Chapter Text
LILY
31 luglio 1972, Saint Ives, Cornovaglia
Caro Sev,
il mare è selvaggio e bellissimo. Papà ci ha vietato di fare il bagno per il momento, dice che è pericoloso, ma Tunia e io vogliamo convincerlo a portarci in barca uno di questi giorni. Lei e mamma passano tutto il tempo al sole, ma io preferisco esplorare. Ci sono grotte da brividi nella baia! Peccato che tu non sia qui… come vanno le cose a casa? Mi sembra pazzesco passare ancora un mese senza magia. Almeno tu potrai parlarne con tua madre, immagino.
Ti scrivo con mezzi babbani, spero che la lettera arrivi presto. Mamma ha fatto un po' di storie quando ha capito che era per te, ma alla fine ha chiuso un occhio. Non fare troppi compiti senza di me, altrimenti li avrai già finiti tutti quando sarò tornata a casa!
Con affetto,
Lily
P.S. Ti mando una conchiglia che ho raccolto ieri in spiaggia. C'è chi dice che, avvicinando una conchiglia all'orecchio, si possa sentire il rumore del mare. Così sarà un po' come se fossi qui anche tu.
—
HARRY
31 luglio 1991, Privet Drive, Surrey
Harry si nascondeva. Era una cosa che faceva da sempre, o almeno non ricordava che fosse mai andata diversamente. Il linoleum della cucina scricchiolò.
«Vieni fuori, svitato.»
Harry ritrasse ancora di più le ginocchia contro il petto, premendo la schiena contro il fondo del mobiletto. Il tubo freddo del lavandino era un sollievo contro la fronte sudata. In occasioni come quella, ringraziava il cielo di essere più smilzo della maggior parte dei suoi coetanei.
«Dovrai uscire, prima o poi. E allora…» la voce era canzonatoria, ora, e pericolosamente vicina.
Harry ignorò i crampi allo stomaco alla spiacevole prospettiva di saltare la cena. Non mangiava da colazione.
Altri passi. Ridusse il respiro al minimo, tenendo d’occhio la fessura tra le due ante di legno. Dudley riusciva raramente ad acchiapparlo, ma quella volta ci stava andando davvero vicino. L’ombra del cugino oscurò metà della fenditura. Harry rimase immobile mentre un rivolo gli attraversava il collo bollente.
Una portiera sbatté in giardino. L’ombra sparì, e tonfi rapidi verso l’ingresso gli dissero che Dudley era andato incontro a Zio Vernon. «Papà!», stava gongolando il cugino.
Era il suo momento. Harry scivolò come un gatto fuori dal vano e attraversò la stanza con pochi balzi, andando a infilarsi dritto nel ripostiglio semibuio sotto la scala. Si lasciò cadere sul materassino cencioso, mettendo in fuga un paio di ragni.
Era salvo. Nessuno metteva mai piede nel ripostiglio, perché nessuno era così minuto da entrarci per intero. Allungò una mano sotto il cuscino ed estrasse l'ultima mela rimastagli. L’aveva recuperata dal ripiano più alto della dispensa. Era bastato guardarla, e quella gli era caduta tra le mani. Come per magia. No, fortuna, si corresse. La magia non esisteva.
Si rilassò contro le lenzuola vecchie di settimane, giocherellando con il frutto tra le mani. Il suono attutito del tosaerba del vicino lo cullò e, senza rendersene conto, chiuse gli occhi e si addormentò.
—
Fu l'urlo di Vernon a svegliarlo.
«Ragazzo!»
Harry si tirò su di soprassalto, la mela gli cadde dalla mano e rotolò in un angolo raccogliendo batuffoli di polvere. Ci avrebbe pensato dopo. Si precipitò in corridoio. Lo zio gli veniva incontro con passi da pachiderma, una mano stretta a pugno.
«Cosa diamine pensi di fare? Perché non sei in giardino?», ringhiò.
Harry si tenne fuori tiro accanto al cornicione.
«Vado subito, signore» disse e schizzò in giardino sotto il sole cocente.
Quella mattina lo zio gli aveva sbraitato di falciare il prato e sistemare le aiuole. Harry ci aveva provato, ma Dudley aveva iniziato a stuzzicarlo con insinuazioni sul suo compleanno. Già. Perché oggi Harry compiva undici anni, e non serviva a niente che glielo ricordassero: non avrebbe ricevuto nessun augurio, figuriamoci poi una torta o dei regali.
Spinse il tagliaerba per ore. I capelli bagnati gli si appiccicavano sulla fronte sudata e più volte fu costretto a fermarsi per sfilarsi gli occhiali rigati e sfregarsi gli occhi, accecati dal riverbero del sole.
Dalla finestra del soggiorno, la sigla annunciò la chiusura del telegiornale. Erano già le sei. Harry ripose in fretta e furia il tagliaerba, agguantò paletta e annaffiatoio e si affrettò verso le aiuole. Proprio mentre si chinava sulla terra arida, un guizzo attraversò il suo campo visivo.
Harry soffocò a malapena un grido. Un gufo.
Enorme, immobile, se ne stava appollaiato sul cofano tirato a lucido della berlina di zio Vernon. Il suo piumaggio grigio rifletteva i raggi del sole e gli occhi d’ambra squadravano Harry con un'acutezza che lo fece indietreggiare. Rimase lì piegato a studiare l’animale, incerto sul da farsi. Quello emise un verso stridulo, aprì le ali imponenti e spiccò il volo, dileguandosi nel cielo sereno.
Harry si rialzò. Non aveva mai visto gufi in vita sua, ma era abbastanza certo che fossero animali notturni.
Ma fu qualcos’altro a catturare la sua attenzione. Un rettangolo chiaro, dalle dimensioni di una cartolina, spiccava sul parabrezza dell'automobile dove si era posato l'uccello.
Azzardò un’occhiata alla villetta. Dietro le tendine, la zia blaterava al telefono e, a giudicare dalle luci colorate riflesse sul vetro, Dudley e Vernon erano ancora incollati al televisore. Aveva esattamente trenta secondi prima che finisse la pubblicità.
Facendo attenzione a non calpestare la ghiaia rumorosa, Harry scivolò contro la fiancata della macchina. Infilata sotto il tergicristallo, c'era una busta giallastra. E sulla busta era scritto il suo nome.
L’afferrò e se la mise in tasca, poi tornò come un fulmine alle begonie di cui avrebbe dovuto occuparsi. E per fortuna, perché in quel momento il lungo collo di Petunia spuntò dalla finestra.
«Metti tutto in ordine, poi fila a darti una ripulita. La tua cena è nel ripostiglio.»
Harry non se lo fece ripetere due volte.
—
Era quasi l'imbrunire quando osò riprendere in mano la lettera. Aveva divorato la cena a tempo di record - una fetta di pane e tre pomodorini - gustando per ultima la mela, recuperata e ripulita alla buona con il bordo della maglietta. Seduto sul materasso sfondato, si passò la manica sulle labbra e, finalmente, chinò il capo sull'oggetto incredibile. Con un dito tremante accarezzò l’indirizzo dalla grafia sottile, scritto con inchiostro verde:
Signor H. Potter
Ripostiglio del sottoscala
4 Privet Drive
Nessuno gli aveva mai scritto. Mai. Ma la precisione del mittente era inequivocabile. Qualcuno sapeva.
Harry aveva fantasticato spesso che qualcuno lo contattasse, o venisse di persona a portarlo via con sé, lontano dai Dursley. Ma aveva accantonato presto quei sogni infantili.
Ora, ogni volta che lo zio lo picchiava, Harry immaginava di nascondersi dentro a un muro che aveva costruito nella sua mente. Chiudeva il dolore al di fuori, sulla pelle, e così riusciva quasi a smettere di sentirlo. Se non sentiva niente, non potevano ferirlo. Era facile.
Spezzò il sigillo di ceralacca rossa.
Nella busta c'erano due fogli. Il primo recava uno stemma araldico con un leone, un grosso uccello, un tasso e un serpente, disposti intorno a una grossa H. L'intestazione diceva:
SCUOLA DI MAGIA E STREGONERIA DI HOGWARTS
Preside: Albus Silente, Ordine di Merlino, Prima Classe, Grande Mago, Stregone Supremo, Confederazione Internazionale dei Maghi
Harry la rilesse due volte. Era tutto uno scherzo? Però, la lettera parlava di magia. Non era certo il genere di cose su cui avrebbero scherzato i Dursley.
Strinse il foglio e lesse oltre.
Caro Signor Potter, Siamo lieti di informarLa che, come stabilito alla Sua nascita, a partire da quest'anno, Lei ha diritto a frequentare la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. I corsi avranno inizio il 1° settembre. L'Espresso per Hogwarts La attende a Londra a King's Cross, binario 9 e 3/4, ore 11.00. Accluso troverà l'apposito biglietto ferroviario nonché l'elenco di tutti i libri di testo e delle attrezzature necessarie.
La preghiamo di recapitare la Sua risposta via gufo.
Cordialmente,
Minerva McGonagall, Vicepreside
P.S. Le auguriamo un felice compleanno.
Harry abbassò la lettera. Un rettangolino di carta scivolò dai fogli e cadde a terra. Lo raccolse: era il biglietto del treno che lo avrebbe portato alla fantomatica scuola. Sembrava autentico.
La cosa più incredibile erano le parole di apertura della lettera.
Le rilesse con un sussurro: Come stabilito alla Sua nascita.
Quando era piccolo, qualcuno lo aveva iscritto a una scuola di magia?
Dudley era iscritto a Smeltings fin da quando era in fasce, perché era lì che era andato anche zio Vernon. Voleva dire che anche suo padre aveva frequentato Hogwarts? Harry aveva provato per anni a estrarre anche la minima informazione sui suoi veri genitori — senza risultati. L’unica risposta che riceveva sempre era che erano morti in un incidente stradale. Ma se fossero stati in grado di fare vere magie, sarebbero stati in grado di salvarsi. Giusto?
Si sfiorò la nuca e le dita incontrarono il principio delle cicatrici che gli solcavano la schiena. I segni lasciati dalle punizioni più feroci dello zio. Ognuna di quelle notti, aveva pensato di non farcela, ma il mattino dopo tutto quello che rimaneva delle ferite erano segni bianchi sulla pelle integra e macchiata di sangue.
Era stata magia? Harry si distese, accantonando i fogli sul pavimento. Incrociò le mani sotto la testa, pensieroso. Gli venne in mente un’altra cosa. Rare volte, quando si concentrava, era abbastanza certo di poter leggere nella mente delle persone. Specialmente di Dudley. Quando lo guardava negli occhi, riusciva sempre ad anticipare quando stava per colpirlo. Forse quel tipo di intuito era una cosa diffusa; alcuni ce l’avevano e altri no, proprio come i capelli biondi o gli occhi azzurri.
Avido di sapere, raccolse il secondo foglio. Era una lista di cose da portare. Aveva voci assurde, come “Bacchetta magica” e “Calderone”. Anche se fosse riuscito a rubare i soldi agli zii, dove diavolo avrebbe trovato tutta quella roba?
Il vocio degli altri abitanti del numero 4 andava spegnendosi.
Doveva saperne di più. Quelle persone — Minerva McGonagall e Albus Silente — sapevano dove dormiva e che oggi era il suo compleanno. Dovevano sapere qualcosa sui suoi genitori.
Si rigirò tra le mani il biglietto ferroviario, inclinandolo perché intercettasse la debole luce proveniente dal buco della serratura. King’s Cross… E se fosse scappato? Poteva arrivare a Londra in autostop e prendere il treno. Avrebbe spiegato dopo che non aveva soldi per comprare i libri e il resto. Sbuffò: era una mossa azzardata. E se alla scuola lo avessero cacciato? Dove sarebbe andato? Dubitava che i Dursley se lo sarebbero ripreso.
No, doveva parlare con quelle persone faccia a faccia.
Gli venne un’idea.
Il mercoledì, zio Vernon rientrava sempre tardi. Petunia accompagnava Dudley a boxe e si attardava sempre a chiacchierare coi Polkiss. La signora Figg - la vicina ficcanaso che lo teneva sempre d'occhio - passava il pomeriggio al bridge.
Rotolò sul ventre e agguantò una matita dallo zaino sul pavimento. Prese la lettera con l'invito e, giratala, scrisse in stampatello:
MERCOLEDÌ - 14:00 - GIARDINO SUL RETRO
Poi ripiegò il foglio, lo infilò nella busta aperta e, tirando una riga obliqua sull'indirizzo del Surrey, scrisse:
Hogwarts. Fatto.
Restava solo un problema. La preghiamo di recapitare la Sua risposta via gufo. Si ritirò a sedere, con la lettera in mano. Con l'altra, giocherellò con la matita. Se erano al corrente della sua condizione, non potevano aspettarsi che lui sapesse dove trovare un maledettissimo gufo. Forse, lo stesso animale postino sarebbe tornato per ottenere una risposta? Era una possibilità.
Si alzò e uscì dal ripostiglio. I piedi lo portarono fino al soggiorno, sicuri anche al buio del percorso che avevano già fatto migliaia di volte.
Il cigolio della porta al piano di sopra lo immobilizzò: Vernon era uscito dalla camera da letto. Ma poi, i passi pesanti svanirono verso il bagno.
Il raggio arancione del lampione si rifletteva sinistramente nelle foto appese alle pareti. Harry raggiunse la finestra, scostò le orrende tendine color pesca e girò la maniglia millimetro per millimetro. L’aria calda della sera sapeva di asfalto bruciato. Con una mano alzò appena il vaso di gerani sul davanzale e con l’altra vi incastrò un angolo della busta. Poi risospinse il battente al suo posto e si sedette sul parquet scuro, in attesa.
Passarono minuti interminabili; dal soffitto lo sbuffante russare degli zii minacciava di farlo crollare nel sonno da un momento all'altro. Finalmente, un frullo scomposto contro il doppio vetro gli disse che l'uccello era davvero tornato a finire il suo lavoro. Harry strisciò sul pavimento e raggiunse il termosifone sotto la finestra: il gufo raspava per estrarre la lettera. L'assicurò tra gli artigli. Poi spiccò il volo e scomparve.
Harry si rilassò sul pavimento, i palmi tesi all’indietro contro il legno. Era fatta. Non gli restava che aspettare.
—
SEVERUS
31 luglio 1981, Spinner's End
La calura estiva emanava dalle fessure della vecchia casa come veleno. Severus camminava avanti e indietro nel soggiorno antiquato. I suoi occhi percorrevano assenti le greche del logoro tappeto, ma la mente era lontana, fissa su quell'unico giorno di quasi due anni prima.
Andò alla porta e l’aprì per la decima volta quella mattina. Inspirò. L'umidità greve del pomeriggio gli riempì i polmoni. La liberò espirando lentamente dal naso. Nessuna notizia da giorni. Ma non poteva significare che fosse successo qualcosa. Lo avrebbe già saputo. A meno che…
Un sonoro crack lo riscosse. L’uomo a cui aveva giurato lealtà gli veniva incontro senza guardarlo. Severus non attese che raggiungesse la casa.
«Sono al sicuro?»
Il vecchio salì i tre gradini ed entrò. Si fermò a un palmo della poltrona sgualcita. Le piccole, numerose rughe agli angoli del suo sorriso tirato tradivano la gravità della situazione.
«Gli incantesimi di protezione che abbiamo imposto intorno al domicilio sono molteplici e potenti. Io stesso ho evocato il Fidelius. Mi sono offerto personalmente come custode segreto, ma James e Lily hanno preferito designare una terza persona di loro fiducia.» Seguì una pausa. «L'Ordine ha fatto tutto il possibile.»
Severus strinse il pugno e la sua pelle si tese intorno al Marchio.
«Una. Terza. Persona», sibilò.
James Potter stava rischiando parecchio, se preferiva affidare la vita di Lily e del bambino a uno dei suoi insulsi amici di dormitorio. Idiota arrogante. Perché Silente non si era opposto?
«Ho bisogno di te, Severus.» Lo stregone sollevò i palmi aperti di fronte al petto: «Non è questo il momento di farsi prendere dal panico, temo.»
Severus soppresse il desiderio di prendere a pugni quella faccia impassibile. Si concentrò su ciò che contava. Doveva fare la sua parte.
«Mi dica cosa devo fare.»
«I Mangiamorte hanno attaccato i Longbottom. Lo saprai già, immagino. Alice e Frank hanno combattuto, naturalmente, e per ora stanno bene, anche se sono scossi. Tuttavia, Rodolphus ha usato la Legilimanzia su Frank. Il tuo compito è di assicurarti che Voldemort non abbia estratto informazioni vitali per l'Ordine. Se l'ha fatto, devo chiederti di scoprire quali, al più presto.»
Severus fece una smorfia quando il dolore gli trafisse l’avambraccio. Il vecchio non si risparmiava certo nel pronunciare il nome del Signore Oscuro… Strinse il punto ardente con la destra. Se Lui aveva preso di mira i Longbottom, Godric's Hollow era il prossimo passo.
«Partirò subito.» Esitò. «Che ne è del figlio di Frank?.»
Alice era sempre stata schiva con lui, anche prima della rottura con Lily. Ma Frank… Represse un conato di vomito all'idea di Rodolphus che violava la sua mente intelligente.
Silente lo squadrò con interesse da sotto il cappello color cobalto.
«Neville era con Augusta. Sta bene.»
Le mani rugose andarono a lisciare pieghe immaginarie sulla sua veste ricamata. «Se vuoi scusarmi, Severus, dovevo incontrare il Ministro cinque minuti fa.»
«Ma certo» sussurrò Severus, scansandosi e allungando un braccio verso l’uscita.
Attese lo schiocco che gli confermò la dipartita di Silente ed estrasse la bacchetta. Appellò il mantello nero e, per sicurezza, infilò un pugnale nella cintura. Poi uscì sotto le nuvole foriere di pioggia, verso il punto di smaterializzazione.
Da qualche parte, in una casa nascosta dalla magia, un bambino festeggiava il suo primo compleanno, ignaro dei pericoli che lui e la sua famiglia correvano.
Severus aveva giurato di farsi da parte. E l’avrebbe fatto. Ma non senza fare tutto il possibile per proteggerli, da lontano.
Mentre spariva, il suo pensiero era tutto per lui.
Non lo aveva mai visto.
Buon compleanno, piccolo.
—
