Chapter Text
«Anche se non vivi più qui non posso essere il tuo maggiordomo, Matteo, come te lo devo dir– Odile?»
«Tu lo sapevi, vero?»
Odile quasi glielo urla non appena le apre la porta, gli occhi rossi e gonfi di pianto, le guance rigate di lacrime. Lo guarda seria, però, senza reali tracce di debolezza – per uno sconosciuto, forse, non per lui che ha imparato a conoscerla, non per lui che è messo in allarme dalle mani che si torturano, dal labbro prigioniero dei denti, da mille altri segnali che dovrebbero essere insignificanti e invece non lo sono – e scava a fondo nei suoi occhi alla ricerca di una risposta alla sua domanda.
«Certo che lo sapevi, che sciocca, e io – come ho fatto a –», ma il resto delle parole si infrangono contro il colletto della sua camicia mentre Odile gli si arpiona addosso e cerca in lui un sostegno.
Lo sa, sì. Lo sa da qualche ora in meno rispetto a lei, lo sa da quando è arrivato in villa per quello che avrebbe dovuto essere un classico pranzo di famiglia per spezzare la giornata lavorativa – lui, lei, Odile, era diventata una specie di tradizione – e ha trovato Adelaide in lacrime, un bicchiere di cognac abbandonato sul tavolo davanti a sé, L’isola di Arturo aperto sulle ginocchia. Lo sa e ha passato minuti, ore, abbandonato sul divano a fissare il muro davanti a sé con il nodo della cravatta slacciato mentre il telefono suonava: Marta, Roberto, Irene o chissà chi altro. Di certo, non Adelaide.
Lo sa ma non ricorda cosa ha detto ad Adelaide, ricorda solo di averle baciato la fronte, di averla stretta in un abbraccio e di essere uscito dalla villa senza voltarsi indietro. Lo sa ma è come se non l’avesse ancora realizzato.
«Scusa.»
Odile si stacca piano da lui, ne cerca gli occhi e gli stringe la mano mentre lui la accompagna verso il divano e la invita a sedersi.
«Lo so, sì, tua madre me l’ha detto questo pomeriggio.»
«Le avevo chiesto solo una cosa: di non mentirmi, non più e non è servito a nulla.»
«Non credo che –»
«Non giustificarla, non –»
«Non lo sto facendo, vorrei solo provare a –»
«A farmi capire? A spiegare? Facile per te, non è tua madre ad averti mentito, ancora e ancora, ad averti omesso una simile verità, come se questo non cambiasse nulla, come se fosse irrilevante.»
«Odile.»
Marcello le sfiora la spalla e la invita a lasciarsi andare di nuovo e Odile cerca rifugio contro di lui, si lascia stringere mentre nuove lacrime le rigano le guance e la rabbia, il dolore, la paura, il senso di smarrimento si mescolano così bene da renderle impossibile distinguerne i confini.
Le accarezza la schiena, spera di trovare prima o poi le parole giuste – non ora, è troppo presto – per farle capire che le cose sono più complicate di così. È che lui un po’ la capisce Adelaide, anche se non per questo è meno arrabbiato – una rabbia che, però, non oscura tutto il resto –: capisce la sua paura, la vergogna, il senso di colpa, il fiato bloccato in gola e il contemporaneo bisogno di far finire tutto questo, mescolato all’assurdo desiderio di non vedere nulla andare in pezzi. Capisce anche Odile, però, capisce la sua vita scossa da troppe bugie in pochi anni, capisce la rabbia e la frustrazione, il bisogno di piangere anche le lacrime arretrate e di indugiare in un abbraccio.
«Scusa, non volevo, tu non te lo meriti.»
Nemmeno lei è la risposta che rimane nell’aria e nel cuore di Marcello che si morde la lingua per non farla uscire: non è ancora il momento, in una visione più pessimista non lo sarà mai.
«Sai perché sono venuta qui?», è poco più di un sussurro contro la sua spalla e Marcello scuote appena la testa mentre Odile ritorna a guardarlo.
«Quando litigavo con mamma e papà a Ginevra, salivo in sella alla bici e pedalavo, senza pensare a nulla, ma mi ritrovavo sempre nello stesso posto e potevo rimanerci per ore. È successo anche oggi, dopo che Adelaide mi ha –»
Marcello le stringe più forte la mano: è che si era abituato a quel mamma usato in ogni contesto, al sorriso che illuminava il volto di Adelaide non appena sentiva la prima sillaba, all’idea che quella avrebbe potuto essere la loro vita per sempre.
«Mi sono messa al volante e ho guidato, senza una meta, scoprendo luoghi mai visti prima, percorrendo chilometri di strade sconosciute, ma poi sono ritornata qui. La villa non è mai stata casa mia, non davvero, anche se Adelaide ha fatto tutto il possibile per farmi sentire a casa, anche se mi mancheranno le colazioni con lei, le rose e– e non vorrei che fosse così, perché– qui invece –», e qualsiasi cosa stesse per dire si infrange contro la sua spalla e Marcello la accoglie, le accarezza la schiena e le sussurra tra i capelli.
«Puoi restare qui un’ora, un giorno, una settimana, un mese, tutto il tempo che vuoi.»
«Una vita?», azzarda lei, sorridendo, gli occhi leggermente più asciutti.
«Spero tu possa trovare qualcuno di più interessante di me con cui passare la tua vita, signorina», scherza, riuscendo nell’intento di strapparle un nuovo piccolo sorriso prima di stringerla a sé, anticipando la sua richiesta. La culla un po’, una mano sulla sua schiena, fino a quando Odile non si rilassa abbastanza da poggiare la testa sulla sua spalla, da addormentarsi così, sfinita.
«Datti tempo, Odile, andrà tutto bene.»
Quando il telefono squilla, Adelaide è perfettamente sveglia, anche se la mezzanotte è passata da un po’, le mani impegnate a sfogliare un libro estratto a caso dalla libreria, solo per fingere di fare qualcosa, e che non ha degnato della minima attenzione. Lo stomaco le ricorda che non ha cenato, che non farà colazione e che chissà quando ritornerà a mangiare: non è di certo una sua priorità ora, non dopo aver perso tutto per colpa sua.
Quando solleva la cornetta e la accosta all’orecchio, la voce dall’altro capo è, allo stesso tempo, l’unica che avrebbe voluto sentire e l’ultima che pensava di sentire. Deve ricordarsi come si respira e possibilmente anche come si parla, deve impedirsi di andare in apnea e poi deve bloccare i pensieri, cercare di –
«Ciao», un suono caldo, delicato, che la raggiunge come una carezza, come il primo buongiorno del mattino, come la colazione a letto e il bacio sulla fronte.
«Marc–»
«Odile è qui, a casa, non –»
«È lì? Come – perché – io non –»
«Adelaide», la richiama, dolce, le lacrime che finalmente si fanno strada lungo le guance – prima, con Odile, è stato più facile fingere di essere forte, evitare di far tremare la voce, aiutarla a calmarsi quel tanto che bastava per farla riposare; ora, invece, è impossibile. La voce di Adelaide non si arresta, biascica domande che probabilmente non hanno nemmeno senso, non uno che riesca ad afferrare quantomeno, e che gli arrivano frammentate.
«Adelaide, piano, aspetta aspetta.»
È come essere di fronte a lei, come vederla mentre gli occhi perdono colore e le lacrime iniziano a cadere. È come sentirla disgregarsi in pezzetti troppo piccoli che ora non può raccogliere – e forse non se ne sarebbe dovuto andare così dalla villa, forse avrebbe potuto–
«Ehi.»
È come prenderle il viso tra le mani e indurla a portare gli occhi nei suoi, impedirle di macerarsi in dubbi e pensieri, salvarla da un vortice che minaccia di trascinarla sempre più giù. È come ricordarle che lui c’è, che non va da nessuna parte, nonostante tutto – “non credo di meritare tutta la tua vicinanza” “permetti che sia io a deciderlo, amore mio”.
«Respira, va tutto bene» – e che, in realtà, nulla va bene è chiaro ad entrambi ma, per ora, va bene anche così – «Odile sta bene». E questa, almeno, è una buona notizia, la migliore che potesse ricevere.
È come prenderle le mani, guidarla verso il divano, baciarle piano la fronte. È come quel giorno in cui madre e figlia avevano litigato e la paura, il terrore, di perderla si era insinuata sottopelle, impedendole di respirare, e lui si era trovato a parlare prima con l’una e poi con l’altra, rispettando i tempi e gli spazi di entrambe, aiutandole a ritrovarsi, un passo alla volta, una timida parola dopo l’altra. È come stringerla a sé e lasciare che sfoghi il pianto, accarezzarle la schiena in silenzio e sussurrarle parole all’orecchio. È come guidarla pian piano fuori dal buio e osservarla mentre si adatta ad una nuova luce scoprendone i riflessi.
«Perché non –», e il resto della frase si spezza in un singhiozzo appena trattenuto. Marcello, però, capisce lo stesso. Marcello capisce sempre i suoi silenzi, le sue paure, capisce persino le cose che lei è troppo poco coraggiosa per rivelare anche a sé stessa.
«Sta dormendo, si è addormentata poco fa, per questo non ti ho chiamata prima. È tranquilla», e non è una bugia: Odile si è tranquillizzata davvero, altrimenti non sarebbe nemmeno riuscita a dormire – un’altra di quelle cose che ha imparato standole accanto, guardandola crescere e spiccare sempre più il volo in una Milano meno incomprensibile, in un lavoro che la fa sentire a suo agio.
«Io non –» volevo è la parola che non dice ma che Marcello intuisce.
«Puoi venire, se vuoi.»
È quasi un’ancora di salvezza, una piccola luce in fondo al tunnel, un desiderio che non si azzardava ad esprimere e che lui ha realizzato: è sempre stato questo il suo potere, leggerla, capirla meglio di quanto si capisse lei stessa, anticiparne i bisogni, accoglierne le fragilità.
«Posso– davvero– non– io–»
«Sì» — una liberazione, un sollievo.
E il mondo, improvvisamente, gira un po’ meno veloce e riacquista parte dei suoi colori quando Marcello le apre la porta – ha misurato il salone con passi febbrili mentre la aspettava, ha provato discorsi che non le farà mai, si è immaginato mille e più scenari in cui tutto questo si rivela solo un brutto sogno – e le fa strada. La tiene d’occhio con una dolcezza che è certa di non meritare ma per cui non sarà mai abbastanza grata, le posa una mano sulla schiena quando arrivano fuori dalla camera, incrocia lo sguardo con il suo prima di aprire piano la porta, le ricorda di respirare così tante volte che lei lo fa, come fosse naturale – lo è, lo sarebbe, in una situazione normale, ma questa non è una situazione normale e lei– e lei è–
«Tesoro mio», è un sussurro appena udibile, rivolto più all’aria che ad Odile, «mi dispiace così tanto, avrei dovuto –», un singhiozzo soffocato le spezza le parole. Marcello le prende la mano e gliela stringe piano per non spaventarla, incastra le dita tra le sue, una ad una, e il cuore perde un battito – è stata lei a farlo la prima volta, quando lui aveva scoperto del coinvolgimento di Matteo nella truffa, quando la notte se ne stavano stretti sotto le coperte a fissare il soffitto, capendosi senza parlare. Rimane ferma, senza sapere cosa fare, una rosa stretta nella mano libera: l’ha sfilata dal vaso vicino al telefono mentre parlava con Marcello, si è ferita con le spine stringendola tra le dita e l’ha portata con sé in un impeto che non riesce a spiegarsi. È Marcello a sfilarla piano dalla sua presa, evitando che nuove piccole ferite si aprano sulla sua pelle, a lasciarle la mano e ad avvicinarsi al letto in cui dorme Odile – lo stesso in cui ha dormito anche la prima volta in cui si è rifugiata a casa sua, quello in cui ha dormito anche durante altre visite tanto improvvisate quanto benaccette – per posarla sul comodino. Odile si rigira nel sonno e si lamenta e Adelaide stringe le mani tra loro per impedirsi di avvicinarsi, di accarezzarle i capelli, di distendersi accanto a lei, di stringerla fino a quando i brutti sogni non libereranno la loro presa sul suo sonno – quanto vorrebbe che tutto questo fosse solo un brutto sogno. Marcello si china verso la ragazza, le sistema le coperte, le accarezza piano i capelli, la guarda con una dolcezza che gli ha scorto tante altre volte negli occhi, in pomeriggi passati allo stadio e serate passate a teatro, in occhiolini scambiati mentre la credevano distratta, in battute fatte solo per farla ridere, in sorrisi che dicevano più di mille parole, in trappole tese solo per il gusto di vederla più libera – “non ti puoi rifiutare, mamma” “tua figlia ha ragione, amore mio” e altri mille stratagemmi studiati fianco a fianco per convincerla a fare le cose più disparate e assurde (le due metà del suo cuore).
Qualche lacrima sfugge di nuovo al suo controllo: se solo avesse parlato prima, forse–
«Smettila», le sussurra non appena la raggiunge, il tono di quando la chiama(va) amore mio, «non torturarti, non odiarti, non ce n’è motivo», una carezza a delinearle il volto. E se solo avesse parlato prima, forse–
Marcello accosta nuovamente la porta della stanza e si sofferma su di lei, scrutandola a lungo senza parlare. Le posa la mano sulla schiena e la guida verso il salone, verso il tavolo, verso il divano su cui è apparso un vassoio a cui non aveva fatto caso fino a quel momento. Le versa il thè, la invita ad addentare almeno un biscotto e, per un attimo, tutto sembra tornare al suo posto, come quando questa era la loro vita, la loro quotidianità: la condivisione del resoconto della giornata, sua figlia che dorme nella stanza accanto, Marcello che la guarda e la ascolta, sinceramente interessato ad ogni sua parola, e i biscotti che, anche nei giorni peggiori, scompaiono dal piattino senza che nemmeno se ne accorga. E poi la bolla si infrange, le tazzine ritornano sui piattini, il thè finisce, il tempo si esaurisce, Marcello si alza in piedi e le tende una mano per aiutarla a fare altrettanto: la accetta con un sorriso stanco e si sforza di non pensare che è l’ultimo tassello che resta intatto, l’ennesima cosa che dovrà dimenticare non appena sarà uscita dalla porta.
Marcello, però, è ancora lì, Marcello è sempre lì: le stringe la mano e la riporta al presente, gli occhi che si incastrano gli uni negli altri, la guida verso la porta ma, al contrario di quanto si aspettasse, non la apre subito, non la invita ad uscire, non cerca una via di fuga al silenzio che si è insinuato tra loro ma si china verso di lei. Le bacia la fronte, le sistema una ciocca di capelli, la guarda come l’ha sempre guardata e la stringe in un abbraccio che sembra non finire mai, che vorrebbe non finisse mai – “io non mi muovo da qui”.
«Andrà tutto bene», sussurra e se è una bugia non lo sembra, «mi prenderò cura di lei», la rassicura mentre si stacca e le cerca di nuovo le mani. Non lo dubita, non l’ha mai dubitato è solo che– se solo avesse parlato prima, forse –
«E ci sono, anche per te, quando vuoi, tutte le volte che vuoi», continua, occhi negli occhi, lasciando all’aria il sottotesto di quella frase, «Adelaide», la richiama, dolce, le mani intrecciate, i corpi appena più vicini, un nuovo bacio che si posa sulla sua fronte, «dalle tempo, datti tempo».
«Grazie.»
Ed è l’ultima cosa che gli dice dopo aver sollevato una mano per accarezzargli una guancia e prima di uscire da quella casa, l’unica parola che abbia un senso; le altre le lasciano morire in gola, tutti e due.
Forse, se solo avesse parlato prima…
«Ti amo così tanto», un sussurro che si infrange contro il legno chiaro della porta.
«Ti amo anche io», un’eco silenziosa in risposta, una lacrima che scivola e si posa sulla camicia già bagnata. Quando tutto questo sarà finito – perché finirà, perché tutto andrà bene, perché ci sono un anello e una promessa ad aspettarli, una serra scelta con Odile, i gemelli che gli ha teso proprio lei in un pomeriggio qualsiasi, come fossero una reliquia e un invito, un vestito nell’armadio, un discorso che non si ricorderà mai per filo e per segno ma che sarà ancora più bello, così, spontaneo, dopo averla guardata camminare verso di lui, mentre dovrà ricordarsi come si respira – spera di poterlo ricordare, a sé stesso e anche a lei, come l’ennesima difficoltà superata assieme, fianco a fianco.
…non lo saprà mai.
