Chapter Text
Così arrestò anche quel colpevole. A dirla tutta, quella volta fu abbastanza semplice e non le costò chissà quale fatica.
La fatica ultimamente la faceva lei, in tutto e riguardo tutto.
Stava annuendo e sorridendo alla conferenza stampa che il Procuratore aveva tanto insistito a tenere.
Mentre osservava uno a uno i giornalisti, si chiedeva quanto ancora dovesse andare avanti quella farsa.
Annuisca e basta, le aveva detto lui.
Agli ordini, aveva detto lei.
Quando finalmente smisero con tutte quelle che lei riteneva stupidate, fu la prima ad alzarsi e a uscire dalla sala prendendo sotto braccio Diana.
"È andata meglio del previsto, no?" fece in tempo a dire la cancelliera, ma fu interrotta dal Procuratore.
"Dottoressa Tataranni, nel mio ufficio"
Imma alzò gli occhi al cielo con un'espressione che somigliava al disgusto. Quel nuovo Procuratore le stava togliendo la vita. Lei non era tipa da stare sotto le regole di qualcuno, anche se poi alla fine erano state proprio le regole ad averla ingabbiata per tutta una vita. Con uno sguardo nero si diresse verso l'ufficio dove Altiero Galliani già la aspettava. Stava accarezzando qualche feticcio dei suoi, quelli della caccia. Imma si chiese come fosse potuta passare da uno che teneva la statuina di Pulcinella sulla scrivania a uno con la passione per gli animali impagliati.
Lo osservava, minuto, e pensava che si vestisse malissimo, troppo sopra le righe. Quelle giacche di velluto, quei papillon. Si era sentita in competizione con lui dal primo momento anche per quello: come osava vestirsi male quasi quanto lei? Quello era il suo marchio di fabbrica. Abbinare i colori a caso, mettere fantasie che cozzavano fra loro, era roba sua. E questo, invece, che veniva da non ricordava neanche dove, voleva prendergli il posto con quelle giacchette striminzite e quei papillon di altri tempi.
Poi era chiaro che fosse l'ennesimo uomo nella sua vita che voleva insegnarle a campare, a lei, che aveva sempre campato benissimo da sola.
Da sola nel senso sulle sue gambe, non da sola senza nessuno, che quello ultimamente le riusciva male.
"Lei è mai andata a caccia, dottoressa?"
"Non ho mai avuto il piacere, Procuratore"
"Io la trovo un'attività interessante"
"Io invece aberrante. Pensi un po'"
"Ma secondo me lei parte prevenuta"
"No, è che preferisco l'evoluzione"
Altiero Galliani incrociò le braccia sul petto. "Lei, dottoressa, me lo faccia dire, ha un carattere un po'… spigoloso"
Imma lo guardò dritto negli occhi, senza nemmeno sforzarsi di simulare pazienza.
"E mi ha chiamato per dirmi questo o per farmi sapere altro?"
Era messo costantemente in difficoltà da quella donna indomabile, che andava dritta per la sua strada e sembrava fregarsene di tutto.
Provò a rabbonirla mettendosi seduto di fronte a lei.
"L'ho chiamata per farle i complimenti"
"Grazie. Accettati, posso andare?" Imma si alzò e indicò la porta.
"No, non abbiamo finito"
Sospirò. "E ti pareva"
"Ha chiuso il caso con una velocità impressionante"
"Lavoro di squadra, no?" fece lei con un sorriso di circostanza, sperando di liquidare l'argomento.
"Poco, mi pare, considerando la fatica che facciamo tutti a starle dietro, tranne la cancelliera"
"Appunto. Siamo in due, io e lei. Una squadra. A beach volley giocano in due e sono una squadra"
"Appassionata di beach volley?"
"No, preferisco un buon libro" incrociò le braccia. "Procuratore, mi dica che c'è"
"C'è che il suo studio matto e disperatissimo…"
"Anche appassionato di letteratura!"
"Io sono appassionato di tutta la cultura, dottoressa"
"Vabbè, quindi?"
Altiero Galliani appoggiò i gomiti sulla scrivania e si sporse verso di lei. "Il suo studio ha dato i suoi frutti. Non ne avevo dubbi. A quanto pare il posto da Procuratore Capo a Milano è suo, se vuole accettare"
Sul volto di Imma passarono dieci o quindici espressioni in pochi secondi. Prima una smorfia di fastidio che le era rimasta dalle battute precedenti, poi qualcosa che somigliava a stupore e panico.
Non se l'aspettava. Non così presto e non comunicato da lui. Aveva immaginato una lettera, una chiamata, magari Diana che riusciva a sbirciare i risultati chissà come e glieli sussurrava in gran segreto, così lei avrebbe avuto il tempo di farsene un'idea prima di doverlo dire a qualcuno.
Invece Galliani l'aveva fregata. Si era preso anche quello, oltre che la sua Procura.
Si schiarì la voce.
“E come l'avrebbe saputo lei?”
“Ho contatti”
“E questi contatti hanno violato la privacy dicendo il risultato, però”
“Dottoressa, non c'è bisogno di essere così fiscale”
Imma si tormentava le mani, guardando a destra e a sinistra in cerca di una via di fuga, incredibilmente interessata a quei fagiani impagliati sistemati sui mobili.
“Dottoressa, la pensavo felice”
“Sì, sì… Come no, felicissima. È che immaginavo ci volesse più tempo”
“La posizione è vacante e Milano non è Matera”
“Vabbè, perché Matera che ha?” disse lei, un po' toccata nel vivo.
“Beh, la tentacolare Matera non soffre dei tormenti milanesi. E a Milano si va veloce. Ma lei ne sa qualcosa, no?”
“Eh, espertissima io della criminalità milanese”
Si portò una mano tra i capelli con un gesto nervoso.
Va bene. Il teatrino era durato fin troppo. Si alzò e fece per andarsene senza neanche chiudere la porta.
“Dottoressa!”
“Che c'è!” urlò, spazientita.
“Mi deve dare una risposta entro le dodici di domani”
“Comandi”
“Quello lo dicono i carabinieri”
Lo guardò, incenerendolo, e sbatté la porta.
Non ne era sicura, ma mentre camminava per i corridoi della Procura prese a spallate anche qualcuno tanto era incontenibile.
Entrò nel suo ufficio, afferrò soprabito e borsa e se ne andò continuando a urlare.
“Diana! Mi prendo mezza giornata libera”
“E che è successo, Imma!”
“Poi ti dico”
E sbatté di nuovo la porta.
Si sentiva definitivamente messa alle strette nella sua vita. Stavolta non poteva scappare.
Tornò a casa con l’unica voglia di mettersi sdraiata sul letto a fissare il soffitto e invece trovò l'agente immobiliare ad aspettarla con l'Eminenza dietro.
“Posso aiutarvi in qualche modo?”
“Beh, se ci aprisse casa ci farebbe un favore” disse l'agente, spazientito.
“Eh, intanto ci diamo una calmata”
“E no, dottoressa, perché io sono sfinito da voi”
L'uomo alzò la voce e Imma arretrò di un passo, più per lo stupore che per altro.
“Suo marito è impegnato in mezzo a un campo non ho capito dove e non può venire. Lei non risponde al telefono e non si degna di venire agli appuntamenti presi”
“Ma quando avremmo preso un appuntamento io e lei, mi scusi?”
“L'ha preso suo marito”
“Ex marito”
L'agente sbuffò.
“Avete provato a farvi seguire dall'arcivescovo di Matera per una terapia di coppia?”
“Eh! Eminenza, eh!” Imma lo interruppe alzando un dito. “Guardi, non mi faccia parlare che mi ci manca solo lei”
Si voltò verso l'agente. “Ma voi siete qui per cosa?”
L'agente le rispose con tono conciliante. “Dottoressa, la qui altissima Eminenza è interessato a comprare la casa”
“Ah. E quando me lo dite?”
“L'abbiamo detto a suo marito”
“Ex marito!”
“Ho capito, l'abbiamo detto a lui e lui ha informalmente accettato. Ha detto che sarebbe stato oggi qui con lei a fare l'ultima visita alla casa”
“Se mi vuole concedere di entrare” disse il prete.
Imma lo guardò. Poi guardò l'agente. Poi guardò di nuovo il prete, che nel frattempo si era già sporto in avanti come per varcare la soglia con o senza il suo permesso.
“Eminenza, ma lei è sicuro di voler comprare casa da una donna che vive nel peccato? Perché io non ho intenzione di confessarmi, eh. Se è per quello ci rimettiamo comodi e parliamo qua sul pianerottolo”
Il prete arretrò di mezzo passo.
L'agente si passò una mano sulla fronte sudata. “Dottoressa, la prego, sono tre ore che aspetto”
“Tre ore? Ma chi gliel'ha fatto fare?”
“Suo marito mi ha detto di essere qui per le dieci!”
“Ex marito! Ma lei invece, Eminenza, scusi, non ha anime da salvare?”
Il prete incrociò le mani davanti alla tonaca. L'agente emise un suono che stava a metà tra la disperazione e la rabbia.
Imma sospirò, raccogliendo le energie e la pazienza che le erano rimaste in corpo. Aprì la porta con un gesto brusco e fece fare ai due un ultimo giro.
“Sì, sì, va bene, come no, certo, vi do riscontro” disse Imma lanciandoli verso l’uscita.
L'agente si fermò sulla soglia. “Entro domani alle dodici mi serve la risposta”
Li cacciò prima che potessero aggiungere altro. Restò con la fronte appoggiata al legno, gli occhi chiusi; pensò che in poche ore aveva ricevuto due scadenze identiche, entrambe entro le dodici del giorno dopo e non sapeva quale delle due le facesse più orrore.
Fu presa da un raptus di impazienza.
Iniziò a riordinare la camera di Valentina, che non c’era mai. Adesso era in quella specie di congrega, di comune, di scuola della vita che ti insegnava a campare meglio di mamma e papà.
Bella roba. Però le lavatrici devo continuare a fargliele io. E certo. Perché lì col cazzo che usano la candeggina e la signorina si schifa di lavare i panni solo con l'acqua fredda e l'acido citrico. Come no, si lavano comunque. Proprio.
Piegò una maglietta con violenza.
E guarda pure Pietro. Guarda questo qua che è venuto a prendere i completi per il lavoro e ha lasciato la camera un casino. Poi sono io che non rassetto casa! E certo. Perché adesso è solo lui quello che lavora. Ha passato metà della sua vita a fare il ministeriale e ora, perché un cretino qualsiasi gli ha detto che era bravo a fare chissà cosa... che io proprio non l'ho capito cosa fa... allora si manda a monte una vita e una carriera!
Si rese conto che stava piegando la stessa felpa da cinque minuti. La appallottolò e la incastrò in un cassetto troppo pieno.
Si tolse le scarpe, si mise le pantofole e andò ad aprire il frigorifero. Faceva pietà. Una pasta aglio e olio sarebbe andata benissimo.
Ci metto anche due alici.
Ma tanto neanche ho fame.
Devo fare qualcosa sennò impazzisco.
Accese il fuoco, mise l'acqua, sbucciò l'aglio e lo affettò sottile. Prese una padella facendone sbattere altre cinque e fece scivolare il trito nella padella con l'olio.
Guardava l'aglio sfrigolare, mentre sentiva una sensazione strana alla gola e uno strano pizzicore agli occhi.
Cos'era? Le stava venendo un attacco di cuore? Le stava scendendo la cataratta?
Si sentì una guancia bagnata.
E no, Imma. Ma che cazzo ti piangi? Ti pare il caso di piangere davanti all'olio che frigge e con tutto quello che hai da decidere? No, eh. Non è proprio il tempo di drammi e melodrammi. Le robe serie sono altre. Devi dire sì o devi dire no. Milano o Matera. Procuratore Capo o continuare a subirti Altiero Galliani con le sue giacche di velluto e i suoi fagiani impagliati. E non è che se piangi sull'aglio la scelta si fa da sola, anzi, più piangi e più l'aglio si brucia, e poi che fai, lo butti e ricominci? Così, tanto per aggiungere altra frustrazione a una giornata già perfetta?
Si asciugò la guancia con il dorso della mano. Alzò gli occhi al soffitto. Tenne duro per cinque secondi. Poi un'altra lacrima le scivolò lungo il naso.
No, eh. Non è proprio il momento. Adesso si mangia.
Si accorse che il lavandino aveva fatto di nuovo una pozza. Sbatté il canovaccio sul piano cottura e si chinò a guardare.
Goccia.
Dopo.
Goccia.
Goccia dopo goccia la bacinella sotto il sifone si era di nuovo riempita. Quella tinozza che ormai quasi strabordava le parve la parabola della sua vita: goccia dopo goccia, evento dopo evento, la sua pazienza si era saturata al punto da stringerle le mani alla gola.
Prese un'altra bacinella e la sistemò al posto di quella che stava per traboccare. Poi si appoggiò con le mani al piano cottura e rimase lì a guardare: una bacinella piena quasi fino all'orlo, l'altra vuota. Come la sua vita. Una piena, l'altra da scrivere da zero a Milano.
E sì, perché uno resiste, resiste…
Uno resiste alle conferenze stampa che non vuole fare, ai procuratori che la vogliono solo obbediente. Resiste alle figlie che se ne vanno e poi si lamentano delle lavatrici. Resiste ai fagiani impagliati che ti fissano mentre un uomo con il papillon ti dice che sei spigolosa. Resiste agli agenti immobiliari che ti urlano addosso sul pianerottolo, ai preti che ti vogliono comprare casa e magari anche confessarti mentre ci sono, tanto per fare pacchetto completo. Resiste ai baci sbagliati, alle fughe, alle partenze, al coma, alle recriminazioni.
Resiste, resiste, resiste.
Uno resiste, ma non serve a niente.
Non serve a niente perché arriva un tubo del cazzo, sotto il lavandino, e ti accorgi che goccioli pure tu da sempre. Che hai fatto una pozza pure tu, che la tua bacinella si è riempita da una vita. Ti viene voglia di dire a qualcuno: guarda che anche io ho un limite, anche io, altrimenti scoppio. E invece no. Perché io sia mai mi sia concessa tanta grazia. Io sto davanti all'acqua che cade e penso che almeno il tubo ha avuto il coraggio di mollare. Io invece devo ancora decidere. Milano o Matera. Sì o no. Entro le dodici, possibilmente.
La goccia che continuava a riempire la bacinella era la stessa insofferenza gocciolante che scavava da tempo dentro di lei, quella a cui non era riuscita a porre rimedio. Quando si saturava, quando traboccava, poi esplodeva e faceva qualche cazzata: finiva a letto con Calogiuri, urlava con Pietro e Valentina, trattava male Diana.
Finire a letto con Calogiuri era stata una stronzata o l'unico anelito di libertà realmente assaporato?
Svuotò il secchio nel lavandino – al diavolo le piante che puzzavano pure – e assaggiò la pasta.
Era cruda, amen.
Spense il fuoco, la scolò e la rovesciò nel piatto con l'aglio ormai annerito.
Respirava con un po’ di affanno e non riusciva a calmarsi.
Aveva la sensazione che il tempo stesse per scadere e che alla fine di quel ticchettio non rimanesse nulla se non buttarsi.
Che fosse per cadere definitivamente o per rinascere lei questo non lo sapeva.
Prese il piatto e si mise a sedere. Guardò le stoviglie e pensò che non si era neanche degnata di apparecchiarsi la tavola.
Ma chi sei diventato?
No, ma chi sei diventata tu.
Si trovava lì, da sola, con un piatto di pasta cruda e senza nemmeno la voglia di mettersi un bicchiere e un tovagliolo.
Non chiedeva un fiorellino per fare arredamento, ma almeno quello.
Cosa sarebbe diventata fra altri sei mesi? Una che faceva versi a tavola e si puliva con l'avambraccio?
Sospirò. Non si piaceva. Fece uno sguardo di disgusto più per sé che per la situazione.
Mentre continuava a fissare il piatto, un paio di ricci le finirono davanti agli occhi. Li scostò con una mano, ma ricaddero di nuovo in avanti. Sbuffò e andò a cercare il mollettone che quella mattina aveva sicuramente tirato da qualche parte senza pensarci. Lo trovò sul mobile all'ingresso, sotto lo specchio. Probabilmente se l'era tolto prima di uscire, dandosi una rinvigorita ai capelli.
Si guardò allo specchio e non si riconobbe. Passò un dito sui solchi in mezzo agli occhi, poi provò a distendere la fronte. Sentì i muscoli rilassarsi e si chiese da quanto tempo era fissa in quella posizione accigliata. Forse da quando Altiero Galliani le aveva dato la notizia. Forse da prima. Forse da mesi e non se n'era mai accorta.
Tirò su i capelli e mise il mollettone. Non poté fare a meno di notare quanto così stesse meglio. Il colore che le aveva fatto la parrucchiera le faceva schifo, così come quella permanente. Poi scendono i ricci, aveva detto Diana, ma non era vero. E poi quel colore era spento e spegneva pure lei.
Era il colore a spegnerla o si era spenta del tutto?
Forse avrebbe cambiato parrucchiere, capelli e colore. Forse sarebbe tornata a quel taglio corto e a quel rosso vivo di sette anni prima, quando la vita era meno pesante.
Quando non doveva decidere se andare a Milano o restare a Matera.
Quando non aveva un procuratore con i papillon che la convocava per farle la morale.
Quando Pietro era ancora suo marito e non uno che quasi firmava il rogito al posto suo.
La pasta era diventata colla.
Provò a sbrogliare la matassa con la forchetta, buttò giù un boccone e poi rovesciò tutto al secchio. Era immangiabile da calda, quella roba, figurarsi da fredda.
Nel silenzio, si sentiva solamente il gocciare del tubo in cucina nella bacinella che era di nuovo già quasi piena.
Si buttò sul divano e si massaggiò le tempie con le dita, facendo pressione sui punti dove sentiva la tensione accumulata.
Non riusciva a stare ferma.
Un minuto sul divano, poi si alzava.
Si sedeva, poi si alzava.
Andava in cucina a guardare la bacinella, tornava in soggiorno, si sedeva, si alzava.
Basta, sdraiati e rimani immobile. Devi pensare.
Sull'altro divano apparve la Imma bambina con un quaderno in mano e una penna.
Accavallò le gambe e iniziò a interrogarla come una psicologa.
“Allora, Imma, perché non hai chiamato Pietro per aggiustare la guarnizione? Lui l'avrebbe già sistemata”
“Guarda che se avesse voluto aggiustarla nessuno glielo avrebbe impedito, mi pare. Mi pare che quando vuole entra ed esce senza chiedere il permesso. Ma tanto a lui che gliene frega di questa casa?”
“Perché a te interessa?”
“Certo che mi interessa”
“E che cosa te ne frega? Sono solo muri”
“Sono pure ricordi”
“I ricordi te li porti dietro, se vuoi. E poi tu non eri quella tutta d'un pezzo? Indipendente?”
“E sì, sì, sono io quella indipendente. Però mi fregano pure dei ricordi”
“Magari è troppo tardi” disse la Imma bambina.
“Per i ricordi?”
“Per tutto. Che diritto hai ora di interessarti dei ricordi di questa casa?”
“Dici che non ne ho diritto?” chiese Imma preoccupata.
“Dico che forse ci dovevi pensare prima”
Perché la lei piccola era così cattiva?
“E ci voglio pensare adesso” disse Imma adulta.
“Adesso è tardi”
Aveva la sensazione che quella bambina, con il quaderno e quel tono da magistrato, avesse ragione.
Forse non aveva diritto di provare nostalgia.
Forse era fuori luogo, quella nostalgia.
Forse aveva ragione Pietro: i tempi cambiano.
Le persone cambiano.
Forse erano cambiati tutti e lei se ne era accorta solo adesso.
Forse tutti lo avevano accettato, tranne lei.
Eppure quel cambiamento lo aveva voluto anche lei, senza neanche accorgersene.
Si tirò su e guardò dritto davanti a sé, anche se sentiva la stanza girare.
“Non devi pensare alla casa, Imma. Devi pensare a Milano” riprese la piccola
“Milano è scappare” rispose la grande.
“Milano non è scappare. È ricominciare” sentenziò la bambina.
“Ricominciare da cosa?”
“Non da cosa. Da chi”
“Ricominciare da chi, allora?” chiese Imma confusa.
“Da te, da noi”
Ricominciare da te, da noi.
La Imma adulta scosse la testa. “Se vado, abbondono tutti”
La bambina fece no con la testa. “Non abbandoni nessuno. Sono tutti grandi e grossi”
“Lo sai che hanno tutti bisogno di me… cioè di noi” disse indicando loro stesse.
“Però mi sembra che tutti scalpitino per andare via da noi”
E all'improvviso capì. Non era stato il fato a metterla all'angolo, ma ci si era messa da sola. Per anni aveva raccontato a sé stessa la storia di una donna intrappolata da circostanze più grandi di lei. E invece no. Era stata lei, con le sue mani, a costruire quella gabbia, barra dopo barra, scegliendo ogni volta la strada più sicura invece di quella che voleva davvero.
Aveva detto non voglio quando avrebbe voluto dire sì e si era piegata quando avrebbe voluto rompere tutto.
Poi aveva comunque rotto tutto.
E adesso, guardando indietro, non riusciva nemmeno a riconoscersi in quella donna che si era annullata per far contenti gli altri.
Che poi neanche se n'era mai accorta di essersi annullata. L'avevano piegata gradualmente, ma inesorabilmente.
Poi iniziò a comprendere pure che il senso di vuoto che sentiva non era la solitudine in sé. Non era la mancanza di qualcuno accanto, non era il silenzio della casa, non era il letto vuoto. Era la sensazione di non avere più nessuno a cui correre dietro. Per vent'anni aveva avuto Pietro, con le sue manie, i suoi fumetti da sistemare in ordine cronologico, le sue passioni che cambiavano stagione dopo stagione, le sue fughe creative. Poi era arrivata Valentina e per altri vent'anni aveva rincorso i suoi capricci, i suoi silenzi, i suoi modi di rispondere e le sue pretese.
E adesso, con una firma su un pezzo di carta e un divorzio, era crollato un castello intero.
Non c'erano più da rincorrere gli hobby del marito, le sue fantasie, i fumetti da sistemare.
Ma Pietro non leggeva più fumetti, adesso. Era diventato un uomo d'affari, andava in palestra in ufficio, parlava con un computer. Preferiva parlare con Astrid che con lei e per la prima volta Imma si chiese se non fosse stato giusto così. Forse lei non era mai stata fatta per la vita che avevano costruito insieme. Forse si era sposata perché era quello che si faceva, aveva avuto una figlia perché era quello che si faceva, era rimasta per anni perché era più facile che andarsene.
E poi un giorno Pietro aveva smesso di fingere, aveva smesso di recitare la parte del marito annoiato e aveva cominciato a fare quello che voleva davvero.
E aveva trovato altri hobby, aveva trovato un altro lavoro.
E chi era Imma per giudicarlo?
Chi era lei per dire che la sua strada era sbagliata, quando la sua di strada l'aveva percorsa con i paraocchi per quasi vent'anni?
E Valentina. Non c'erano più da rincorrere i capricci di una figlia che aveva scelto una comune biologica piuttosto che stare con sua madre.
Per mesi Imma ci aveva sofferto, comunicando quella preoccupazione nella maniera peggiore.
E se non avesse sbagliato niente?
E se Valentina avesse semplicemente scelto quello che la rendeva felice e la sua felicità non corrispondeva all'idea che Imma aveva di felicità per lei?
Non era forse questo il compito di un genitore? Non preparare la strada, ma stare accanto mentre i figli si fanno la loro?
E se fosse stato tutto giusto?
Se la fuga di Pietro dalla noia del posto statale fosse giusta?
Se la fuga di Valentina dagli standard universitari imposti dalla madre fosse giusta?
Se il preferire parlare con un computer piuttosto che con lei fosse giusto?
Imma si appoggiò con i gomiti sulle ginocchia.
Forse loro erano stati felici, a modo loro. Forse quei vent'anni non erano stati un fallimento, ma semplicemente quello che dovevano essere. Due persone che si erano incontrate, avevano provato a stare insieme, e poi avevano scoperto di volere cose diverse. Non c'era un colpevole. Non c'era una vittima. C'erano solo due esseri umani che avevano smesso di capirsi e avevano avuto il coraggio di dirlo.
Coraggio, più o meno.
Se tutto questo fosse giusto e fosse giusta anche lei, come l'era sempre stata?
Aveva passato una vita a sentirsi in difetto, a credere di non essere abbastanza: non abbastanza moglie, non abbastanza madre, non abbastanza donna.
E se invece fosse stata abbastanza, ma per qualcos'altro? Per un'altra vita, un'altra versione di sé che non aveva ancora avuto il coraggio di incontrare?
Se tutto questo fosse giusto perché per tanto tempo erano stati degli ingranaggi che si erano forzati e sforzati di stare insieme e ora potevano essere tutti liberi? Imma chiuse gli occhi e pensò a Pietro che parlava con Astrid, alla voce calma che usava con quel computer, alla dedizione che metteva nel suo nuovo lavoro. Non era più l'uomo che aveva sposato, ma forse era l'uomo che era sempre stato e che non aveva mai avuto il permesso di diventare. E Valentina, nella sua stalla, con i suoi animali, lontana dalle aule universitarie e dalle lezioni che non aveva mai voluto seguire. Sorrideva, nelle foto che ogni tanto Imma vedeva sui social. Sorrideva come non sorrideva da anni.
Se Pietro era libero nel suo nuovo lavoro, se Valentina si sentiva libera nella sua nuova stalla, perché Imma non avrebbe potuto sentirsi libera? Libera di scegliere, per la prima volta, senza dover dare spiegazioni a nessuno.
E se sentirsi liberi non equivalesse a volere poco bene a Pietro e Valentina, ma a volergliene così tanto da accettare la realtà, da smettere di pretendere che gli altri fossero quello che non potevano essere, da provare a ricostruire nella serenità di un nuovo inizio?
“Ti sei allontanata da te stessa molto prima che gli altri si allontanassero da te”. La bambina parlava senza alzare gli occhi dal quaderno. “E lo sai”
Imma sentì un nodo alla gola.
“Pensavi che fosse amore. Invece avevi paura”
“Paura di cosa?”
“Paura di scegliere davvero"
Imma si strinse le braccia intorno al corpo. “E andare a Milano sarebbe decidere per me?”
“Sì. Tu pensi di essere uno spirito libero, ma sei più incatenata di quanto credi”
Imma abbassò lo sguardo.
Adesso che non c'era più niente da tenere insieme, adesso che Pietro e Valentina avevano trovato la loro strada senza di lei, si sentiva inutile.
Si era persa ed era diventata una persona diversa.
“E adesso che faccio?” chiese Imma, senza alzare lo sguardo.
“Imma, se riavvolgi il nastro di sette anni, cosa ti viene in mente?”
“Che ero più fedele a me stessa”
“E che altro ti viene in mente?” disse la Imma bambina mentre segnava sul quaderno le risposte.
“Che volevo cambiare”
“E perché?”
“Perché mi sentivo sbagliata, ma sai… allo stesso tempo giusta”
“Come fai a sentirti sbagliata e giusta insieme?” chiese la bambina con un tono all'improvviso più curioso.
Imma adulta ora guardava davanti a sé, ma non vedeva più la stanza. Vedeva gli anni passare, uno dopo l'altro, come fotogrammi.
“Perché in casa ero sempre sbagliata e in ufficio ero sempre giusta. Con Diana e Calogiuri sono… ero… sarei sempre giusta anche se ho fatto solo casini. Mentre in casa sono sempre sbagliata. E a un certo punto ho capito che l'unico modo per essere sempre giusta sia a lavoro che a casa era aprirmi all'emotività. Però…”
“Però non ci sei riuscita” disse la bambina.
“Non ci sono riuscita” riprese Imma scuotendo la testa.
“Sei diventata spesso solo egoista”
“Sono diventata egoista” annuì.
“Ti volevano migliore o ti volevano come dicono loro?”
“Mi vogliono come dicono loro”
“E tu?”
“E io mi voglio come dico io” ammise Imma.
“E come ti vuoi tu?” disse la bambina, chiudendo il quaderno.
Imma sentì la risposta salirle dal petto alla gola. “Libera”
“E che lavoro vuoi fare?”
“Il procuratore”
La bambina la guardò per un lungo istante. Sorrise e sparì.
Imma si ritrovò seduta sul divano, con le mani intrecciate sulle ginocchia, e per un momento non capì dove fosse.
Si passò una mano sul viso e si accorse che i muscoli della fronte erano rilassati.
Non aveva deciso di distenderli.
Ripercorse di nuovo gli ultimi anni della sua vita. Aveva provato a diventare Cinzia Sax, aveva provato a diventare Sara, aveva provato a capire cosa ci fosse di bello nel jazz, ad ascoltarlo con attenzione, a cercare di provare quello che provavano gli altri, ma non c'era riuscita. Il jazz per lei era solo rumore e nessuno sforzo al mondo lo avrebbe trasformato in musica.
Aveva provato a diventare come la madre di Bea, sempre perfetta, sempre in ordine, sempre pronta ad ascoltare i problemi degli altri senza mai parlare dei propri. E non c'era riuscita neanche quella volta. Più provava a piegarsi, più le uscivano sprazzi di odio, parole taglienti che non voleva dire ma che le scappavano comunque, perché si stava allontanando da quella che era. Era come indossare un vestito di due taglie più piccolo: a forza di stringere, alla fine si strappa. E lei si era strappata, o meglio era esplosa, addosso a tutti: a Diana, impedendole di diventare giudice di pace. A Calogiuri, che aveva ricevuto freddezza quando avrebbe meritato calore. A chiunque la amasse, in ultima analisi.
Si morse il labbro inferiore, consumata da un giro di emozioni che oscillava dal sentirsi in dovere di chiedere scusa al sentirsi in diritto di riceverle. Non era mai stato facile per lei trovare un equilibrio. Da una parte c'era la consapevolezza di avere ferito persone che non lo meritavano, dall'altra la rabbia per non essere mai stata capita, per aver sempre dovuto giustificare ogni sua reazione, per essere stata etichettata come fredda o stronza ogni volta che non si comportava come ci si aspettava.
Aveva passato gli ultimi sette anni a cercare di essere qualcosa che non era e in quel tentativo si era convinta che la vera lei fosse sbagliata.
Che il suo fosse davvero un brutto carattere e non solo carattere. Il problema era che aveva smesso di ascoltarsi. Non aveva mai imparato a farlo, a dire la verità, e quando si sforzava di farlo le usciva male. E più non si ascoltava, più diventava insopportabile. Sapeva di stare tradendo se stessa e non aveva il coraggio di fermarsi, perché fermarsi avrebbe significato guardarsi dentro, e quello che avrebbe trovato l'avrebbe spaventata.
Adesso, invece, aveva smesso di scappare. E quello che vedeva non era così brutto come temeva. Era solo umano. Imperfetto. Stanco.
Adesso sì che aveva smesso.
Perché quello che Imma non aveva mai capito, in tutti quegli anni, era che la sua difficoltà a gestire le emozioni non era un difetto di fabbrica, ma il risultato di non aver mai avuto gli strumenti per farlo. Nessuno le aveva insegnato a dare un nome a quello che sentiva, a distinguere la tristezza dalla stanchezza, la rabbia dalla paura. Così quando le emozioni arrivavano, lei reagiva come poteva: si chiudeva, si difendeva, alzava muri.
Poi succede che un maresciallo sbarbatello le emozioni te le fa provare e lì viene tutto giù.
Non era egoista, era diventata egoista. C'era differenza. L'egoismo vero è una scelta, una direzione consapevole. Il suo era stato un naufragio. Aveva perso di vista se stessa, e quando non sai più chi sei, tutto quello che fai diventa un tentativo di sopravvivenza. E sopravvivere, a volte, significa essere ingiusti. Significa non vedere chi ti sta intorno. Significa ferire senza volerlo, perché sei troppo presa a non affondare per accorgerti che stai trascinando giù anche gli altri.
Era diventata egoista perché non era riuscita nel percorso di approfondimento emotivo. Perché nessuno le aveva detto che si poteva imparare, che non era un dono di nascita, che si poteva sbagliare e poi riprovare. Aveva avuto paura e la paura l'aveva resa cieca. Ma adesso, trovandosi di fronte a un'emotività sbloccata, non riusciva a gestirla. Sentiva tutto troppo: la gioia di avercela fatta, la malinconia per quello che aveva perso, la gratitudine per chi era rimasto, la paura di non essere all'altezza di quello che l'aspettava. Era un fiume in piena dopo anni di siccità e lei non sapeva dove mettere le mani. Non sapeva come gestire tutto quel sentire, perché non l'aveva mai fatto prima. Era come se qualcuno avesse aperto una diga e lei fosse lì, in mezzo all'acqua che tracimava, senza sapere nuotare.
Eppure, per la prima volta, non voleva più chiudere la diga. Voleva imparare a stare in quell'acqua, a galleggiare, a lasciarsi trasportare senza paura di annegare.
Adesso era libera.
Adesso sarebbe diventata procuratrice.
Si alzò di scatto. Sciolse i capelli dal mollettone e li lasciò cadere sulle spalle. Rimise le scarpe.
Prese il telefono, cercò l'indirizzo del nuovo ufficio di Pietro su internet e arrivò nel più breve tempo possibile.
Trovò solo una postazione vuota e un altoparlante da cui uscì una voce robotica.
“Dottoressa Sostituto Procuratore Immacolata Tataranni”
“O sostituto procuratore o dottoressa. Tutte e due stonano”
“La ringrazio per la precisazione, dottoressa. Come posso aiutarla?”
“Vorrei vedere il signor De Ruggeri”
“Il signor De Ruggeri è nel suo ufficio”
“E se mi fa entrare, lo raggiungerei”
“Non sono autorizzata a fare entrare sconosciuti”
“Ma io non sono una sconosciuta. Se mi conosce, e mi conosce, mi ha pure salutato”
Pietro stava tornando dalla sala riunioni quando la vide litigare con l'intelligenza artificiale.
“Imma, e che ci fai qui?”
“Ti devo parlare, Pietro”
“Astrid, apri che può entrare”
“Salve” disse Imma passando intorno alle scrivanie, ma nessuno alzò la testa per ricambiare il saluto.
Fece una smorfia con la bocca per sottolineare il disprezzo per quell'ambiente.
“Guarda che bell'ufficio, Imma! Astrid, alza le tende”
“Manco più le tende ti alzi da solo, Piè”
“Perché farlo io quando lo può fare lei?”
“E certo. La serva” Imma incrociò le braccia. “Non ti pare strano che queste intelligenze artificiali siano tutte donne?”
“Imma, adesso la paternale sui computer no, però, eh”
“E no, figurati, non vorrei mai rovinarti il mood”
“Vedo che le lezioni di inglese funzionano. Adesso usi anche gli inglesismi”
“Hai visto? Soldi ben spesi”
“Perché paghi pure?”
“Che vorresti dire, scusa?”
“Pensavo che ricambiassi in altri modi”
“Pietro, ma vaffanculo un po'”
Imma accavallò le gambe e le mani le tamburellavano nervose sulle ginocchia. Aveva una voglia matta di litigare una volta per tutte, di dire tutto quello che non aveva mai detto, per poi forse, dopo, ricostruire qualcosa. O forse no. Forse voleva solo rompere tutto, una volta per tutte.
“Piè, mi potevi avvertire che hai deciso di vendere casa al Santissimo senza avvertire?”
“E Imma, e quello non ti sta bene, e il b&b non ti sta bene, e il reverendo non ti sta bene”
“No, veramente non mi sta bene non essere messa al corrente”
“A te non sta bene che qualcuno decida al posto tuo”
“E va bene, pure fosse”
“E pure fosse, non sei l'unica con diritto di decidere. Che pensi di essere l'unica con la testa sulle spalle?”
“E forse sì, considerando che hai lasciato un posto statale per finire a fare che, Piè? A parlare con un computer?”
“Tu dici così perché non avresti il coraggio di buttarti nel vuoto come ho fatto io per avere una posizione migliore”
“Nel vuoto non lo so, ma vado a Milano. Divento Procuratore”
Glielo disse così, lanciando la bomba e poi aspettando la reazione. Pietro rimase fermo, le mani appoggiate sulla scrivania, e per qualche secondo non disse niente.
“E me lo dici così?”
“Te lo dico così come tu hai detto a me a chi hai deciso di vendere la casa”
“Ma non è la stessa cosa”
“Sì, Piè, è la stessa cosa. Perché io sarò una grandissima stronza, ma tu sei sempre stato una grandissima vittima. E forse io ho tante colpe, ma forse è ora che un esame di coscienza te lo fai pure te”
“E non mi pare che tu te lo sia fatto un esame di coscienza mai, considerando quello che hai fatto con il bel maresciallo”
Imma sentì il sangue salirle al viso. “Che ora sta chissà dove, ti ricordo. E ti ricordo pure che tu sei solo stato più sfortunato di me a non consumare con tutte quelle che ti sono ronzate intorno”
“Forse qualcuno che mi apprezzava c'era come partner”
“E allora forse è ora che mi trovi qualcuno che mi apprezzi pure a me. Lontano da qui. A Milano”
Pietro la guardava con rammarico. Perché finivano sempre per essere la versione peggiore di loro quando parlavano?
“Tu mi odi, Imma?” chiese Pietro con lo sguardo più languido che Imma avesse mai visto.
“Non ti odio. Forse tu sì, però”
“Io non ti odio”
“Però ti sto sulle palle”
“Forse ultimamente un po' sì. È che sei cambiata”
“Sono cambiata perché ho provato a farmi accettare da voi. A superare i vostri critiche, le vostre pretese”
“E pure te però ne hai tante di pretese, eh. Scusa se te lo dico”
Imma lo guardò e per un attimo pensò che avrebbe potuto rispondere a tono; invece fece un respiro lento e disse quello che aveva capito solo poche ore prima, seduta sul divano di casa, mentre una bambina con un quaderno la guardava.
“Per questo vado a Milano: per liberarci”
“Per liberarci?”
“Sì. Perché nessuno di noi ne può più l'uno dell'altro, Pietro. Io non ti sopporto più e tu non sopporti più me. Io e Valentina non parliamo. È colpa mia, gran parte di tutto questo è mia. Ma basta farci del male. Forse così ci potremo iniziare ad amare di nuovo”
Pietro aveva la bocca leggermente aperta, come se volesse dire qualcosa ma le parole non uscissero. Imma lesse nei suoi occhi la confusione e poi forse la comprensione.
Stava per parlare quando Astrid si palesò.
“Pietro, sei richiesto in sala break”
Lui alzò una mano. “Un attimo, Astrid”
“Pietro, sei richiesto in sala break”
“Arrivo, un attimo”
“Pietro, sei richiesto in sala…”
“E BASTA!” urlò Imma.
Astrid si zittì all'istante.
“Vedi?” disse lui. “Neanche i robot reggono il tuo carattere”
“Appunto, neanche l’intelligenza artificiale mi sopporta più”
“Imma…”
“Non dirmi niente, Piè. Perché se mi dici qualcosa di bello poi mi viene da restare e non devo restare"
Pietro abbassò lo sguardo. Annuì. Non disse niente.
“Sei richiesto” disse Imma, alzandosi. “Tolgo il disturbo”
“Sì, sarà per l'ennesima lavata di testa” disse Pietro alzandosi con un'espressione preoccupata.
“Cioè?”
“Cioè che non riesco a vendere il quinto terreno. Ogni giorno che non lo vendo è un'umiliazione in più”
“Ah” fece lei, mettendosi la borsa in spalla.
Umiliare.
Chi si poteva permettere di umiliare la sua famiglia?
Che sempre di famiglia si trattava, anche se ormai in un certo senso era una famiglia sfasciata.
Con le sue tipiche falcate seguì l'odore di caffè fino alla sala break.
Pietro la seguiva arrancando, con il fiato corto.
“Edoardo Fossati?”
“Sì, con chi ho il piacere di parlare?”
“Sostituto procuratore Tataranni”
“Ah, la moglie di Pietro”
“Ex moglie”
“Posso offrirle un caffè?”
“Certo”
“Come lo prende?”
“Con molto zucchero”
“Lo zucchero fa male, Imma, quante volte te lo devo dire” intervenne Pietro, cercando di rabbonire Fossati.
“Pietro, lo sai, mi piace il brivido del rischio di morire di qualche strana malattia perché prendo il caffè con lo zucchero”
“Sarcasmo!” esclamò Fossati “È una qualità che apprezzo molto nelle persone”
“Sa cosa non apprezzo io invece? I gradassi”
Fossati inclinò la testa dall'altra parte, fingendo perplessità. “Non colgo la reference”
“La reference gliela do io”
Imma poggiò il caffè sul tavolo e incrociò le braccia. “Mi è giunta voce dei suoi metodi poco carini, per così dire, per spronare i dipendenti a dare il massimo. Dite voi così, giovani esperti di business, no? Le vorrei solo ricordare che le condotte descritte integrano una fattispecie di mobbing lavorativo, rilevante ai sensi dell'articolo 2087 del Codice Civile, in quanto lesive dell'integrità psicofisica del lavoratore”
Fossati la guardò sorpreso. Il sorriso disinvolto si era congelato.
Imma bevve l'ultimo sorso di caffè, poi lanciò il bicchierino nel secchio con un gesto secco. Fece canestro e si congedò.
“Stia in campana, che il cosiddetto mobbing, pur non essendo autonomamente tipizzato come reato, può integrare diverse fattispecie di reato previste dal Codice Penale”
“Che fa, mi minaccia?”
“No, non potrei. Anche perché io sto andando a Milano” Imma prese la borsa che aveva poggiato sulla sedia. “Però non mi piace chi tratta male la mia famiglia”
Si girò verso Pietro. Lui aveva uno sguardo incomprensibile sul viso: era tanto orgoglioso quanto mortificato, tanto contento che qualcuno l'avesse difeso quanto imbarazzato per essersi trovato nella posizione di averne bisogno.
“Stammi bene, Pietro. Vado da Valentina”
Uscì dalla sala break senza aggiungere altro. Sentì Fossati dire qualcosa a Pietro con un tono che adesso era completamente cambiato, ma non si voltò. Aveva altre cose da fare. Aveva una figlia da andare a trovare.
Il viaggio in macchina fino alla comunità della Piacentini fu più leggero di quanto pensasse.
Era come se la rabbia l'avesse lasciata da Pietro.
Nei confronti della figlia, che da lei non si era mai sentita capita, aveva solo una quantità infinita di preoccupazione che non sapeva come gestire: così finiva per esplodere, troppo spesso, rovinando tutto.
Barbara Piacentini, la proprietaria della comunità, la accolse al cancello con lo sguardo scuro.
"Posso aiutarla, dottoressa?"
"Vorrei parlare con mia figlia"
"Sua figlia attualmente sta dando da mangiare alle galline"
"E allora vorrà dire che andrò a dare da mangiare alle galline pure io"
La Piacentini incrociò le braccia sul petto. "Sarebbe preferibile di no. Sono animali molto sensibili. Si innervosiscono con i cambiamenti"
Anche le galline adesso erano più sensibili di lei.
Imma la guardò. Contò fino a tre, cosa che non faceva da anni.
"Senta… come ha detto che si chiama?"
"Barbara Piacentini"
"Ecco, signora Piacentini. Io voglio parlare con mia figlia. Ora, con o senza galline, io parlerò con mia figlia. Ci siamo capite?"
La donna aprì la bocca per replicare, poi la richiuse. Forse lesse negli occhi di Imma qualcosa che le fece capire che non c'era spazio per trattative. Si scostò dal cancello con un movimento lento e indicò un sentiero che costeggiava l'orto.
"L'ultimo recinto a destra, ma le chiedo di non alzare la voce. Qui da noi si parla piano"
Non si preoccupò neanche di nascondere l'alzata di occhi al cielo e lo sguardo di rimprovero.
Barcollava sui tacchi mentre si avvicinava a sua figlia, di spalle, che cercava di compattare le galline tutte quante in una sola direzione per gestirle meglio.
"Galline in fuga" disse ironicamente Imma.
Valentina sobbalzò. Si girò di scatto e sul suo viso passarono in rapida successione lo stupore, il fastidio e poi qualcosa che assomigliava alla rassegnazione.
"Mà, e che ci fai qui?"
"Sono venuta a parlarti"
"Di cosa? Di quanto non studio?"
"Anche. Ma principalmente di me"
"Ah, di te. E che cos'è questa novità, adesso?" disse Valentina con ironia, mentre finiva di distribuire il cibo alle galline con gesti più bruschi del necessario.
"Abbiamo venduto la casa" disse Imma.
"Sì, lo sapevo. Me l'ha detto papà ieri"
Valentina si pulì le mani sulla salopette e si mosse verso il casale con passo deciso. Imma la seguiva, arrancando sui tacchi che affondavano nella terra battuta, e pensò che quel passo veloce e testardo l'aveva ereditato proprio da lei.
Nel casale l'aria sapeva di stantio. Valentina iniziò a rifare i letti con movimenti scattosi, senza guardare la madre. Imma si appoggiò allo stipite della porta, incerta se entrare o restare lì.
"E come l'hai presa questa cosa della casa?" chiese.
"Male. Ma tanto, come dice papà, bisogna accogliere i cambiamenti"
"E a proposito di cambiamenti…"
Non c'era un modo delicato per dire quello che stava per dire. Non c'era un modo pacato, né poco diretto. E forse, se ci fosse stato, lei non avrebbe voluto trovarlo lo stesso. Non sarebbe stato da lei.
"A proposito di cambiamenti?" fece eco Valentina mentre infilava i cuscini nelle federe con violenza.
"La mia candidatura come procuratore capo alla procura di Milano è stata accolta. Mi trasferisco"
Valentina smise di muoversi per un secondo. Poi riprese a sistemare il cuscino, con le mani che adesso tremavano appena.
"Bene. Buon viaggio"
"Ma che stai a dì, Valentì?"
"Dico che finalmente hai trovato il coraggio di scappare"
"Scappare?"
"Sì, scappare dai problemi che hai creato"
Imma sentì il sangue salirle alla testa. Per un attimo fu tentata di alzare la voce, di ribattere come aveva sempre fatto. Poi si ricordò del divano, della bambina con il quaderno, della promessa che aveva fatto a se stessa senza nemmeno saperla formulare.
Fece un passo avanti, prese Valentina per un braccio e la spinse a sedere sul letto.
"E no, Valentina. Adesso basta. Adesso mi stai a sentire, perché tu parli e parli e parli, ma hai vent'anni e sei cresciuta nell'agio"
"Ah, nell'agio?" Valentina incrociò le braccia.
"Sì, Valentina. Nell'agio di una sicurezza economica e di una famiglia che ti vuole bene"
"Che mi vuole…"
"Sì, che ti vuole bene. E non ti azzardare a dire il contrario. Perché chi è che te ne vuole bene davvero? La madre di Bea, sempre perfetta, o la direttrice di questa baracca?"
Valentina scattò in piedi, gli occhi sgranati. "Ma come ti permetti di chiamarla baracca? Tu non capisci. Non capisci cosa voglia dire fare le cose per un ideale"
"Io non capisco? Valentina, io per gli ideali ci ho sacrificato una vita. Forse non te ne rendi conto. Forse sono ideali che tu non condividi e non avresti fatto le cose come me, ma che io non abbia ideali, credimi, è una grossa cazzata"
Valentina le diede le spalle e riprese a rifare i letti con gesti meccanici. "Fai come vuoi"
Si passò le mani sul viso. "Perché non riusciamo a parlare, io e te?"
"Perché tu non hai voglia di ascoltare"
"Ma perché tu sì? Mi hai mai dato la possibilità di spiegare?"
Valentina si fermò con una federa in mano. Per un lungo momento non si mosse. Poi allargò le braccia in un gesto di resa sedendosi sul letto accanto a quella che stava rifacendo.
"E su, dai. Spiega"
Imma si sedette di fronte a lei. Non sapeva da dove iniziare.
"Vado a Milano per me e per voi. Per me perché me lo merito, perché è tutto quello su cui ho sempre lavorato. Lo faccio perché è la mia vita e la mia occasione per rinascere e liberarmi di tante ombre che in questi anni ho incamerato per cercare di essere come tu mi volevi, come tuo padre mi desiderava. Ma più mi sono allontanata da me, più sono diventata una stronza. E spesso anche un'egoista"
"Ah. Allora lo riconosci"
"Lo riconosco. Ma riconosci anche tu che sei stata viziata e implacabile. Non so come tu sia uscita così, con due genitori come noi. Abbiamo sicuramente fallito in molti punti. Però credimi, Valentina, io lo faccio anche per liberarti. Me ne vado per liberarti"
"Da cosa, scusa?"
"Da me. È chiaro che io e te possiamo coesistere poco nello stesso ambiente. È sempre un litigio e questo litigio ti toglie serenità. A me pure, ma io ormai sono abituata. Tu invece no e non dovresti abituarti a vivere così con tua madre"
Valentina abbassò lo sguardo.
Imma continuò, cercando di mantenere la voce ferma. "Hai vent'anni. Vuoi studiare? Studia. Vuoi lasciare l'università e trasferirti in questa bettola per sempre? Fallo. Valentina, è ora che fai pace col fatto che io sono tua madre. Ti voglio bene sempre, ma io ho i miei limiti e tu hai i tuoi. Ed è giusto che io smetta di proteggerti. Forse l'ho fatto troppo, o forse l'ho fatto nel modo sbagliato. Ma devi andare sulle tue gambe"
Valentina era completamente spiazzata da quelle parole. Aveva bramato libertà e indipendenza tutta la vita e ora che l'aveva ottenuta non sapeva cosa dire.
La madre aveva ufficialmente mollato le redini.
Presto sarebbe partita e lei sarebbe potuta essere quello che voleva senza di lei, senza il suo comando.
Ma lei voleva essere lasciata libera o voleva solo l'approvazione della madre?
Imma, di fronte a quel silenzio, pensò che non aveva più nulla da dire. Stava raccogliendo le sue cose quando Valentina iniziò a parlare.
"Io non voglio che tu vada via. Vorrei solo la tua approvazione"
"Valentina, tu vuoi la mia approvazione quando fai cose che io non approvo. E non è una tantum, è sempre. Ma io sono un'adulta fatta e finita, con le mie convinzioni. Non si tratta di mentire una volta per ottenere un bene superiore. Si tratta che tu vuoi il nostro sostegno a priori, anche quando fai le cazzate"
"Ma tu reputi tutto quello che faccio una sciocchezza"
"Non è vero. Quando hai lasciato l'università non ho fatto un fiato. E quando ti sei iscritta a giurisprudenza, il mio unico incubo è che tu pensassi di dover essere come me"
"E non devo?"
"Non devi"
Anni di ribellione sintetizzati in un: non devi.
"E quindi te ne vai. Così, senza neanche chiedermi cosa ne penso"
"Te lo sto chiedendo adesso. Cosa ne pensi?"
"Penso che sei sempre stata assente. Anche quando c'eri, eri assente. Altre volte, invece, c'eri ma eri asfissiante. E adesso che te ne vai davvero, almeno so che non devo più aspettarti"
Quella frase colpì Imma dritto al petto. Rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando che il peso di quelle parole si posasse su di lei.
"Forse hai ragione" disse alla fine. "Forse sono stata assente. Non lo facevo apposta, ma questo non cambia le cose. Però adesso non è che me ne vado per essere più assente. Me ne vado per smettere di fare danni standoti addosso. Perché ogni volta che cerco di starti vicino, finisce che ti allontano di più. E non voglio più allontanarti, Valentina. Voglio solo che tu sia felice. Anche se la felicità per te è stare qui a dare da mangiare alle galline e parlare di radicchio biologico con la signora Piacentini"
Valentina fece una smorfia. "Barbara non è così male"
"Su questo ho i miei dubbi, però ricordati che non è tua madre"
"E tu invece sei mia madre. E te ne vai"
"Sì. Ma non è detto che andarmene voglia dire perderti. Forse è l'unico modo per ritrovarci"
Si alzò, prese un'altra federa e la infilò nel cuscino con movimenti stavolta lenti. Imma rimase seduta a guardarla, senza insistere.
Dopo un lungo silenzio, Valentina parlò senza voltarsi. "A Milano chi te li fa i capelli come dici te?"
Imma trattenne un sorriso. "Cambierò parrucchiere. Magari uno che non mi fa venire i ricci orribili"
Valentina si girò. Aveva le braccia incrociate. "E quando parti?"
"Devo dare la risposta entro domani. Ma ho già deciso. Dirò di sì"
Valentina annuì lentamente. "Allora… buon viaggio. Stavolta sul serio"
"Grazie. E tu sii felice, anche se esserlo vuol dire stare qua dentro" disse Imma dando un'occhiata intorno.
Si avvicinò alla figlia, incerta se abbracciarla o no. Fu Valentina a fare il primo passo, stringendola in un abbraccio rapido e un po' goffo.
Quando si staccarono, avevano entrambe gli occhi lucidi.
"Mà?"
"Dimmi"
"A Milano non fare la spigolosa con tutti. Che lì sono peggio di te"
Imma rise. "Me lo segno"
Valentina la abbracciò di nuovo e mentre Imma le lasciava un bacio sulla testa vide con la coda dell'occhio Barbara Piacentini che le spiava da dietro la porta, con un'espressione preoccupata.
Imma si staccò dall'abbraccio, tenne la figlia per le spalle e alzò la voce abbastanza perché la Piacentini sentisse.
"Ha capito, signora Piacentini? Valentina è mia figlia. Sarà sempre mia figlia"
Lesse nei suoi occhi la paura di aver perso la sua migliore creatura.
Imma avrebbe voluto trascinare Valentina via per i capelli in quel momento, portarla in macchina e riportarla a casa, ma non sarebbe stato giusto. Si fidava di Pietro, che avrebbe tenuto d'occhio la situazione, e lei stessa avrebbe chiamato la figlia spesso, per assicurarsi che il controllo di quella donna un po' troppo naif per i suoi gusti non diventasse possesso. Per il resto, la vita era di Valentina. Imma aveva capito, in quel dialogo surreale con se stessa sul divano, che aveva tenuto troppo protetta la figlia, pensando forse troppo poco al suo reale bene. Che era l'indipendenza. Che era sbagliare da sola. Che era cadere e rialzarsi senza che la madre fosse lì a dirle come.
Prese il viso della figlia tra le mani e la guardò dritta negli occhi.
"Però Valentina, tu sei meglio di me, capito? Non cedere alle paure. Non aspettare anni per liberarti. E soprattutto non ti fare mai ingannare da chi credi ti voglia bene e invece ti vuole male"
Lanciò un'ultima occhiata verso la Piacentini, poi lasciò la figlia, si avviò verso il cancello e uscì senza voltarsi.
Camminò fino alla macchina con il passo leggero di chi ha appena scaricato un peso che si portava dietro da anni. Salì, mise in moto e si diresse verso Matera.
Rimaneva solo uno scusa da chiedere.
Suonò il citofono di Diana con impazienza che non sentiva da tempo. Dall'altra parte la voce della sua amica arrivò secca, senza il consueto calore.
"Chi è?"
"Sono io, apri"
Quando Imma salì le scale e arrivò sulla porta, Diana la aspettava con il braccio appoggiato allo stipite.
"Che vuoi?"
"E che c'è, mo, Dia?"
"Ah, vuoi sapere che c'è?"
"E sì, che ho fatto adesso?" disse un po' scocciata.
Possibile che una cosa faceva e una sfasciava?
"C'è che sei una stronza, Imma. Ti prendono a Milano e neanche me lo dici. Me lo deve dire il procuratore! Sparisci per un pomeriggio e poi ti presenti qui a dirmi cosa? Buon viaggio e tante care cose"
E le chiuse la porta in faccia.
Imma chiuse gli occhi e si maledisse.
Si attaccò al campanello.
"Che vuoi?"
"Sono venuta a chiederti scusa. Mi fai entrare?"
In cucina, Diana aprì una bottiglia di vino e lo versò quasi per intero in due calici. Poi mise sul tavolo una ciotola di crackers, un pezzo di groviera e i due bicchieri pieni fino all'orlo.
"Su, parla" disse, con un tono che era già più morbido di prima.
Imma si sedette, prese il calice e ne bevve un sorso lungo.
"Scusa"
"Di cosa?"
"Di tutto"
"Sii più specifica"
Imma posò il bicchiere e si passò una mano tra i capelli. Mentre cercava le parole, le tornarono alla mente tutti quegli anni. I litigi, le volte in cui era stata scorbutica senza necessità, le volte in cui aveva preteso straordinari da Diana senza avere il diritto di farlo. Lei era quella stakanovista, mica poteva pretendere che lo fossero perennemente anche gli altri.
Forse il rapporto con Diana le era sfuggito di mano ancora di più che di quello con Calogiuri.
Stravedeva per lei non avrebbe potuto negarlo. La conosceva da una vita, ma quello che avevano costruito negli ultimi sette anni era qualcosa di speciale. Era successo perché Imma vedeva negli occhi di Diana la stessa purezza che vedeva in quelli di Calogiuri. Alla fine dei conti, lei, di fronte a quella purezza si sentiva sprecata e forse quasi disarmata. Diana e Calogiuri c'erano e lei non aveva mai mancato di ferirli. Più li feriva, più si sentiva inadatta a detenere le chiavi del loro affetto. Si meritavano una persona che sapesse ricambiare come meritavano.
"Scusa per non avertelo detto" cominciò Imma. "Di Milano. L'ho saputo stamattina dal procuratore, e invece di chiamarti subito sono andata da Pietro, poi da Valentina, e tu l'hai saputo da lui. Non dovevi scoprirlo così"
"Non è solo per quello" disse Diana, spezzando un cracker.
"Lo so. È per tutto il resto. Per tutte le volte che non ti ho detto le cose. Per tutte le volte che ho dato per scontato che tu ci fossi. Per quando ti ho detto quella cosa delle vacche, della notte"
Diana la incalzò. "Ma ti pare una cosa da dire a una persona? Riconosci le vacche di notte"
Imma arrossì, imbarazzata. "Vabbè, però hai capito quello che volevo dire, dai"
"Sì che ho capito. Ma ogni tanto è bello sentirselo dire, senza metafore da allevamento"
"E io non sono capace"
"Lo so"
Diana la guardò lo sguardo si fece tenero. "Perché chi ti conosce davvero si sente amato dai piccoli gesti che fai. Anzi, alcuni anche grandi. Tipo quando mi hai detto che non sarebbe finito il mondo se avessi divorziato. O quando sei venuta da me che eri in crisi con Pietro. Quello è stato un atto di fiducia assoluta. E pure quando mi hai permesso di fare con te le indagini. Ma chi ce l'ha questo privilegio?"
"Tu. Solo tu"
"E io lo so. È per questo che siamo qui"
Imma abbassò lo sguardo sul bicchiere. Le dita le tamburellavano sul vetro. "Ma tu non dovresti essere qui, Dià"
Diana percepì subito il cambio di tono. Posò il cracker che stava per addentare. "Ma che dici?"
"Dico che devi riprendere il percorso per diventare giudice di pace"
"Ma no, Imma, quello è un capitolo chiuso"
"No. Lo sai, Diana, sei sveglia. Hai rinunciato prima della nomina, non ci sono conseguenze. Ti basta rifare il concorso e so che ne esce uno a breve"
"Ma no, ma Imma..."
Imma la guardò dritta negli occhi. "Diana, è la cosa giusta. Quello che hai detto è vero. Hai rinunciato a un'opportunità per me. Non dovevi. E ti chiedo scusa"
Diana accennò un sorriso.
"Wow. La dottoressa Tataranni che chiede scusa"
"Non solo"
Imma si alzò, si avvicinò a Diana e l'abbracciò con decisione, come aveva fatto quel pomeriggio in ufficio quando le aveva detto quell'assurdità delle vacche. Le strinse le mani dietro la nuca, tenendola stretta. "Scusami. Davvero. Per averti fatto sentire messa da parte, per averti fatto sentire in secondo piano, per tutte le volte che non ti ho detto quanto sei importante per me. E per averti fatto rinunciare a qualcosa che volevi"
Diana rimase immobile per un secondo, poi le mani le salirono sulla schiena e ricambiarono l'abbraccio.
"E mo così mi fai piangere" disse, con la voce un po' rotta.
Rimasero così per qualche secondo, abbracciate in mezzo alla cucina. Poi Diana si staccò, asciugandosi una guancia con il dorso della mano.
"Allora" disse, riprendendo il bicchiere. "A Milano ci vai per davvero?"
"Sì. Domani confermo a Galliani"
"E hai paura?"
Imma ci pensò un attimo. "No. Credo di no. È strano, dovrei averne, invece no. È come se tutto quello che è successo oggi... le scenate, gli abbracci, le scuse... fosse servito a togliermi un peso che non sapevo di avere. E adesso posso muovermi"
Diana annuì, e per un attimo sembrò voler dire qualcosa, ma si limitò a sollevare il bicchiere.
"Allora, alla nuova procuratrice"
Imma sollevò il suo. "Al prossimo giudice di pace"
Diana rise, un po' titubante. "Non ci sperare troppo, che devo rimettermi a studiare"
"Ti aiuto io, pure da Milano"
L'aereo per Milano sarebbe decollato alle diciotto e dieci. Imma lo sapeva perché aveva controllato il biglietto almeno venti volte nelle ultime ventiquattr'ore, come se potesse cambiare qualcosa.
Non era stato facile organizzare tutto. A trovare una casa a Milano ci aveva pensato Valentina, un pomeriggio che aveva interrotto il suo detox dalla no internet zone per passarle tre link su WhatsApp con la scritta questo è carino, questo è vicino alla procura, questo ha il balcone. A vendere la casa di Matera ci aveva pensato Pietro. Lei aveva solo firmato e quando aveva messo la penna sull'ultimo foglio aveva sentito qualcosa che si chiudeva.
La casa di cura per Brunella, invece, l'aveva trovata Imma. Si era sincerata che fosse la migliore struttura possibile e, forte della sua posizione, aveva fatto forse un piccolo abuso di potere. Aveva minacciato tutti, direttore, primario, infermieri, che se la qualità fosse scesa di un millimetro, sarebbe arrivata lei da Milano con NAS, finanza, carabinieri e polizia. Si era liberata anche del senso di colpa di abbandonare la madre, perché non era così. L'aveva lasciata nelle mani migliori della Basilicata, ed era giusto così per tutti. Anzi, così avrebbe pure avuto la compagnia degli altri ospiti.
Arrivò in aeroporto terrorizzata dal passo che stava per fare. Camminava con le gambe che tremavano, ma teneva il mento alto, come aveva sempre fatto.
Valentina e Pietro l'aspettavano davanti all'ingresso. La figlia la abbracciò forte, più forte del solito. Imma trattenne il fiato per non farsi sentire che stava per piangere.
Diana fu l'ultima a salutarla. Era rimasta un po' in disparte, con le mani infilate nelle tasche del cappotto e un'espressione che Imma conosceva bene.
"Dià, che c'hai?"
"Ti devo dire una cosa"
"Dai, che parte l'aereo"
Si allontanarono dagli altri due, giusto qualche passo, abbastanza per non essere ascoltate.
Diana si guardò intorno, poi abbassò la voce. "Ho fatto delle ricerche su Milano. Sulla procura"
"Perché?"
"Perché ero gelosa"
Imma la guardò, senza capire. "Gelosa?"
"Sì. Che la cancelliera fosse migliore di me"
Imma scoppiò a ridere. Le sistemò il cappotto, raddrizzandogli il bavero che si era piegato. "Non c'è nessuno meglio di te, Dià"
"Però ho scoperto una cosa"
"Che cosa? Che a Milano sono tutti appresso agli aperitivi e che sono più scansafatiche di Matera?"
"Questo non lo so. Ma se vuoi farti l'aperitivo con una vecchia conoscenza, questo è il numero. Aprilo quando sei sull'aereo, non voglio che fai facce strane"
Le infilò in mano un biglietto piegato in quattro.
"Ma che dici, Dià?"
"Promesso che mi chiami tutte le sere?"
"Eh, mo tutte le sere"
"Una volta a settimana"
"Andata"
Mentre era in fila per il gate aprì il biglietto.
Quello che lesse le fece venire un sorriso spontaneo, le spuntò sulle labbra senza che potesse farci niente. Che cretina, Diana. Ci aveva messo anche i cuoricini e le faccine arrabbiate, come se avesse dieci anni.
Maresciallo Ippazio Calogiuri – non so il nuovo nome, se ne ha uno nuovo – numero dell'ufficio 026050001. CHIAMALO!
Non sapeva se avrebbe chiamato Calogiuri. Forse sì, forse no. Era strano, però, che il destino li avesse voluti di nuovo sulla stessa strada, dopo tutto quello che era successo. Forse era solo una coincidenza. O forse no. Per il momento, le bastava sapere che il numero era lì, a disposizione.
L'aereo decollò. Matera si allontanò sotto di lei, prima con i tetti, poi con le case, poi con le strade che diventavano strisce sempre più sottili, fino a scomparire del tutto.
Imma si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.
Era andata via.
Aveva rimesso insieme i pezzi uno a uno e quello che era venuto fuori non era perfetto, ma era vero.
Sperava di aver liberato anche gli altri dal fardello di essere sempre agitati quando c'era lei.
È che uno ci prova, ci prova. Resiste, resiste. Ma certe volte ci vuole solo un taglio netto.
Apri gli occhi e guardò fuori dal finestrino.
Lei era Imma Tataranni. Da domani Procuratore di Milano. Ma da oggi, pensò mentre l'aereo si stabilizzava in quota, tornava ad essere solamente se stessa.
