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Fandoms:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2013-05-27
Completed:
2013-05-27
Words:
5,907
Chapters:
3/3
Kudos:
3
Hits:
127

The Doctor

Summary:

{Nine, Ten, Eleven} «Vedrai tantissime cose, Lunet Donnelly e saranno bellissime. Conoscerai gente straordinaria che merita tutto il tuo amore e che ti ameranno con tutto il cuore, perché tu sei viva e sei forte.» questo aveva assicurato il Dottore e questo, Lunet avrebbe avuto.

Notes:

Ci riprovo, perché non posso stare troppo lontano dal Dottore. La mia serie AU è interrotta a causa dello studio, oltre che alla revisione della scaletta.
Mi è anche risultato difficile gestire così tanti alieni, quindi ho messo i piedi per terra e ho pensato un po' al profondo, sincero affetto che io nutro nei confronti di questo personaggio.
È bizzarro essere legati emotivamente a una creatura che non esiste, però quando cominciai a guardare questo serial ero reduce da un lutto e riuscii a imparare molto da questo show.
Qualcosa di analogo, però di ancora più intimo e profondo è accaduto con 'Il Signore degli Anelli', con il suo autore, Tolkien.
Ho scelto solo titoli di canzoni, lasciandomi anche ispirare dalla musica.
Posso solamente ringraziarvi per aver aperto questa pagina, per aver speso del tempo nella lettura e come ultima cortesia, vi domando un breve commento.
Questo capitolo è pre 'Rose', quindi antecedente alla prima puntata.

Chapter 1: What The Water Gave Me

Chapter Text

Be the overflow
Lay me down.
Let the only sound.

   Il fiume era agitato, quella mattina. Improvvise raffiche di vento ne increspavano la superficie; sotto al ponte le onde danzavano e la chiamavano.
Lunet scese dall'autobus, era sola anche quando veniva spintonata dagli estranei o rivolgeva un sorriso spento e formale al conducente del mezzo.
Poteva sentire la risacca incessante trasportata dall'aria, come tutti gli altri giorni, si accostò a piccoli passi al parapetto mentre i capelli bruni le solleticavano le guance; i passanti si affrettavano senza darle attenzione ma Lunet era abituata a non essere vista.
La balaustra era troppo bassa, aveva sentito che in troppi l'avevano scavalcata per lanciarsi nell'acqua; l'avrebbero alzata e a suo giudizio, inultilmente: non bastavano le sbarre a trattenere una vita.
Lunet si arrestò davanti alla ringhiera e la strinse con le mani coperte dai guanti rosa, quasi sospinta dal peso dello zaino, si sporse per ascoltare il richiamo del fiume, come ogni giorno.
Aveva rifiutato il gelido abbraccio sino ad allora, si era rassegnata a trascinare le giornate sino alla loro conclusione; non aveva trovato la forza di sollevarsi dalla vergogna, il coraggio di lasciarsi alle spalle il dolore e quel mondo torbido, minaccioso come il fiume.
Il salto sarebbe stato breve, indolore e l'impatto con il Tamigi l'avrebbe uccisa, facendola sprofondare in un abisso buio; Lunet non aveva paura e anzi si sentiva attratta dalla prospettiva di sottrarsi alla sua agonia.
'La vita è il treno che ho perso. Io sono rimasta sul binario.' pensò Lunet.
Era sfinita, le energie esaurite nello sforzo di restare in silenzio; era schiacciata dall'indifferenza che respirava, dalle crisi di pianto che accorciavano le notti. Non voleva sedersi al banco, prendere appunti, fingendo che qualcosa potesse catturare la sua attenzione.
'Sono così stanca. Sono morta da mesi, respiro per inerzia.'
Lunet smise di essere codarda: non si costrinse a proseguire per i suoi genitori, per le sue compagne di classe, per l'illusione che la rabbia si sarebbe placata col passare delle settimane, dei mesi o degli anni. Era un'attesa inutile, ne era certa.
Sfilò lo zaino, il giubbotto imbottito rese impacciati i movimenti, impaziente di disfarsi del groviglio di odio, sofferenza e timore che era il suo cuore si guardò in giro: con la coda dell'occhio inquadrò la cabina blu del telefono.
Lunet l'aveva notata a Settembre, domandandosi se fosse operativa e chi avesse pensato di metterla sul ponte, ci era passata davanti tante volte con le auricolari nelle orecchie, già persa nei suoi pensieri.
C'era un uomo appoggiato alla cabina blu del telefono; una figura imponente completamente vestita di nero. Era un uomo che l'avrebbe vista cadere nel Tamigi, che probabilmente non desiderava avvisare la Polizia, che avrebbe tentato di cancellare l'immagine della ragazza che volava nell'aria di Novembre, restando zitto.
'Non ti servirà a niente: non dimenticherai mai.' concluse Lunet: 'Per quanto possa importare: mi spiace.'
Respirò lentamente, appoggiò lo zainetto contro la ringhiera e con un'agilità che la stupì, scavalcò il parapetto; non fissò le onde ma sapeva che stavano fremendo esattamente come lei, sapeva che erano ansiose di riceverla per ripulirla dalla sporcizia che altri avevano lasciato, per metterla al sicuro dai ricordi.
Abbassò le palpebre, i suoi muscoli erano tesi e un tremito la scosse.
La corrente l'avrebbe portata lontano, ma aveva lasciato i documenti e il cellulare, così che i suoi genitori non si dessero pena a cercarla.
Deglutì a vuoto: era pronta.
«Non farlo, ti prego.» disse una sconosciuta voce maschile; era profonda, bassa e gentile. Non c'era alcun allarme nella frase, suonava più come una supplica.
Lunet aprì gli occhi, l'uomo vestito di nero si stava avvicinando e non se ne meravigliò, ne rimase infastidita; girò il viso dall'altra parte dove le macchine sfrecciavano ignorandola.
Non gli rispose, perché sarebbe stata una perdita di tempo e lui non avrebbe capito, neanche gli sarebbe importato realmente.
«Ti vedo ogni mattina guardare l'acqua.» proseguì, aveva le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e portava una giacca troppo leggera per il clima invernale, eppure non sembrava aver freddo: «E spero che tu vada avanti. Spero che un giorno, tu possa ignorarla. Perché oggi non ci riesci?» domandò e i suoi occhi blu furono su di lei, aveva lineamenti marcati, eppure il suo volto non aveva durezza.
C'era stato un periodo in cui parlare le avrebbe recato sollievo ma era passato tanto tempo da allora, o così le pareva.
«Sei così giovane.» sospirò, si incurvò per cercare il suo sguardo, c'era della sincera compassione in lui; una condivisione quasi tangibile di ciò che la opprimeva, riusciva a vedere più a fondo di altri ma non abbastanza: «Hai un'enorme, uno sconfinato potenziale.» l'enfasi con cui parlava lo faceva sembrare più giovane e più vecchio allo stesso tempo, tolse le mani dalle tasche: «Mi chiedo cosa ti spinga a volerlo gettare via.»
Lunet mosse piano la testa, si sentì assurdamente commossa al pensiero di essere osservata mentre contemplava il fiume.
«È il dolore.» si accorse di aver dato un suono ai pensieri che le scavavano l'anima nel preciso instante in cui udì il suo tono angosciato, era un sussurro: «Non riesco a farlo cessare.» seppe che qualcosa s'era spezzato, come se un argine già incrinato avesse definitivamente ceduto. Non allentava la presa, ogni sillaba le costava energia ma non voleva tacere: «Ho pensato che se fossi stata zitta, se avessi fatto veramente come avevano detto... Mi sarei convinta che non era stato reale.» era una menzogna, scosse il capo: «No, io sapevo che non avrei mai scordato però credevo che la morsa si sarebbe allentata, che avrei ripreso a.... A vivere come prima.» si corresse, non lo diceva a se stessa, né era mai riuscita ad analizzare dettagliatamente quanto era avvenuto, c'era qualcosa nell'estraneo che la spingeva ad aprirsi, una sensazione inusuale a cui non voleva opporsi: «I giorni cominciano e finiscono, io resto ferma là.» disse alzando la voce: «Non riesco ad andare avanti. Mi sento così... Vuota.»
L'uomo non distolse il volto, neanche quando capì a cosa si stava riferendo. Corrugò la fronte, le labbra strette in un'espressione di indicibile tristezza, infine si inclinò leggermente e indicò lo zaino con un dito: «L'hai lasciato perché venisse trovato.» rilevò con sicurezza: «Tu vuoi che gli altri sappiano, non l'avresti fatto altrimenti.» prese fiato, parlò con enfasi crescente: «Hai lasciato dentro anche il tuo diario, così che leggendolo scoprano cosa ti ha spinto fin qui. Chi sei?»
«Non ha importanza.» mormorò, le forze diminuivano, riuscì a fissarlo e quella fiammella che s'era accesa inaspettatamente, si esaurì di colpo.
Lui si mosse tanto rapidamente da non darle il tempo di reagire: strinse il suo polso con forza, senza farle male e la sua pelle era calda, ruvida: «Tu sai che ne ha.» obiettò ritornando calmo: «Dimmi il tuo nome.» la invitò dolcemente.
Avrebbe voluto divincolarsi, sollevare le mani per graffiargli il viso e poi gettarsi nel Tamigi. Avrebbe voluto diffidare di lui, avrebbe voluto restare zitta ancora una volta, un'ultima volta.
«Lunet Donnelly.» disse, invece.
Il primo singhiozzo fu un tuono; le esplose nel petto con violenza, lasciandola senza respiro. Le sembrò di aver buttato fuori tutta l'aria che aveva in corpo, un senso di spossatezza fisica l'assalì mentre la vista era appannata dalle lacrime che scendevano a bagnarle le guance.
«Lunet Donnelly.» ripeté l'uomo, piegò gli angoli della bocca in un sorriso che voleva essere incoraggiante.
Si raddrizzò per cingerle i fianchi oltre la balaustra, quando fu certo della sua presa fece scivolare la mano che aveva serrato il polso sulla sua spalla, continuava a sorriderle almeno con gli occhi: «Tieniti forte, Lunet Donnelly.» disse.
La sollevò senza fatica, istintivamente Lunet si aggrappò alla sua giacca mentre piangeva in silenzio, era troppo frastornata per sapere cosa avesse appena fatto.
Fu l'uomo a comprenderlo, perché tenendola in braccio la sistemò su una panchina di ferro battuto; le diede una leggera carezza sul capo: «Devi tornare a casa.» piegò le ginocchia per restare alla sua altezza: «C'è qualcuno che ti aspetta?» domandò.
Lunet annuì, tirò su col naso, incapace di parlare.
«Gli dirai cosa è successo?» soggiunge lui.
Era un quesito che non si era posta, scosse la testa con furia: avrebbe detto che si era sentita male, che aveva fermato un taxi e sua madre le avrebbe creduto.
«Perché?» insistette.
La risposta le rimase in gola, era troppo complicato da spiegare.
Allungò la mano verso il suo viso, l'indice sfiorò lo zigomo: «Non sei vuota, Lunet Donnelly.» disse l'uomo con dolcezza: «Non sei morta, Lunet Donnelly.» respirò lentamente: «Tu non vuoi e non devi esserlo. Sei arrabbiata, hai ragione a esserlo. Sei abbattuta, ma non sei vinta. Tu sei viva, tu andrai avanti: un passo alla volta, un minuto dopo l'altro, tu vivrai.»
«Io non sono sicura di farcela.» balbettò alzando il viso.
«Io sì.» sorrise ancora una volta: «Sei una ragazza forte.» sentenziò: «Ogni giorno, trovi il coraggio di tirare dritto, quando rientri da scuola non guardi mai il fiume. Io non potevo sapere perché lo facessi, ma la sofferenza che ti spingeva... Io quella lo conosco bene.» era la verità, Lunet non poté dubitarne, pensò di non aver mai incontrato qualcuno che fosse così triste e così attaccato alla vita: «Tu devi telefonare a casa, devi farti venire a prendere e quando sarai al caldo... Quando sarai al sicuro comincerai parlare, come hai fatto con me.»
«Ma.» insorse, alzò un mano tremante a bloccare qualsiasi obiezione: «Mamma mi chiederà perché io abbia aspettato...»
«Le dirai che soffrivi troppo per parlarne.» ribatté prontamente.
«Lo dirà a papà.» proseguì, incespicando nelle parole: «Lui cosa penserà?»
«Penserà a trovare un modo per aiutarti, ora che sa cosa ti fa male.» la rassicurò lui, le sollevò il mento con le dita: «Lo farai?»
«Sì.» un soffio appena udibile, una certezza che si era radicata in lei e che le dava il sollievo di un abbraccio: «Non ho mai raccontato cosa è successo, non so dove troverò le parole...»
«Le hai covate a lungo, ti stanno schiacciando: devi solo condividerne il peso.» tornò in piedi: «Ti porto lo zaino, resterò sino a quando non saranno arrivati a prenderti.» riprese a dire in tono più leggero: «Domani, sono quasi certo che non ti vedrò. Per un po', i tuoi genitori ti accompagneranno a scuola, certi giorni sarà difficile e certi altri sarà facile. Poi, accetterai di fare la strada con altri ragazzi e alla fine, ti fiderai abbastanza del tuo coraggio da andare e venire da sola ovunque.» sistemò lo zainetto davanti a lei.
«Lo farò?» disse titubante Lunet.
«Sì, lo farai.» assicurò lui, aprì la borsa, andando a recuperare il cellulare: «Vedrai tantissime cose, Lunet Donnelly e saranno bellissime. Conoscerai gente straordinaria che merita tutto il tuo amore e che ti ameranno con tutto il cuore, perché tu sei viva e sei forte.» le porse l'apparecchio.
Lunet guardò la tastiera: «Non so il tuo nome.» commentò accigliandosi: «Tu chi sei?»
«Sono il Dottore» si presentò allegramente e non era un vero nome, ma a Lunet bastò.

And oh poor Atlas
The world’s a beast of a burden
You’ve been holding on a long time
And all this longing
And the shields are left to rust
That’s what the water gave us.