Actions

Work Header

Is Charles catching him or not?

Summary:

Charles ha fatto una pessima stagione. Non è totalmente colpa sua, a dire la verità. La sua macchina fa schifo, e la McLaren ha due astronavi. Non può davvero fare nulla per rialzarsi, a questo punto della stagione.

Eppure Max è a un passo dal quinto campionato del mondo.

Charles pensa di potergli fare una promessa. In cambio di un appuntamento.

Notes:

Allora!! Ho iniziato a scrivere questa oneshot a fine 2025, dopo quel team radio straziante di Max. L'ho abbandonata praticamente subito - qualcosa non mi convinceva, era troppo banale, un po' troppo out of character.

Alla fine, l'ho riscritta da capo. E ne è venuto fuori che Charles è un po' troppo buffo per gli standard di Max, e che Max riesce ad ammorbidirsi solo con lui.

Two idiots in love.

Ho anche scritto la traduzione in inglese. La trovate linkata come prima parte di questa collezione.

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Nella mente di Charles c’erano principalmente due pensieri che si alternavano. La stagione andata a puttane sin dalla prima gara e Max Verstappen.

Che Max Verstappen fosse definibile pensiero, in realtà, era piuttosto dubbio. Era più che altro un concetto - il concetto che da mesi ormai era al centro della sua vita.

Sospirò leggermente mentre i suoi occhi incrociavano la schiena di Max, quasi come se lo avesse chiamato con la mente. Avevano finito da poco le interviste post qualifiche e si stavano quasi tutti ritirando nella direzione delle loro camere d'albergo. Il giorno dopo sarebbe stato l'ultimo della stagione: per lui non sarebbe cambiato nulla - il suo quinto posto era ormai consolidato, non che si aspettasse molto di più visto l'abisso che c'era tra le prestazioni Ferrari e McLaren.

Eppure Max era secondo, e avrebbe potuto scrivere una pagina di storia ribaltando la classifica all'ultimo.

Mentre attraversava l'ingresso dell’albergo che avrebbe ospitato la maggior parte dei piloti, Charles ripercorreva con la propria mente le combinazioni che avrebbero portato Max in cima alla classifica.

Sapeva che era in grado di vincere il gran premio. Sapeva che era secondo nella classifica piloti solo per un paio di errori - tra i quali il disastro dell’Austria causato fondamentalmente da Kimi - e che a parità di macchine avrebbe doppiato entrambe le McLaren al terzo giro.

Avrebbe quasi sicuramente tagliato il traguardo per primo, ma Lando sarebbe rimasto fuori dal podio?

Da solo, di certo, non ce l'avrebbe mai fatta.

“Sei carino quando sei concentrato”.

Le sue guance si fecero all'improvviso rosse nel sentire quelle parole. A Max piaceva da morire metterlo in imbarazzo, soprattutto lontano dalle telecamere.

Nemmeno si era accorto che si era avvicinato, preso com'era dai suoi complessi mentali.

“Pensavo di essere carino sempre” ribatté ancora prima di alzare gli occhi su di lui. Il modo di flirtare di Max era irriverente e quasi fastidioso; di certo, faceva battere più forte il cuore di Charles.

L’olandese fece un sorrisetto storto. “Pensavi male” commentò, accompagnando il tutto con un occhiolino.

Le viscere di Charles si contrassero a quell’atteggiamento. Era come se, di fianco a lui, le preoccupazioni della gara svanissero completamente.

Non che si potesse definire tranquillo, tutt'altro: ogni volta che respirava la stessa aria di Max, il suo corpo si trasformava in un fascio di nervi pronti a reagire alla minima stimolazione.

“Domani parti per primo” mormorò mentre i loro piedi li conducevano alle porte dell'ascensore. Non era un commento particolarmente brillante: probabilmente sarebbe stato meglio complimenti, hai avuto l'ultima pole della stagione, o ancora sono fiero di te, hai fatto un giro perfetto.

Eppure, vedi sopra: quando Charles era vicino a Max, il suo corpo diventava un fascio di nervi. E il suo cervello si riduceva drasticamente di dimensioni.

“Davvero? Non me n’ero accorto”.

Max sapeva essere tagliente, soprattutto quando Charles se lo meritava.

Il monegasco roteò gli occhi e premette con il polpastrello il pulsante che avrebbe richiamato l'ascensore. “Intendevo dire… domani potresti vincere” aggiunse, leggermente teso nel dire quelle parole.

Max non era scaramantico, di solito. Gli piaceva parlare delle sue vittorie e in generale del loro lavoro; ammetteva più le sue vittorie che le sue sconfitte, ma non aveva grandi problemi nel ricordare i gran premi più disastrosi per lui.

Eppure, in qualche modo a Charles dispiaceva ricordargli di essere a un passo dalla vittoria. Gli anni precedenti era stato diverso: le loro posizioni erano consolidate ben prima dell'ultima gara. In qualche modo era meglio così, anche se meno emozionante.

Non c'era l’amarezza di non riuscire a portarsi a casa il trofeo.

Lo aveva fatto capire chiaramente a quel giornalista in Giappone. Non sottolineare le sue sconfitte, o entri a fare parte della personale blacklist di Max Verstappen.

Charles onestamente sperava di essere l’eccezione a quella regola non scritta.

“Domani potrei vincere, domani potrei spaccare la macchina, domani il mondo potrebbe finire”. Il tono di Max era leggero, e questo tranquillizzò Charles. Se mia madre avesse le palle, sarebbe mio padre, giusto?

L'ascensore arrivò praticamente insieme alla fine della frase di Max, e questo dettaglio fece sorridere leggermente il monegasco. Entrarono insieme e furono evidentemente sollevati dal non essere seguiti da nessuno.

Non che fossero niente di più che amici. Non ufficialmente.

Per Charles, ogni momento in cui erano da soli era un momento da custodire nel cuore. Al sicuro. E quando le porte si chiusero dietro di loro, si sentì un po' più leggero.

“Potrei aiutarti” mormorò, il suo tono niente di più che un sussurro.

Il sopracciglio di Max si sollevò leggermente, ma nient'altro fece capolino sul suo viso. Come se non fosse realmente interessato a quelle parole, portò la mano sui pulsanti dell'ascensore per selezionare il loro piano.

Il numero 24 per entrambi. Bene.

Sospirò. “Potrei… posso arrivare al podio. Tenermi le McLaren dietro. Farti vincere”.

Questa volta furono gli occhi color ghiaccio di Max a sollevarsi nella sua direzione. Fu come se il mondo sì fermasse per un attimo. Charles si sentì freddo d'un tratto.

“Ho perso il campionato quattro gare fa”.

Crudo. Estremamente specifico. Si riferiva al Messico, senza dubbio.

Era vero? Charles non lo sapeva, ma era comunque impressionato. Chissà quante volte ci aveva pensato.

“Ma hanno sbagliato anche loro” insistette con la voce che quasi gli si faceva piagnucolosa.

Non sapeva cosa gli stesse succedendo. Era come se quella fosse la conversazione più importante della sua vita - una stupida chiacchierata su una gara. Un campionato. La loro carriera. La loro vita.

Max scrollò le spalle come se non gli interessasse nulla del primo o del secondo o del ventesimo posto. Forse non gli interessava davvero. “Quattro campionati del mondo sono sufficienti per chiunque” mormorò con quel tono calmo che Charles tanto gli invidiava.

Sembrava non avesse emozioni, e avrebbe pagato per parlare così durante le interviste. Sembrava freddo, a parte per il fatto che non lo era davvero.

Charles lo conosceva, e sapeva intimamente che il quinto campionato avrebbe coronato un sogno. E il sesto, e il settimo.

“Permettimi di provare” lo scongiurò Charles.

Era quasi uno squittio.

Gli occhi di Max rotearono. Dalla noia. Dal… fastidio? Charles sperò non fosse così.

Erano vicini, anche se l'ascensore avrebbe potuto contenere venti persone almeno. Max aveva deciso di rimanere vicino a lui, e in quel momento la vicinanza rendeva ancora più tesa l'atmosfera. “Cosa ci guadagni tu?”

Era un'ottima domanda. Vederti felice sarebbe stata la risposta più sincera. Più vera.

Non poteva permettersi di pronunciarla.

Erano amici, certo. Ottimi amici. E rivali. Non sapeva Max cosa avrebbe potuto fare se avesse saputo che nel suo cuore c'era di più di quello, e non era sicuro di volerlo scoprire.

Però…

Si morse un labbro. “Un'uscita” mormorò. Appena quelle parole lasciarono la sua bocca, si rese conto della cosa appena detta.

E gli occhi di Max brillarono di divertimento.

“Tu mi aiuti a vincere il campionato e in cambio vuoi che ti porti fuori a cena? Come una ragazzina?”

Charles si rendeva conto di quanto disperato suonasse. Cercò di raggruppare le idee in fretta, per riordinarle e fare sembrare quella sua proposta qualcosa di diverso da una richiesta di appuntamento.

Fece per schiudere le labbra, ma l'altro lo precedette. “Bene allora” lo sentì dire. “Aiutami a portarmi a casa il quarto titolo, e cenerai con me”.

Deciso, senza nemmeno lasciare il dubbio di una replica. Max se ne andò verso la propria stanza senza aggiungere altro, lasciando Charles lì, rosso in viso e senza più la possibilità di cambiare ciò che aveva detto.

Sbuffò, ma sorride. In fondo, non era un'impresa impossibile.

Con una macchina che quantomeno si accendeva.

Max non aveva grandi aspettative sulla gara. Lasciava ai sognatori il quinto campionato: di certo, quell’anno non sentiva di meritarselo.

Suo padre glielo aveva ripetuto incessantemente. Aveva sbagliato in Cina. Bahrain. Miami. Monaco. Spagna. Austria. Inghilterra. Belgio. Ungheria. Qualsiasi risultato fuori dal podio non era abbastanza, e Jos aveva fatto in modo che non lo dimenticasse.

Lo aveva punito con il silenzio - che, onestamente, a quasi trent’anni era quasi un sollievo - e con la sua presenza incessante nel paddock. Non lo aveva fatto dormire per quattro giorni di fila, quando si era ritirato in Austria.

Aveva fatto i conti con il fatto che non avrebbe vinto quell’anno già settimane prima, e lo aveva accettato. Le McLaren avevano sbagliato un paio di gare nel fine stagione, e questo lo aveva riavvicinato al sogno, ma sapeva che crederci non aveva senso.

E ora… Charles che lo incoraggiava?

L’incontro in ascensore era stato onestamente spiazzante. Max non pensava che il ragazzo gli avrebbe parlato dopo le qualifiche: tutti avevano paura del suo personale carattere ombroso e arrabbiato, e non li biasimava.

Durante la prima parte di stagione, i suoi colleghi gli sorridevano e gli facevano le congratulazioni. Qualcuno gli proponeva anche di uscire a festeggiare, e un paio di volte aveva accettato.

Man mano che le gare passavano, sempre meno piloti gli si avvicinavano. Solo Kimi sembrava in qualche modo legare con lui: gli scriveva, lo cercava nel paddock, quasi gli saltellava dietro per farsi vedere.

Max sapeva che era semplice ammirazione nei suoi confronti. Kimi glielo aveva detto: era un onore per lui correre al fianco di un quattro volte campione del mondo.

Alla fine, sapeva che anche lui si sarebbe allontanato. Se non avesse gestito meglio le interviste, le sue espressioni facciali, le sue stesse emozioni, avrebbe allontanato anche lui. Perché la sua personale nube di rabbia non aveva mai risparmiato nessuno.

E poi Charles lo aveva seguito in ascensore e gli aveva detto che lo avrebbe aiutato. Nei suoi grandi occhi verdi c’era qualcosa che Max non era riuscito a leggere. Sembrava sincero, nella sua preoccupazione.

Si rigirò leggermente nel letto. La vittoria del giorno dopo sarebbe dipesa principalmente dalla sua performance, ma non sarebbe bastato. Charles avrebbe davvero dovuto tenere dietro di sé le McLaren.

Sospirò.

In cambio del suo impegno gli aveva chiesto una cena. Probabilmente intendeva parlare della stagione successiva. Non si permise di pensare ad altre alternative.

Erano colleghi - e amici, anche se suo padre gli aveva sempre intimato di non dire mai quella parola - dai tempi dei kart. Aveva imparato a conoscere i suoi movimenti, il suo modo di parlare.

Sapeva che si passava una mano tra i capelli quando era nervoso. Sapeva che quando doveva trattenere la rabbia davanti ai giornalisti si accarezzava l’orecchio sinistro. Sapeva che al posto di urlare giocava con la cerniera della tuta, alzandola e abbassandola di pochi millimetri.

Sapeva che quando era incazzato tra le sopracciglia gli si disegnava una piccolissima ruga definita. Sapeva che quando era deluso non alzava gli occhi dal pavimento.

Sapeva che aveva bisogno di contatto fisico quando stava perdendo il controllo. Sapeva che quando doveva mentire per la Ferrari si inumidiva il labbro inferiore un attimo prima di aprire bocca.

Sapeva che gliel’avrebbe voluta baciare, quella bocca.

Emise un lamento che spezzò il silenzio della stanza.

Sapeva tutte quelle cose di lui, e non riusciva a capire cosa davvero volesse Charles da quella cena. Immaginava fosse qualcosa di lavorativo, o almeno si volle consolare con quella bugia.

Immaginò che credere nella speranza che fosse un appuntamento sarebbe stato più doloroso di credere che avrebbe davvero vinto il quinto titolo mondiale, l’indomani.

Max non vinse. La sconfitta non era la sua, però: la sconfitta era di Charles.

L’olandese aveva fatto una gara splendida. Charles lo sapeva, aveva chiesto costanti aggiornamenti in radio. Era meschino, ma ad un certo punto aveva sperato che sbagliasse qualcosa anche lui.

Perché la colpa per il mancato campionato, ora, cadeva completamente sulle sue spalle. E si sentiva una merda per questo.

Quasi non partecipò ai festeggiamenti per il suo primo posto e per la vittoria di Lando. Si sentiva uno schifo per avere tentato di rubare il campionato del mondo a uno dei suoi migliori amici solo per una stupida cotta.

Si tolse il casco, abbracciò brevemente Lando e ignorò Max. Lo vide sorridere leggermente nella sua direzione, ma non aveva bisogno delle sue rassicurazioni.

Né delle sue mani sulle proprie spalle. Che lo stringevano e gli scatenavano brividi lungo la schiena.

“Leclerc”.

La voce di Max arrivò bassa, attutita dal frastuono dei festeggiamenti della McLaren che rimbombavano nel retro dei box. Lo prese alla sprovvista, prima che fosse riuscito a chiudersi nel proprio paddock.

Charles provò a fare un passo indietro. A sottrarsi dal suo campo visivo. Le dita di Max si serrarono sulla sua spalla, e lo sentì sulla propria pelle attraverso la tuta ignifuga. Il suo corpo venne attraversato da un fremito.

“Lasciami, Max” lo pregò a mezza voce, gli occhi ostinatamente puntati sulle proprie scarpe. Max sapeva che quando era deluso non alzava gli occhi dal pavimento.

Rinforzò la presa. “Guardami” ordinò perentorio. Non c’era traccia della rabbia cieca che Charles temeva.

Non c’era nemmeno… delusione. C’era quiete, una strana, inedita quiete.

Alzò lo sguardo. Quando lo fece, Charles incrociò il blu di Max. Tutti lo paragonavano al ghiaccio. Lui vedeva l’oceano, in quegli occhi. “Pensi davvero sia colpa tua? La macchina non ne aveva. Hai guidato come un ossesso per trenta giri, solo per tenere dietro Lando”.

“Non è bastato” ribatté Charles, ostinato. “Non hai vinto”. La sua voce si incrinò pericolosamente e fu costretto a deglutire. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era piangere davanti all’uomo che aveva deluso.

Si inumidì il labbro inferiore, ma Max lo bloccò prima che riuscisse a dire una stronzata.

Fece salire una mano fino alla nuca di Charles, intrecciando le dita con i suoi capelli spettinati e sudati. La pressione che esercitò fu minima. Fu sufficiente per tirare Charles a sé, petto contro petto, il viso del monegasco contro la sua spalla.

Un contatto solido. Una presa decisa. Tutto ciò di cui Charles aveva bisogno in momenti come quelli.

“Ho perso il mondiale quattro gare fa” ripetè Max contro il suo orecchio. Charles quasi non lo sentì, concentrato sul pollice dell’altro che gli accarezzava distrattamente la base del collo. “Tu hai mantenuto la tua promessa. Ci hai provato, almeno”.

Nella sua voce non c’era traccia di rimprovero. Onestamente, Charles non ricordava che ci fosse mai stato rimprovero nei suoi confronti da parte di Max. Nemmeno ai tempi dei kart.

Rimase immobile, il cuore che batteva così forte da rimbombargli nei timpani. Sperò che Max non lo sentisse. Sperò che Max non capisse che era per la loro vicinanza. Che non sentisse il calore che gli stava invadendo il petto.

“Io… avevo detto che ti avrei fatto vincere” azzardò, le labbra pericolosamente vicine al collo dell’altro. “Ti ho fatto perdere, Max. Niente cena”. La voce gli tremava. Impercettibilmente, ma lo faceva.

Max si allontanò di pochissimi centimetri. Lo guardò di nuovo in viso e Charles si sentì le guance scottare. Le sue labbra si tesero di nuovo in quel sorriso sicuro di sé di cui aveva già dato sfoggio in ascensore la sera prima. “Avresti cenato con me se avessi vinto. Non ho detto che non l’avresti fatto se avessi perso” sussurrò.

Era roco. Charles sentì lo stomaco stringersi. Le gambe gli tremarono.

“Fatti una doccia, Leclerc. Ti aspetto nel parcheggio tra un’ora”.

Max fissò il proprio riflesso nello specchio appannato del bagno, un asciugamano stretto intorno ai fianchi, i capelli biondi completamente fradici sul suo capo. Aveva perso.

Suo padre non lo aveva nemmeno guardato in faccia prima di lasciare il circuito; il gioco del silenzio gli era sempre piaciuto. Ma Max non l’avrebbe assecondato questa volta.

Normalmente, avrebbe sentito quell’assenza come un peso insostenibile sul petto. Lo avrebbe chiamato. Gli avrebbe chiesto se l’aveva deluso. Il suo ulteriore silenzio sarebbe stato un assenso.

Eppure, si scoprì a frugare nel trolley alla ricerca di una camicia pulita. Qualcosa che non fosse del team, senza loghi. Una camicia bianca, normale.

“Tu mi aiuti a vincere il campionato e in cambio vuoi che ti porti fuori a cena? Come una ragazzina?”

Non sapeva perché glielo avesse detto. Non sapeva perché ci fosse quella nota di scherno nel suo tono. Non era sua intenzione, quella di prenderlo in giro.

Allo stesso tempo, non era sua intenzione quella di illudere se stesso. E onestamente, l’ironia era sempre stata il suo scudo migliore.

Le parole di Charles gli rimbalzarono nuovamente nella testa mentre si infilava nervosamente i jeans, irritato da se stesso.

Charles era sembrato disperato. Gli si era aggrappato alla schiena come se fosse l’unica persona che ancora era in grado di sorreggerlo, e l’idea che quella fosse una cena lavorativa si dissolse immediatamente.

Charles aveva guidato come se la sua stessa vita dipendesse dal tenere dietro le McLaren, distruggendo le sue gomme e la sua gara solo per dare a Max una minima, ridicola possibilità.

E si sentiva di avere fallito.

Max si passò una mano sul viso, emettendo un sospiro pesante. Sapeva come funzionava la testa di Charles, soprattutto in gara: era un martire, uno che si prendeva colpe non sue - prime fra tutte, le colpe della Ferrari - e che era pronto ad affogarci dentro per giorni.

Se lo avesse lasciato solo quella sera, lo avrebbe condannato a passare la notte a riguardare i replay della gara, colpevolizzandosi per ogni singolo millesimo perso.

Max prese le chiavi dell’auto a noleggio e il portafoglio.

Non gli importava del mondiale perso.

Forse suo padre aveva ragione. Si era ammorbidito.

Perché l’unica immagine che riusciva a dipingere nella propria testa era lui che rimaneva seduto al tavolo di un ristorante sconosciuto a guardare Charles Leclerc che si inumidiva le labbra e che si tormentava i capelli. Disse a se stesso che era l’unica cosa in grado di distrarlo dalla nube di rabbia che era pronto a proiettare su se stesso.

Questa, lo sapeva, era una bugia. Non aveva chiesto - imposto - a Charles quell’uscita per distrarre se stesso. La verità era che Max voleva quella cena più di quanto volesse ammettere.

Voleva Charles lontano dalle telecamere. Lontano dal rosso. Lontano da ogni barriera precostruita.

Mentre scendeva le scale dell’albergo, diede un’ultima occhiata al telefono. Nessun messaggio da parte del monegasco.

Starà ancora fissando il vuoto, immaginò Max, stringendo le chiavi nel pugno. Quel pensiero lo irritò. Era quasi spaventato all’idea che si fosse tirato indietro all’ultimo.

Per un attimo soppesò l’idea di presentarsi davanti alla sua stanza. Il giorno prima, dopo l’ascensore, si era girato appena un attimo per dare un’occhiata al numero della camera di Charles.

Sarebbe stato strano se avesse bussato, però. In fondo, erano solo due amici che uscivano per dimenticarsi della giornata pesante.

Sbuffò tra sé e sé, fermo in mezzo alla hall dell’albergo, che tamburellava sul pavimento con il piede. Max Verstappen odiava aspettare. Se fosse stato chiunque altro, avrebbe annullato tutto e avrebbe bloccato il contatto.

Per Charles, avrebbe fatto un’eccezione. E lo aspettò per i cinque minuti successivi. Dieci. Quindici.

Quando finalmente il monegasco fece la sua apparizione, emise un sospiro di sollievo. Nemmeno si era reso conto di stare trattenendo il fiato.

I capelli ordinatamente scompigliati - una contraddizione continua, come Charles stesso - del ragazzo furono la ragione perfetta per giustificare il suo ritardo. E Max, per la prima volta quel giorno, fece un sorriso sincero.

Charles gli si avvicinò lentamente, stringendosi nelle spalle dentro una giacca leggera che sembrava troppo grande per lui. Aveva lo sguardo basso. Per un attimo Max ebbe il timore che davvero gli stesse per dare buca.

“Scusa il ritardo” mormorò, non appena fu abbastanza vicino.

Dalle labbra del monegasco sembrava uscissero solo scuse, ultimamente. A Max dispiaceva, anche se non sapeva bene come esprimerlo.

Charles alzò poi gli occhi, ma non incontrò subito quelli di Max. Si soffermò sulla sua camicia bianca, poi sulle chiavi che Max stringeva ancora tra le dita. Un piccolo accenno di sorpresa gli attraversò il viso, ma durò solo un attimo. “Se vuoi annullare… capisco. Non… immagino tu non abbia molta voglia di festeggiare Lando”.

“Sali in macchina, Leclerc” tagliò corto Max. Sentire il nome di Lando gli fece male al cuore per un secondo. Il suo tono era più duro di quanto necessario, sbrigativo, ma era la cosa migliore che potesse offrirgli. Il compromesso sufficiente per evitare che Charles iniziasse a pensare troppo.

Camminarono verso il parcheggio sotterraneo senza dirsi una parola. L'aria condizionata dell'hotel lasciò spazio al caldo umido della notte di Abu Dhabi prima che salissero a bordo dell’auto di Max.

L’aveva presa in prestito da un amico per quel weekend, una Valkyrie verde che gli ricordava una delle sue auto da collezione. Non appena si sedette alla guida, le sue spalle si rilassarono.

Max mise in modo, lasciando che il motore rombasse nel silenzio del parcheggio, e aspettò che Charles si allacciasse la cintura prima di fare manovra.

Non parlarono per i primi quindici minuti di viaggio. L’unico suono nell’abitacolo era il motore dell’auto, e Max aveva quasi la certezza che calmasse lui così come calmava Charles.

In fondo, vivevano per quello. Era ciò che respiravano ogni giorno della loro vita.

Max guidava con una mano sola sul volante, lo sguardo fisso sulla strada illuminata dalle mille luci di Abu Dhabi. La sua mente era sull’asfalto, come sempre quando era nell’abitacolo. La sua attenzione, però, era rivolta completamente al ragazzo seduto alla sua destra.

Con la coda dell’occhio, vide Charles passarsi la mano tra i capelli per la terza da quando erano partiti.

Era nervoso da morire.

Prima ancora che riuscisse a parlare, Charles lo interruppe. “Dove stiamo andando?”

Mentre parlava, la sua testa era rivolta verso il finestrino. Sembrava stesse guardando i grattacieli che diminuivano di numero, chilometro dopo chilometro. Max si chiese se la sua mente si stesse dipingendo scenari in cui lo derubava e lo lasciava mezzo svenuto in una piazzola di sosta.

Gli scappò un piccolo sorriso al pensiero. Forse gli sarebbe piaciuto.

“In un posto dove nessuno ci chiederà come sia andato il terzo stint di gara” rispose Max, abbandonando a malincuore l’idea di spaventarlo. Sarebbe stato divertente, ma avrebbe rovinato la serata ad entrambi.

Svoltò poi in una strada secondaria che portava verso una zona più tranquilla, vicino alla costa. Aveva passato mezz’ora a guardare il cellulare prima di scendere nella hall, cercando un ristorante che gli aveva raccomandato il suo amico, lo stesso che gli aveva prestato la macchina. Non voleva buffet di lusso, altri piloti o - peggio ancora - paparazzi.

Parcheggiò solo una ventina di minuti dopo, davanti a una piccola veranda illuminata da luci calde e soffuse. Si pentì per un attimo di avere quella macchina - tutti l’avrebbero notato - ma la sorpresa negli occhi di Charles ne valse la pena.

Lo vide voltarsi verso di lui, visibilmente spiazzato. La ruga tra le sue sopracciglia si era leggermente attenuata. “Non sembra un posto da Max Verstappen” commentò Charles, accennando a un sorriso timido mentre si liberava della cintura.

Max spense il motore e si voltò a guardarlo per la prima volta da quando erano saliti. Lo fissò a lungo, con un leggero sorriso. Nel buio dell’abitacolo, gli occhi di Charles sembravano enormi.

“Nessun Verstappen” mormorò, la voce bassa e ferma. Lasciò che la mano gli scivolasse sul cambio, a pochi millimetri dal ginocchio di Charles. Abbastanza vicino da fargli avvertire il proprio calore. “E nessun Leclerc. Solo io e te. Scendi”.

Lo vide deglutire. Sembrò stesse per dire qualcosa, ma poi Charles obbedì. Max sorrise compiaciuto - uno strano calore gli si diffuse nel corpo nel rendersi conto che Charles Leclerc gli aveva obbedito senza ribattere.

Il ristorante era piccolo, silenzioso. Solo il rumore dell’oceano copriva i loro respiri.

Il cameriere li accolse con un sorriso e non diede segno di averli riconosciuti. Li fece accomodare in un tavolo in un angolo, parzialmente nascosto da una pianta di papiro.

Charles sembrava muoversi al rallentatore, come una preda braccata da un cacciatore che riteneva troppo calcolatore. Come se si chiedesse se quel Max in camicia bianca e senza l’ombra di Jos al seguito fosse reale o un’allucinazione da stress post-gara.

Rimase in silenzio assoluto per minuti interi.

“Hai intenzione di fissare il menù finché non prende fuoco?” ruppe il ghiaccio Max, appoggiando i gomiti sul tavolo.

Quasi riuscì a vederlo sussultare. Poi, Charles si passò una mano tra i capelli. “Sto studiando le opzioni, Verstappen. Non tutti… uh, non tutti ordinano la solita cotoletta con le patatine come fai tu in ogni parte del mondo”.

Max fece un sorrisetto storto. “Stasera pesce, non carne. Ti lascio scegliere. Sei tu l’esperto di cucina, no?”

L’altro sollevò gli occhi dal menù, finalmente. Max stava iniziando a chiedersi se avesse dovuto rovesciargli addosso l’acqua per farlo muovere. Il lampo si giocosa rivalità che li univa sin dai kart fece capolino sul suo viso. “Oh, grazie. Generoso, da parte del quattro volte campione del mondo. Posso respirare la tua stessa aria o devo chiedere il permesso?”

“Solo se respiri piano, Leclerc. Non vorrei mi distraessi dal cibo”.

Il cameriere prese l'ordinazione e portò del vino bianco. Max osservò Charles mentre ringraziava l’uomo che gli versava due dita di vino nel calice. Le sue dita affusolate accarezzavano il calice.

C’era una grazia innata in ogni suo movimento, qualcosa che Max non riusciva davvero a spiegarsi. Era in contraddizione con il suo goffo modo di esprimere le emozioni. Max, abituato alla propria spigolosità, sentì la propria testa girare.

Quando i piatti arrivarono, l’atmosfera si fece più distesa. Parlarono della sfortuna di Lewis quell’anno, delle assurdità dette da qualche giornalista sul mercato dei piloti, delle vacanze imminenti.

In qualche modo, era come camminare su un campo minato: la gara di poche ore prima era lì. Un elefante nella stanza che Max sperava non fosse mai rivelato.

Fu a metà del secondo piatto che Charles cedette. Posò la forchetta, lo sguardo che improvvisamente scivolò verso il basso. Max le sentì arrivare. Le dannate scuse.

“Volevo… ecco, mi dispiace per oggi” mormorò, la voce improvvisamente più sottile. “Al giro 42 ho provato a incrociare la traiettoria con lando per fargli perdere il controllo, ma la macchina… sai, il sottosterzo. Se avessi tenuto la posizione per altri tre giri, forse tu avresti-”

“Leclerc” Max lo interruppe, il tono fermo che non ammetteva repliche. Allungò la mano sul tavolo e sfiorò appena le nocche leggere del monegasco.

Charles si irrigidì. Non ritrasse le dita. Max riprese a respirare.

“Smettila”.

“Ma ho promesso che-”

Max si chiese quali fossero i problemi di Charles. A chi avesse fatto quel patto di assoluta fedeltà. Forse pensava che, se per una volta non si fosse sentito in colpa per qualsiasi cosa, il mondo lo avrebbe schiacciato.

“Hai guidato meglio di chiunque altro” disse Max, guardandolo dritto negli occhi. Blu ghiaccio contro verde smeraldo. “La Ferrari quest’anno era un trattore e tu l’hai portata a un passo dal podio nell’ultima gara. Hai rischiato di perderla. Di distruggere le gomme. Per me. Pensi davvero io sia arrabbiato?”

Charles stava trattenendo il respiro. Max vide che tra le sue sopracciglia era apparsa la minuscola ruga di preoccupazione che l’olandese conosceva a memoria. “Pensavo… sei deluso. Odi perdere”.

“Odio perdere per colpa mia” lo corresse Max, con il tono più gentile che riuscì a formulare. La sua mano scivolò del tutto sopra quella di Charles. La strinse in un tocco sicuro. “Stasera sono qua. Con te. Non mi importa della gara” ammise. Sentì le guance arrossarsi, ma continuò. Non era abituato a parlare a cuore aperto. “Smettila di fare il martire. Non ti dona, Leclerc”.

Le guance di Charles si tinsero di quello stesso rossore che aveva nell’ascensore. Max fu divertito dal sorriso sfacciato con il quale cercò di recuperare il controllo. “Hai appena detto che preferisci la mia compagnia a un quinto titolo mondiale, Verstappen? Se ti sente tuo padre, ti disereda”.

L’unico a cui Max permetteva di nominare suo padre era Charles. E notarlo ancora una volta gli scaldò il cuore.

RIdacchiò. Un suono basso, gentile. Privo di qualsiasi filtro. “Mio padre è già sul suo jet privato. E io sono esattamente dove voglio essere”.

Il resto della cena scivolò senza intoppi. Max non allentò la stretta sulla mano di Charles se non quando arrivò il conto, che l’olandese pagò impedendo all’altro anche solo di tirare fuori il portafoglio. “È una scommessa, Leclerc. Io mantengo la parola”.

Il viaggio in macchina fu diverso da quello di andata. La tensione precedente era stata sostituita da un’elettricità tangibile che riempiva l’abitacolo. Nessuno dei due accese la radio, né parlò.

Charles tenne la testa appoggiata contro il sedile per tutto il tempo, lo sguardo rivolto verso Max, osservando il profilo del suo viso illuminato da Abu Dhabi.

Quando Max parcheggiò l’auto nel parcheggio sotterraneo, nessuno dei due accennò a scendere. Il ragazzo spense il motore, lasciandoli immersi in un silenzio ovattato.

Charles si voltò completamente verso di lui. Posò la schiena contro la portiera. “Grazie per la cena, Max. Davvero, mi… mi ha aiutato”.

Max sganciò la cintura di sicurezza e si sporse verso di lui, annullando lo spazio che li separava. Da quella posizione, poteva sentire l’odore di Charles. Un misto di bagnoschiuma e agrumi. Si chiese se si fosse messo il profumo, prima di uscire.

Il suo sguardo cadde inevitabilmente sulle sue labbra.

“Te l’ho detto” sussurrò, la voce ridotta a un mormorio rauco. “Hai mantenuto la parola. Ora tocca a me”.

Charles schiuse le labbra, probabilmente per chiedere cosa intendesse. Max non gliene diede la possibilità. Gli aprì la portiera dall’interno, facendo attenzione di sfiorare il suo fianco con il braccio.

“Andiamo, prima che arrivi qualche fotografo”.

Charles sembrò non avere il coraggio di replicare. Ancora una volta, lo fece. C’era qualcosa di elettrizzante, nel suo obbedire senza fare nessuna domanda.

Attraversarono la hall dell’albergo mantenendo una distanza di sicurezza millimetrica. L’ascensore era vuoto, esattamente come la sera precedente.

Questa volta, quando le porte di acciaio si chiusero dietro di loro, Max non portò la mano verso la pulsantiera.

Rimase immobile, la schiena appoggiata alla parete dello specchio, gli occhi fissi su Charles. Non disse nulla.

Fu Charles a fare un piccolo passo in avanti, per premere il tasto del piano 24. Le sue dita tremavano leggermente. Max se ne accorse con un ghigno compiaciuto.

Lo vide poi voltarsi. Era un fascio di nervi. L’olandese fece per chiedere se avesse esagerato, se avesse sbagliato qualcosa, ma poi vide che nei suoi occhi non c’era più la delusione della gara. C’era qualcosa di diverso, più emotivo. Personale.

“Ci metteremo… un po’” sussurrò a fatica. “A salire”.

Max fece il passo che mancava. Intrappolò Charles tra il proprio corpo e la pulsantiera. Le sue mani si posarono di nuovo sulle spalle del monegasco, e poi salirono rapide, accarezzandogli il collo, incorniciandogli il viso.

I suoi pollici premettero leggermente sulla sua bocca. La bocca che aveva desiderato baciare per tutta la notte.

“Allora è un bene che non abbiamo nessuna fretta, Charles” sussurrò, un attimo prima di annullare gli ultimi millimetri di distanza e posare le proprie labbra sulle sue.

Fu la prima volta in tutta la giornata che lo chiamava con il suo nome.

Notes:

Come sempre, spero vi sia piaciuta. Non so granché cosa dire, quando pubblico qua; se lasciate un commento, vi rispondo e chiacchieriamo, mi fa sempre piacere!

Potete anche trovarmi su tumblr come banana-leclerc44 ^^

Series this work belongs to: