aveva battuto i piedi, aveva piagnucolato, poi aveva accettato.
Alle 15:59 ricevette un messaggio da un numero che non aveva in rubrica: sono qui.

Valentina si tappò il naso e iniziò a scendere le scale, trascinando il trolley che sbatteva rumorosamente su ogni singolo gradino, dal quarto piano fino al pian terreno. Voleva che tutti i condomini sapessero quanto poco fosse d’accordo nel farsi quell’ora di macchina con Calogiuri. Nel frattempo, il maresciallo era divorato dall’ansia. Non aveva mai trascorso così tanto tempo da solo con Valentina e non sapeva come comportarsi.
Le do del tu? Del lei? Del voi?
Parliamo del tempo, della madre, delle feste? O restiamo zitti, tanto è solo un’ora… un’oretta si sopravvive.

Quando il portone si aprì, Calogiuri si precipitò verso di lei con l’ombrello per darle una mano. Pioveva, faceva freddo e Valentina si trascinava dietro una valigia che sarebbe bastata per un mese in Kenya.
"Dammi…" poi si corresse. "Datemi…" si corresse di nuovo, balbettando: "Mi dia…"

Valentina lo fissava con un sopracciglio alzato. Calogiuri si schiarì la voce, prese fiato e decise che non poteva continuare a fare quella figura da ebete.
"Dammi, ci penso io. Tu prendi l’ombrello e sali in macchina"
Lei rimase lì, impalata, a guardarlo mentre si prendeva addosso tutta la pioggia del mondo per caricarle la valigia nel portabagagli. Poi, con una lentezza esasperante, si avviò verso l’auto.
Calogiuri buttò l’ombrello sui sedili posteriori e si mise alla guida, sgrullandosi un po’ i capelli bagnati.
"Andiamo?"
"E che vogliamo fare, capodanno qui?"

Sarebbe stata un’ora lunghissima.
Valentina si era messa le cuffie, decisa a non sprecare neanche una parola, quando sentì la macchina rallentare e vide Calogiuri sporgersi per guardare oltre la fila di auto. Ci pensò su un istante, poi frugò nel cruscotto e tirò fuori il distintivo.
​
Con la musica sparata nelle orecchie, Valentina lo seguiva solo con lo sguardo mentre lo vedeva fermarsi una decina di macchine più avanti e parlare con qualcuno. Ora i clacson delle auto in coda si sentivano distintamente, anche attraverso le cuffie.
Quando tornò in macchina, la spense.
"Scusa, che fai?"
Calogiuri rimise il distintivo nel cruscotto, si passò una mano tra i capelli ancora bagnati e fece scorrere il sedile tutto all’indietro, cercando una posizione più comoda.
​“Mi metto comodo che qui è lunga”
“Scusa in che senso?”
“Si sono presi e fino a quando non arrivano i colleghi da qui non ci si muove. Ci vorrà un’oretta”
“UN’ORA” urlò Valentina. Questo portava il viaggio da un'ora a due.
Calogiuri aprì un occhio distrattamente solo per constatare il livello di panico nella voce di Valentina.

Non poteva essere vero. Erano bloccati nel traffico, loro due, da soli in macchina, costretti a condividere quell’ora di strada. Valentina fissava il parabrezza, mentre accanto a lei Calogiuri sembrava imperturbabile, anche se il cervello gli correva così forte che, a guardarlo bene, si sarebbe quasi potuto giurare di vedere del fumo uscire dalle orecchie.
​E, soprattutto, aveva una pessima sensazione.
"Vuoi andare a prendere qualcosa al bar?"
"Ma che dici?"
"E che ne so, magari hai fame. Tua madre ha sempre fame!" disse lui sorridendo.
"Guarda che non mi devi trattare come una ragazzina. Non ho dodici anni"

Lui alzò le mani in segno di resa, poi si limitò a incrociare le braccia e ad allungarsi di nuovo sul sedile, cercando di restare calmo mentre la tensione nell’abitacolo cominciava a salire.

Valentina, invece, continuava a dimenarsi sul sedile, alla disperata ricerca di una posizione comoda.
"È scomoda questa macchina"
"Questa passa in convento"
"E allora cambio convento"
"In bocca al lupo a trovarne uno che riesca a uscire da Bari, in questo momento"
​
Valentina era esasperata da quella calma impassibile, senza sapere che era solo una facciata. Calogiuri sentiva la situazione a un passo dall’esplodere e si sforzava in ogni modo di disinnescare, proprio come diceva Giallini in Perfetti sconosciuti. Stavolta, però, Valentina esplose davvero.
​
"Io non ci posso credere che sono bloccata qui con te. Ma che cosa ho fatto di male, esattamente?"

Lui la guardò, ancora sdraiato sul sedile.

"Non bastava che mia madre si mettesse con uno più piccolo, no. Adesso devo pure farmi il viaggio in macchina con te e passare dieci giorni chiusa in casa mentre voi fate la coppietta felice. Io non lo so che cosa abbia in mente mia madre, ma se pensa che questa cosa ci farà andare d’accordo, ha proprio capito male."
Calogiuri sospirò, consapevole che da quel momento in poi sarebbe stata una slavina pronta a travolgerlo. Si sporse indietro, afferrò lo zaino buttato sul sedile posteriore e ci frugò dentro. Tirò fuori un pacco di crackers, uno di quelli grandi che teneva per le emergenze.
"Ne vuoi uno?" chiese, più per educazione che per altro, mentre già pensava di mettersi a mangiare per avere almeno qualcosa da fare mentre quell’ondata di parole lo investiva. Tanto, non poteva fermarla.
"Ma chi ha fame? E poi senti, te lo posso dire? Basta con questo atteggiamento preoccupato nei miei confronti. Ma che non lo so che ti sto sulle palle? Che mi odi perché ti ho rovinato la luna di miele con mia madre?"
​
Silenzio.

Valentina continuava, senza più freni.
"Ma poi io voglio capire una cosa: mia madre che cosa ha in testa, esattamente? Ti ha visto? Vi siete visti? Ma cosa pensi di poter ricevere da lei? Sei giovane, sei bello, lei sta invecchiando. Che film vi siete fatti, voi due, che questa storia possa durare?"
Si voltò verso di lui, lo scrutò dall’alto in basso, velenosa.
"E tu, invece? Tu che cosa pensi? Che con il tuo fare sempre perfetto riuscirai a prendere il posto di mio padre? Dividete la casa che voleva lei, le compri i vestiti che piacciono a lei, ti infili nella sua vita come se fossi la soluzione a tutti i suoi problemi. Fai di tutto per essere irreprensibile, il fidanzato modello, il santo martire che la sopporta"
Fece una risata amara.
"Ma chi ti credi di essere, l’upgrade di mio padre? La versione corretta dell'amore? Perché è così che ti comporti"

Calogiuri si mordicchiava l’angolo interno della bocca. Ogni parola di Valentina arrivava dritta dove faceva più male, sfondando in pochi secondi tutti gli argini che lui aveva messo alle paure che lui e Imma condividevano. Smontava una a una le sue certezze.
​Sentì le spalle irrigidirsi, le dita stringersi attorno al volante fino a fargli quasi male alle nocche. Aveva la sensazione che nell’abitacolo l’aria si fosse fatta improvvisamente rarefatta. Allungò la mano verso il cellulare, lo afferrò con un gesto stizzito e compose il numero dei colleghi di pattuglia. Voleva sollecitare il loro intervento, spingerli a muoversi, ad aprire quel maledetto ingorgo: qualsiasi cosa pur di non restare un minuto di più intrappolato lì, in quella macchina con lei e con tutto quello che stava dicendo.

Valentina non si fermava, affondava il coltello con sadica precisione.
"Ah, certo, adesso tu chiami e risolvi tutto. Arrivi con la tua aria da salvatore della patria, a rimettere in ordine il mondo. Mezza Bari ferma nel traffico e tu che scendi dall’auto come se avessi il mantello da Superman dietro le spalle. Solo che di problemi, da quando sei spuntato con quei tuoi occhioni da pubblicità e il fisico da poster in palestra, ne hai risolti zero! Anzi, li hai moltiplicati"
Fece una pausa solo per riprendere fiato, ma il suo sguardo era da iena.
"Ti dovresti ricordare Metaponto, no? Quella storia ridicola del dito. Sei arrivato tu e il loro matrimonio è andato in frantumi. E la mia vita pure, visto che adesso devo fare la fila per poter vedere mia madre"

Mentre Valentina continuava a straparlare, Calogiuri sentì di aver raggiunto il limite. Quelle parole avevano colpito e affondato una delle sue due paure più grandi: che fosse stato proprio lui la causa della fine del matrimonio di Imma. Le mani gli tremavano sul volante, il respiro si faceva corto.

"E poi guarda, te lo dico prima che ti fai illusioni: mia madre sta con te solo perché non sa stare da sola"

Con quelle parole Valentina affondò nella seconda paura, quella che lo divorava di più.
Tutto quel dolore si trasformò in rabbia che gli montò dal petto fino alla gola. Avrebbe voluto urlarle contro, farle capire che lei non sapeva niente della madre, del loro amore vero, di quanto si completassero l’un l’altro. Ma non poteva: non era da lui. 
Sbatté la portiera uscendo dall’auto con tale violenza che Valentina sussultò sul sedile, gli occhi spalancati. Per la prima volta da quando era esplosa, capì di aver esagerato. Il silenzio che seguì fu assordante, rotto solo dal rumore della pioggia sul tetto della macchina.

Ho esagerato? pensò Valentina, il cuore a mille.
Guardava Calogiuri sedersi sul cofano della macchina, la pioggia che gli colava sul viso. Giurò di averlo visto asciugarsi una lacrima con il dorso della mano. Non poteva essere vero. In quel momento, un’onda di senso di colpa la travolse, inaspettatamente.
Era riuscita a far piangere una persona. Lui, che non c’entrava niente con i suoi casini familiari. E lei lo sapeva bene. Che fosse una lacrima sola non faceva differenza: era una persona orribile.

Il traffico ricominciò a scorrere e Calogiuri, con movimenti scattosi e tesi, risalì in macchina, sbattendo la portiera un po’ meno forte di prima ma con la rabbia che gli ribolliva dentro. Valentina lo guardava, mortificata, sentendosi stupida e piccola. 
"Se hai finito, ripartiamo" le disse girandosi verso di lei con uno sguardo che le fece quasi paura.
Lei annuì in silenzio, rimpicciolendosi sul sedile.
Sei piccola, viziata e stupida, pensò.

"Posso accendere la radio?" provò a dire, con voce flebile, nel disperato tentativo di smorzare la tensione. Che pretendeva ora? Di diventare amici? Di far finta che tutte quelle parole velenose non fossero mai state pronunciate?

Calogiuri capiva la rabbia di Valentina, ma non poteva fare a meno di pensare che non se lo meritava affatto.
"Come desideri"
"Che ascolti di solito?"

Nessuna risposta.

Valentina pensò di aver combinato il guaio più grosso della sua vita. Mancava ancora mezz’ora a Matera e lei voleva disperatamente rimediare, senza avere la più pallida idea di come fare.
"Hai visto? Ha smesso di piovere"
Silenzio assoluto.

Valentina si schiarì la voce, lo fissava: vedeva la mascella serrata, gli occhi scuri, la concentrazione per tenere a bada una calma che non aveva più.
Con un mezzo sorriso incerto, provò di nuovo a stemperare.
"Senti…"
Ma lui la interruppe bruscamente.
"Credo che tu abbia già detto tutto ciò che desideravi. Ti lascio a casa, porto su quella valigia che peserà quaranta chili, Dio solo sa cosa ci hai ficcato dentro per farmi venire dieci ernie e poi torno a Bari"

Valentina si girò di scatto. "Come, a Bari?"
"A casa mia, a Bari"
Ora si mangiava le pellicine del pollice con gesti compulsivi, il cuore in gola.
"…P…perché?"
"Perché non sono una presenza gradita. Ed è importante che tu ti goda questo tempo con tua madre"

Si sentiva tremendamente in imbarazzo. Era stata una ragazzina viziata che aveva scaricato su di lui una rabbia accumulata da chissà dove, una rabbia che non sapeva nemmeno di avere fino a quel momento.
Si sentiva spalle al muro. "Ah, quindi scappi"

Calogiuri tirò il freno a mano. Erano arrivati.
"No, non scappo. Però sei riuscita in due ore a dire una quantità di cattiverie che mi hanno fatto molto male. E io non me lo merito, né se lo merita tua madre. Non voglio passare i prossimi dieci giorni a fare da punching ball per situazioni che evidentemente non hai superato. So farmi da parte"

Calogiuri scese dall’auto, mentre Imma si affacciava dal balcone per controllare se erano loro. La nuova casa era a pochi metri da quella vecchia, ma per lei rappresentava un vero nuovo inizio.

Notò subito che lui non alzò lo sguardo per mandarle il suo solito bacio. Ogni volta che arrivava, Imma usciva sul balcone, lo salutava con la mano e lui le rispondeva con un bacio volante, un rituale che la faceva sorridere. Stavolta, però, non alzò nemmeno gli occhi.

Lo vide caricarsi la valigia su per i gradini e lo raggiunse sulla soglia. Si sporse per baciarlo sulle labbra, ma lui si girò piano dall’altra parte, offrendole la guancia. Poi, con dolcezza infinita, le posò un bacio leggero sulla fronte.

"Che succede, Calogiù?"
"Niente, tranquilla, dottoressa" le disse con voce scossa ma piena della tenerezza che usava sempre per proteggerla.
"Credo che la cosa migliore sia che torni a Bari"
"A Bari? Ma che è successo? Devi lavorare?"
"No. Però… è meglio così"

Era mortificato, triste come non mai, ma non voleva caricarla di preoccupazioni. La strinse un attimo tra le braccia, accarezzandole piano la schiena, mentre Imma rimaneva rigida contro di lui, confusa e incapace di decifrare quel dolore. Odiava non capire, odiava il silenzio. Sentiva ancora le sue labbra posarsi leggere sulla fronte, un gesto troppo triste rispetto ai dieci giorni che pensava di passare insieme a lui.

Valentina uscì dalla macchina con un volto indecifrabile, a metà tra il senso di colpa che le stringeva lo stomaco e una rabbia che ancora mal gestiva: era più arrabbiata con lui, che non era riuscito a gestire la sua sfuriata, o con se stessa, perché a vent'anni si comportava ancora come una bambina di dodici?

Imma capì che era successo qualcosa con la figlia e scese i gradini con passo da generale, determinata e veloce.
"Imma, aspetta, non…" provò a fermarla Calogiuri.
"No, guarda eh, mi incazzo anche con te!"
Calogiuri li scese a due a due per raggiungerla, stupito di come una donna così minuta potesse muoversi con quella rapidità.
"Che cosa è successo, me lo spieghi?" chiese Imma a Valentina, piantandosi davanti a lei con le mani sui fianchi.
Calogiuri si frappose tra le due, protettivo, anche se non se lo meritava.
"Colpa mia, Imma. Le ho detto una cosa che l’ha fatta arrabbiare. Sono stato sciocco io"

Valentina era ancora più arrabbiata, con le lacrime in gola, perché quel cavaliere servente ora la difendeva... proprio lui, dopo che l’aveva massacrato senza pietà.
"Vedi, ha confessato" disse con voce arrogante, mentre saliva le scale a passo veloce e si rifugiava in camera sua. Per farlo, passò per quel corridoio che odiava dove c'era una galleria di foto che le faceva venire in mente solo ricordi lontani. Valentina da piccola con le trecce, Imma e lei al mare con la sabbia nei capelli, il primo giorno di elementari con quel dente da latte appena caduto e il sorriso storto, lei che impastava i pandorini con nonna Brunella un Natale prima. Poi, due o tre foto di Imma e Calogiuri, appese vicino alla camera matrimoniale, abbastanza lontane da lei, come se bastasse nasconderle.

Tutto, in quell’anno, era stato calcolato per non urtarla. Le foto spostate via dalla sua vista, i fiori che lui le portava finiti sulla scrivania in camera da letto, i suoi vestiti mai stesi insieme a quelli di Imma quando lei era lì. Eppure a Valentina non bastava mai. Si chiuse in camera, la porta sbattuta e saltò la cena, lo stomaco chiuso e le emozioni ingestibili.

A tavola, Imma provò a rompere il mutismo selettivo che aveva avvolto Calogiuri.
"Mi dici che ti ha detto?"
"No, davvero, non è niente"
"Calogiuri, sei invecchiato di dieci anni in sessanta chilometri"
"È solo stanchezza. Lavo i piatti e andiamo a letto?" chiese lui, la voce bassa, quasi implorante.

Calogiuri era sfinito, le certezze sgretolate, le sicurezze evaporate, la testa che da ore girava a ruota libera su pensieri che lo spossavano. 
Trovò Imma già distesa sul letto, con un pigiama a maniche lunghe invece della solita camicia da notte di seta. Un’altra accortezza per Valentina: quando c’era lei a Matera, niente lingerie in giro per casa.
E a lui andava bene così.
A lei, invece, non bastava mai.

Calogiuri si sedette sul bordo del letto, gli occhi bassi su di lei, con quell’aria da cucciolo sperduto.
"Mi abbracci?"

Imma sorrise piano, non poté trattenersi. "Che fai, me lo chiedi come se fosse un favore enorme da farti?"

Lui annuì, serio, le spalle curve. Lei allargò le braccia e lui si lasciò andare contro di lei, stringendola forte, il corpo pesante. Affondò il viso nel suo collo, respirando il suo profumo.

"Qualsiasi cosa ti abbia detto, non è vera, lo sai"
"E se invece lo fosse? Se avesse ragione su tutto?"
"Come faccio a dirtelo se non me lo dici? Dai, Calogiù, dimmi almeno una parola"

Lui scosse la testa contro la sua spalla. Non voleva che Imma si arrabbiasse con Valentina, che litigassero per lui. Durante quel pomeriggio di urla in macchina aveva capito tutto: i traumi della figlia, i non detti, la rabbia repressa di quell’anno. Valentina lo aveva usato come bersaglio facile e lui non ce l’aveva più con lei. Ma quelle parole gli avevano lasciato dentro un mucchio di dubbi, paure che non riusciva a scrollarsi di dosso.

"Non me lo vuoi proprio dire, eh?" insistette Imma, dolcemente, passandogli una mano sulla schiena. Le unghie lasciavano una scia sulla pelle di Calogiuri che dopo tutto questo tempo ancora rispondeva con piccoli brividi.
"Almeno un indizio. È stata cattiva? Ti ha offeso?"
"Lascia stare, dottoressa. Non voglio che ti preoccupi per niente"
"Troppo tardi"

Di nuovo, scosse la testa.

"Mi dai almeno un bacio? Da quando sei arrivato non me ne hai dato neanche uno. Nemmeno il tuo solito bacio volante dal balcone"

Un’altra premura per Valentina, un’altra attenzione per non ferirla. Lui si sollevò piano, le sfiorò le labbra con un bacio leggero, tenero. Lei lo trattenne un secondo di più, ma lui si ritrasse piano. A Imma non bastò per recuperare quei giorni di astinenza, ma non insistette.

"Resta qui con me, almeno. Non te ne vai a Bari così, da solo"
"Non voglio creare casini. Lei ha bisogno di tempo con te"
"E io ho bisogno di te qui. Dimmi cos’è successo, per favore. Non mi fai dormire se non lo so"

Lui sospirò, ma non cedette. Si riposizionò avvinghiato a lei, la testa sul suo petto, le braccia strette intorno alla vita. Imma gli passò le dita tra i capelli, accarezzandolo piano, mentre lui chiudeva gli occhi e lasciava che il battito del suo cuore lo cullasse. Dalla camera accanto, Valentina sentiva tutto attraverso la parete sottile: le voci basse, le carezze, quel silenzio protettivo nei suoi confronti. Si tirò il piumone sulla testa per scacciare il senso di colpa che le stringeva lo stomaco.


All’una di notte, Valentina aprì piano la porta della sua camera con lo stomaco vuoto che brontolava. Andò in cucina in punta di piedi, decisa a trovare qualcosa da mangiare. Sul piano dei fornelli c’era un piatto coperto con della pellicola con gli avanzi della cena, preparati per lei nel caso avesse avuto fame.
Cenò in silenzio, seduta al tavolo, da sola. Ripensava alle cattiverie dette quel pomeriggio in macchina, una dietro l’altra e pensava che non sarebbe potuta scendere più in basso. Peggio ancora quando capì che gran parte di quella rabbia l’avrebbe voluta riversare sul padre: nell’ultimo anno l’aveva messa da parte per Cornelia, sostituendola senza rimorsi.
Imma, invece, con una facilità che non si aspettava, aveva trovato posto per Calogiuri senza cedere un millimetro al suo. Anzi, Valentina si sentiva ancora di più al centro della vita della madre. Ma proprio questo le faceva rabbia: se Imma aveva trovato quell’equilibrio perfetto, era merito suo, di Calogiuri.

Mentre tornava a letto, Valentina si fermò nel corridoio buio, gli occhi che cercavano quelle foto che non aveva mai guardato davvero.

Imma e Calogiuri nella loro prima vacanza insieme, lei con i capelli mossi dal vento, lui che la teneva per la vita.
Imma e Calogiuri a Bari, seduti su una panchina davanti al lungomare.
Imma e Calogiuri a Matera, mano nella mano tra i sassi.

Fine. Sempre abbracciati, sempre sorridenti, sempre con le dita intrecciate. Non erano foto scabrose, niente di volgare. Cosa si aspettava di trovare, esattamente?

Poi aprì piano la porta scorrevole, non facendo rumore.
La scena le fece una tenerezza infinita: Calogiuri aveva il viso ancora sul petto di Imma, il braccio destro avvolto intorno alla sua vita, come se temesse di perderla nel sonno. Imma teneva una mano sulla sua nuca, le dita tra i capelli e l’altra sul suo braccio, un tocco leggero e protettivo.

Imma l’aveva sentita la porta scorrevole che si apriva piano e il respiro leggero della figlia che sbirciava nel buio. La mattina dopo avrebbe risolto quel problema una volta per tutte.

Così era deciso e così fu. Alle sette si alzò quanto più silenziosamente possibile (un miracolo, per una come lei) e si vestì in fretta, senza far rumore.

Poi piombò nella camera di Valentina senza grazia, spalancò le finestre e lasciò entrare l’aria gelida del mattino.
Infine, la scosse per il braccio, decisa.
"Sveglia"
“Ma! Ma che è!”
“Fai silenzio e vestiti. Ti do massimo dieci minuti, ti aspetto in salone”
“Ma che cos…” Valentina provò a ribellarsi.
“E fai piano che svegli il resto della casa”

Valentina sbuffava mentre scendeva le scale velocemente cercando di stare dietro alla madre.
“Il resto di casa, tre siamo mà”
“Eh e per colpa tua abbiamo rischiato anche di essere in due”
“Ti sarebbe dispiaciuto così tanto?”
“Dipende dalle motivazioni”
“Ma dove stiamo andando?”
“A prendere la colazione”
“Ma perché non la fate la spesa?”
“Mmm che palle Valentina! Veloce!”

“Dottoressa buongiorno, che sorpresa! E come mai oggi c’è lei?”
“Tonio che le dico, avevo bisogno un po’ d’aria”
“Ma il maresciallo tutto bene? Di solito viene lui”
“Tutto bene, ieri è stata una giornata un po’ complessa, aveva bisogno di dormire” disse calcando la mano sulla frase guardando Valentina.

"Tutto sto casino per quattro bomboloni, ma?"
Imma scosse la testa, sedendosi su una panchina di fronte ai sassi e trascinando per un braccio Valentina, che si lasciò cadere accanto a lei con pesantezza, le gambe accavallate e le braccia incrociate.
"Non è solo per quattro bomboloni. È una tradizione. Ogni domenica lui si alza prima di me, va a prenderli caldi e li mangiamo a letto insieme"
"Vi ho rovinato pure la tradizione" disse Valentina, ironica, ma con un filo di amarezza nella voce.

"Valentì, si può sapere che c’hai?"
"Ma che c’ho? Niente, mamma"
"A me sta bene se vuoi essere incazzata col mondo intero, ma se devi mortificare chi non c’entra niente, no, quello non lo accetto. Prenditela con me, piuttosto"
Valentina rise: "Siete patetici, voi due, con questo continuo difendervi a vicenda"
"Qual è il vero problema? Che non difendevo tuo padre?"
"Forse"
"Me lo dici, cosa gli hai detto?"
"Veramente non te l’ha raccontato?"
"No. Non sono riuscita a estorcergli neanche una parola"

Valentina era sorpresa, davvero sorpresa: Calogiuri aveva perso l’unica occasione per vendicarsi.
Sospirò piano, poi gliele disse una dietro l’altra, senza filtri: "Che stai con lui solo perché è giovane e non sai stare da sola. Che il suo arrivo ha fatto finire il matrimonio con papà. Più un altro paio di cattiverie, ma insomma, poco conto"

Poco conto. Per lei era poco conto.

Imma sentì montare la rabbia, sorda, di quelle rare che non la facevano esplodere come al solito. Strinse la busta del bar in mano, lo sguardo perso nel vuoto, mentre cercava le parole giuste per rimettere a posto la figlia una volta per tutte. Valentina era già pronta alle urla che però non arrivarono. Aspettava, il cuore in gola, ma Imma restava in silenzio, la mascella serrata.

"Roba da poco" le fece eco Imma, alzando le sopracciglia sbigottita "Sei riuscita a mettere in fila, una dopo l’altra, le peggiori frasi che potessi dire. Hai sparato dritto sulle sue paure più grandi. Complimenti. Questo lato devi averlo preso da tuo padre: lui è il re di questo gioco."

"Mamma…" provò a interromperla Valentina.
"Lui era il re delle accuse. Tu non hai mai amato. Tu non hai amici. Tu che ne vuoi capire? Ti ha cresciuto bene. L’averti resa una donna capace di distruggere l’autostima di qualcuno in dieci parole è un bel regalo che gli fai. Soprattutto perché è Calogiuri. L’hai già chiamato per raccontarglielo? Si è già congratulato?"

Valentina abbassò lo sguardo, si sentiva male, il viso rosso. Imma pensò che poteva bastare così: non voleva fare lo stesso errore con lei.
"Mi spieghi qual è il problema?"
"Il problema è che sei felice"
"E tuo padre non è felice?"
"Sì"
"Ma lui se lo merita più di me, perché è stato tutta la vita con me"

Valentina abbassò di nuovo lo sguardo, le mani strette in grembo. Imma continuò a fissare il vuoto davanti a sé, la busta del bar ancora stretta tra le dita.

"Senti, Valentina, non so più come renderti questa transizione più facile… verso chissà cosa. Sei grande. Io sono una madre ingombrante, con un lavoro ingombrante. Però credo di aver fatto meglio in questi ultimi anni. Ci ho provato davvero"
Non poteva darle torto. Valentina vedeva le attenzioni in più, la voglia di esserci che non c’era prima e quella serenità nuova negli occhi della madre.
"Non me lo ricordo neanche l’ultima volta che hai abbracciato papà come abbracciavi lui stanotte"
"Lo so" Imma annuì piano. "Credo che sia stato un grosso errore nostro farti vivere in un matrimonio che non funzionava più da anni"
"Avresti voluto divorziare prima?"
"Probabilmente avremmo fatto meno danni a tutti"

Valentina era mortificata. Non si era mai vergognata così tanto nella sua vita.
“Sono stata cattiva”
“Sei stata molto cattiva”
“C’è rimasto male?”
“Ha vissuto momenti migliori”
“Gliel’hai detto che può rimanere?”
“Certo che gliel’ho detto, ma lui se ne vuole comunque andare prima di pranzo”
“Glielo dico io che può rimanere”

Imma sospirò percependo per la prima volta che quella battaglia era finita.
Ricevette un messaggio:

Dove siete? Tutto bene?


“Ecco. Torniamo a casa va che il maresciallo s’è svegliato” disse Imma porgendole il telefono. Valentina non potè fare a meno di notare il plurale. Lo aveva distrutto, ma lui comunque pensava a lei.

Valentina prese sotto braccio la madre che rispose dandole un bacio in testa.
“Comunque quelle foto nel corridoio sono belle”
“Ti piacciono?”
“Mh-mh, perché ridi”


Trovarono la casa ancora silenziosa. Calogiuri era rimasto sotto le coperte e non sapeva se poteva uscire dalla stanza senza farsi sbranare.
“Valentì tu apparecchia per favore, io vado a svegliare la principessa” le disse facendole l'occhiolino.

Aprì piano la porta della camera, sapendo che non dormiva. Si tolse i vestiti in fretta e si infilò il pigiama morbido per stare comoda, poi scivolò nel letto accanto a lui. Calogiuri la accolse subito nel suo abbraccio, tirandola sopra di sé mentre lei gli si stendeva addosso, il corpo caldo contro il suo.
"Ci svegliamo, maresciallo?"
"Dove eravate andate?"
"A prendere la colazione"
"Ma come! Quello è il mio compito!"
"E che fa se per una volta ci vado io?"
"Senti come sei fredda" le disse lui, sfregandole piano le braccia.
"E su, un po’ di freddo non ha mai fatto male a nessuno"

Lui la strinse più forte, le mani che scivolavano lente sulla sua schiena sotto il pigiama.
"Ho parlato col mastino. Tutto risolto"
"Quindi se esco non mi sbrana?"
"No."
"E posso restare?"

Imma fece la sostenuta, guardandolo con sorriso ironico. "Certo, però se non vuoi passare le ferie con questa vecchia decrepita e la sua insopportabile figlia ti capisco"

Calogiuri si aprì in un sorriso contagioso, gli occhi finalmente felici. La prese di sorpresa, ribaltando le posizioni con un movimento ormai collaudato: ora era sopra di lei, reggendosi sulle braccia tese, il corpo che premeva piano contro il suo. Le diede piccoli baci sul viso, uno dopo l’altro, prima sulla fronte, sulle guance, sull’angolo della bocca, sul naso per poi scendere piano verso il collo, dove la pelle era calda e sensibile.

Imma si lasciò sfuggire una risata di gioia, fragorosa, le mani che gli afferravano i fianchi per tirarlo più vicino. Valentina la sentì dal salone e sorrise piano, sentendo l’aria finalmente leggera, quella leggerezza che era stata lei a inquinare e che ora desiderava pure lei.

Ormai erano le nove. Valentina aprì le persiane, lasciando entrare la luce del mattino e l’aria fredda.

Non li sentiva più ridere: Calogiuri stava recuperando tutti i baci della sera prima, le labbra che sfioravano piano quelle di Imma, le mani che le accarezzavano la schiena sotto le coperte.


Mentre Imma era sotto la doccia, Valentina ne approfittò per lavare i piatti.
"Ma che fai! Ci pensavo io!" disse Calogiuri, entrando in cucina.
"Prendilo come un gesto di pace"

Lui rise, appoggiandosi al lavello. "Lo sai che tua madre ha la lavastoviglie, vero?"
"Sì, ma a mano vengono meglio"
"Sei proprio figlia sua" disse roteando gli occhi.

Lei alzò lo sguardo, divertita. "E questo è un bene o un male?"
"Per me un bene. Non mi sono mai lamentato"
Valentina annuì, asciugandosi le mani con lo strofinaccio. "Già. Neanche ieri. Perché non mi hai dato contro?"
"Che senso avrebbe avuto?"
"Vendicarti"
"A me di vendicarmi non mi frega niente"
"E di che ti frega, allora?"
"Di stare sereno, Valentì. Facciamo un lavoro dove ne vediamo di tutti i colori. Io voglio solo tranquillità"

Valentina posò lo strofinaccio. Calogiuri le porse la mano, un gesto semplice di tregua. Lei la strinse con forza, vigorosamente e per un attimo si guardarono negli occhi.

Imma li sentiva parlottare dalla camera da letto, le voci finalmente serene e pensò che finalmente aveva chiuso anche quel caso. Non sarebbe stato sempre facile, ma da quel momento potevano camminare fianco a fianco, tutte e tre.