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Characters:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2026-02-02
Completed:
2026-03-07
Words:
90,391
Chapters:
16/16
Comments:
22
Kudos:
124
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1
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1,679

Ab imo pectore - Storia dell'Albatross

Summary:

Questa è la storia di mia madre, della mia famiglia e di un incidente che ha cambiato tutto, lasciando solo macerie. Da lì nasce il nostro racconto: una ricostruzione lenta e dolorosa, fatta di scelte inevitabili, prese ab imo pectore, dal profondo del cuore. È la storia di come, quando tutto crolla, l’amore diventa l’unica strada possibile.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Quello era stato un grande male, aveva fatto gran danni. Poi tutto si era sistemato.

Notes:

Questa storia nasce dall'ascolto di tante canzoni. Alcune le ritroverete in questo viaggio.
Un grazie va sempre a @Josephinebtvs perché io penso sempre che a nessuno freghi di ciò che scrivo e invece lei mi spinge sempre a pubblicare.

Chapter 1: Casa è il cuore

Chapter Text

Little did you know your home's really only a town you're just a guest in?


Venerdì pomeriggio.
Era tardissimo. Doveva andare via, altrimenti avrebbe fatto tardi.  

La settimana era stata intensa e il suo umore ne aveva risentito molto.  

Era stata intrattabile e si era sentita in colpa. Lei non era così, non voleva essere quel tipo di superiore, però alcune volte la tensione si faceva sentire e le sfuggiva il controllo dalle mani. D’altronde, si sentiva ancora una neofita in quell’ambiente.

Stava raccogliendo le cose dalla scrivania. Pensava alla serata che l’aspettava e sorrideva.  

Era passato tanto tempo: quattro anni.
Quattro anni sono tanto tempo? Per loro erano stati un periodo lunghissimo, fatto di alti e bassi.
Quella cena sarebbe stato, come sempre, l’anniversario della distruzione e della rinascita.  

Stesso posto, stessa ora.  

Prese il computer e l’astuccio che le aveva fatto la figlia all’uncinetto.

Si controllò addosso per essere sicura di non aver dimenticato nulla.

La giacca.

Quando aprì la porta, la trovò lì davanti, impaurita dietro i suoi grandi occhiali.

“Michela, mi fai gli agguati?”
“No, dottoressa, si figuri… è che…”
“Che?” la incalzò, mentre usciva e cominciava a camminare a grandi falcate lungo il corridoio.
La giovane provava a starle dietro, ma era difficile. “Dottoressa! Aspetti, devo aggiornarla sulla giornata!”
Ricevette in risposta un’alzata d’occhi. “Se riesci a parlare mentre cammini, hai trenta secondi”

Con il fiato sempre più corto, Michela iniziò: “Ho archiviato i ricorsi come mi aveva detto”
“Brava, vedi che ci sei riuscita? E i fascicoli di Di Blasi?”
“Quasi finiti, mancava una firma… sua”
“Mea culpa, ce li hai appresso?”
“Sì, qua”. Le allungò la cartellina. Lei si affrettò a firmare.
“Adesso hai pure questa. Così puoi archiviare”
“Ma starei staccando...” le rispose Michela, un po’ titubante e sempre più in affanno.
“La giustizia non riposa! Te lo devi ricordare”
“Me lo ricordo, dottoressa, chiaro!” Poi proseguì: “Ho anche risposto a cinque email”
“Cinque? Tutte insieme, addirittura?”
“Ho anche confermato le udienze di martedì” continuò Michela, senza accorgersi del sarcasmo.
“Tre o quattro?"
“Sei, due in più, quelle rinviate per pioggia”
“Ah sì, la pioggia che ferma la legge. Incredibile”

Michela si fermò alla fine delle scale, timorosa di scatenare una brutta reazione oppure di fare brutta figura.
“Dottoressa, poi ci sarebbe un'altra cosa”
“Dimmi, dai, sto facendo tardissimo”
“Mi volevo scusare”
“Per cosa?”
“Per essere lenta. Lei dice sempre che devo essere veloce”.

Sorrise. Era vero, lo diceva sempre.

Era così che le avevano insegnato. Ad essere v-e-l-o-c-i.
Adesso che lei era nella posizione di dirlo, le piaceva farlo. Era un po’ come seguire le orme di chi stimava.

“È vero, veloci, bisogna essere veloci. Ma tu stai imparando. Questo non è il tuo primo incarico?”
“Sì”
“E datti tempo. Non fare troppo caso al mio malumore. Ogni tanto capita a tutti. Non ce l’ho con te”
“Lo so, dottoressa De Santis. Allora a lunedì”
“Buona serata, Michela” la salutò Diana con un occhiolino.

Dottoressa De Santis le faceva sempre impressione.
Ogni tanto Diana si sentiva ancora la cancelliera di Imma. Invece ora era la dottoressa Diana De Santis, giudice di pace.

Senti come suona bene? Lo ripeteva a mente, scandendo ogni sillaba, come prova dei suoi sforzi e dei successi.

Diventarlo era stato difficile, ma esserlo lo era ancora di più: dopo molte prove, aveva raggiunto con fatica la versione di sé che desiderava, un equilibrio maturo tra rigore e dolcezza, dovere e leggerezza.

Quella settimana la durezza prevaleva, perché l’anniversario portava con sé un’ombra di tristezza indelebile. La cena annuale serviva a questo: brindare insieme, riporre i ricordi dolorosi e riaffermare la scelta di continuare a cercare la serenità.

Mentre si sedeva sul bus, chiudeva gli occhi e tornava a quattro anni prima, nel bel mezzo dell’incidente, come lo avevano chiamato altri.
Era un nome generico per qualcosa di innominabile.
L’incidente. A lei era sembrato da subito un disastro, un vero devasto.
C’era finita dentro con tutte le scarpe, anche se alla fine non la riguardava direttamente.
Tanto non la riguardava, quanto sì. Succede così quando hai una sorella.

“Non sono tua sorella.”
“Sì che lo sei, ti piaccia o no.”

Con quella reazione violenta, poi, si erano chiusi i giochi. Tabula rasa che aveva dato inizio a una nuova vita. 
Ora, però, non sarebbe mai tornata alla sua vita passata.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Quello era stato un grande male, aveva fatto gran danni. Poi tutto si era sistemato.



Era incredibile come il tempo sembrasse non passare mai quando aveva qualcosa da fare. Ultimamente, invece, di impegni extra lavoro ne aveva parecchi.

I lavori di ristrutturazione della casa erano finalmente finiti: per due anni ci avevano vissuto un po’ alla giornata, poi avevano deciso cosa cambiare. Per completare tutto ci era voluto un anno intero. Restava però ancora qualcosa da sistemare, soprattutto l’ufficio, sempre nel caos: succede quando si cerca di far stare troppe persone in dieci metri quadrati.

Ringraziava le estati passate in falegnameria con lo zio per ciò che gli aveva insegnato. Aveva deciso di costruire da solo una libreria su misura, divisa in tre, così ognuno avrebbe avuto il proprio spazio e non avrebbero più litigato.

Si spera... lo sperava... perché di sentir litigare due donne tutto il giorno non ce la faceva più.

Sentì bussare.

“Maresciallo, ancora qua?”
“Sì, un’altra mezz’ora”
“Dai, vai a casa”
“Ma no, davvero, non ti preoccupare”
“Come vuoi. Non dire che non te l’ho detto!”
"Va bene" rispose Calogiuri accennando un sorriso.

“Ah, senti. Vieni a fare la riunione con me e il tenente lunedì?”
“Ma io?” chiese titubante.
“E tu stai qua, no?”
“Sì, sì”
“Te l’ho detto, ora che sei maresciallo capo devi prendere più mansioni di gestione e coordinamento. Hai cinque persone sotto di te, fra appuntati e marescialli”

Calogiuri lo fissava sempre quando il Capitano gli ricordava che ora era Maresciallo Capo. La carriera era arrivata veloce, per meriti e anche un po’ per sconsideratezza. Dopo l’incidente, quando tutto andava davvero male e non sapeva più come gestire la situazione ma non poteva mollare, si era buttato in una serie di azioni rocambolesche per sfogare la rabbia. Quelle scelte avevano risolto alcuni problemi sul lavoro, altri invece li avevano creati in casa, perché la controparte non aveva apprezzato quelle iniziative alla Rambo.

Poi si era calmato con la prima promozione e per lui andava bene così.

Subito dopo aveva coordinato un’importante missione ed eccolo lì: maresciallo capo.
E dovreste vedere come se li coccolava quegli appuntati sbarbatelli che gli ricordavano lui appena arrivato da Grottaminarda.

Ai marescialli appena nominati, invece, dava del filo da torcere perché dovevano essere v-e-l-o-c-i.

Il capitano Giulio Pisano con lui era sempre stato impeccabile, amichevole e incoraggiante. Forse perché era uno dei capitani più giovani dell’Arma, lo considerava quasi un suo pari. Ogni tanto uscivano insieme, andavano allo stadio o a cena con le rispettive famiglie. Si davano del tu, la gerarchia restava solo una formalità. E lo rimproverava spesso quando smetteva di credere in sé stesso.

“Madonna, Ippazio, non so più come dirtelo. Sei bravo, sei sveglio. La fai sta riunione con noi, allora? Dai, non ci lasciare soli che io non ho né l’educazione né la pazienza tua”
Calogiuri rise. “Va bene, va bene, vengo solo perché sennò salta in aria il commissariato”
“Ecco, bravo, vedi di venire. Se semo visti, Ippà. E mi raccomando saluta a casa quella santa donna che ti sopporta!”

Giulio chiedeva sempre di salutare a casa e lui non mancava mai, anche perché l’affetto era reciproco. Una volta si erano anche incrociati sul lavoro, il maresciallo, il sostituto procuratore e il capitano, ed era stato un po’ come tornare a prima dell’incidente.

Calogiuri era uscito con le ossa rotte da quei quattro anni. Consapevole di essere stato, in un certo senso, la scintilla che aveva innescato tutto, si era caricato addosso il peso per sé e per gli altri. In una sorta di espiazione, aveva giurato fin dal primo istante che sarebbe stato per loro un punto fermo, la colonna su cui appoggiarsi.

Se fossero stati su una nave, sarebbe stato l’ultimo ad abbandonarla.
Se fossero stati in un bosco, sarebbe stato lui a cercare cibo per tutti, senza fermarsi.

La mattina precedente, quando l’oste aveva chiamato, aveva risposto felice.  
“Ippazio, buongiorno. Solita ora domani?”  

Come sempre, perché quella era diventata la loro abitudine.

A lui non piaceva chiamarlo incidente. Lui l’incidente l’avrebbe causato volentieri a chi l’aveva creato.  
Per precisione di linguaggio avrebbe preferito chiamarlo più “conseguenze immutabili della vendetta”.  

Col tempo, la rabbia silenziosa lo aveva consumato. Non poteva mostrarla né sfogarla come voleva perché era un carabiniere e doveva restare incensurato. Così aveva iniziato con gli sport da combattimento: boxe, kickboxing, muay thai, avrebbe provato anche il sumo se avesse avuto il fisico. Lei si arrabbiava, poi ammise che la boxe lo aiutava davvero.

Finito il periodo nero, si era ritrovato con una bella casa, una famiglia solida, una promozione e nuovi amici. Aveva persino pensato che, senza quell’incidente, non avrebbe mai costruito quella vita né raggiunto quella felicità.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Quello era stato un grande male, aveva fatto gran danni. Poi tutto si era sistemato.


“Maresciallo, sta andando via?” disse l’appuntato Patrizia Vella, che non mancava mai di fargli gli occhi dolci.
“Sì, anche lei?”
“Sì, sì… va a piedi?” chiese, con un sorriso civettuolo, inclinando appena la testa.

Calogiuri mostrò il casco che aveva in mano.

“Ah, oggi moto”
“Già” rispose lui, breve, mentre apriva il bauletto per controllare di aver preso il secondo casco. Lo prese in mano.
“Ah, non è da solo” disse lei, un po’ scoraggiato.
“No, vado a prendere l’altra passeggera”
“Ah…”
“Buona serata” la salutò, allacciandosi il casco e infilando la giacca antivento.

L’appuntato sapeva, in cuor suo, di non avere speranze. Si chiedeva chi fosse la donna capace di far perdere la testa a quel maresciallo sempre gentile, ma così riservato. Solo il capitano conosceva la famiglia di Calogiuri. A volte lei li spiava dall’ufficio, durante la pausa pranzo, mentre si raccontavano i fine settimana. Era gelosa del tempo che il capitano passava con lui e ancora di più di quella donna che non aveva mai visto, ma a cui lui restava ostinatamente fedele.

Era rimasta lì, immobile, a guardarlo mentre si vestiva e cercava le chiavi della moto. Seguiva ogni suo gesto, sperando di poter salire con lui. 

Poi lo vide rispondere a una chiamata.

“Comandi!” disse lui, con un sorriso.

Patrizia si chiese chi fosse.

“Certamente. Missione confermata!”
Con un superiore non avrebbe avuto quel tono.

“Non vi dovete preoccupare, a quello ci penso io”

Continuava a non capire.
A chi dà del voi? Ma poi guarda com’è felice, gli sono cambiati i connotati del volto. Guarda com’è rilassato, come ride.

“Parto ora. Il navigatore mi dà venti minuti”

L’appuntato stringeva gli occhi, riducendoli a fessure, come se potesse sentire meglio
l’interlocutore misterioso.

Poi vide Calogiuri aprirsi in un sorriso ancora più ampio. “Dai, va bene, arrivo, provo a volare… Sì…” Rise di nuovo. “Veloce, va bene. Agli ordini. Tranquilla. Sì, sì, andiamo diretti. Va bene, Rory, bacio”

Rory? L’appuntato non ci capiva più niente.
Lo vide chiudere la chiamata e scuotere la testa, con un sorriso che gli andava da orecchio a orecchio.

“Una bella telefonata?”
Calogiuri, già in sella alla moto ma con i piedi a terra, sobbalzò. Pensava che se ne fosse andata. Si irrigidì. Non gli piaceva essere spiato.

“Vada a casa, appuntato, si fa buio. Buona serata, ci vediamo lunedì”

L’aveva detto anche al telefono: veloce, volo.


Faceva ruotare la penna fra le mani, pensierosa: doveva avere una faccia stralunata, vista da fuori, perché attirò l’attenzione.  

“Scusi, la sto annoiando?”  

Neanche l’aveva sentita, tanto era assorta nei pensieri. Ricevette una gomitata che la riportò tra i vivi.  

“Eh?”  
“La sto annoiando?”  
“Ma chi?”  
“A lei”  
Arrossì. “Ma no, ma perché?”  
“Chessò, sembra così interessante quella penna”  
“Stavo pensando”

Stava effettivamente riflettendo su quello che aveva sentito, ovvero:

“Erich Fromm disse: la scelta ultima di un uomo quando è portato a trascendere se stesso è creare o distruggere, amare o odiare”


In quella settimana, in quel giorno, quella frase le era sembrata quasi divina. 

Per altri era stato solo un “incidente di percorso”, per lei invece era stato il punto più basso mai toccato da un essere umano. Non ne era responsabile, non l’aveva causato lei, ma l’onda d’urto l’aveva travolta comunque. Quel disgusto l’aveva spinta a decidere senza esitazioni.

Per questo ora era lì, a una lezione serale di scrittura all’università, insieme ai suoi amici. Quattro anni l’avevano portata quasi alla laurea, con la tesi ormai avviata. Come risposta al caos aveva scelto lo studio. Aveva anticipato gli esami, mantenuto una media del 28 ed era diventata l’orgoglio del professore di diritto privato, a cui aveva chiesto la tesi.

Il corso di scrittura lo seguiva per passione. Intanto aveva iniziato a collaborare con una testata giornalistica online, occupandosi di spiegare i casi di cronaca dal punto di vista legale.

Scrivere le piaceva e le riusciva bene.

A fine lezione fu fermata dalla professoressa Lombardo. “Signorina, mi scusi, si fermi un attimo”  

“Lei è la signorina De Ruggeri, dico bene?”  
“Sì, guardi, mi dispiace per…” iniziò a giustificarsi Valentina.  
“No, non mi interessa, si figuri. Sono vent’anni che insegno, sa quanti ne ho visti di distratti. Sa però cosa ho visto raramente?”  
“Cosa?”  
“Qualcuno col suo talento”  
“Il mio?” chiese lei, puntandosi un dito contro.  
“Sì, il suo. Perché è strano?”  
“No, è che non ho mai avuto qualcuno che mi dicesse di avere un talento particolare” ammise sincera.  
“Ah, no?”  
“Boh, non che mi ricordi”  
“Allora glielo dico io. Lei scrive bene”  
“Ma io mi sto laureando in giurisprudenza”  

La professoressa prese la borsa e se la mise su una spalla. “E una cosa mica esclude l’altra”

Valentina la fissò mentre usciva, lasciandola sola con quella frase.
Che cosa voleva dire? Doveva forse fare la scrittrice? Cinque anni di università erano stati inutili, doveva passare a lettere?

Restò seduta a pensarci, senza accorgersi del tempo che scorreva.

“A Valentì, ma te dai ‘na mossa? Ce semo rimasti solo noi qua dentro!”
A parlare era Riccardo, il suo migliore amico.
Valentina scese dal banco e corse verso di lui.
“Ma se po’ sapè che t’ha detto quella?”
“Che devo fare la scrittrice”
“Mica male” rispose Federica, prendendola sotto braccio.

Federica era stata la prima amica che aveva conosciuto all’università e poi si era aggiunto Riccardo.
Dietro l’angolo li aspettavano Linda, Francesca, Marco, Andrea ed Elena. Facevano tutto insieme: esami, sessioni di studio, weekend.
Quattro anni prima, Valentina non avrebbe mai immaginato di avere una comitiva così.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Quello era stato un grande male, aveva fatto gran danni. Poi tutto si era sistemato.

Uscirono tutti insieme dal dipartimento e lei lo trovò lì ad aspettarla. Federica lo salutò con gli occhi a cuore, innamorata di lui da sempre; lui rispose con un gesto teatrale, battendo il dito sul polso come a indicare un orologio, per dirle di sbrigarsi.

“Mamma mia, Valentì. Ma tu c'hai proprio una benedizione per gli occhi dentro casa”
“Non lo guardare troppo che lo consumi, Federì” la prese in giro Marco.
“Madonna, io uno così me lo guarderei giorno e notte” riprese Riccardo.
“Ma la piantate? Che palle! È già accasato!” li sgridò Valentina con un sorriso. Poi si girò per salutarli. “Domani pomeriggio venite a studiare da me?”
“Yes, ci vediamo alla solita ora, baby” la abbracciò Riccardo, girandosi a salutare con un cenno della mano l'uomo che la aspettava.

Quei ragazzi frequentavano casa sua quasi ogni giorno e, senza saperlo, avevano aiutato molto a ricostruire sulle macerie riempiendo la casa di risate. Valentina quella presenza l’aveva spesso imposta agli altri, eppure aveva contribuito a disinnescare molte tensioni, grazie a quella leggerezza che solo sette ventenni potevano avere.

Valentina mandò un bacio volante al gruppo e raggiunse Calogiuri con una piccola corsa.
“Eh, adesso corri! Mi hai detto vola e io ho volato”
“E dai, mi ero fermata con la professoressa a parlare”
“Problemi?” chiese lui, serio.
“No, no” rispose lei, mentre lui le metteva il casco in testa.

Gli sembrò un déjà-vu. Anni prima, sembravano secoli, aveva fatto lo stesso con la madre.
“Va bene?”
“Sì, sì”

Lei gli si strinse forte. Le piaceva andare in moto, ma aveva anche un po’ di paura.

“Allora, questa professoressa che dice?” chiese Calogiuri all’interfono del casco.
“Che devo fare la scrittrice”
“Bello!” rispose lui, entusiasta.
“Mi prendi in giro?” chiese lei. Ippazio era sempre così, la incoraggiava in tutto, anche se a volte le sembrava artefatto.
“Ma perché mai?”
“Che ne so”
“A te piacerebbe?”
“Non lo so”
“Pensaci, no?”
“Ma vorrebbe dire aver sprecato tempo”
“Ma c’hai venticinque anni, Valentì”
“Tu a venticinque sapevi già che volevi fare il carabiniere, però”
“Che c’entra. Io non ho mai avuto troppa scelta”
“E mamma sapeva già di voler fare il procuratore”
“Ma ogni storia è a sé. Guarda Diana”
“Vero” disse lei, pensierosa.

A un semaforo, si strinse un po’ di più a lui. “Pensi che potrei fare la scrittrice?”
“Puoi fare tutto, Rory”
La sentì ridere.
“Rory voleva fare la giornalista e poi ha iniziato a scrivere un libro”
“Vedi? Sono sempre un passo in avanti io, tu non lo sapevi ancora ma io sì”

Calogiuri aveva iniziato a chiamare Valentina “Rory” poco prima del secondo anniversario dell’incidente. Le cose si erano sistemate, lei si era calmata, lo aveva accettato e aveva deciso che avrebbe fatto parte della sua vita.

All’ennesimo rewatch di Gilmore Girls, Calogiuri le aveva detto:
"Lo sai che mi ricordi Rory? Studi tanto come lei e hai anche iniziato a scrivere per un giornale".

Valentina aveva sorriso e accettato quel soprannome. Le sembrava un bel complimento.
“È verde, stringiti, che sennò ti perdo”
E lei, anche se raramente le succedeva, obbedì.



“Dottoressa Tonini, buon pomeriggio. Cosa abbiamo?” 
“Io ho finalmente un procuratore sveglio davanti ai miei occhi.”  

Marina Tonini, medico legale, era accovacciata sulla vittima quando la vide arrivare con il solito passo impaziente. Le tese la mano in un gesto formale, ormai superato da anni. Al lavoro erano la dottoressa Tataranni e la dottoressa Tonini; fuori, semplicemente Imma e Marina. Era stata tra le prime a sapere dell’incidente. Non le aveva raccontato tutto, ma abbastanza. E Marina l’aveva spinta ad andare avanti, a lasciarsi alle spalle il dolore e costruire qualcosa di nuovo.

“Sostituto procuratore, non vorrei che qualcuno si risentisse”
“Mascolinità fragile”
La Tonini era terribile quanto Imma, se non di più, per questo che si trovavano bene.
“Che ti dico, Imma. A me sembra, ahimé, suicidio”
“Sicuro?”
“Sicura no, te lo dico dopo l’autopsia. Ma abbastanza sicura”

Imma si guardava intorno. Nulla sembrava fuori posto.  Un caso semplice, per una volta, anche se dal triste epilogo. Notava con dispiacere che il maresciallo assegnatole stava lì impalato a fissare il vuoto. 
Sospirò. 

“Eh, lo so, mica come quello a cui eri abituata” 
“Mamma mia, non me lo ricordare, Marina” 
“Non ti scenderà mai questo qua, eh. Com’è che si chiama?” 
“Morelli” 
“Che sarà? Il decimo che fai fuori?”
“Mica me li mangio, se ne vanno loro”
“Povero Morelli, a dover riempire il vuoto del buon Calogiuri” la prese in giro. 
“Ah, Marina, non ti ci mettere pure te!” le rispose, lanciandole un’occhiataccia.
Il medico legale sghignazzava divertita.

“M O R E L L I!”
“Comandi, dottoressa”
“Allora, ha dato un’occhiata in giro?”
“Poco” ammise lui.
“Male, Morelli. Cosa fa? A cosa pensa?”
“È che… ecco… non ho molta… diciamo, dimestichezza con i morti”
“Morelli, ma lei prima di venire qui dove stava?”
“A Livorno, dottoressa”
“E a Livorno non ci sono i morti?”
“Pochi” rispose lui con una smorfia.

Si era persa nell’analisi della scena quando la dottoressa le si avvicinò bisbigliando nell’orecchio.
“Imma, ma tu stasera non dovevi andare a cena?” 
Guardò l’orologio e sgranò gli occhi.  Se non fosse partita subito avrebbe fatto tardissimo.
“Scappo” rispose, dandole una pacca sulla spalla.

Riuscì a prendere la metro al volo e, con un po’ di fortuna, trovò anche posto a sedere. Faceva sempre lo stesso gioco: osservare le persone intorno e immaginare le loro vite chiedendosi se qualcuno si domandasse chi fosse lei con la gonna maculata e gli stivali al ginocchio.

Negli ultimi quattro anni se lo era chiesto spesso. Le risposte erano state dure, a volte crudeli. Nel primo anno dopo l’incidente era stata la versione peggiore di sé: rabbiosa, aggressiva, negativa. Si era guardata più volte allo specchio disgustata. Nei momenti di lucidità questo la faceva stare ancora peggio, perché non voleva essere così, né per sé né per gli altri. Soprattutto non per lui, che era diventato la sua colonna, il punto fermo a cui si era aggrappata.

In quei quattro anni aveva fatto amicizia con tutti gli inquilini della sua testa: la Signora Paura, la Signora Solitudine, il Signor Senso di Colpa. Tutti insieme le avevano stretto la gola, facendole mancare il respiro.  

Aveva pianto moltissimo. Alcune sere si era chiusa in se stessa, con il viso affondato nel cuscino. Calogiuri poteva solo sedersi accanto a lei e piangere insieme a lei. Valentina aveva tentato di farla reagire in ogni modo, dai piccoli gesti alle parole più dirette. Diana, invece, era venuta ogni giorno.

Quel pianto era stato un peso costante: le toglieva le forze, le annebbiava i pensieri e la teneva sveglia la notte.
Poi, un giorno, le lacrime erano finite. Aveva smesso di opporsi al dolore e l’aveva lasciato scorrere. Era rimasta a letto una settimana, sotto il piumone, uscendo solo per andare in bagno.

Nella disperazione più totale ad alcune persone, forse a quelle più fortunate, succede di mancarsi: è la cosa più importante che possa succederti perché vuol dire riconoscersi da qualche parte nella storia della propria vita. E Imma fu ancora più fortunata perché non solo si mancò, ma le mancarono anche le sensazioni che aveva vissuto in passato.

Le mancava la sensazione di essere nel costume blu in mezzo al mare, libera.
Le mancava di essere sprezzante nell’ascensore con Vitali, libera.
Le mancava stare in macchina con Calogiuri, libera.
Le mancava pure esprimere il suo brutto carattere in famiglia incurante dei giudizi perché era lei, libera.
Le mancò il ricordo dei baci sereni di Calogiuri, perché era libera.

E allora si alzò dal letto e ricominciò a riprendersi tutto. Tutto. L’incidente, come lo avevano chiamato gli altri, non lei, non aveva mai smesso di perseguitarla del tutto.
Ma la vita era ricominciata.


Diana le aveva chiesto una sera: “Tu chi vuoi essere?”  

Per la prima volta Imma pensò che essere solo sostituto procuratore non sarebbe più bastato. Era lo stesso ruolo che le aveva tolto una parte grande di sé.  

Considerò di voler essere una brava compagna, una brava amica, una brava madre. Voleva essere tutto quello che aveva funzionato nella vita di prima e tutto quello che avrebbe funzionato in quella nuova.  

Vita nuova.  

Aveva combattuto tanto quella parola. Aveva sbattuto i piedi come una bambina capricciosa, perché non la voleva. Pagava errori non suoi, situazioni che non sarebbero dovute emergere.  

L’incidente non l’aveva causato lei. Non l’aveva causato nessuno della sua famiglia attuale.  

Attuale. Aveva cambiato famiglia. Aveva cambiato tutto. Il mestiere no, era rimasto lo stesso.

Giocava con l’anello all’anulare della mano sinistra. Lo girava piano tra le dita, lo guardava con tenerezza.

Lo aveva ricevuto a Natale, due anni prima, invece che al compleanno perché in quella data arrivava sempre il ricordo dell’incidente, puntuale come una tassa e Calogiuri voleva che scartando il pacchetto ci fosse solo felicità.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Quello era stato un grande male, aveva fatto gran danni. Poi tutto si era sistemato.

Era arrivata alla sua fermata. Scese dalla metro e salì le scale di corsa.

Si diresse veloce verso il ristorante, controllando l’ora sul telefono: era puntuale. Attraversando l’incrocio, vide Diana svoltare nel vicolo. La chiamò e accennò una corsa mentre l’amica si voltò per andarle incontro. Si abbracciarono forte, come se non si vedessero da mesi, anche se ormai vivevano dirimpettaie e si incrociavano ogni giorno.

Nel suo nuovo modo di essere, Imma era diventata più espansiva: faceva sentire a chi amava che c’era, sempre, per loro e per il rapporto. Le sembrava il minimo, dopo tutto quello che avevano fatto per lei. Diana, invece, aveva imparato a proteggersi di più. Imma le aveva trasmesso un po’ della sua intransigenza, Diana le aveva regalato un po’ della sua solarità.

La prese sottobraccio, ridendo. "Per una volta non siamo noi due in ritardo!"

Quella stessa serata, quattro anni prima, erano appena arrivati tutti a Roma.
Quella stessa serata, tre anni prima, avevano iniziato l’abitudine di cenare insieme per festeggiare una rinascita, non una fine.

Orazio, l’oste della Taverna del Buongusto, le accolse con un grande sorriso.

“Dottoresse! Che piacere come sempre. Vi ho preparato un menù che vedrete” Poi si guardò intorno. “E gli altri due, ndò l’avete lasciati?”
“Arrivano, non ti preoccupare” disse Imma, guardandosi intorno.
Altri cinque minuti e si sarebbe preoccupata. Invece sentì il rombo di una moto.

“Non ci posso credere, adesso li ammazzo tutti e due”
“Ma dai, che hanno fatto di male?” ridacchiava Diana.

Calogiuri accostò la moto proprio all’entrata, si tolse il casco con quel sorriso da disgraziato che avrebbe fatto cadere ai suoi piedi mezza Roma. Tutti, tranne quelle due matte davanti a lui, di cui era chiaramente succube volontario.

Valentina si sfilò il casco, liberando i lunghi capelli neri che le erano cresciuti fino alla fine schiena. “Hai visto, marescià? Solo quattro minuti di ritardo!”

“QUATTRO MINUTI UN CORNO, VALENTINA! TI AVEVO DETTO CHE LA MOTO TE LA SCORDAVI!”
“Ma quanto sei noiosa, però!” le rispose lei, dandole un bacio sonoro sulla guancia prima di scappare via, trascinata per un braccio da Diana.

“Calogiuri, io te lo giuro che…” Non finì la frase: lui la attirò a sé in un bacio lunghissimo, profondo, mentre le accarezzava la schiena.
“Parli troppo, Imma” mormorò con voce bassa, prima di sfiorarle di nuovo le labbra.
“E tu ascolti po…”
Un altro bacio la interruppe, più intenso. Rise piano senza più un briciolo di autorità, se ne rendeva conto, persa nel calore del suo corpo.

“Cammina, ho fame, disgraziato che non sei altro. Una volta rispondevi ai miei ordini”
“E mi sembra che lo faccio tutti i giorni” rispose lui stringendola ancora forte nell’abbraccio.
“E non mi pare, perché sei andato a prendere Valentina all’università con la moto!”
“Lo sai che le piace”
“Guarda che il giorno che vi schiantate, vi ci do il resto sopra”
“Anche violenta!” le sussurrò sorridendo, chinandosi a lasciarle un bacio piccolo sul collo.

“Te lo giuro, se non entri subito in questo ristorante ti prendo a calci!” strillò lei, allungando una gamba per mimare il gesto col piede.
Lui rideva, scostandosi e aprendo la porta. 

“Eccoci” disse Calogiuri arrivando al tavolo.
“Sei ancora tutto intero” constatò Diana con un sorrisetto.
“Incredibilmente, sì!”

Ora potevano davvero iniziare a festeggiare.