Work Text:
“Puoi andare, Aziraphale, il tuo compito è stato compiuto.”
Sorridendo, il suo intero corpo pervaso di luce divina, Aziraphale fece un cenno col capo alla schiera angelica - un addio, un grazie, forse, cosa volesse dire esattamente, non lo sapeva nemmeno lui.
Alle sue spalle, sentì un suono quasi metallico, seguito da un leggero tintinnio - si voltò, e davanti a lui due grosse porte metalliche si spalancarono, apparse come dal nulla.
“Oh, oh, oh,” Aziraphale esclamò, eccitato, incredulo - non aveva mai visto quelle porte, non ne aveva mai sentito parlare, eppure sapeva esattamente dove lo avrebbero condotto.
Con ancora indosso la veste, intonsa, di Arcangelo, le varcò, e mentre veniva avvolto da un piacevole silenzio che lo scaldava dentro e fuori, chiuse gli occhi, stringendo le labbra come un bambino eccitato in attesa di ricevere il più bello dei regali.
All’improvviso, fu salutato da rumore - auto, risa, campanelli, telefoni, musica rock, chiacchiere e urla.
Aziraphale aprì gli occhi, e si portò le mani alla bocca.
Non stava più nella pelle, si sentiva eccitato, come se ogni nervo del suo corpo fosse pronto a scattare.
Sì guardò intorno, e riconobbe immediatamente il suo amato quartiere, quello dove aveva lentamente costruito la sua amata libreria, la sua casa.
Era tutto così uguale - eppure, così diverso allo stesso tempo.
Guardò i suoi piedi: non erano più scalzi, ma vestivano mocassini marroni - ed era sparita anche la veste, sostituita dagli abiti che da anni ormai erano divenuti la sua divisa, quel completo chiaro, quasi bianco, accompagnato da panciotto e papillon.
Si tastò le tasche dei pantaloni, e trovò il piccolo portachiavi a forma di ali angeliche a cui era attaccata la chiave del suo negozio.
Trotterellò verso la porta d’ingresso, salutando a destra e manca, tra i sorrisi degli amici e gli sguardi scettici di chi non aveva mai incontrato, e poi aprì la porta.
Gli parve un atto solenne, quasi sacro.
Ebbe la sensazione che, dopo, non ci sarebbe più stato ritorno.
Spalancò la porta, e lì, in mezzo alla polvere che danzava illuminata dalla fioca luce di una candela, tra scatoloni di libri chiusi, stava Crowley, spaparanzato su una poltrona con i piedi sui braccioli, gli occhiali da sole rossi calati sul viso.
Leggeva - un libro che nemmeno Aziraphale ricordava di aver posseduto, un qualche trattato demoniaco.
“Certo, Angelo, che ne hanno messo a rimandarti qui, le alte sfere.” Crowley sbuffò, chiudendo il libro e gettandolo su uno scatolone.
Poi, però, sollevò gli occhiali, e sorrise all’angelo - il suo angelo. “Allora, Angelo, che dici, ce la meritiamo una bella vacanza adesso che abbiamo salvato il mondo? Stavo pensando che potremmo usare la mia Bentley per un viaggetto… potremmo trovarci un cottage sulla costa, portarci un po’ di vino e qualche scatolone di libri…”
Aziraphale sorrise, così intensamente che sembrò illuminarsi - e forse, chissà, era davvero così - poi afferrò Crowley per la giacca di pelle e lo trascinò a sè.
Gli lasciò un bacio sulla bocca, a schioppo, umido e rumoroso, e poi si staccò quel tanto che bastava per guardare negli occhi quel demone che aveva sempre saputo possedere un cuore d’oro.
Continuò a sorridergli.
E si ripromise di continuare a farlo fino a che, per davvero, la Fine dei Giorni non fosse giunta.
