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Adelaide si avvicinò piano alla porta dell’ufficio di Marcello, preoccupata di disturbarne il lavoro: sia lui che Odile le avevano parlato proprio quella mattina di un progetto molto ambizioso a cui stavano lavorando e che li avrebbe portati a trascorrere molto – troppo, per i suoi gusti – tempo in ufficio, immersi tra idee e fogli cestinati, colori e tessuti, prove, fallimenti e nuovi tentativi. Dall’interno dell’ufficio sentì provenire la voce di Marcello mentre spiegava qualcosa; si accostò appena e spinse di poco la porta per spiarli indisturbata. Sua figlia, il capo piegato di lato e gli occhi attenti, ascoltava Marcello con vivo interesse e ne interrompeva la spiegazione per arricchirla di dettagli e spiegargli a sua volta qualcosa.
Era una scena a cui aveva già assistito, indisturbata, nel salone della villa a Ginevra durante quell’estate, quando Marcello le aveva raggiunte per stare un po’ con lei, con loro. Quel giorno era rimasta colpita dalla naturalezza con cui Marcello si stava rapportando ad Odile – una naturalezza che per lei, sempre spaventata dai passi falsi, sempre frenata da mille pensieri, era impossibile da avere nei confronti di sua figlia – e li aveva osservati a lungo, sorridendo inconsapevolmente, sentendo un piacevole calore farsi strada nel suo cuore.
Era una scena di cui, in un tempo troppo passato, ma non per questo sbiadito, avrebbe voluto essere protagonista: da che ne avesse memoria, suo padre non spiegava, suo padre imponeva, descriveva in modo asciutto, metteva lei e Margherita di fronte ai fatti e le obbligava ad agire di conseguenza, senza comprenderle, senza far comprendere loro alcunché.
Era una scena che, in un tempo sospeso tra la sé bambina e la sé contessa, si era ritrovata a sognare ad occhi aperti, una scena che aveva simulato qualche volta con Margherita e le loro bambole, una scena che avrebbe potuto vivere solo nelle sue sciocche fantasie, un’illusione che non avrebbe mai trovato alcun riscontro nella realtà. Poi era arrivato Marcello e aveva mescolato le carte in tavola, mostrandole un’altra realtà, una che anche lei meritava di vivere ogni giorno.
«Prego, contessa, entri pure», azzardò proprio lui, strappandola ai suoi pensieri, gli occhi ancora fissi sul foglio davanti a sé; doveva essersi accorto di lei fin dal primo istante ma aveva scelto di lasciarle del tempo che non sapeva nemmeno di necessitare. Odile, al contrario, si girò di scatto verso di lei «perché non hai bussato, mamma?», indagò, «ti avremmo accolta a braccia aperte: dopotutto, sei pur sempre la co-proprietaria del Paradiso», un sorriso sornione che sembrava dire molto più di quanto Adelaide stessa potesse immaginare. Avere un carattere così simile alle volte era più una condanna che una benedizione.
«Temevo di disturbare.»
Odile sorrise ancora, più convinta, come se si aspettasse esattamente quella risposta e si voltò per un attimo verso Marcello prima di lanciarsi in una goffa imitazione della sua voce.
«Tu non disturbi mai, am–»
«Non dovevamo finire…questo?»
Adelaide soffocò malamente una risata ma scelse di salvare d’impaccio Marcello invece che dare corda ad Odile – sua figlia gliel’avrebbe fatta pagare carissima (una giornata all’autodromo; un qualche dolce cucinato assieme, cospargendo la cucina di farina; una lezione di violino; una seduta di ascolto del roc’n’roll con annesso ballo del tutto scoordinato, possibilmente in salone, dove chiunque avrebbe potuto vederle; oppure chissà cos’altro, spinta dal momento – la fantasia non le mancava di certo) ma non poteva lasciarlo soccombere così – e propose un pranzo assieme.
«E quali sarebbero le condizioni di questo pranzo?», indagò Odile, curiosa, gli occhi che brillavano di luce propria.
«Nessuna condizione.»
«Nessuna nessuna?», rincarò Odile, un sorriso furbo a dipingerle il viso. Aveva scoperto da poco che scherzare in quel modo con sua madre era liberatorio per entrambe: sospettava che Marcello avesse molto a che vedere anche con tutto questo e ne era immensamente grata.
«Nessuna.»
Forse se ne sarebbe pentita, ma la leggerezza che la accompagnava in ogni pranzo deciso da Odile, non l’avrebbe scambiata con nulla al mondo.
«Sono stravolto.»
Marcello si lasciò cadere sul letto con un’enfasi quasi teatrale e Adelaide, seduta alla toeletta, sorrise sciogliendo le ultime ciocche dell’acconciatura con lo chignon basso che l’aveva accompagnata in quella serata al circolo da cui erano appena rincasati.
«Tua figlia è un pozzo inesauribile di idee, fatico a tenere il passo; questa serata con gli investitori al circolo è stata quasi una passeggiata in confronto.»
«Eppure, mio caro, sono sicura che la scelta di proporle il posto, incentivandola in ogni momento di difficoltà senza farle alcun tipo di favoritismo, sia stata proprio tua.»
Marcello sollevò un sopracciglio mentre un angolo delle labbra si piegava verso l’alto e le tese una mano, invitandola a trovare rifugio sulle sue gambe – capitava spesso, soprattutto nei momenti di grande stanchezza, che si ritrovassero così, vicini, e stretti in un abbraccio, i vestiti della serata ancora indosso. Quando fu abbastanza vicina, le baciò la fronte, assicurandosi di tenerla stretta a sé e approfittandone per giocherellare con un boccolo ribelle che le incorniciava il viso.
«E non me ne pento, contessa.»
«Ma?»
Adelaide gli accarezzò la guancia, portandolo con gli occhi nei suoi e sfiorandogli piano le occhiaie con il pollice.
«No, non c’è nessun ma, te lo assicuro.»
Adelaide lasciò cadere il discorso accarezzandogli nuovamente il viso, lo sguardo grato per cose che forse non sarebbe nemmeno mai riuscita a dirgli, e si allontanò da lui con un bacio, finendo di prepararsi per la notte mentre lui faceva altrettanto. Si ritrovarono dopo pochi minuti, sotto le coperte, stretti l’uno all’altra, la testa di Adelaide poggiata sulla spalla di Marcello, la sua voce che la cullava raccontandole ancora una volta il progetto a cui stavano lavorando lui ed Odile, aggiungendo qualche nuovo dettaglio che era nato proprio durante l’intensa giornata lavorativa appena trascorsa. In realtà, erano tutte cose che aveva visto con i suoi stessi occhi: dopo l’improvvisata in ufficio – come l’aveva definita lui – e il pranzo in famiglia – Odile li aveva, ovviamente, portati in un posticino minuscolo e un po’ rustico che avevano scoperto assieme – sia sua figlia che Marcello l’avevano invitata a rimanere con loro e lei aveva accettato di buon grado, scoprendosi più partecipe di quanto avesse previsto. Tra un’idea e l’altra, erano persino riusciti a strapparle la promessa di andare con loro allo stadio quella domenica.
«Mi fido ciecamente di voi, lo sai», lo interruppe, gli occhi sollevati a cercare i suoi. Marcello la ricambiò con un nuovo bacio sulla fronte.
«Quindi non eri venuta a controllare il nostro operato in quanto co-proprietaria del Paradiso?», scherzò lui, accarezzandole piano il fianco.
«Sciocco.»
Adelaide si sistemò meglio contro il suo corpo, quasi inquieta, e Marcello continuò ad accarezzarle il fianco, guidandola mentre districava i pensieri. Nell’ultimo periodo erano sempre di più i momenti in cui lei si lasciava andare a racconti inaspettati sul suo passato, come se aver finalmente trovato una stabilità assieme, avesse scoperchiato un vaso che non pensava di potersi permettere di riaprire.
«Sono felice di vedere come tu e Odile siate sempre più in sintonia», disse, la mano ad accarezzargli il petto per trovare in quel gesto la forza necessaria per continuare il discorso, «con mio padre non è mai stato così».
«Adelaide, non –»
Erano state pochissime le volte in cui lei gli aveva parlato di Gregorio, erano state ancora meno le volte in cui quei racconti non si erano conclusi con sospiri spezzati dal dolore e dai singhiozzi e lacrime trattenute. Marcello li ricordava tutti e, per ognuno di essi, aveva scioccamente desiderato di poter riavvolgere il tempo per provare a sistemare le cose, l’aveva immaginata bambina ma già donna, costretta a diventare altro da sé prima del tempo; seppur per motivi totalmente diversi, era successo anche a lui. Lo sorprendeva sempre realizzare quanto le loro esistenze si assomigliassero nel profondo pur partendo da capi diametralmente opposti.
Una lacrima le scivolò lenta sul volto ma non ci fece caso e intrecciò la mano con quella che Marcello aveva posato poco prima sulla sua, «quando ho scoperto di aspettare un figlio, ero perfettamente consapevole del fatto che avrei potuto lottare per quel bambino, che avrei potuto illudermi e forse persino credere di potercela fare, che avrei potuto ribellarmi alla volontà di mio padre, ma che alla fine avrebbe vinto lui». Marcello strinse più forte le loro mani unite e le lasciò un bacio tra i capelli, un amore mio appena sussurrato.
«Quando poi lei non –»
Marcello la strinse a sé più forte. Non era la prima volta che gli raccontava del parto, dei mesi in convento, delle suore, della sensazione di aver perso per sempre una parte di sé, della contemporanea certezza, maturata in quei giorni di più di vent’anni prima, che suo padre avesse da sempre avuto ragione su di lei – “sei nata per essere una contessa, tutto il resto è superfluo o deve diventarlo” – e fu proprio per questo che le labbra di Marcello si posarono tra i suoi capelli e la mano sinistra si mosse sulla sua schiena, come a cullarla. Sapeva quanto quel racconto fosse doloroso per lei e sperava di non scorgere nuovamente il dolore farsi strada nelle sue iridi chiare.
«Ho pensato che fosse destino», Adelaide riprese a parlare, una lacrima scacciata rapidamente dal viso, «e mi sono conformata a quello, ho ricoperto un ruolo, impersonato una parte, ho investito tutta me stessa in quel disegno, imparando a guardarmi con altri occhi». Sospirò piano, come se il dolore avesse trovato finalmente il suo punto d’uscita.
«E poi sei arrivato tu e mi hai mostrato una realtà diversa.»
«Una in cui le contesse mangiano panini con la salsiccia, possono concedersi il lusso di giocare con le girandole e a volte anche con le bambole, di cadere e rialzarsi senza sentirsi sbagliate o in colpa, di fare girotondi, correre spensierate e andare in altalena anche se non ho più l’età per queste cose, Barbieri?», scherzò lui, facendole quasi il verso e alleggerendo l’atmosfera.
«Qualcosa del genere, sì», confermò, ridendo leggera e liberando la mano dalla sua presa per portarla al suo viso, accarezzandolo piano.
«E prima, mentre guardavo te e Odile, ho –»
«Mentre ci spiavi», la riprese Marcello, abbassandosi a sfiorare il naso con il suo, il sorriso sempre sul volto.
«Mentre vi spiavo», concesse, leggera, «ho visto tutto ciò che ho sempre sognato per lei».
«E per te stessa.»
Marcello aveva sempre saputo leggerla, vederla, troppo bene, andando al di là di ogni muro, di ogni maschera, mostrandole che uscire dalla corazza poteva essere liberatorio, alle giuste condizioni. Non sarebbe mai riuscita a ringraziarlo a sufficienza. Abbassò appena gli occhi, sfuggendo al contatto visivo e scacciando rapida una lacrima, ma Marcello le prese il mento tra le dita e la guidò verso di sé per un bacio. Rimasero fronte contro fronte per un po’, i respiri mescolati e sincronizzati, Adelaide non del tutto quieta, come se ci fosse ancora qualcosa che non gli aveva detto. Cercò le sue labbra per un nuovo bacio, la mano che saliva a carezzargli la guancia.
«E poi ho pensato che…», sorrise, cercando i suoi occhi, le fronti ancora poggiate l’una sull’altra — no, sono solo sciocche fantasie, Adelaide, non…
«Che?»
«Che mi sarebbe piaciuto che il papà di Odile fossi tu», concluse, chiudendo gli occhi senza sapere cosa aspettarsi, il cuore gettato oltre l’ostacolo, il vuoto allo stomaco come quella volta in cui Margherita, la mano stretta nella sua, l’aveva convinta a tuffarsi da uno scoglio.
Il respiro di Marcello si spezzò per un solo istante mentre colmava nuovamente la distanza tra loro e la baciava, piano, il viso tra le sue mani, cercando di rimettere ordine tra i pensieri. Gli tornò in mente suo padre che non si era mai preso cura di loro, gli tornarono in mente l’inadeguatezza e la paura che l’avevano attanagliato per mesi, anni, il desiderio di instaurare un rapporto con Odile e il timore di non esserne capace, di poter rovinare tutto. E poi gli tornò in mente un giorno d’estate di due anni prima, quando Adelaide, nel raccontargli di Odile e della sua storia, ci aveva tenuto a specificare che non l’avrebbe mai costretto a rimanere al suo fianco, che l’avrebbe capito se non se la fosse sentita di accettare Odile nella sua vita. Quel giorno le aveva preso le mani e, guidato dall’amore e forse anche dall’incoscienza, l’aveva rassicurata – “non capita spesso di scoprire che la donna che ami ha una figlia, è vero, ma imparerò a volerle bene, esattamente come amo te”.
«Sai», iniziò, quasi solenne, assicurandosi di avere tutta l’attenzione di Adelaide, «se non fossi già mia moglie, ti sposerei, mia cara contessa di Sant’Erasmo.»
«Sciocco.»
Una leggera risata bagnata di pianto echeggiò nella stanza mentre Adelaide si sollevava un po’ per far incontrare nuovamente le loro labbra, il lenzuolo che in parte scivolava via dal suo corpo mostrando quella cicatrice di cui ormai non si vergognava più, non con lui. Lo sguardo di Marcello vi si posò e la tracciò in punta di dita, ricordando a sé stesso e ad Adelaide quante cose avevano già affrontato assieme.
«Non sono mai stato più serio di così», disse, ravviandole una ciocca di capelli dietro l’orecchio e terminando il gesto accarezzandole il viso, un sorriso innamorato dipinto sul volto.
«E allora, caro signor Barbieri, sappia che la sposerei anche io e che devo –»
«Shh»
Marcello le posò leggero un dito sulle labbra: aveva visto troppe volte l’espressione che si stava dipingendo sul volto di Adelaide per non sapere che avrebbe finito per scusarsi per qualcosa che ora non contava più nulla.
«Ti amo e amo la nostra famiglia.»
Adelaide si ritrovò con nuove lacrime a bagnarle le guance e il sorriso e Marcello la strinse a sé, cullandola nel suo abbraccio. Quello che, fino a qualche anno prima, era parso come un sogno irrealizzabile, appariva ora come il più bello dei regali che la vita le avesse mai fatto – la nostra famiglia.
«Ti amo anche io, infinitamente.»

