Chapter Text
Valentina stava finendo di fare colazione, godendosi gli ultimi sorsi del latte e caffè ormai tiepido.
Era tardissimo, le dieci e mezza, ma nei weekend si concedeva il lusso di dormire fino a tardi. La tesi le stava prosciugando ogni briciola di energia e quelle ore extra di sonno le sembravano il minimo sindacale per sopravvivere.
Glielo diceva anche la psicologa: mi raccomando Valentina, non sottovalutare il riposo.
E riposiamoci…
Intanto Imma e Calogiuri si preparavano per uscire. Ogni sabato era la stessa routine: spesa settimanale e poi una passeggiata per staccare un po’. Da qualche tempo, però, Calogiuri aveva trasformato la faccenda in una specie di format televisivo scritto e diretto da lui: andavano sempre in un supermercato diverso, ognuno recensito con maniacale serietà. Poi risaliva in macchina, si voltava verso Imma e, imitando il tono di un famoso conduttore televisivo, annunciava:
“Compratori... il mio voto può ribaltare il risultato”
E poi aggiornavano la classifica generale dei migliori supermercati della Basilicata.
Imma, puntuale, scoppiava a ridere, si copriva gli occhi con una mano e scuoteva la testa chiedendosi come avesse fatto a trovarsi lì con un cretino che si esaltava nel fare la spesa. A Calogiuri di fare la spesa non interessava minimamente, né tantomeno di trovare il miglior supermercato di Matera. La prima volta che si era inventato quella stupidaggine gli era uscita così, a caso. Ma Imma gli aveva regalato una risata talmente sincera che aveva iniziato a farlo di proposito.
Avrebbe fatto il clown tutta la vita pur di vederla ridere.
“Dai, Imma, che si fa tardi!”
“Arrivo, rifaccio il letto!”
“Ma chi se ne frega, daaaaai!” urlò Calogiuri dalla porta, impaziente come un bambino.
“Ma deve venire Diana!” ribatté lei urlando altrettanto forte di rimando.
“E mica deve entrare in camera, mà, dai sbrigati” si inserì Valentina, intingendo un altro biscotto nel latte.
Imma cedette con un sospiro, alzando gli occhi al cielo. Poi, guardandosi intorno, sospirò di nuovo questa volta più forte: “Madonna, pare che è scoppiata una bomba dentro ‘sta casa”
La casa era effettivamente un campo di battaglia perché negli ultimi dieci giorni era diventata solo un dormitorio. Avevano avuto per le mani un caso complicatissimo che si era poi sommato allo studio “matto e disperatissimo” di Valentina. Ogni superficie in casa era un disastro: c’erano fogli sparsi sul tavolo, faldoni ammassati sulle sedie, penne ovunque. Imma si era portata a casa le pratiche più urgenti anche se non le piaceva per niente e cercava di non farlo, ma quel caso l’aveva ossessionata soprattutto perché c’era la stampa di mezzo. Valentina, invece, alternava la scrittura della tesi a momenti di sconforto.
I piatti nel lavandino erano ormai parte integrante dell’arredamento. Li laviamo domani aveva detto con aria convincente, quando Imma si era lasciata finalmente cadere sul divano, esausta, a indagine risolta. Lei aveva alzato un sopracciglio, ma si era arresa, accoccolandosi accanto a lui e a Valentina che aveva già trovato posto sulle sue gambe. Nel silenzio della sera, Imma le accarezzava piano i capelli, Valentina chiudeva gli occhi e Calogiuri, con un gesto lento, sfiorava la guancia di Imma, poggiando la testa sulla sua spalla. Il film non arrivò nemmeno a metà.
Mentre Imma e Calogiuri stavano per uscire, Valentina si ricordò improvvisamente: “Maaaaaammaaaaaa!”
Calogiuri, già con la mano sulla maniglia, rispose. “È già scesa! Che ti serve?”
“I biscotti! Quelli che piacciono a noi!”
“Ma li ho comprati mercoledì!”
“Sono finiti scuuusaaaa!”
Calogiuri sorrise rassegnato.
Si chiedeva come fosse possibile che mangiasse così tanti biscotti e restasse comunque così magra.
Valentina rimase da sola giusto il tempo di lavarsi i denti e il viso, assonnata ma stranamente di buon umore.
Poco dopo, ecco Diana.
“Non puoi capire che ti devo raccontare!” entrò entusiasta Diana posando la borsa per terra.
“E mo’ mi dici” rispose Valentina ridendo. “Vuoi un caffè?”
“Magari, cara!” fece Diana, guardandosi intorno con aria perplessa. “Ma… che è successo qua dentro?”
“Che è successo?”
“Il devasto!”
“Vabbè dai, è solo un po’ di casino” disse, spostando alla meglio la pila di libri sulla sedia. "Appoggiati qui”
Diana rise, scuotendo la testa. “Un po’ di casino, dice. Tesoro lei…”
Valentina le lanciò un’occhiataccia.
Diana fece spallucce, mentre tirava fuori smalti, lime, dischetti e una piccola lampada UV. Durante il lockdown, un po’ per noia e un po’ per spirito di sopravvivenza, aveva imparato a farsi la manicure da sola. Ormai stendeva lo smalto meglio di molte professioniste… parola di Valentina, che approfittava della sua bravura per evitare di andare da Valeria, l’ex amica che tre mesi prima le aveva portato via il fidanzato.
“Allora, signorina laureanda” disse Diana “oggi che colore si fa?”
“Nere come la vita, Diana”
Diana scoppiò a ridere. “Drammatica come tua madre. Senti, ma quella storia di Valeria l’hai chiusa, sì?”
“Chiusa, sì. Mi rimane solo un leggero trauma da fidanzati infedeli, ma mamma dice di farci l’abitudine”
“Giustamente. Ma guarda il lato positivo, ora hai fatto pulizia! Nuove energie!”
Valentina lo sapeva bene che Diana non era lì solo per le unghie o il caffè: faceva parte di quella piccola “squadra speciale” che negli ultimi mesi si era stretta intorno a lei per aiutarla a ritrovare un po’ di leggerezza. A chiamata diretta, avevano risposto e questo la commuoveva fino a farle venire un nodo in gola.
Allo stesso tempo, però, si sentiva in colpa: le pesava l’idea di avere bisogno di aiuto e in particolare dell'aiuto della sua famiglia, quando aveva sempre voluto dimostrare di sapersela cavare da sola, di essere adulta, indipendente, autosufficiente.
Guardatemi, sono Valentina e ce la faccio da sola.
E invece non ce l’aveva fatta: Imma, Calogiuri, Diana… tutti intorno a lei, pronti a sostenerla e perfino felici di farlo.
Tutti, tranne suo padre. Lui si era tirato indietro, lontano, come se non sapesse più bene che posto avere nella sua vita. E a Valentina dispiaceva rendersi conto che, nonostante tutto, ora si sentiva comunque completa.
“Ma insomma, hai capito o no?” rincarò la dose Diana.
“Dià, però è colpa tua, posso dirti?”
“E io che ho fatto, scusa?”
“Te l’abbiamo detto in ottocento: quello stramaledetto sito d’incontri ti fa uscire solo con casi umani”
Diana si mise a ridere, senza smettere di passare la lima “Eh, ma uno come Calogiuri dove lo trovo io?”
Valentina alzò gli occhi al cielo. “Aaaah, che palle, sempre sto Calogiuri”
“Ma senti a me” ribatté Diana “Ha fatto bingo tua madre”
“Ma ti rendi conto che me lo dite tutti? Siete un disco rotto”
“No, tesoro. È solo che tua madre c’ha preso per una volta. Ce ne ha messo di tempo eh, però insomma, ce l'ha fatta”
Valentina ormai non ci rimaneva più male quando pensava a suo padre e all'inevitabile confronto con la relazione che aveva davanti agli occhi. Col tempo aveva imparato a guardare i fatti con più lucidità. L’intesa tra sua madre e Calogiuri era sotto gli occhi di tutti: si capivano al volo, si cercavano con naturalezza e ridevano anche nei momenti più stressanti. Con suo padre, invece, quella sintonia non c’era più da anni, forse non c’era mai stata davvero. Aveva smesso di starci male e con Calogiuri aveva costruito un legame vero: scherzavano, parlavano, si punzecchiavano. Non lo sostituiva, non era quello, ma le era cresciuta dentro la consapevolezza che a volte la famiglia non è solo quella da cui si viene, ma anche quella che si sceglie giorno per giorno, tra una battuta e una preoccupazione condivisa.
Mentre Valentina era ancora immersa nei suoi pensieri, il citofono suonò per qualche secondo di troppo, quasi impaziente.
“Ci penso io!” disse Diana, alzandosi di scatto. “No, Valentì, non t’alzà che hai lo smalto fresco, mi raccomando”
Attraversò il corridoio, aggiustandosi i capelli, e sbirciò dallo spioncino. Davanti alla porta c’era una signorotta con i capelli grigi, vestita con cura, con una grande borsa a spalla e un sorriso dolce.
Diana aprì appena la porta.
“Salve…” iniziò la donna con tono cordiale, ma non fece in tempo a finire.
“No, guardi, signora, la ringrazio, non ci serve niente” tagliò corto Diana e richiuse la porta scocciata.
Tornò da Valentina scuotendo la testa. “Madonna, ma neanche il sabato fanno riposo ‘sti venditori?”
Intanto, dietro la porta, la signora restava interdetta, ancora con la bocca semiaperta, come se non capisse bene cosa fosse appena successo.
Pensò di aver sbagliato palazzo. Ricontrollò il numero civico una, due, cinque volte. Poi tornò al citofono.
Tataranni, De Ruggeri, Calogiuri.
Aguzzò la vista.
De Ruggeri? E chi sarebbe?, borbottò tra sé, aggrottando la fronte.
Si sistemò meglio il cappotto, tirò su la borsa che le stava scivolando e suonò di nuovo.
Dentro, il suono del campanello fece sbuffare Valentina.
“Ancora!” sbottò, alzandosi, seguita da Diana.
Aprì la porta di scatto. “Le abbiamo già detto che non ci serve niente, signora” disse con tono spazientito, pronta a richiudere.
Ma la donna, prima che potesse farlo, chiese incerta: “Mi scusi, ma... voi chi siete?”
Valentina la fissò, sorpresa: “Come, chi siamo? Ma scusi, lei suona a casa mia e poi chiede chi siamo noi?”
Diana incrociò le braccia, diffidente.
La signora le guardava a turno, poi tornava con lo sguardo al citofono, come se cercasse conferme. Con voce esitante, chiese: “Ma... questa non è la casa di mio figlio Ippazio?”
Qualcuno avrebbe potuto giurare che la mandibola di Valentina e di Diana avessero toccato terra nello stesso momento.
Valentina rimase immobile, gli occhi spalancati. Tutto quello che riusciva a pensare era che si trovava davanti alla madre di Calogiuri in pigiama, uno con le pecorelle per giunta, e con i capelli raccolti in una coda disordinata che sembrava essersi appena svegliata.
Diana fu la prima a rimettersi in moto.
“Signora Calogiuri! Prego, entri… non sapevamo che sarebbe venuta!” disse con un sorriso forzato, girandosi poi verso Valentina, ancora pietrificata. “Non lo sapevamo, vero, Valentì?”
Valentina non rispose.
“Valentina!” Diana le diede una piccola spinta sul braccio. “Entra, no, Valentina?”
“Eh?” fece lei, ancora confusa.
“Dico, se ti sposti un attimo, così la facciamo entrare la signora! Mica possiamo lasciarla di fuori!”
Valentina fece un passo di lato mentre la signora Calogiuri, un po’ impacciata, entrava nel soggiorno disordinato cercando di fingere di non notare il caos.
Non aveva mai avuto a che fare con nessuna figura “istituzionale” al di fuori di sua nonna e il rapporto tra sua madre e lei non le aveva insegnato nulla di utile.
Quelle due si erano detestate per una vita intera.
Morale: Valentina non aveva la minima idea di come si dovesse gestire una suocera.
Anche perché, tecnicamente, non era nemmeno la sua di suocera… ma si sentiva in dovere di difendere l’onore della madre.
La signora Calogiuri, intanto, si guardava intorno, visibilmente a disagio. Diana le corse incontro, le prese il cappotto con un sorriso cortese e lo poggiò sul divano, nel tentativo di mascherare la scena di guerra che le circondava.
Lei e Valentina, nello stesso identico momento, pensarono la stessa cosa: guarda che casino, che figura di…
“Ma… quindi voi siete?”
Valentina si riscosse. “Io sono Valentina… la figlia di Imma” disse, porgendole la mano.
La signora gliela strinse, un po’ esitante, continuando intanto a guardarsi intorno.
“E mio figlio dov’è?”
“A fare la spesa"
“E vostra madre?”
Valentina pensò che quel voi dovesse essere un timbro di famiglia.
“Eh… con lui”
Nel frattempo Valentina continuava a stringerle la mano, scuotendola nervosamente mentre parlava, incapace di capire se dovesse fermarsi o continuare. Diana la guardava con un’espressione divertita.
“E… quando tornano?”
“Dopo pranzo, credo”
La signora si schiarì la voce, guardandosi attorno: “Ma… è sempre così… ehm… disordinato, qui?”
Valentina sbiancò.
Non voleva essere scortese, la signora Calogiuri. Non era una donna rigida o antiquata, semplicemente abituata a un certo ordine. Certo, sapeva che la compagna di suo figlio era una professionista affermata, una donna impegnata e suo figlio pure… ma insomma, vivere con le carte sul tavolo e i piatti nel lavello non le sembrava proprio il massimo. E poi, si disse tra sé, anche lui, quel figlio mio… non poteva almeno portare giù la spazzatura ogni tanto? Mica lo aveva cresciuto per essere uno scostumato a questa maniera!
Mo', mo' che torna mi sente! Si becca una bella lavata di testa.
Valentina doveva assolutamente fare buona impressione.
E adesso come la intrattengo, questa? Perché mia madre mi mette sempre in mezzo a certe situazioni, eh? Maledetta lei. Mi sente, vedi come mi sente. Questo siparietto mi vale almeno due mesi di piatti lavati, minimo. E un viaggio a Parigi questa estate. E Calogiuri lo spedisco a lavarmi la macchina. Mi sentono tutti e due, li appendo al posto dei panni in balcone.
Quando Imma aveva deciso di lasciare la casa in cui aveva vissuto con l’ex marito, lo aveva fatto per trasferirsi nella vecchia abitazione di Brunella, che li aveva lasciati da poco. Aveva fatto ristrutturare tutto e aveva detto a Valentina di occuparsi dei dettagli; lei aveva preso quella richiesta come un incredibile passo in avanti nel loro rapporto.
Io non ho tempo di pensare a queste cose, Valentì. Tanto lo sai che cosa mi piace.
Aveva scelto ogni mobile con cura, ma la sua perla di orgoglio era stata la cucina e il tavolo di legno enorme, quasi tre metri di lunghezza. Quando lo avevano consegnato, Imma era rimasta di sasso.
“No, Valentì, non se ne parla, ma lo vedi quant’è grosso?”
“Fidati, mà, che non te ne penti” aveva risposto sorridendo.
E infatti, non se n’era mai pentita. Quel tavolo era diventato il centro della loro vita. Lì mangiavano, studiavano, firmavano documenti, bevevano caffè e, nei giorni più intensi, litigavano. Negli ultimi dieci giorni, tra carte, faldoni e appunti di tesi, non si erano quasi mai spostati da lì.
Valentina non aveva la minima idea di come uscirne. I suoi occhi andarono subito a cercare quelli di Diana, che nel frattempo le faceva cenno di sorridere e dire qualcosa.
Dì qualcosa, qualsiasi, ma parla.
Ebbe un lampo di genio, anzi, in realtà, una pessima idea.
Ma era pur sempre un’idea.
“È stata una settimana complessa” iniziò, cercando di sembrare calma. “Però, come vede, c’è Diana, che è la nostra collaboratrice. Era proprio venuta per sistemare”
Diana sgranò gli occhi, con l’istinto immediato di strozzarla. E no, eh. Anche le pulizie adesso?
Mentre la signora si voltava verso di lei per stringerle la mano, Valentina mimò un piccolo gesto di preghiera e le lanciò uno sguardo supplicante, con gli occhi grandi da cucciolo in difficoltà.
Diana fece un respiro profondo.
Imma, questo favore me lo paghi per il resto dei tuoi giorni, pensò.
“Sì… mh mh, infatti” annuì alla fine, abbozzando un sorriso tirato.
La signora Calogiuri sembrò convintaa, almeno in parte.
Ormai rassegnata al suo nuovo ruolo, si era ritrovata a lavare i piatti, a passare l’aspirapolvere e persino a tirare su in fretta il letto lasciato in disordine.
Intanto Valentina camminava sotto braccio alla madre di Calogiuri, facendole da guida in quella che, in qualsiasi altro giorno, avrebbe chiamato senza pensarci “casa sua”, ma che in quel momento le sembrava più una trappola infernale. Le mostrava la cucina, le fotografie sulle mensole, la libreria ancora piena dei vecchi libri universitari di Imma e tutti quei piccoli dettagli che mostravano una casa vissuta.
Si fermarono davanti a una fotografia incorniciata, appoggiata sul mobile del soggiorno. Nello scatto in bianco e nero, una donna sorridente e giovane.
“E questa chi è?” chiese la madre di Calogiuri, avvicinandosi un po’ di più alla cornice.
“Questa era mia nonna. Qui ci viveva lei, prima. La casa era sua. Mamma ha sistemato tutto dopo… però alcune cose le abbiamo lasciate come le piacevano a lei. Adesso ci viviamo noi tre”
La signora Calogiuri continuava a ripetersi a mente… noi tre.
Alla fine Valentina si era sciolta ed era diventata una perfetta padrona di casa. Diana, invece, sudata e con i capelli leggermente appiccicati alla fronte, aveva appena finito di rimettere in ordine l’appartamento.
“Diana, ti fermi a pranzo, no?”
“Ma veramente…” iniziò lei, guardandola esausta.
“Diana, dico, ti fermi a pranzo, giusto?” ripeté Valentina, stavolta con gli occhi infuocati.
Mica poteva lasciarla lì da sola!
“Mi fermo” sospirò Diana. “Mi pare chiaro che mi fermo"
Quando la madre di Calogiuri si chiuse in bagno, Diana le fu subito addosso.
“Hai chiamato tua madre, disgraziata?” la sgridò a bassa voce.
“Non rispondono! Né lei né lui! Ho chiamato dieci volte!” sbottò Valentina.
"Disgraziati pure loro!"
“E sinceramente manco lo voglio sapere dove stanno e che stanno combinando”. Poi, abbassando il tono: “Dià, ma mo’ che le facciamo mangiare, a questa?”
“Facciamo due spaghetti”
“C’è rimasta solo la Nutella” ribatté Valentina, sconsolata, mentre rovistava nella dispensa.
“No, eh. Io ho pulito, adesso tu cucini” tagliò corto Diana. “Che eri pure brava, una volta.”
“Vi posso dare una mano a cucinare?” chiese la signora Calogiuri, riapparendo dal bagno.
“No! Si figuri, si sieda, è ospite!” rispose subito Valentina. “Senta… lo sa che faccio? Il pesto. Lo mangia il pesto?”
Sperava con tutta sé stessa in un sì, perché la casa offriva solo quello.
“Lo mangio, sì” annuì la signora, accomodandosi.
Valentina tirò un sospiro di sollievo, andò sul balcone a prendere il basilico e ritrovò una bustina di pinoli sicuramente scaduti.
“Avete anche il basilico fresco” commentò la signora, soddisfatta. "Allora Imma deve essere una cuoca eccezionale proprio come dice il mio Ippazio!”
“Sì, sì” rispose Valentina, cogliendo l’occasione per esagerare un po’. “Mia madre lo coltiva, lo sa? Tutte le piante qui fuori sono le sue”
Diana si strozzò con l’acqua e iniziò a tossire, poi abbassò la testa per nascondere una risata, immaginando Imma alle prese con le piantine.
“Perché ride?” chiese la signora, guardandola con curiosità.
“Niente, niente” tagliò corto Diana, riprendendo fiato. “Allora… come mai siete passata?”
“Per parlare con la dottoressa Tataranni”
“Ah, beh, mia madre non vede l’ora, sono sicura”
La signora la guardò con nonchalance: “Ma vostra madre non lo sa che sono qui.”
“AH NON LO SA?” ripeté Valentina, più forte del necessario.
Giurò di sentire l’occhio destro tremare per lo stress.
Fino a quel momento si era convinta che Imma e Calogiuri si fossero semplicemente dimenticati di avvertire.
Ora capiva che quel dettaglio mancava proprio a tutti.
La signora Calogiuri, in tutto questo, continuava a osservare le due ragazze e tratteneva a fatica un sorriso. Aveva capito benissimo che il suo arrivo le aveva scombussolate e provava una naturale tenerezza per quella ragazza in pigiama che si stava impegnando oltre misura pur di far fare bella figura a suo figlio e a una donna che lei non aveva ancora neppure mai conosciuto.
Si erano conosciute, sì, in altre circostante. Ma non le considerava neanche. Era un periodo da dimenticare.
Lei era lì per quello: sfinita dal rimandare del figlio aveva pensato che avrebbe fatto lei da sola quattro chiacchiere con Imma.
Le vedeva affannarsi tra piatti, basilico e frasi di circostanza e si sentiva quasi in colpa. Non si riconosceva per niente nel ruolo della suocera che arriva all’improvviso, mette tutti in soggezione e sembra lì per giudicare. Lei era abituata a essere pacata, disponibile, a dare una mano senza disturbare, a non essere mai fuori posto. L’idea di passare come “quella da temere” la metteva a disagio.
“Ma voi non abitavate a Bari?” chiese la signora, cercando di non sembrare troppo invadente.
“Comunque mi può dare del tu, eh” rispose Valentina con un mezzo sorriso. “Comunque sì, stavo a Bari… ma mi sono ritrasferita qui a Matera. Temporaneamente, diciamo…”
Si era trasferita a casa della madre da un paio di mesi, dopo una confessione a cuore aperto e tante lacrime. Era arrivata una sera d’autunno con l’ultimo autobus da Bari, esausta e con lo sguardo perso. Sotto il portone, aveva fatto scendere Imma con un messaggio.
“Mà…”
“Valentì, perché non sali?”
“Perché ti devo dire una cosa” le rispose con voce triste e le lacrime che già le rigavano il viso.
“Valentina, che c’è? Mi fai preoccupare”
“Mamma… sto male”
“Stai male? Come stai male? Che hai?”
“Ho bisogno di tornare a casa. Da quando sono sola a Bari, senza coinquiline, faccio fatica ad alzarmi dal letto. Mi sento persa in quella casa enorme. Gli esami sono finiti, sto scrivendo la tesi tutto il giorno… non ce la faccio più a stare da sola. Lo so che sono una delusione, so che ora hai la tua vita con Calogiuri, ho provato a chiedere a papà ma lui è a Parigi con quella storia del sax, della musica… non ho capito. Mamma, per favore…”
Singhiozzava, incapace di fermarsi. Imma la strinse così forte da farle quasi male, un abbraccio che Valentina non ricordava di aver mai avuto. “Vieni su, vieni su” le sussurrò piano.
La mattina dopo, mortificata, Valentina aveva ripetuto tutto a Calogiuri, certa che l’avrebbe mandata via. Invece lui l’aveva abbracciata con lo stesso calore. “Questa è casa tua, sempre” le aveva detto. E quel giorno stesso aveva fatto aggiungere “De Ruggeri” accanto a “Calogiuri Tataranni” sul citofono.
Da allora, Calogiuri aveva preso sul serio quella responsabilità. La portava a correre ogni mattina, anche quando lei protestava dal letto. Lei gli aveva insegnato a fare la pasta fresca con la ricetta di nonna Brunella, impastando fianco a fianco con la farina ovunque. Imma e Calogiuri si erano confidati con Diana, che si era unita senza esitare, come un terzo moschettiere. Insieme formavano un cerchio stretto intorno a Valentina, riempiendo i vuoti che il padre lasciava.
“Andate d’accordo con mio figlio?” chiese la signora Calogiuri, con un sorriso curioso.
Diana, che stava sparecchiando, rispose subito: “Suo figlio è un santo, senta a me. Magari lo trovassi io a uno così”
“Eh, un santo mo’” scherzò Valentina, alzando gli occhi al cielo. “Un santo che passa mezza giornata a fare i tour dei supermercati e a dargli i voti”
“Ma quindi ci andate d’accordo?” insistette la signora, guardandole.
“Molto” disse Diana, posando i piatti nel lavandino.
“Si si” confermò Valentina, annuendo.
La signora Calogiuri si voltò verso Valentina, con un’aria più seria. “Ippazio mi parla spesso di te”
Sentì un piccolo nodo allo stomaco. “Sì? E che dice?”
“Che sei intelligente come tua madre”
Scambiò un’occhiata veloce con Diana, che le fece l’occhiolino.
Per anni aveva sentito dire che era “come la madre” nel senso negativo: testarda come Imma, pesante come Imma. E ora, ecco: intelligente come la madre.
“Grazie” rispose imbarazzata. “Non me l’aspettavo”
La signora la osservò ancora un momento.
“Lo dice sempre. Valentina ha la testa sulle spalle, mamma. Come Imma. Farà strada come la madre, vedrai”
Valentina era estremamente imbarazzata da tutti quei complimenti.
“Fai pure tu giurisprudenza, no? Come tua madre”
“Sta finendo la tesi, è di famiglia" disse Diana
"Un'eredità importante" aggiunse la Signora Calogiuri.
"È stata una pessima idea, signora, ma ormai siamo qui" ironizzò Valentina.
"Fai bene però, studia sempre, lo avrei dovuto dire di più pure a quel testone di mio figlio"
“Voi siete sempre a Grottaminarda?”
“Sì, anche se vorremmo avere Ippazio più vicino. Non è che ci siamo proprio ripresi da quello che è successo”
Diana che aveva capito da qualche ora il motivo di quella visita: Imma avrebbe dovuto presentarsi di nuovo, ricominciare da capo in questa nuova vita che avevano costruito insieme perché il periodo del coma di certo non contava più.
Sentirono la porta aprirsi e il corridoio riempirsi subito delle risate di Imma e Calogiuri, carichi di buste della spesa.
Diana balzò in piedi e si precipitò verso l’ingresso, cercando di intercettarli prima che fosse troppo tardi.
“Dià, ma che ci fai ancora qui? Non ce l’hai una casa?” disse Imma, ridendo mentre posava una busta sul pavimento.
Procedevano a spostare i sacchetti pesanti uno dopo l’altro e Diana provava a farsi spazio tra loro.
“Vi devo dire una cosa importante” insisteva, alzando la voce.
“Dià, facci passare che dobbiamo mettere a posto, poi ce la dici” rispose Calogiuri, chinandosi per raccogliere una confezione di uova caduta dal sacchetto.
“No, Calogiù, te la devo dire adesso…”
Non fece in tempo. La signora Calogiuri si alzò di scatto dal tavolo e attraversò il corridoio con passo deciso, le braccia già aperte. Si buttò ad abbracciare il figlio con forza, stringendolo come se non lo vedesse da anni.
“Ippazio, amore di mamma!” esclamò, dandogli piccoli colpetti affettuosi sulla schiena. Poi si girò verso Imma, con lo stesso slancio: “Dottoressa, è un piacere rivedervi!” E abbracciò pure a lei, lasciando Imma immobile per un secondo, con le mani ancora sui manici delle buste.
Imma rimase letteralmente ghiacciata, gli occhi spalancati. Poi si girò di scatto verso Calogiuri, il viso che passava dal sorpresa alla furia in un istante. Lui, preso alla sprovvista, alzò le mani in segno di discolpa e mimò con le labbra, senza emettere suono non ne sapevo niente!
La signora Calogiuri, ignara del piccolo dramma, continuò imperterrita, con un sorriso soddisfatto: “Ve lo devo dire, dottoressa, vostra figlia è una giovane donna meravigliosa. E anche la signora Diana che vi aiuta in casa è eccezionale!”
Calogiuri si girò di colpo, inciampando in una busta. “Chi?!”
“La signora Diana, no?” proseguì lei, indicando Diana con un gesto orgoglioso. “È stata bravissima, ha messo tutto in ordine in pochissimo tempo. Piatti lavati, aspirapolvere, letto rifatto… perfetta vi dico!”
Imma si guardava intorno lentamente, gli occhi sgranati. “Sì… Diana… ci aiuta…” balbettò Imma, ancora senza parole, cercando di recitare una parte perfetta.
Diana, con un sorriso tirato, si avvicinò per salutare. “Io andrei, Imma, se per te va bene.”
“Direi di sì” rispose lei, ancora stordita, accompagnandola alla porta.
Mentre uscivano, le si avvicinò all’orecchio, a voce bassissima: “Mi devi almeno dieci giorni di ferie e una cena offerta”
“Venti giorni Dià, come minimo. E il conto delle ferie lo pago io”
Calogiuri passava lo sguardo da Imma a sua madre: non ne sapeva assolutamente nulla e si chiedeva per quale motivo la madre avesse dovuto fare quell'imboscata. Non era assolutamente da lei.
La signora Calogiuri, invece, si sedette sul divano con calma. Sembrava a suo agio, come se trovarsi lì, senza preavviso, fosse la cosa più normale del mondo. "Che c’è, Ippazio? Tutto a posto?" chiese, con un sorriso appena accennato ma divertito.
Non sopportava più l’idea che suo figlio continuasse a parlare di quella donna senza mai portarla a casa. Diceva di amarla, di non poter fare a meno di lei, eppure per qualche motivo non aveva mai fatto il passo di presentarla a tutta Grottaminarda. Dentro di sé, i dubbi non mancavano. Non tanto perché non si fidasse del figlio o non rispettasse le sue scelte, ma per una semplice verità vecchia come il mondo: era una madre e le madri si preoccupano sempre. Avrebbe voluto dei nipoti, magari due, e una compagna che potesse condividere con Ippazio tutto il tempo possibile. Ma il cuore di suo figlio aveva scelto un’altra strada, quella più complicata, quella di una donna intensa, con una vita già scritta in molte pagine di un libro quasi impolverato.
La cena arrivò tra piccoli silenzi e qualche imbarazzo. Valentina era ormai quella che sembrava più a suo agio: si muoveva sicura tra i fornelli e il tavolo, sistemava piatti e posate con una naturalezza da padrona di casa.
Menomale che c'è lei, aveva pure pensato Imma.
Lei era in un’altra stanza, invece, al telefono con Vitali. Dal tono deciso che arrivava fino in cucina, era evidente che la conversazione non fosse di piacere. Calogiuri, intanto, mescolava il sugo, cercando di tenersi impegnato, mentre sua madre, con la porta del bagno leggermente socchiusa, osservava la scena.
Voleva curiosare per capire, convinta che se non si fossero sentiti osservati si sarebbero comportati con naturalezza.
Spiava quindi quel piccolo equilibrio di gesti e interazioni fra suo figlio e la figlia della... nuora? cercando di leggere e capire la verità.
"Ma mamma dov’è?" chiese Valentina, buttando un’occhiata verso il corridoio.
"Al telefono con Vitali"
"Mmhh… ultimamente non la molla più, eh?"
"Eh, quando c’è di mezzo la stampa, lo sai com’è"
Valentina sospirò e alzò gli occhi al cielo, un gesto che somigliava così tanto a sua madre che Calogiuri per un attimo non poté fare a meno di sorridere.
"Devi imparare ad avere più diplomazia, se vuoi fare l’avvocato, Valentì"
"A mamma la diplomazia non è mai servita"
"Già. Ma tua madre fa tutt’altro mestiere"
Valentina scrollò le spalle senza dire niente, ci avrebbe pensato poi.
"Valentì, vieni qua, assaggia un po’"
Lui le porse il mestolo, tenendolo con una mano sotto per non far cadere il sugo.
Valentina soffiò leggermente e assaggiò. "È sciapo, maresciallo"
"Dici davvero?"
"Dico dico. Sono o non sono io la chef di casa?"
Calogiuri alzò le mani.
"Oh, lo sai che ho detto prima a tua madre, nel panico?"
"Che?"
"Che mamma coltiva le piante sul balcone"
Valentina spalancò gli occhi, poi scoppiò a ridere. Si piegò in due, cercando di non farsi sentire da Imma e lui la seguì in una risata sincera. Ridere con Valentina, con Imma, con Diana, con tutti, per lui era il grazie più bello che poteva urlare all'universo.
Per un momento, la cucina si riempì solo del profumo del sugo e del suono leggero delle loro risate. Sembrava una vera casa e la madre di Calogiuri onestamente non se lo aspettava.
"Che vi ridete voi due?"
Imma si era affacciata sulla soglia con aria divertita mentre Valentina si asciugava le lacrime e, per una volta, lacrime di gioia.
Il mestolo passò in mano a lei che lo strappò dalle dita di Calogiuri e assaggiò il sugo.
"È sciapo, maresciallo"
"Ancora?"
"Eh amò, è sciapo, che ti dico?"
Calogiuri borbottò qualcosa e aggiunse un altro pizzico di sale. Imma gli passò accanto, gli sfiorò la spalla con un bacio veloce e gli diede una piccola pacca sul sedere prima di tornare ai pomodori.
Dal bagno, la signora Calogiuri osservò la scena in silenzio. Si sentì all’improvviso un po’ fuori posto, come se avesse sbirciato dentro un momento troppo intimo.
"Allora?" chiese lei con tono curioso. "Perché ridevate?"
Valentina ricambiò lo sguardo complice di Calogiuri, cercando di trattenere un’altra risata.
"Vuoi sapere che le ho detto a tua suocera per farti fare bella figura?"
"Eh, dì, sentiamo" rispose Imma, già terrorizzata.
"Che coltivi le piante di odori e di fiori sul balcone"
Imma rimase per un secondo zitta, poi portò una mano alla fronte.
"Valentina, ma sei scema? Adesso mi tocca pure fingere di avere il pollice verde! Faccio morire pure le piante di plastica"
"Eh mà… ma che ne so, m’è venuto così!" tentò di giustificandosi lei riprendo a ridere.
Imma scosse la testa, arrendendosi sconsolata, e mormorò quasi ridendo a sua volta: "Madonna della Bruna, aiutaci tu"
In quel miscuglio di voci e affetto c’era, senza sforzo, una sensazione di casa. C’era dentro tutto ciò che chiunque, ma soprattutto una madre, spera: intesa, calore, gioia.
Le si addolcì lo sguardo e per un attimo si sentì sollevata. Poi, quasi senza accorgersene, il volto le si rabbuiò di nuovo. Le tornavano addosso, una dopo l’altra, le paure che si era sforzata di tenere lontane per tutta la cena. Quando finirono di sparecchiare, non riuscì più a trattenerle.
"Ippazio, ti posso parlare un attimo?"
