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Zarathustra: il peso del ritorno

Summary:

Un mio racconto basato sull’opera Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche ispirato dalla musica di Richard Strauss.

Work Text:

Per dieci anni, Zarathustra non aveva avuto bisogno di nessuno.
All’inizio era stato difficile. Il silenzio troppo grande, il tempo troppo lento, i pensieri troppo rumorosi. Ma poi qualcosa si era spezzato dentro di lui, o forse si era finalmente allineato, e la solitudine aveva smesso di fare male.
La montagna non chiedeva nulla. Non pretendeva spiegazioni. Non lo costringeva ad essere qualcosa che non era.
Gli uomini, invece, sì.
Eppure, una mattina, il sole lo svegliò in modo diverso.
Non era più solo luce. Era una chiamata.
Zarathustra rimase immobile a lungo, seduto sulla pietra che conosceva a memoria. Il vento gli passava tra i capelli, leggero, quasi affettuoso.
“Sto trattenendo troppo,” sussurrò.
Sentiva le parole dentro di sé come qualcosa di vivo. Premere. Spingere. Cercare un’uscita.
E improvvisamente capì.
Non poteva più restare.

Scendere fu più difficile di quanto avesse immaginato.
Non per il corpo, ma per ciò che lasciava indietro. Ogni passo verso valle era un passo lontano da quella pace silenziosa che aveva imparato ad amare.
E ogni passo era anche un ritorno agli uomini.
A tutto ciò che aveva cercato di dimenticare.
Quando arrivò alla città, il rumore lo colpì come un urto. Voci, risate, passi, caos. Tutto troppo vicino, troppo veloce.
Si fermò ai margini della piazza.
C’era una folla radunata, compatta, impaziente. Stavano aspettando qualcosa. Uno spettacolo, qualcuno disse.
Zarathustra li osservò.
E sentì subito quella distanza.
Non fisica. Più profonda.
Come se lui fosse già altrove.

Salì su una pietra senza sapere esattamente perché.
Forse perché le parole non lo lasciavano in pace.
“Vi insegno l’oltreuomo,” disse.
La sua voce non tremava, ma dentro sì.
Alcuni si girarono verso di lui. Altri no.
“L’uomo è qualcosa che deve essere superato.”
Silenzio. Poi qualche risata.
Zarathustra li guardò uno per uno, cercando uno sguardo che capisse.
Non lo trovò.
“Avete mai voluto essere… di più?” continuò, più piano. “Avete mai sentito che ciò che siete non basta?”
Un uomo scrollò le spalle. Un altro sbadigliò.
Zarathustra abbassò lo sguardo per un istante.
Non erano pronti.
O forse non lo sarebbe mai stato nessuno.

Il funambolo iniziò a camminare sopra la corda.
Zarathustra lo seguì con gli occhi, quasi ipnotizzato.
C’era qualcosa in quel passo incerto, in quell’equilibrio fragile, che gli somigliava troppo.
Una tensione continua tra cadere e andare avanti.
Poi arrivò il buffone.
E tutto cambiò.
La caduta fu rapida, brutale.
Il corpo del funambolo si spezzò contro il suolo con un suono che nessuno avrebbe dovuto sentire.
La folla si disperse.
Sempre così.
Zarathustra rimase.

Si inginocchiò accanto all’uomo.
Il suo respiro era corto, irregolare. Gli occhi pieni di paura.
Zarathustra esitò.
Non era abituato a quel tipo di vicinanza.
“Ho… sbagliato?” sussurrò il funambolo.
Zarathustra lo guardò.
E, per un attimo, non seppe cosa rispondere.
“Non c’è inferno,” disse infine. “Non c’è nulla che ti punirà.”
L’uomo lo fissò.
“E allora… perché ho avuto paura?”
Zarathustra non rispose subito.
Perché sapeva la verità.
Perché anche lui aveva paura.
“Perché eri vivo,” disse piano.
E l’uomo morì con gli occhi ancora aperti.

Zarathustra lo portò via sulle spalle.
Il peso non era tanto nel corpo.
Era in tutto il resto.
“Non capiscono,” mormorò. “Non vedono.”
Ma una voce dentro di lui aggiunse qualcosa di più scomodo.
E se fossi tu a non riuscire a farti vedere?
Zarathustra strinse la mascella.
Non voleva ascoltarla.

I giorni passarono, e lui continuò a parlare.
A chiunque fosse disposto a fermarsi.
A chiunque avesse almeno un’ombra di dubbio negli occhi.
Alcuni lo ascoltavano.
Ma spesso era come parlare contro un muro.
“Dovete distruggere voi stessi,” disse una sera, seduto accanto a pochi uomini rimasti.
Uno di loro lo guardò, ferito.
“Perché?”
Zarathustra esitò.
Perché.
Perché nulla di ciò che siamo è davvero nostro.
Perché abbiamo costruito noi stessi su paure che non abbiamo scelto.
Perché restare uguali è più facile che diventare veri.
Ma non disse tutto questo.
“Perché solo così potete diventare ciò che siete,” rispose.
E si odiò un po’ per quanto suonasse vuoto.

Di notte, restava sveglio.
Gli altri dormivano. Lui no.
Guardava il cielo e si chiedeva se aveva fatto un errore a tornare.
La montagna non gli mancava.
Gli mancava ciò che era stato lì.
Intero.
Qui, invece, si sentiva spezzato.
Tra ciò che vedeva e ciò che gli altri non vedevano.
Tra ciò che sentiva e ciò che non riusciva a dire davvero.

Una notte parlò dell’eterno ritorno.
Non lo aveva pianificato.
Le parole uscirono da sole.
“E se tutto dovesse tornare?” disse. “Ogni istante. Ogni dolore. Ogni errore.”
Gli altri lo guardarono, inquieti.
“Lo accettereste?” sussurrò. “O vi schiaccerebbe?”
Silenzio.
Zarathustra abbassò lo sguardo.
“Perché io…” iniziò, poi si fermò.
Non era sicuro della risposta.

Col tempo, molti se ne andarono.
Troppo difficile.
Troppo confuso.
Troppo… doloroso.
Zarathustra non li fermò.
Non poteva.
Non si può costringere qualcuno a diventare qualcosa che non è pronto ad essere.
Rimase con pochi.
Poi con nessuno.

Un giorno capì.
Non all’improvviso.
Non con chiarezza.
Ma come una verità che smette di nascondersi.
Non poteva salvare nessuno.
Non poteva insegnare davvero.
Poteva solo indicare.
E poi lasciare andare.

Tornò sulla montagna.
Il vento lo accolse come se non fosse mai andato via.
Si sedette nello stesso punto.
Chiuse gli occhi.
E per la prima volta, da quando era sceso, respirò davvero.
“Non hanno capito,” disse.
Poi scosse la testa.
“No. Non è questo.”
Restò in silenzio a lungo.
“Devono perdersi da soli.”
E quella frase gli fece male.
Perché sapeva cosa significava.

Il sole stava tramontando.
La luce si spegneva lentamente, senza fretta.
Zarathustra guardò l’orizzonte.
E dentro di lui c’era ancora qualcosa di irrisolto.
Non una risposta.
Una tensione.
Una scelta.
Sempre la stessa.
Accettare tutto.
Anche il dolore.
Anche l’errore.
Anche sé stesso.
Inspirò profondamente.
E, con una voce quasi impercettibile, disse:
“Sì.”

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