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In salute e in malattia

Summary:

«C’è solo una cosa di cui devo metterla al corrente», iniziò lui dopo aver preso il bicchiere vuoto dalle sue mani e averlo poggiato sul comodino. Adelaide alzò gli occhi di scatto verso quelli scuri del medico: erano giorni – settimane – che accettava ormai passivamente ogni informazione che le veniva data sul suo stato di salute, una in più non avrebbe fatto alcuna differenza.

Notes:

Una fic scritta più di un anno fa, quando immaginavo ben altre prosecuzioni per la storyline bb del daily 7.

Buona lettura!

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

«Contessa»

Il medico la richiamò, una, due, tre volte. Adelaide sentiva la testa pulsare, quel fastidioso rumore di fondo le acuiva l’emicrania; inspirò a fondo per provare a calmare il dolore ma un odore pungente – forse disinfettante, forse altro – le invase le narici. Strinse ancora più forte gli occhi, desiderando di poter tornare indietro a un paio di minuti prima, quando stava riposando tranquillamente, quando il mondo ed il dolore erano ancora concetti astratti.

«Contessa», riprovò lui con più decisione, poggiandole anche una mano sulla spalla, preoccupato. A quel contatto, Adelaide non poté fare altro che aprire gli occhi, quasi di scatto, un sospiro che si faceva strada tra le sue labbra senza che potesse controllarlo. Era così stanca.

Si mise rapidamente a sedere, ignorando del tutto la voce del medico che la invitava a fare piano perché era stato necessario somministrarle un quantitativo maggiore di anestesia. Una volta seduta, si guardò intorno e trovò la conferma che cercava: era in clinica. Faticava a ricollegare gli ultimi ricordi che la sua mente era in grado di offrirle – lei in procinto di entrare in sala operatoria, il medico che le spiegava ancora e ancora che cosa le avrebbero fatto, le parole che diventavano una litania, le facce dell’equipe che l’avrebbe operata, il sorriso dell’anestesista, la pace nella sospensione dai pensieri – con ciò che sentiva in quel momento ma le sembrava di aver riacquistato la forza di un tempo. Niente più capogiri, nessun improvviso istante senza aria, solo la sensazione che tutto fosse tornato come prima – o quasi.

«L’operazione è andata bene e la cicatrice è pulita», la informò il medico dopo averle auscultato il cuore e aver controllato la ferita al di sotto dell’enorme cerotto che le avevano applicato esattamente al centro del petto. Lei lo lasciò fare, annuendo appena, gli occhi che vagavano per quella camera asettica fino a quando non si posarono su un meraviglioso mazzo di rose che faceva bella mostra di sé in un vaso posizionato in un angolo della stanza. Sentì distintamente il cuore mancarle un battito: c’era solo una persona che avrebbe potuto mandarle proprio quel mazzo di fiori, una persona che le occupava i pensieri giorno e notte ma che non era al corrente di cosa le stesse accadendo. Una persona che amava con tutta se stessa e a cui continuava ad augurare il meglio che la vita potesse offrire.

Quando il dottore terminò ciò che stava facendo, le tese un bicchiere d’acqua che Adelaide afferrò come un assetato nel deserto: per qualche ragione sentiva la gola secca e un solo sorso di quel liquido trasparente parve trasmetterle una pace che non provava da settimane intere. La mente corse di nuovo a Milano, a Marcello, a Odile, a Marta, al suo desiderio di proteggerli, alla sua volontà di non costringerli a stare al suo capezzale.

«C’è solo una cosa di cui devo metterla al corrente», iniziò lui dopo aver preso il bicchiere vuoto dalle sue mani e averlo poggiato sul comodino. Adelaide alzò gli occhi di scatto verso quelli scuri del medico: erano giorni – settimane – che accettava ormai passivamente ogni informazione che le veniva data sul suo stato di salute, una in più non avrebbe fatto alcuna differenza. E poi l’operazione era andata bene, giusto? Non c’era alcun motivo per preoccuparsi; in caso contrario, il sarcasmo si sarebbe mostrato il grande alleato di sempre.

«Qui fuori ci sono suo marito Marcello e sua figlia Odile, sono arrivati due notti fa ma, in accordo con gli altri medici, abbiamo ritenuto che non fosse il momento adatto per farvi incontrare, anche se…», disse, mentre Adelaide lo osservava con un chiaro stupore che via via le colorava lo sguardo. Se fosse stata più lucida, probabilmente avrebbe chiesto perché. Perché non glieli avessero fatti incontrare prima, perché loro fossero lì ma, soprattutto, perché Marcello – nonostante tutto ciò che era successo – si fosse definito suo marito. Invece, si limitò ad ascoltare. «…anche se sono entrambi molto testardi ed è stato difficile fargli capire che non era opportuno disturbarla prima di un’operazione, neanche per un rapido saluto. L’unico compromesso che abbiamo raggiunto è stato quello di dar loro una stanza qui in clinica. Non è una procedura abituale ma, come capirà, era impossibile pensare di fare altrimenti», concluse, il fiato corto. Sembrava che fosse lui quello appena uscito da una delicata operazione al cuore. Adelaide fece l’unica cosa che nessuno si sarebbe mai aspettato: sorrise, di un sorriso dolce, caldo; la loro testardaggine le era ormai più che nota e c’era un che di rassicurante nel pensare che le cose non fossero cambiate, che tutto fosse rimasto come lo ricordava. Il medico continuò a guardarla e lei annuì, invitandolo a farli entrare.

«Se dovesse avvertire qualche dolore, mi faccia chiamare subito. E, mi raccomando, non faccia sforzi non richiesti. Immagino che lei sia felice di averli qui ma in questo momento la priorità deve essere la sua salute e null’altro: eviti di parlare troppo a lungo e, se si stanca, chieda loro di uscire. Non sono certo capiranno, ma è necessario che lei riposi», disse, prima di defilarsi.

La porta si richiuse alle sue spalle prima di aprirsi nuovamente qualche istante dopo. Adelaide trattenne il fiato senza nemmeno accorgersene – una pessima idea, nelle sue condizioni – e finì per tossire violentemente per quell’improvvisa mancanza di aria a cui si era appena sottoposta. Marcello e Odile entrarono nella stanza, gli occhi fissi in quelli di lei, che la tradirono liberando una lacrima che le scivolò lungo la guancia. Erano stanchi, le occhiaie erano più che evidenti, ma le stavano sorridendo, come non fosse successo nulla, come se la cosa più importante fosse confortarla – e forse lo era davvero. Il senso di colpa per ciò che era stato e il pensiero di essere la causa della loro stanchezza, si fecero sempre più strada dentro di lei, spezzandole il respiro. Scacciò la lacrima con un gesto secco, sfuggendo dallo sguardo di Marcello che la osservava con particolare attenzione. Era ferito? Deluso? Preoccupato? Non avrebbe saputo dirlo con certezza. Di sicuro: non stava bene.

Odile si avvicinò di qualche altro passo, insolitamente timorosa, e le poggiò una mano sulla spalla, stringendo appena. Era la prima volta che si vedevano entrambe così fragili, così esposte, così simili. Senza poterselo impedire, la ragazza corse con il pensiero al momento in cui avevano scoperto la verità, all’aiuto chiesto a Marcello, e si chiese cosa sarebbe successo se non avessero scoperto tutto, se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, se sua madre non – (conosceva benissimo quella sensazione e non era pronta ad affrontarla di nuovo).

Al solo immaginare quello scenario, i polmoni la tradirono, facendole mancare del tutto l’aria; inspirò a fondo, quasi boccheggiando, cercando di calmare i battiti del cuore e si concentrò su sua madre.

«Come stai?», chiese semplicemente, mentre Marcello prendeva una sedia e si sedeva di fianco al letto di Adelaide. Odile ne osservò attentamente i movimenti, la delicatezza con cui si approcciava a sua madre e, per la prima volta, si ritrovò a pensare alla grandezza dell’amore che li legava. Non che non lo avesse notato prima ma, in quell’esatto momento, l’immagine davanti ai suoi occhi si sovrappose ai suoi ricordi di bambina, ad una rappresentazione dell’amore di cui era stata testimone per molti anni.

«Bene, tesoro mio», rispose Adelaide, la voce un po’ impastata – forse dall’anestesia, più probabilmente dall’emozione –, la mano che saliva ad accarezzare il viso di sua figlia, «sto bene», aggiunse dopo aver notato Marcello che distoglieva lo sguardo per scacciare una lacrima. Il cuore le si strinse in una morsa ferrea: non avrebbe mai voluto tutto ciò; sarebbero bastate solo altre due settimane e sarebbe potuta tornare a Milano, gli avrebbe spiegato tutto e avrebbe pregato che lui potesse capirla. E invece lui era lì, a dimostrarle ancora una volta quanto volesse stare al suo fianco, in ogni occasione. In salute e in malattia, pensò, trovando la mano di lui sulle lenzuola e accarezzandola come avrebbe voluto fare nuovamente con i suoi capelli – era stato quello il modo in cui l’aveva salutato, salutato davvero, la notte prima della partenza, anche se lui non l’avrebbe mai saputo perché stava dormendo, anche se il giorno della partenza si erano visti al circolo, anche se poi era successo quello che era successo.

«Ma credo di dovervi delle scuse e delle spiegazioni», disse, raccogliendo tutte le forze di cui disponeva in quel momento e voltandosi verso l’uomo al suo fianco. Sentì le dita di Marcello incastrarsi tra le sue, senza nemmeno chiedere permesso: non ce n’era alcun bisogno, erano semplicemente destinati a trovarsi in ogni luogo, a qualsiasi distanza. Tremò appena a quel pensiero e un’altra lacrima le solcò la guancia; furono le dita di Odile a scacciarla dal suo viso, con un gesto rapido ma insicuro. Sua figlia si era seduta sul letto, gli occhi fissi nei suoi, come a darle coraggio: Adelaide non scappò da quel contatto ma vi si ancorò.

«Non ora», mormorò la ragazza, decisa, la mano che scorreva lenta sul braccio della contessa. Lei e Marcello ne avevano parlato a lungo durante il viaggio e non avevano avuto dubbi: i primi momenti sarebbero stati dedicati esclusivamente a sua madre e alla sua salute; ci sarebbe stato tempo per le parole.

Adelaide ricambiò con un debole sorriso e percepì lo sguardo di Marcello fisso su di sé: l’uomo stava cercando di cogliere ogni più piccolo segno di stanchezza, ogni traccia di disagio, ogni dettaglio che potesse dirgli che le cose non stavano andando bene, che lei stava nuovamente cercando di proteggerli, escludendoli. Si voltò verso di lui, gli occhi carichi d’amore e di una richiesta di perdono; Marcello non ruppe quel contatto visivo ma si alzò per lasciarle un bacio sulla fronte.

«Non escludermi mai più, ti prego, non ho bisogno di essere protetto, Adelaide; stare al tuo fianco è l’unica cosa che voglio, perché ti amo», sussurrò contro la sua pelle, la voce che si affievoliva un po’ sulle ultime parole, colma d’emozione. Adelaide sentì una lacrima bagnarle la fronte e si ritrovò nuovamente con gli occhi lucidi: essere testimone – e causa? – del dolore di Marcello la pietrificava. Mentre lo osservava prendere nuovamente posto sulla sedia, si sforzò di trattenere un singhiozzo, la mano di Odile che saliva ad accarezzarle nuovamente il braccio, con dolcezza.

«So che è difficile da capire, non pretendo che tu mi perdoni e non ti biasimerò se non te la sentirai di farlo, ma per me è importante spiegarti», gli disse quando lui si sedette nuovamente, gli occhi fissi in quelli di lei, «poi sarai libero di prendere la tua decisione, te lo prometto», aggiunse, sospirando per lo sforzo. Erano giorni che non parlava così tanto ma non era solo la quantità di parole a pesare sul suo cuore. Marcello annuì, accogliendo il suo bisogno di spiegarsi, di parlare, reprimendo il proprio desiderio di dirle che ora l’importante era essere lì, che ci sarebbe stato tempo per chiarirsi. Di tanto in tanto, mentre ascoltava le sue parole, si chinava sulle loro mani unite per lasciarci baci leggeri, le lacrime che non ne volevano sapere di arrestarsi, l’amore, il dolore e il sollievo che si mescolavano così bene da confonderne i confini.

«Mi dispiace così tanto per…», sussurrò, lasciando la frase a metà, i mille significati di quel così tanto che saturavano l’aria. Un’altra lacrima le scivolò sul viso mentre sua figlia si affrettava a scacciarla. Sembrava non riuscissero a fare altro che quello: in una strana inversione di ruoli Adelaide, che non aveva mai potuto stringere la mano ad Odile quando piangeva, si ritrovava ora a vedere le lacrime sparire dal suo viso per merito di quella stessa mano.

«Va tutto bene», sussurrò lui di rimando, «va tutto bene, Adelaide», rinforzò, imponendosi di pensarlo davvero perché altrimenti lei non ci avrebbe mai creduto. La contessa scosse appena la testa, in chiara risposta, prima di ritornare con lo sguardo nel suo. Si guardarono negli occhi per lunghi attimi, cercando di confortarsi a vicenda, di allontanare le paure, di dirsi tutto ciò che non erano ancora pronti per dirsi a voce.

Odile si mosse un po’ sul letto, dando cenno di volerli lasciare soli: si sentiva di troppo e la sua presenza li avrebbe solo disturbati. Non aveva alcun diritto di restare lì, ad invadere quello spazio intimo, mentre loro due si parlavano semplicemente con lo sguardo.

«Ora credo abbiate bisogno di un po’ di tempo per voi, da soli, avete molto di cui parlare, molto da chiarire e io…», disse, schiarendosi la voce e rompendo il silenzio prima di rimettersi in piedi mentre osservava attentamente ora l’uno ora l’altra, «se mi doveste cercare, penso che andrò a mangiare qualcosa nella piccola caffetteria all’angolo della strada, ma non credo avrete bisogno di me», concluse, prendendo la giacca e la borsa che aveva poggiato sulla sedia. Fu la voce di sua madre a bloccarla e Odile si voltò di scatto nella sua direzione.

«Non hai motivo di andartene», disse, la mano debolmente tesa nella sua direzione, il palmo rivolto verso l’alto in un silenzioso invito a rimanere, «almeno che non sia tu a sentirne il bisogno: in quel caso, ovviamente, non farei nulla per trattenerti», aggiunse rompendo il contatto visivo e spostando gli occhi, nuovamente inumiditi, sulle rose nel vaso. Odile scosse la testa anche se Adelaide non la stava guardando; appoggiò nuovamente la giacca e la borsa sulla sedia e si sedette sul letto prima di passare un braccio attorno alle spalle di sua madre e stringerla piano a sé, facendo attenzione a non disturbarle la ferita. Aveva paura di arrecarle danno, avrebbe preferito stringerle le mani o guardarla negli occhi ma sapeva che sua madre aveva bisogno di qualcosa in più e lei non poteva – non voleva – negargliela, non in quel momento. Mentre la stringeva a sé, accarezzandole piano la schiena, cercando di infondere in quelle carezze il groviglio di emozioni che non avrebbe mai saputo esplicitare a voce, alzò gli occhi verso Marcello e a lui non servì altro che quello per sedersi sul letto e abbracciarle entrambe. Rimasero così per minuti che non seppero contare, il battito regolare dei loro cuori ad accompagnare quel momento, fino a quando un debole bussare li strappò a quegli attimi di insolita pace – i primi da molto tempo.

«Mi scusi, contessa», la voce di un’infermiera giunse chiara alle orecchie di tutti e tre, «non sapevo che ci fosse ancora la sua famiglia qui con lei, ritornerò più tardi», aggiunse prima di chiudersi la porta dietro le spalle. Se avessero sbattuto le palpebre un po’ più lentamente, non si sarebbero nemmeno accorti del suo ingresso.

Adelaide si prese un attimo per guardare Marcello e Odile prima di sussurrare un semplice ma significativo «grazie per essere venuti qui, non potete nemmeno immaginare quanto lo apprezzi», gli occhi che si facevano nuovamente lucidi. Non era sicura di meritarsi la loro presenza – anzi, era piuttosto certa del contrario –, la loro vicinanza, ma ne era immensamente grata.

Sarebbe arrivato il momento di chiarire ancora di più, di scacciare i dubbi e le paure ma, in quell’istante, mentre tornava a stringere entrambe in un abbraccio, Marcello si sentì, finalmente, completo. Al posto giusto.

Notes:

Era il 28 gennaio dell’anno scorso quando, in un messaggio, ho scritto che mi immaginavo Adelaide in una clinica, un medico che la avvisava della presenza di suo marito e sua figlia e un abbraccio finale di loro tre sul letto, da lì a terminare questa fic il passo è stato brevissimo, poi il canon man mano è stato quello che abbiamo visto e questa fic è rimasta sepolta tra gli altri file word; mi dispiaceva, però, lasciarcela per sempre.

P.S. Il titolo è curiosamente sempre stato questo ma quella frase di Odile in 9x136 mi ha convinta ancora di più a mantenerlo.