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just an incident

Summary:

[Charles Leclerc x Max Verstappen]

Siamo nel 2026, nella settimana della gara di Monza. Charles non è sposato, Max non ha né una compagna né dei figli.
E si divertono da morire nello stuzzicarsi.

Notes:

Tanto per chiarire, rispetto al cento per cento le partner e le sessualità di Charles e Max. Questa breve oneshot è scritta solo per divertimento, sperando di intrattenervi senza grandi pretese di credibilità.
Siamo nel 2026, nella settimana della gara di Monza. Charles non è sposato, Max non ha né una compagna né dei figli.

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

-Max, what happened?
-No, it's just unfair.

 

Charles odiava parcheggiare. Di solito lo faceva fare a Carlos, ad Arthur, al primo passante che aveva la (s)fortuna di incontrarlo per strada.

Non capiva perché dovesse parcheggiare, onestamente. Nel suo DNA c'erano tante cose: velocità, riflessi, forza, eleganza, charme, tenacia. Precisione, in qualche modo; di certo non nel sistemare la propria macchina all'interno di quattro righe bianche dipinte sull'asfalto.

Da ragazzo non ricordava di provare questo forte rifiuto verso le manovre lente di parcheggio. Da ragazzo non guidava una SF90, né aveva un conto a nove cifre a sé intestato.

Okay, doveva ammetterlo, la fama lo aveva un po' imborghesito. Però ad essere completamente onesto si sarebbe potuto permettere tranquillamente di pagare un autista solo per quei trenta secondi di posteggio.

Era questo quello a cui stava pensando il monegasco mentre cercava di sistemare la propria auto nel parcheggio sotterraneo dell'hotel di Monza riservato per i piloti nel weekend di Gran Premio.

Un leggero sorrisetto si era iniziato a dipingere sul viso di Charles mentre superava la linea intermedia tra i due parcheggi. Uscire di muso era sempre stato più comodo rispetto che in retro; avrebbe minimizzato qualsiasi pericolo di rigare l'auto o dovere fare il contorsionista per mettersi alla gui-

Charles fu costretto a frenare di scatto, mentre i suoi grandi occhi verdi si sgranavano dallo stupore. Okay, non era perfettamente concentrato su ciò che stava facendo, ma non pensava che davanti a lui ci fosse un'altra supercar.

Né poteva immaginarsi chi ci fosse alla guida.

⋆*˙˚°𖤐 ⋆*˙˚°𖤐 ⋆*˙˚°𖤐

Se avesse dovuto usare una singola parola per descrivere sé stesso, Max avrebbe utilizzato senza dubbio "pilota". Non si trattava solo di un lavoro: stringere tra le mani un volante, premere l'acceleratore con il piede, sentire l'energia trasferirsi dal motore direttamente alle sue braccia sottoforma di adrenalina erano ciò che dava un senso alla sua intera esistenza.

Entrare a fare parte dei piloti di Formula 1 insieme alla Red Bull - e vincere quattro mondiali con la medesima scuderia - era solo la ciliegina sulla torta che era la sua vita, ma non avrebbe mai disdegnato alcuna competizione che richiedesse un motore e quattro ruote.

Sapeva che alcuni suoi colleghi non apprezzavano i motori come li apprezzava lui. Aveva sentito dire che qualcuno aveva addirittura un autista personale (un autista, seriamente? Cazzo, è l'unico lavoro che una persona come lui avrebbe potuto fare, perché umiliarsi in quel modo?).

Guidare la sua Valkyrie era qualcosa a cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, nemmeno durante la settimana della gara a Monza. Si era permesso un pomeriggio intero di guida tra i laghi della Brianza prima di rientrare all'hotel che avrebbe fatto da base a tutti i piloti per il weekend.

Come sempre, aveva cercato un parcheggio comodo e abbastanza ampio per fare riposare la sua bambina lontana da eventuali pericoli. Aveva posteggiato perfettamente e spento poi le luci prima di scendere dall'auto e accarezzarne leggermente il cofano.

Un gesto rituale che ormai faceva quasi senza pensarci, per dare la buonanotte a un'anima a lui affine.

Fu in quel momento che i fari di un'altra macchina lo illuminarono, troppo veloci per essere nel parcheggio sotterraneo in cui si trovava. Il suo scostarsi da davanti alla Valkyrie era dettato esclusivamente dai suoi riflessi; laddove si trovava appena un attimo prima, c'era ora il cofano di una Ferrari i cui freni stridettero contro il pavimento leggermente scivoloso.

I'm leading, he wants to pass,
he pushed me, I pushed him back,

Max assottigliò gli occhi nel riconoscere chi ci fosse alla guida. I suoi piedi si mossero ancora prima che la sua mente desse l'ordine di farlo; non appena il monegasco uscì dalla macchina, Max lo prese per il bavero della camicia e lo tirò a sé con un ringhio basso.

"M-Max! Scusa, non ti avevo proprio-"

L'olandese non volle sentire ragioni. "Guidi una cazzo di Ferrari e ancora non sai controllare se davanti a te c'è qualcun altro??"

Gli occhi verdi del ragazzo si colorarono di paura a quella stretta, ma le sue labbra dal taglio gentile si stirarono in uno di quei sorrisetti che Max avrebbe volentieri cancellato con un pugno. "Non sono abituato ad avere qualcuno davanti a me".

Nel suo tono c'era qualcosa che a Max fece ribollire il sangue. Fino a due anni prima era il dannatissimo leader del mondiale, il campione in carica; solo perché ora la Red Bull aveva costruito una macchina indecente, quel ragazzino non aveva il diritto di sbeffeggiarlo.

Come se Charles fosse primo in classifica, comunque. Sembrava che fosse destinato ad essere l'eterno secondo - o terzo, quell'anno.

Fu uno scatto rapido: le sue braccia si tesero in avanti e spinsero Charles contro una delle colonne che sorreggevano il parcheggio interrato. "Come osi-"

L'altro ragazzo rimase senza fiato per qualche istante. Di certo non si sarebbe aspettato una reazione così violenta da Max, anche se tutti sapevano quanto fosse agguerrito in pista.

Alzò gli occhi su di lui, con un'espressione sperduta che a Max parve quella di un cucciolo ferito. Gli diede fastidio, quella sua impressione. Aveva rischiato di danneggiare una delle macchine alla quale l'olandese teneva più di tutte, e in più aveva quei capelli castani spettinati e che gli cadevano sulla fronte per incorniciargli un viso un po' troppo bello per essere quello di un pilota di supercar.

Aveva sempre avuto un debole per quei lineamenti morbidi e allo stesso tempo decisi. Sin da quando erano ragazzi, lo guardava con ammirazione e invidia, geloso di non avere un viso da modello come invece lo aveva quel monegasco.

Indurì lo sguardo e allentò la presa sulla sua camicia prima di dargli le spalle per dirigersi verso l'ascensore che lo avrebbe portato al piano delle camere.

Charles, a parer suo, non valeva più le sue attenzioni.

and after he pushed me off the track.
It's not fair, right?

Tornare nella propria stanza fu un'esperienza quasi surreale per Charles. Era stato tranquillo tutto il pomeriggio, tra interviste e autografi ai fan; aveva poi deciso di rientrare in hotel per gustarsi la cena elegante che aspettava tutti i piloti del weekend, prima di lasciarsi andare alle dieci ore di sonno di cui si beava ogni notte, soprattutto prima delle qualifiche.

Dopo il tafferuglio che aveva avuto con Max - o forse avrebbe fatto meglio a dire che aveva subito da Max, dato che non aveva nemmeno avuto il tempo di ribattere -, aveva controllato che l'amata Valkyrie dell'olandese non fosse danneggiata.

Max la chiamava la sua bambina; dal canto suo, Charles capiva perché l'appellasse così, anche se tutti loro avevano ben più soldi di quanti non fossero necessari per riparare qualsiasi danno inferto alle loro vetture.

In ogni caso, aveva fermato la propria Ferrari a pochi millimetri dall'Aston Martin, giusto in tempo per non farle nemmeno un graffio.

Notarlo gli aveva fatto fare un sospiro di sollievo, e quindi aveva chiamato l'ascensore con il cuore più leggero, speranzoso nel fatto che Max già si fosse dimenticato tutto. Forse troppo ottimistico da parte sua, dato che il collega era rinomato per legarsi al dito qualsiasi piccolo screzio.

Era a questo a cui stava pensando mentre usciva dall'ascensore e girava a destra, dove sapeva esserci la propria camera. Camminò per qualche metro prima di aprire la stanza numero 16 - carino da parte dello staff cambiare i numeri di ogni suite con quelli delle loro autovetture - e poi sbuffò nel notare che dall'altra parte del corridoio c'era il numero 33.

E non solo la camera del numero 33: c'era lo stesso Max Verstappen, con un asciugamano legato alla vita e il torso completamente nudo, che stava uscendo dalla propria stanza con un cipiglio frustrato.

Nella mente di Charles si succedettero tre domande: come aveva fatto Max a farsi una doccia in quella manciata di minuti che aveva separato i loro ingressi in hotel? Perché non si era rivestito? Da quando aveva quegli addominali?

Era etereo. Onestamente, non sarebbe stato in grado di descriverlo in modo differente.

Charles era consapevole che avrebbe dovuto spingere in avanti la porta della propria camera ed entrare, ignorando l'olandese. Soprattutto dopo l'alterco nel parcheggio sotterraneo.

Eppure, i suoi occhi si erano fissati sulla linea leggera tra gli addominali del ragazzo, con delle piccole gocce d'acqua che gli scorrevano verso il basso, ad incagliarsi sulla peluria che si addentrava al di sotto dell'asciugamano...

Deglutì a secco e si costrinse ad alzare il viso verso quello di Max, che ricambiò il suo sguardo con un sorrisetto evidentemente divertito. Stronzo.

"Invidioso, Charlie?" soffiò Max con una voce che a Charles sembrò leggermente... sensuale. Bastardo.

Scosse immediatamente la testa, anche se non riuscì a convincere nemmeno sé stesso. Riuscì a farfugliare qualcosa che nemmeno lui capì completamente.

Anche i suoi capelli, normalmente appiattiti e senza una forma definita, da bagnati assumevano un aspetto fastidiosamente attraente. Al monegasco sarebbe piaciuto da impazzire passare le dita tra di essi e stringerli, per esigere un bacio affamato che non aveva mai avuto il piacere di ricevere.

Si schiarì la voce con poca convinzione. "Non... mi aspettavo di vederti così".

Qui, era questo quello che avrebbe voluto dire. Non mi aspettavo di vederti qui. E senza quella stupida inflessione desiderosa che aveva preso improvvisamente la sua voce.

Sbuffò nello stesso istante nel quale Max si lasciò andare ad una risatina tesa. "Non mi aspettavo di farlo venire duro a qualcuno che mi ha distrutto la macchina".

La sua risposta fu talmente spontanea da non dare nemmeno il tempo a Charles di arrossire. "La macchina sta bene!" si difese immediatamente. "Non ha nemmeno un graffio, ho frenato in tempo".

La risata cristallina dell'olandese gli fece notare di non avere negato di essersi eccitato a quella vista. Si maledisse ancora prima di rendersi conto di avere allontanato la mano dalla maniglia della propria porta e di avere fatto un passo in avanti verso il busto nudo di Max, come spinto da una forza estranea a lui.

"Lily sta bene, allora?" soffiò l'altro, senza staccare gli occhi color ghiaccio dai suoi.

"Lily?" mormorò confuso Charles, sobbalzando non appena le dita forti dell'olandese si strinsero attorno al suo polso.

I due non si erano mai toccati in quel modo prima. Erano stati avversari, in qualche modo amici, colleghi, ma mai fisicamente vicini. "La mia Valkyrie" sibilò Max con il viso pericolosamente vicino al suo. "Sta bene?"

Charles riuscì solo ad annuire. Era l'unica cosa che riusciva a fare in quella situazione, pelle contro pelle con l'avversario di una vita.

In qualche modo, Max lo stava spingendo fuori dai binari con una semplice stretta al polso. Il bagnoschiuma che aveva probabilmente usato sotto la doccia odorava di vaniglia e sandalo, i suoi capelli gocciolavano leggermente sulle sue spalle, i suoi occhi color del ghiaccio lo fissavano taglienti e divertiti.

"Ci vediamo a cena, allora".

Il suo era simile a un sibilo, e nel momento in cui lasciò il polso di Charles il monegasco si sentì quasi... rifiutato. Odiò quella sensazione.

Non appena richiuse la porta della camera dietro di sé, sospirò e si guardò allo specchio. Decise di farsi una doccia fredda.

-Thank you, thank you, Max.
What happened with Max?

Max era discretamente soddisfatto dallo stato in cui aveva ridotto Charles. Sapeva già che la sua Valkyrie era uscita indenne dalla disattenzione del collega, e onestamente si era inventato sul momento il nome Lily per la macchina - okay, la adorava, ma non le avrebbe mai dato un nome così ridicolo. Né in generale le avrebbe mai dato un nome.

Era uscito dalla propria stanza in asciugamano per una coincidenza, semplicemente per lamentarsi della mancanza di acqua calda. Non aveva incontrato nessuno che si occupasse delle camere, ma aveva incrociato Charles, e anche solo quello gli aveva fatto tornare il buonumore.

Nonostante si divertisse a recitare la parte dello scontroso, violento e noncurante delle regole, Max era in grado di tornare alla sua solita calma piatta in meno di trenta secondi. E fare venire il durello a uno dei sex symbols della griglia era decisamente qualcosa che gli faceva tornare il buonumore.

Da quando il flirt con Daniel aveva raggiunto gli schermi, aveva preferito ignorare i consigli della scuderia e dichiararsi apertamente omosessuale. A un quattro volte campione del mondo - a quell'epoca tre, ma poco importava - nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire come vivere la propria vita privata.

E in ogni caso lui non avrebbe ascoltato alcun consiglio.

Comunque, era venuto fuori che non era l'unico queer della griglia. Non si trattava di notizie ufficiali, ma all'interno dei paddock girava la voce abbastanza fondata che una parte consistente dei piloti avesse mire verso il proprio stesso genere, e che per due di loro quel desiderio era diventato realtà.

Un paio di volte lui stesso aveva sentito gemiti soffocati dai due piloti Ferrari, così come Daniel gli aveva raccontato dei litigi da ragazzine che si divertivano ad imbastire Charles e Carlos dietro le quinte.

Max ridacchiò a quel ricordo. Oh, quanto amava le chiacchiere con l'ex fidanzato. Quanto amava l'ex fidanzato stesso: lasciarlo era stata una delle esperienze più dolorose che avesse mai vissuto.

Avrebbe dovuto scrivergli - in fondo, avrebbe fatto piacere ad entrambi.

Eppure Daniel si era allontanato quasi completamente dalla formula 1, e qualcosa gli diceva che quell'allontanamento era anche causa sua.

In ogni caso, ognuno di questi ricordi sfumò dalla sua mente non appena Max notò dove si sarebbe dovuto sedere a cena.

Si trovava, insieme a tutti gli altri piloti e al loro staff, all'interno di una grande sala costellata di piccoli tavolini tondi, che potevano ospitare un massimo di sei persone l'uno. Ogni tavolino aveva dei segnaposto di legno chiaro con i nomi dei piloti incisi sulla propria superficie.

L'olandese roteò gli occhi e al contempo fece un sorrisetto. Leclerc - Hamilton - Verstappen - Hadjar - Antonelli - Russell.

"Lo hai fatto apposta?"

Le parole di Charles provennero da dietro le sue spalle e suscitarono in Max un ghigno divertito. Scosse la testa. "Perché avrei dovuto?"

Si girò in tempo per incrociare gli occhi verdi del monegasco. Il suo viso era rilassato, leggermente segnato da un paio di occhiaie che sarebbero scomparse tranquillamente quella notte. Oh, giusto - la sua stupida fissa per dormire dieci ore ogni notte.

Si soffermò forse troppo tempo sulle sue labbra soffici. Si chiese come gli si sarebbero ribaltate le viscere se avesse premuto la propria bocca sulla sua. E quella domanda mentale gli fece sfuggire la risposta di Charles, che lo stava fissando come se fosse stupido.

Sbuffò leggermente. "Come, prego?" chiese leggermente infastidito da se stesso.

Charles ghignò, a sua volta evidentemente intrattenuto dalla sua distrazione. "Sto iniziando a pensare che ti diverta, incontrarmi ovunque".

"Lo dici come se ci fossimo incontrati in uno strip club, Charlie".

Solo un battito di ciglia in risposta a quel nuovo nomignolo. "Ah, perché li frequenti spesso?"

Max arricciò le labbra in segno di disappunto. "Lo farei solo accanto al mio uomo" lo tentò con un sorriso sfacciato.

Charles si fece improvvisamente vicino al suo corpo. La tensione tra i due era palpabile, sostanzialmente diversa da quella che costruivano in pista gara dopo gara.

Non seppe se fosse stato un passo in avanti intenzionale. In ogni caso, riusciva a sentire il suo respiro caldo sul proprio viso. "O con te" aggiunse allora, stronzo.

L'altro arrossì leggermente e gli voltò di scatto le spalle per dirigersi verso il bagno. Max pensò per un attimo di seguirlo, ma poi si sedette e salutò cortese i colleghi che lo raggiunsero qualche minuto dopo.

Mossa dopo mossa, la sua personale partita a scacchi sembrava essere giunta al punto da lui desiderato. E le fugaci occhiate che gli rivolse Charles per l'intera durata della cena furono il balsamo perfetto per la sua anima predatoria.

-Nothing, just an incident
on the race

Sdraiato nel proprio letto, Charles fissava il soffitto con gli occhi sbarrati, impossibili da rilassare. Nei suoi piani, aveva effettivamente quello di dormire le sue solite dieci ore pre gara. Era a Monza, la sua anima scoppiava per la voglia di strappare il trofeo dalle giovani mani di Kimi, e da giorni interi aveva la mente focalizzata esclusivamente sui 5.793 metri di asfalto che avrebbe dovuto ripetere per 53 volte.

Sapeva ogni variabile a memoria; l'unica cosa che non aveva preventivato in alcun modo era stata quella cena. Una cena silenziosa, in cui nemmeno le chiacchiere di Lewis e Kimi erano riuscite a distrarlo da un pensiero fisso.

Una figura fissa. Max Verstappen.

L'intera cena era stata una lotta interna contro se stesso per non fissarlo. Lo conosceva da decenni, letteralmente: erano cresciuti insieme, le loro prime gare erano state ruota a ruota sin dall'epoca dei kart, e da ragazzo mai avrebbe pensato di vedere Max come qualcosa di diverso da un avversario.

Gli ultimi anni, caratterizzati da scontri in pista memorabili, lo avevano risvegliato. Non riusciva a trovare un momento preciso nel quale l'attrazione per il suo collega era iniziata, sapeva solo che aveva iniziato a ronzargli attorno ben prima di ammettere a se stesso di amare sia uomini sia donne.

Poi c'era stato Carlos, e in qualche modo Max era sparito dai suoi pensieri. Carlos era stato il suo risveglio cosciente, il primo uomo con cui effettivamente la sua attrazione si era trasformata in realtà.

Carlos era stato il suo migliore amico ed amante per circa tre anni. Il primo anno che avevano passato insieme in scuderia era stato tranquillo, poi si era accesa la passione ed erano stati la coppia più affiatata sulla griglia - subito dopo Max e Daniel, probabilmente.

Poi Carlos aveva cambiato scuderia, Charles lo aveva perso di vista - erano rimasti amici, certo, ma non avevano più condiviso lo stesso letto - e l'attenzione del monegasco era tornata su Max. Come se fosse un magnete impossibile da ignorare.

A quel pensiero si mise su un fianco e sbuffò. Non era possibile dormire con il pensiero fisso del suo avversario che lo fissava per tutta la sera, lo mangiava con gli occhi mentre assaporava la cena, lo implorava quasi con lo sguardo di raggiungerlo in un luogo dove sarebbero stati da soli...

I suoi movimenti furono quelli di un automa, e già in quel momento sapeva che si sarebbe pentito della sua decisione. Oh, con Max avrebbe dormito malissimo.

Eppure bussò alla porta della sua camera, aspettò che gli fosse aperto e senza nemmeno salutare fece collidere le proprie labbra con quelle dell'olandese.

Contrariamente a quanto non fosse suo solito, non pensò alle conseguenze delle sue azioni e si lasciò stringere e scopare tutta la notte.

Il giorno dopo, tagliò il traguardo prima di tutti gli altri.

Notes:

Prima volta in assoluto che scrivo una Lestappen, ed è stata una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto. Non so se diventerà mai una storia più lunga - forse un po' più di backstory? Qualcosa in più su Carlos e Daniel?

Chissà, per ora non ho niente di che in programma.

Spero solo che voi abbiate apprezzato, e di avervi tenuto un po' di compagnia in questo mese di pausa - mi mancano un sacco le gare.

E spero di avere portato un po' di fortuna per Monza 2026.

A presto,
-Zeph <3