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Capitolo 1: L’attesa di Milano
Il vento freddo di Milano pungeva il viso di Imma Tataranni mentre varcava, per la prima volta, la soglia del Palazzo di Giustizia. Non era più il calore accogliente, seppur difficile, della sua Matera. Qui tutto sembrava imponente, frenetico.
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Il trasferimento alla fine era stato una sorta di fuga, una necessità più che altro dettata dalla promozione certo, ma anche da un rapporto con Pietro che ormai, dopo solo tre mesi dalla riconciliazione forse un po’ troppo repentina e frettolosa, si era velocemente ridotto ad un eco sempre più lontano di quello che era stato un tempo, un eco fatto di silenzi pesanti e incomprensioni che si erano stratificate per anni.
Una botta non indifferente l’aveva data Valentina, che, una volta tranquillizzata dalla riconciliazione dei genitori, aveva acquisito sicurezza, migliorato un po’ il rapporto con la madre, era diventata oggettivamente più matura, una donna, anche se rimaneva a tratti molto egoista.
Aveva scelto di andare a Bari seriamente dopo mille tentennamenti per studiare giurisprudenza, lasciando così i genitori soli. Questa assenza era stato il vero colpo finale per Imma, la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Partita la figlia, che già non stava molto a casa, Pietro voleva approfittare di ogni momento per stare il più possibile insieme a lei e Imma era diventata sempre più insofferente. Oltretutto il nuovo incarico di Pietro si era rivelato fin da subito un’opportunità più formale che operativa, richiedeva ben poco impegno e per la maggioranza in smartworking.
Era un lavoro vero e concreto, i soldi li portava a casa insomma, e questo aveva senz’altro aiutato il suo ego sempre alla ricerca di conferme, ma lo aveva portato a puntare tutto sulla vita privata e dunque, complice la distanza dalla figlia, su Imma, portandolo a diventare un pericoloso mix tra lo sdolcinato e il vittimista-lamentoso che Imma faticava davvero a tollerare. Da qui un vero e proprio declino disastroso, un violento decrescendo del loro fragile equilibrio.
L’altro aspetto che Imma proprio non riuscì inaspettatamente a gestire fu il ritorno, dopo tanti mesi, ad una fisicità con Pietro. Era qualcosa che Imma aveva completamente sottovalutato ma, dopo i momenti vissuti con Calogiuri, ritrovarsi nel letto con Pietro fu terribile.
Tra loro il sesso non era stato mai problematico ma nemmeno così appagante, questo dopo l’intimità vissuta in agriturismo lo aveva dovuto ammettere almeno a sé stessa per onestà intellettuale, ma non era certo pronta a quello che era successo poi con Pietro.
Le sembrava di dover fare l’amore con suo cugino e le veniva contemporaneamente da ridere in modo nervoso, perché le sembrava tutto goffo e dozzinale, e da piangere, perché per la prima volta dopo tanti mesi bussava al suo cuore il desiderio prepotente che Calogiuri fosse lì, al posto di Pietro.
Aveva iniziato proprio nei momenti con Pietro a sentire intensamente la mancanza del suo maresciallo, una profonda nostalgia che si espanse velocemente, a macchia d’olio, in tutti gli ambiti della sua vita, dal lavoro alle incombenze quotidiane; lo pensava spesso, quasi sempre, ad ogni ora del giorno e della notte. Ogni angolo di Matera le parlava di lui. Così, improvvisamente, senza un’ apparente causa né avvertimento scatenante. Si rese conto che non passava un’intera ora senza che lei lo pensasse almeno due o tre volte.
A tutto questo si accompagnava la sofferenza e il dispiacere per Pietro a cui voleva comunque un gran bene. Provava un affetto sincero e profondo per lui, quel bene che si sente verso qualcuno con cui hai vissuto tanti momenti anche lontani nel tempo di cui si diventa entrambi quasi testimoni. I loro momenti più intimi e affettuosi però finivano con Imma che aveva costantemente le lacrime agli occhi e non per la gioia, come spesso Pietro in modo semplicistico pensava, o, peggio, con Imma che piangeva con veri e propri singhiozzi muti, come una bambina, nella doccia con la porta del bagno sprangata.
Non si poteva andare più avanti così e lo aveva dovuto alla fine capire ed ammettere anche Imma, era passato troppo tempo e la loro crisi non si capiva più nemmeno quanto tempo prima fosse cominciata davvero, forse anni e forse a ben vedere Calogiuri non ne era nemmeno la causa principale, come spesso aveva pensato, ne era forse una conseguenza, un effetto. Ammise a sé stessa tutto e riuscì faticosamente anche a parlarne con Pietro: forse non tutto si può sempre aggiustare come gli ingranaggi di un orologio rotto, nonostante il desiderio e la convinzione nel volerlo fare; semplicemente a volte i rapporti si esauriscono, forse logorati dal tempo e dalla abitudine e più si va avanti, più la ferita si fa profonda e dolente. Pietro aveva sofferto ma alla fine sembrava sentirsi dispiaciuto ma liberato, senza ulteriori complicazioni, forse non ne poteva più nemmeno lui dopo tutti quei tentativi e tutto quel tempo. Ci erano rimasti decisamente peggio i suoceri e non certo per affetto verso Imma ma per la solita apparenza ed ipocrisia legata ai rapporti sociali della Matera bene che erano una religione per la suocera e di cui Imma se ne era sempre fregata.
Anche per questo, il distacco da Matera era stato molto più naturale del previsto per Imma, anche perché purtroppo nei tre mesi intercorsi tra la comunicazione della promozione e la partenza era morta improvvisamente l’amata mamma Brunella, un vero e proprio colpo al cuore per Imma che ormai faticava a non mostrare il fastidio che provava per la città dei sassi e i suoi abitanti.
Si era addormentata una notte, dopo una sera in cui aveva cenato con Imma, la sua badante, Diana e Valentina e al mattino non si era semplicemente più svegliata, lasciando Imma nello sconforto.Le fu chiaro pienamente solo allora quanto la mamma fosse il suo silenzioso sostegno, quanto, nonostante la malattia, la sua dolcezza e il suo fare costantemente il tifo per la figlia fosse fondamentale per lei. Quella sera a cena avevano brindato alla promozione a procuratore di Imma e le aveva regalato un braccialetto di oro bianco che era l’ultimo gioiello antico di famiglia che possedeva, uno dei pochi. Semplice ma per Imma, che non ne conosceva fino ad allora nemmeno l’esistenza, era bellissimo e pieno di un valore antico, di quando le cose ce le si sudava per davvero.
Imma fu straziata da questo evento ma da una parte era anche contenta che si fosse spenta in modo cosi naturale e indolore; quella mattina Brunella aveva un bellissimo sorriso sul volto e la sera prima di morire era stata felice, orgogliosa della sua “bambina”. Cosa si poteva infondo razionalmente desiderare di più per una donna che superava di tanto gli 80 anni, malata, se non che si addormentasse senza più svegliarsi. Diverso era per chi restava: le sarebbe mancata per sempre in un modo così viscerale da farle spezzare il fiato solo a pensarci. Lo aveva capito già nell’istante in cui glielo avevano comunicato al telefono.
E adesso di motivi per rimanere, che la legassero a quella terra ne erano rimasti ben pochi anzi forse non ce ne erano davvero più.
Gli ultimi giorni a Matera, pur di scappare, Imma avrebbe preso un razzo e non un semplice aereo o un treno pur di arrivare a Milano il prima possibile. Proprio Lei che provava sempre un certo fastidio anche solo a salire su un mezzo volante.
D’altronde scappare, si trovava spesso a riflettere con un certo rammarico, era diventata un po’ la sua cifra, lo aveva ben dimostrato negli anni, soprattutto negli ultimi, e spesso, riflettendo su questo, le risaliva ancora prepotente alla mente Calogiuri. Quanti rimorsi e quanti rimpianti.
Aveva fatto di tutto per seppellire il suo ricordo, anzi diciamo pure per cancellarlo totalmente, come se non fosse mai esistito nella sua vita, nemmeno al lavoro in procura, ma proprio in quei mesi anche i sogni notturni l’avevano tradita. La notte era diventata un vero e proprio incubo, tra la possibilità che Pietro le si avvicinasse, tentando i suoi approcci non sempre delicatissimi e la paura di chiudere gli occhi e vedere materializzarsi come fosse reale la persona che più le mancava al mondo, a parte Brunella.
Una forte e malinconica nostalgia, un senso di vuoto assoluto l’aveva portata qualche volta a ricercare vecchie foto di lui sul suo cellulare dove comparisse almeno di sbieco e a contemplarlo venendone rapita. Imma non capiva cosa le stesse capitando, peraltro dopo mesi di distanza.
“Come sono diventata patetica, una vecchia patetica” pensava, ma nel fondo del suo cuore si pentiva di non avergli scattato qualche foto in più anche durante le due mattine che avevano passato in agriturismo. Quanto aveva desiderato farlo quando lo aveva osservato dormire, con quelle ciglia lunghe e perfette, quel respiro caldo e regolare, mentre lei estasiata pensava di non avere mai capito cosa volesse dire appartenersi fino a quel preciso momento e di avere trascorso le notti più passionali ed autentiche di tutta la sua vita mentre un sorriso sincero, quasi infantile, si faceva largo sul suo volto, senza che lei potesse farci assolutamente nulla. Di quelle notti paradossalmente ricordava poco, come se le avesse quasi rimosse per sopravvivere. Le ritornavano ricordi sottoforma di profumi sensazioni allo stomaco, flashback.
Naturalmente di questa cosa non ne aveva parlato con nessuno, se ne guardava bene, nemmeno con Diana.
Anche i rapporti con lei non erano più come prima. Certo erano sempre amiche ma il fatto che Diana avesse rinunciato al suo sogno di fare il giudice di pace (o almeno provarci) per Imma e che ora lei invece partisse per la promozione ricevuta, aveva creato una crepa nella loro amicizia. Non si erano dette nulla ma Imma sapeva di aver sbagliato e di essere stata egoista nei confronti dell’amica, solo che un conto era pensarlo e un conto era invece ammetterlo con Diana e magari scusarsi anche, dicendole che lo Sceriffo di Matera non era poi sempre così giusto e integerrimo.
Si erano lasciate con un grande abbraccio, qualche lacrima ed il giuramento reciproco di chiamarsi e non perdersi, di esserci sempre l’una per l’altra. Almeno questo Imma avrebbe provato a farlo con tutta sé stessa. Non sarebbe stato facile, la distanza era tanta e non solo geografica ma lo doveva a sé, a Diana e all’amicizia di una vita, forse l’unico rapporto reale e sincero che aveva costruito in tanti anni a Matera.
Perché sì, in quei mesi Imma aveva proprio iniziato a dividere la sua vita in due: la vita a Matera e la vita a Milano.Era spaventata e allo stesso tempo orgogliosa di essere diventata procuratrice con le sole sue forze e aveva iniziato a vedere il trasferimento a Milano come uno spartiacque, l’inizio di una vita nuova, una possibilità in qualche modo, anche se la Metropoli la ispirava poco, diciamo pure meno di zero.
I saluti con Vitali erano stati, come sempre, folcloristici, anche lui in fondo le sarebbe mancato. Si era sperticato in raccomandazioni di ogni tipo dicendole di non fare come al solito, di non essere troppo “Tataranni” almeno i primi tempi e le aveva persino regalato un enorme corno rosso da scrivania che Imma trovava orribile e avrebbe al massimo nascosto in un cassetto o, se non ci stava per le dimensioni, in un angolo remoto del suo nuovo ufficio, poco visibile, altro ché scrivania.
Il rapporto con Vitali era diventato più stretto e complice dopo che Calogiuri se ne era andato. Non ne avevano mai più parlato, mai una sillaba a riguardo, ma Imma sentiva che il procuratore aveva ormai unito i puntini e capito tutto, se ce ne fosse stato ancora bisogno. Vitali era molto legato a Calogiuri e sembrava quasi si sentisse in una specie di debito professionale nei confronti di Calogiuri, anche se non ce ne era un reale motivo, forse perché, come lei, lo aveva visto crescere e gli si era affezionato o forse proprio perché aveva da sempre intuito quello che legava il maresciallo ed Imma o forse perché pensava di non essersi comportato bene fino in fondo con lui, pensava che dopo il risveglio dal coma avrebbe dovuto proteggerlo di più e non lasciarlo infiltrare come aveva acconsentito facesse. Si sentiva un po’ in colpa infondo.
La morte di Latronico, avvenuta a pochi giorni da quella di Brunella, aveva in qualche modo fatto però rilassare Vitali. Il motivo Imma non lo capiva bene fino in fondo, a lei dispiaceva che quell’uomo non pagasse in vita per tutte le nefandezze che aveva commesso, ma il fatto che fosse morto quasi in contemporanea alla mamma le lasciava un non so ché di amaro, come se quei due davvero fossero legati, ipotesi che ovviamente scacciava con violenza dal suo cervello, evitando il più possibile anche solo di pensarci.
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Alla fine, il giorno arrivò. Le sembrò passato un secolo in quei pochi mesi durante i quali il suo unico compito professionale fu chiudere pratiche vecchie e passare le consegne ad un nuovo sostituto procuratore giovanissimo, arrivato da Roma.
Imma Tataranni, procuratore capo, lasciò Matera in direzione Milano e lasciò anche tutto quello che Matera rappresentava, tutta la sua vita, buttandosi verso l’ignoto. Non era una cosa proprio da lei ma tutto sommato provò un senso quasi di liberazione, era inutile nasconderlo almeno a sé stessa.
Questo lo aveva promesso: lei non era donna da psicologi o meditazione, non aveva mai preso in considerazione queste cose almeno per sé stessa e poi alla tenera età di 45 anni cosa potevano mai darle? Si era però ripromessa, grazie anche all’esperienza degli ultimi anni, di essere sincera con se stessa perché non voleva più aggiungere rimpianti a rimpianti. Infondo un pochino in questo si sentiva in grado di cambiare e così le sembrava che non tutto quello che aveva vissuto negli ultimi anni fosse stato inutile. Riusciva dolorosamente a dargli un senso che non placava la sua malinconia ma la rendeva un po’ più accettabile.
Il primo giorno, la Procura di Milano sembrava un vero e proprio formicaio. Imma, con il suo solito passo deciso e i colori sgargianti che stridevano con il rigore lombardo, seguiva il Procuratore Generale con il viso che tradiva una certa soddisfazione ed emozione, lungo un corridoio affollato.«Procuratore Tataranni, le presento il gruppo con cui lavorerà in modo più stretto e che si sta iniziando ad occupare di un’indagine complessa e ramificata proprio in questi giorni», indicando un open- space.
Le persone erano molte, una cinquantina, e sicuramente ci avrebbe messo un po’ a ricordare tutti i nomi ma doveva ammettere che il gruppo non sembrava così male. Erano tutti abbastanza giovani, attivi e sembravano veloci ma anche umani, stranamente, e questo a Imma non poteva che fare piacere.
La riempivano tutti di complimenti e si mostravano aperti, a volte pure troppo, le parlavano e cercavano anche di coinvolgerla in eventi extra lavorativi che se fosse capitato a Matera sarebbe partita in quarta con le sue battute al vetriolo ma si trattenne, memore delle parole di Vitali, nascondendosi dietro accenni di sorrisi a tratti forzati. Era strano ma questi milanesi le sembravano diretti e sinceri, forse perché andavano così veloci da non avere il tempo di fare troppi giri di parole o prendere le cose alla larga ma lei questo non poteva che gradirlo.
Le rimasero impressi in particolare i volti di un Maresciallo Donna, Daniela Bazzaro, dall’aria affabile, con due fanali azzurri enormi, i capelli corvini, i denti bianchi e brillantissimi, e i lineamenti delicati che non poté fare a meno ovviamente di riportarle alla mente il suo Maresciallo, anche se suo alla fine forse non lo era mai stato fino in fondo; il segretario, Francesco Prono, che aveva una parlantina velocissima e due occhiali spessi come due fondi di bottiglia nonostante i quali trasmetteva una gioviale efficienza ed una cancelleria molto giovane, Viviana Mauri, che le ricordò moltissimo la Diana del liceo e per cui persino il suo cuore granitico provò un moto di tenerezza.
Ci sarebbe stato tempo per imparare i nomi e collegarli ai volti di tutti, per non parlare dei Magistrati, Sostituti e corpo di polizia ma per quella mattina aveva già fatto del suo meglio. Era una procura gigantesca in confronto alla quale quella di Matera scompariva.
La prima giornata passò così, veloce ma produttiva, tra presentazioni, brevi riunioni più formali che altro e giri per l’enorme procura. A Milano la procura non era altro che il famoso Palazzo di giustizia. Imma lo aveva visto milioni di volte in televisione, soprattutto all’epoca di Mani Pulite durante i famosi dibattimenti tra Di Pietro e L’avvocato Spazzali; lei era poco più che ragazzina ma già ci passava le ore davanti alla televisione, come se il suo destino fosse in qualche modo scritto già allora.
L’enorme palazzo era fatto di marmo bianco e vetro all’esterno ed era imponente persino per una come lei, tanto che quella mattina entrando aveva sentito netto un crampo di emozione allo stomaco. All’interno era rimasta ipnotizzata dall’altezza dei soffitti, dai mosaici e dagli affreschi che si alternavano lungo i muri, dall’atmosfera di efficienza che trasudava da ognidove.
Imma quel giorno aveva passato tanto tempo nel suo enorme e modernissimo ufficio, semplicemente osservando il suo nuovo spazio; era bianco, luminoso, curatissimo con una vista mozzafiato sulla Madonnina con dietro il nuovo skyline di Milano. Era emozionata e soddisfatta di sé stessa, non poteva negarlo.
La sera tornò a casa. Aveva affittato un appartamento piccolo e costosissimo in zona Brera, in un’antica casa di ringhiera, una casa vecchia ma ottimamente restaurata che affacciava su un tipico cortile Milanese ordinato e pieno di fiori. Non era casa, ma andava benissimo. Era giusto un bilocale con zona living su salotto e una camera da letto matrimoniale. Tutto era bianco e grigio chiaro, un bagno tutto a vetri. Lo avrebbe dovuto personalizzare perché risultava forse un po’ anonimo. Aveva avuto giusto il tempo di mettere qualche foto principalmente sue, di Brunella e Valentina e disfare i primi bagagli. Pietro appariva solo in una fotografia insieme ad una Valentina ancora piccola. Le sembrava una vita precedente ma non le dava fastidio, non le muoveva quasi più nessun sentimento se non per sua figlia che era sorridente e bellissima e per il fatto che si intravedeva dietro il mare; ecco: quello sì le mancava già da morire.
Il frigorifero gridava vendetta da quanto era vuoto ma per fortuna aveva portato un pezzo di focaccia materana che si apprestava ad addentare con voracità con la sua solita birra quando suonò il campanello.
Stupita Imma si alzò e dall’occhiolino vide una signora della sua età, biondissima, giovanile con gli occhi azzurri (una vera e propria persecuzione gli occhi chiari per lei), molto solare con in mano qualcosa. Aprì e, stupita, scoprì che era la sua nuova vicina di casa, Cristina, con in mano una torta salata. Si presentò con discrezione ed una certa velocità che era forse più desiderio di non disturbare o sembrare invadente.Le disse di suonarle per qualsiasi cosa, anche solo per parlare.
Sapeva quanto Milano potesse essere una città difficile, quasi ostica, soprattutto all’inizio, l’aveva provato anche lei quella fatica poco più di dieci anni prima quando c’era arrivata, poco più che trentenne, per lavoro, era veterinaria, ma aggiunse una frase che colpì molto Imma: “Milano è una città che se lavori e ti impegni sa darti il massimo, ti ripaga in qualche modo, sempre, anche se chiede tanta fatica; è come una innamorata esigente”. E con questo pensiero nel cuore Imma si addormentò dopo una giornata intensa e a suo modo fruttuosa. Non aveva pensato a Matera, mai, e ne era quasi piacevolmente stranita.
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Erano passati parecchi giorni, una decina circa, ma quella mattina il grigio del cielo di Milano sembrava riflettere perfettamente lo stato d'animo di Imma Tataranni.
Dopo l’iniziale entusiasmo che non era del tutto scemato, si rese conto che le mancava il lavoro sul campo.
Da quando era stata nominata Procuratore Capo, la sua vita era diventata un’infilata infinita di scartoffie, riunioni di coordinamento e una solitudine che nemmeno l’effervescenza dei suoi completi colorati riusciva più a nascondere.
Pietro era ormai un ricordo, si sentivano ogni tanto ma era più che altro diventato quasi un lontano parente, sicuramente una lunga parentesi chiusa nel silenzio di una separazione di fatto, pacifica ma che sembrava definitiva. Rimpiangeva solo di non avere avuto la forza di avere tratto quelle conclusioni prima. E poi c’era il pensiero di lui: Ippazio Calogiuri.Nell’ultimo periodo a Milano ci pensava sempre di più, senza che ci fosse un vero e proprio motivo scatenante, piuttosto come una fiammella che da sempre era rimasta accesa sotto la cenere, senza che Imma se ne rendesse veramente conto. Ma ci aveva quasi fatto pace ormai, presa dal lavoro, da tutti quei nuovi volti con cui interfacciarsi e dall’adrenalina che la città emanava a qualsiasi ora. Erano passati praticamente 2 anni e Calogiuri sembrava sparito nel nulla, inviato, aveva scoperto subito dopo la morte di Latronico, in una missione delicata in Medio Oriente, in Palestina. Nessun messaggio, nessuna chiamata, a nessuno, nemmeno a VITALI.
Imma aveva sempre tentato (e c’era anche riuscita in apparenza) di soffocare il pensiero di lui nel lavoro e non, e all’inizio c’era anche riuscita, almeno in parte, ma ce la faceva sempre meno: il rimpianto di quello che poteva essere e il rimorso per i modi e le poche spietate parole che aveva usato nel separarsi da lui la corrodevano col passare del tempo, sempre di più. Lo aveva fatto solo per farlo andare avanti e fargli vivere la sua vita, non poteva offrirgli nulla se non il peso dei suoi problemi e dei suoi anni ma forse avrebbe dovuto essere più sincera e parlargliene, pensava ora, anche lui aveva il diritto di scegliere la sua strada e di non averla imposta da altri, senza nemmeno essere perfettamente consapevole della verità.
“La verità”, si ripeteva, forse fino in fondo non la sapeva nemmeno lei. Comunque, era inutile pensarci ancora, non c’era più niente da fare. Lo spirito pragmatico di Imma prendeva il sopravvento spesso, per sua fortuna, e le permetteva di sopravvivere, salvandola da una disperazione che ormai era del tutto inutile.
Aveva preso l’abitudine, per sgombrare la testa, di tornare a casa a piedi dalla procura, erano distanti poco più di un Km, l’aiutava ad orientarsi e a conoscere meglio la città, poi passava sempre dal duomo e da piazza scala. Era gradevole, non faceva mai troppo fatica. La stagione non era troppo fredda, era un marzo tiepido e guardava spesso in alto, quando il traffico lo consentiva, glielo aveva consigliato Cristina con cui stavano approfondendo la conoscenza, ed in effetti la vista dei tetti e di scorci del cielo spesso azzurro, più spesso di quanto lei avesse mai pensato fosse possibile a Milano, le regalavano un senso di libertà. E così aveva fatto quella sera. Aveva cenato velocemente e fatto un paio di videochiamate con Valentina, che trovava sempre visibilmente più grande e matura, che le chiedeva consigli per i suoi esami e con Diana, che si lamentava del nuovo Sostituto Procuratore con cui proprio non si trovava anche perché “ era più vicino per età alla sua Cleo che non a Lei”, -la solita esagerata-pensava Imma. Poi si era addormentata sul divano davanti all’ennesimo programma noiosissimo e si era svegliata di botto la mattina tardissimo, riposata ma di corsa, dopo un sonno stranamente molto profondo. Si mise una gonna ghepardata ed una giacca rosa chiaro con gli orecchini stranamente abbinati, così come le scarpe con un tacco più vertiginoso del solito ed uscì di corsa.
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Il Palazzo di Giustizia quel giorno fremeva. Imma era nel suo ufficio quando, da poco passate le undici, il capo della Polizia Giudiziaria bussò alla sua porta.“Procuratore, il nuovo Capitano è qui per conoscerla e per un breve briefing operativo da noi ma approfitterei per presentarglielo visto che sapeva del suo arrivo ma non abbiamo mai avuto modo di approfondire e poi mi sembra giusto lo conosca visto che lavorerete spesso a stretto contatto”.
Imma sentì le mani sudare e non capiva il perché. Si alzò, lisciandosi la giacca rosa e la gonna, e cercò di darsi un contegno davanti allo specchio. «Lo faccia entrare.»
Quando la porta si aprì, il tempo si fermò. Il nuovo capitano era proprio Ippazio Calogiuri e sembrava anche molto cambiato.
Tutti stavano in piedi immobili e nella stanza calò un silenzio assoluto.
Lei si incantò a guardarlo con la bocca leggermente aperta e gli occhi sgranati, le sembrava si fosse rallentato tutto intorno a lei: La pelle di lui era più scura, quasi olivastra, segnata dal sole del deserto, gli occhi chiari che risaltavano ancora di più su quell’incarnato, i capelli leggermente più corti e di un castano di un tono più chiaro (forse sempre per effetto del sole), lo sguardo che portava con sé un’intensità tagliente, quasi feroce.
Indossava la divisa con una rigidità che non le ricordava il "suo" maresciallo di un tempo. Era un uomo che aveva sicuramente visto cose che lei forse non avrebbe mai potuto immaginare. Era ancora più bello, se possibile.
Rimasero immobili per un istante che sembrò eterno; salivazione azzerata totalmente tutti e due. In ufficio c'era anche il segretario, che scartabellava dei documenti, ignaro della tensione elettrica che stava saturando l'aria «Capitano Calogiuri,» esordì Imma, cercando di mantenere la voce ferma. «Benarrivato.».
Calogiuri fece un passo avanti, la schiena dritta come una lama. «Procuratore. È un onore essere di nuovo al suo servizio.». Imma deglutì, La formalità di quelle parole fu una pugnalata. Imma incrociò il suo sguardo: c'era freddezza, una cortina di ferro che lui aveva eretto per proteggersi.
“È cambiato”, pensò lei con un tuffo al cuore. Non è più lo stesso uomo.
«Si sieda» disse Imma, indicando la poltrona. Poi, con un cenno, congedò il segretario: «Ci aggiorniamo tra mezz'ora.»
Si congedò velocemente anche il capo della Polizia Giudiziaria con l’idea di ritrovarsi tutti ad una riunione programmata per il pomeriggio.
Appena la porta si chiuse, la maschera di Calogiuri vacillò.
Silenzio.
«Due anni, Calogiuri,» disse Imma abbassando lo sguardo ed abbandonando il tono di comando. «Nemmeno una parola, un breve scritto. So che non ci siamo lasciati per nulla bene anzi, tutto il contrario, ma fare sapere almeno a Vitali qualcosa, me lo aspettavo da te»
Calogiuri non si sedette. Rimase in piedi, guardando fuori dalla finestra, verso i palazzi di vetro di Milano. «Il Medio Oriente non è Matera, Dottoressa. Lì non ci sono tempi morti per scrivere lettere o pensare a quello che abbiamo lasciato in sospeso.»
«E cosa abbiamo lasciato in sospeso?» chiese lei, alzando lo sguardo e agganciando subito gli occhi di lui. Il suo cuore batteva all'impazzata. Voleva sapere. Voleva capire se in quel cuore, ora così indurito, ci fosse ancora spazio per lei, o se la distanza avesse trasformato tutto in cenere.«Tutto,» rispose lui, voltandosi bruscamente. «voi alla fine, dopo tanto tempo, avete scelto la vostra famiglia e la vostra carriera, vi siete addirittura trasferita per diventare procuratore capo. Quando siamo riusciti ad avere pochi momenti per noi, solo per noi, dopo anni, mi avete escluso totalmente, fin da subito. Non sono più il ragazzo che aspettava i vostri ordini nei corridoi della Procura di Matera.»
«Non ti ho mai considerato solo un sottoposto, lo sai bene.»«Lo so» ribatté lui, e per un attimo il tono di voce si incrinò. «È proprio questo che ha reso tutto così difficile, insopportabile.» Imma fece un passo verso di lui, riducendo la distanza. Poteva sentire il suo profumo, misto a tabacco, aveva iniziato a fumare, «Voglio capire, Ippazio. La mia situazione è cambiata e credo tu abbia avuto i tuoi informatori e lo sappia. Sono sola qui a Milano oltre al mio nuovo ruolo di Procuratore, te lo hanno riferito immagino e immagino anche chi, Capozza giusto?, ho sempre pensato che di nascosto lui sapesse molto più di tutti noi messi insieme ma se mi sente questa volta, eccome se mi sente……»
Calogiuri chiuse gli occhi per un secondo, come se tutto lo ferisse e la interruppe: «Cosa volete sapere Dottoressa, esattamente? Perché in tutti questi mesi io ho cercato solo di dimenticare. Ho pianto tutte le mie lacrime all’inizio, per settimane, lo ammetto, ma poi ho smesso e ho cercato di diventare una persona diversa, un Capitano che guarda solo al dovere. Ma ogni notte, in quei luoghi maledetti, mi chiedevo se voi steste ancora cercando di capire chi foste, o se aveste finalmente trovato il coraggio di essere chi siete da sempre veramente.»
Colpita e affondata.
Imma deglutì e ignorò quell’ultima affermazione così vera e così scomoda: «E la risposta?» sussurrò Imma con una voce molto meno sicura, mettendogli una mano sul braccio. Lui sussultò al contatto, ma non si ritrasse.«La risposta è qui davanti a voi, tutta da scoprire» disse lui, con una nota di amarezza e desiderio. «E mi pare voi siate ancora molto più complicata di quanto ricordassi.»
Imma sentì una lacrima premere dietro le palpebre, esitò. «Non chiedo che torniamo a ieri. Non lo voglio nemmeno io. Chiedo solo di ricominciare a guardarci almeno in faccia, parlare per poter lavorare insieme».
Calogiuri la guardò a lungo, sondando ogni centimetro del suo volto che diventava rosso piano piano, prendendo fuoco.
La rabbia di lui sembrava leggermente sfumare, lasciando spazio a una stanchezza infinita. Calogiuri prese fiato e passando repentinamente al tu, la voce più bassa di un’ottava, le rispose: «Ricominciare è pericoloso, Imma. Qui non siamo a Matera e noi non siamo due attori ma un capitano ed un procuratore con un passato pesante, scomodo. Qui non ci sono i sassi a proteggere i nostri segreti.»
Imma incassò con fatica ma non si tirò indietro «Allora vuol dire che li proteggeremo noi e se tu non vuoi, li proteggerò io, da sola» rispose lei con ritrovata fermezza.
Lui accennò un sorriso amaro, un fantasma di quello che era stato. «Sempre la solita testarda ,Imma Tataranni. Va bene, Procuratore. Vediamo cosa ha in serbo per me e per Voi questa nuova città e questi nuovi ruoli ma vi chiedo che tutto resti sul campo professionale. Nulla oltre.»
Imma annuì, sentendo un peso sollevarsi dal petto, anche se sapeva che la strada sarebbe stata in salita, le sembrava quantomeno un inizio. Erano di fatto due sconosciuti che però in realtà si conoscevano fin troppo bene. E la vera sfida, ora, non era certo risolvere casi o riuscire a collaborare, ma sopravvivere e gestire il ritorno di ciò che non era mai davvero finito e sotto sotto lo sapevano entrambi
