Chapter Text
Giunti alla quinta volta, Anya aveva smesso di credere nei miracoli e aveva iniziato a credere nella buona mira.
In lontananza, Berlint bruciava. Colonne di fumo sporcavano l'orizzonte mentre il suono delle sirene si armonizzava con quello dell'artiglieria. Dalla collina riusciva a vedere la villa dei Desmond, perfettamente intatta. Mentre il resto del paese razionava la luce, quella casa scintillava. Controllò di nuovo il silenziatore, poi fece lo stesso con il battito del proprio cuore.
«Ok.» Annuì, facendosi coraggio. «Andiamo a mettere fine a una guerra.»
Certo, era una missione parecchio ambiziosa, ma i tempi erano stretti. Garden l'avrebbe definita un cane sciolto, i servizi segreti l'avrebbero definita suicida, mentre Pa’ l'avrebbe chiamata signorina, che era decisamente la peggiore delle tre. Le guardie erano brave, ma Anya era meglio. Loro seguivano il protocollo, o quello che era, ma lei seguiva l'istinto, che in fondo era solo un protocollo più veloce e più sgarbato. Superò il perimetro in sette minuti.
All'interno tutto brillava di una perfetta simmetria autoritaria. Sul pavimento di marmo lucidissimo vide riflessa la propria immagine – un piccolo fantasma stanco armato di pistola. Le pareti erano coperte di ritratti dei Desmond, una famiglia che, ne era convinta, aveva evaso il fisco con costanza nel corso di svariate generazioni. Quel corridoio le era familiare. Una volta ci era entrata sorridendo, non impugnando una pistola. In fondo l'aspettava la porta dello studio, dall’interno arrivavano il lieve fruscio di una penna, il crepitio soffocato delle comunicazioni radio e il sospiro di un uomo chiaramente sommerso dal lavoro.
Per un attimo le fece quasi pena. Poi si ricordò del numero delle vittime.
Anya spalancò la porta.
La stanza era vuota.
Naturalmente. Perché nella sua vita mai niente poteva essere semplice.
«Classico,» borbottò. «Organizzo un omicidio e lui è in ritardo?» La lampada della scrivania era ancora accesa, il bicchiere di whisky mezzo pieno. La sedia era stata spinta indietro di fretta. Fogli ricoperti di timbri rossi erano sparsi sul pavimento. Per un istante pensò che fosse scappato e la cosa la irritò parecchio, considerando che aveva passato un'intera settimana a provare la battuta ad effetto da dire prima di sparargli. «Dove ti nascondi, Primo Ministro?»
Fu allora che l'ironia uscì da dietro un mobile. Lo sparo le esplose nelle orecchie con un crack improvviso, che spaccò il mondo in due. L'impatto la colpì in pieno petto. Per uno stupidissimo secondo il suo unico pensiero fu ah, bene. È arrivato qualcuno a darmi supporto, poi il calore cominciò a diffondersi tra le costole, attirando la sua attenzione. Osservò il foro che si stava aprendo nella camicia.
«Mm.» Batté le palpebre quando le ginocchia, seppur con estrema educazione, decisero di non sostenerla più. La pistola le scivolò di mano. «Che scortese.»
Dall'altra parte della stanza Damian Desmond era immobile davanti alla libreria, entrambe le mani ancora strette sull'arma, pallido come un lenzuolo. Probabilmente aveva sparato d'istinto, dopo anni passati a ricevere minacce di morte ogni santo giorno. Il corpo aveva reagito prima ancora che il cervello capisse cosa stesse succedendo. Quando la riconobbe, la consapevolezza lo colpì come un mattone in piena faccia. «Forger?!»
Lei alzò lentamente la testa, ancora stordita. «Ehi,» Fece un debole cenno con la mano. «Hai cambiato arredamento.»
Con la pistola che gli penzolava stupidamente dalla mano, Damian la fissò con un'espressione di puro orrore. «Oh, Dio – I-io non – » L'arma gli cadde a terra con un tonfo, lui si ritrovò inginocchiato accanto a lei prima ancora che smettesse di girare su se stessa. Le mani, disperate e tremanti, le afferrarono le spalle. «No, no, no – Anya! Che cosa ci fai qui?»
«Il mio lavoro, ma decisamente male.»
Damian premette una mano sulla ferita e lei sibilò per il dolore. «Sei venuta per uccidermi? Sul serio?»
«Oh, non prenderla sul personale.»
«Come posso non prenderla sul personale?!»
«Ehi, Secondogenito, spari a tutti gli ospiti o oggi mi hai riservato un trattamento speciale?»
«Non scherzare.» Appoggiò la fronte contro la sua, come se bastasse la forza di volontà per impedirle di andarsene. «Adesso non hai il permesso di fare battute.»
«Ooooh, allora questa la odierai davvero,» sussurrò lei, e sollevò una mano per sfiorargli il viso. Fu un gesto del tutto istintivo, il corpo ricordava ancora ciò che la mente rifiutava. Gli passò il pollice sulla guancia, lasciando un’oscena striscia di sangue sulla sua facciata tirata a lucido. «Lo fai ancora,» mormorò Anya. «Quella ruga tra le sopracciglia, quando sei preoccupato.»
«Ti prego – »
«Mi era mancata.»
«Devo – Lascia solo che chiami qualcuno! Hai bisogno – »
«Di guarire in tempo per la mia esecuzione, eh?» Scherzò lei. «Tentare di assassinare un capo di Stato non è esattamente uno di quei reati per cui ti assolvono, Primo Ministro.»
La voce le tremava, ma il sorriso no. Lo shock rallentò ogni cosa, facendola apparire luminosa, mentre il mondo si sfocava delicatamente. Lui sembrava mormorare il suo nome sottovoce, tentando di ancorarla lì. «Non saresti dovuta venire qui. Pensavi che uccidermi avrebbe fermato tutto questo?»
«Valeva almeno la pena provarci.» Anya sorrise con aria spavalda, poi gli accarezzò di nuovo la guancia. «Mm... hai di nuovo quegli occhi.»
Damian si immobilizzò. «Smettila.»
«Sono ancora così belli. Non è giusto.»
Lui le prese il viso tra le mani. I pollici gli tremavano contro le tempie. «Anya. Ehi. Resta con me.»
«Dovevo essere io a sparare a te,» borbottò, mentre le palpebre le fremevano. «Mi hai battuta sul tempo. Il solito secchione.»
«Smettila,» ripeté lui, stavolta più dolcemente.
Anya sollevò appena lo sguardo verso di lui. «Non fare quella faccia triste. La odio davvero.»
L'orologio scandì un tic; la sua mano scivolò lentamente dalla guancia di Damian.
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Anya si svegliò in compagnia della luce del sole e del gatto della vicina che vomitava in corridoio, cosa che, a suo giudizio, prometteva bene. Il soffitto sopra di lei era solo un soffitto, non una tenda da campo né lo specchio di una stanza per interrogatori, e lo considerò una piccola vittoria. A quanto pareva, era ritornata al suo punto di partenza abituale: l'estate dopo la laurea, quando Berlint scintillava di un sudore nervoso. Come sempre, il suo appartamento era aggressivamente allegro. Il divanetto a due posti era di un rosa acceso e sembrava andarne fiero; una lampada a forma di giraffa teneva la testa inclinata. Ogni singolo oggetto di pessimo gusto presente in casa l'aveva comprato lei di persona e con ciascuno aveva instaurato una sorta di legame spirituale.
Sorridendo, iniziò la giornata scrivendo le sue regole e appuntandole allo specchio della toeletta.
#1 – Niente notizie, mai!
#2 – Prima di tutto mangia. Non impanicarti mai.
#3 – Oggi sarà una bella giornata.
#4 – Ricordati di divertirti.
La grafia era tremolante, ma la sua determinazione no.
A quel punto aveva già vissuto cinque vite intere ed era morta in ognuna di esse, un risultato ben sopra la media. Dubitava che esistesse qualcun altro al mondo morto cinque volte prima dei trent'anni. Il che faceva di lei una vera pioniera del settore.
Nella sua prima vita si era buttata nel settore sanitario armata di bende e ottimismo. All'inizio era convinta che fare il medico da campo fosse una missione nobile, visto che rattoppava il mondo un arto amputato alla volta. Ma presto aveva scoperto che il mondo non voleva cerotti per risolvere i propri problemi, preferiva un abuso prolungato di farmaci con regolare prescrizione. Una delle lezioni più importanti che aveva imparato era che stabile per il trasporto significava semplicemente salvo, finché non sarebbe toccato a qualcun altro perderlo più tardi. Il fronte, per usare un eufemismo, era stato tremendo.
Poi era arrivata la sua fase ribelle, quella da spia, quando Westalis le aveva regalato uno pseudonimo elegante e un trench. Per tre anni aveva mentito in nome della pace, un lavoro affascinante esattamente quanto previsto, e che includeva tanta caffeina, messaggi in codice e una cronica incapacità di comprendere il concetto stesso di complicità. Quando il tutto le era esploso — letteralmente — in faccia, aveva deciso che nella vita successiva avrebbe provato a conoscere meglio il nemico. Il Servizio di Sicurezza Statale era stato meno "law and order" del previsto e più "paranoia ma con i contributi". Aveva interrogato studenti che scrivevano poesie, arrestato fornai e, una volta, era stata costretta a redigere un intero rapporto sulle tendenze sovversive del rock'n'roll. Aveva risolto qualche caso, per lo più per caso o barando grazie alla telepatia. Alla fine aveva concluso che la verità era una cosa tremendamente relativa.
Dopo quella bella vita movimentata, aveva deciso di scegliere una professione più tranquilla e aveva trascorso anni a tradurre accordi di cessate il fuoco tra uomini potenti che, nella loro esistenza, non avevano mai fatto conoscenza con la parola scusa. Aveva memorizzato ogni possibile sinonimo di compromesso e nessuno aveva mai funzionato. Gli Stati si dividevano, nessuno otteneva la custodia del confine e il tutto era finito con lei ubriaca di un vinello da congresso, che diceva a un generale che trovava la sua faccia stupida. Trattandosi, ovviamente, di un vertice per la pace, lui l’aveva presa a pugni davanti all'intera comunità internazionale, cosa che non aveva migliorato la situazione.
La quinta e ultima volta aveva seguito, com'era naturale, le orme di sua madre ed era diventata un'assassina. Dopotutto, perché negoziare con un problema quando puoi semplicemente continuare a prenderlo a pugni finché non smette di muoversi? Aveva un solo bersaglio: il ragazzo d'oro di Ostania. Aveva provato le battute ad effetto, studiato le migliori angolazioni e vie d'accesso... e, con un'ironia che la Storia avrebbe apprezzato, alla fine era stato lui a sparare per primo.
Poi era tornata l'estate. Aveva di nuovo ventitré anni, il sole splendeva e il mondo era stupido esattamente come sempre. In sintesi, aveva vissuto cinque vite, cambiato cinque professioni e ottenuto uno sviluppo professionale pari a zero.
Così, al sesto tentativo, aveva deciso che non avrebbe più fatto la protagonista. Più precisamente, da quel momento in poi si sarebbe entusiasmata solo per gli snack e la finanza, siccome sapeva molte più cose di quante il mercato meritasse e provava molta meno vergogna di quanta avrebbero gradito i comitati etici. Il suo consulente finanziario la definiva lungimirante in una maniera inquietante. Lei definiva lui di una noia mortale.
C'era sempre la questione del ragazzo, che, tecnicamente, non era più un ragazzo, perché per dei capelli così lucenti e una mascella così scolpita ci voleva un sostantivo più rispettoso. Eppure, nella sua testa, restava semplicemente il ragazzo, il rivale, l’anomalia scolastica. In quel momento, era deputato del Partito Social Democratico e brillava sotto le luci della Camera. La sua scelta di entrare in un partito di sinistra aveva sorpreso tutti. Era il nuovo pupillo del Parlamento, che, tempo due anni, avrebbe dichiarato una guerra che avrebbe completato il lavoro iniziato da suo padre. La strategia di Anya per affrontare la questione era elegante. Non avrebbe letto articoli che lo riguardavano, non avrebbe guardato i suoi discorsi e soprattutto non si sarebbe più svegliata con l'irrefrenabile desiderio di salvare il mondo in cui viveva. Avrebbe invece mangiato arachidi, comprato una poltrona a forma di nuvola e ci si sarebbe seduta sopra.
La sua vita aveva finito così per riempirsi di piccole incombenze piacevoli: annaffiare piante finte, comprare cuscini dai colori improbabili, evitare accuratamente qualsiasi giornale e perfezionare il proprio catalogo di snack. Da qualunque punto di vista la si guardasse, se la stava cavando alla grande. Ogni mattina disponeva i cuscini seguendo i colori dell'arcobaleno. Ogni sera si congratulava con se stessa per aver trascorso un'altra giornata senza interferire con il destino. L'indomani avrebbe probabilmente fatto la stessa cosa. Magari avrebbe comprato un portaombrelli, e poi anche degli ombrelli. Oppure, se si fosse sentita particolarmente audace, avrebbe finto che il mondo non fosse nel bel mezzo di un conto alla rovescia definitivo. Per il momento aveva degli orsetti gommosi da mangiare e una lampada stravagante. Nel complesso, la vita non era affatto male.
Verso mezzogiorno il frigorifero decretò che era arrivato il momento di fare rifornimento.
Di solito i suoi pomeriggi trascorrevano in compagnia della televisione, di vestaglie di seta per prepararsi un toast e dell’ostinato rifiuto di scoprire chi fosse il Primo Ministro. Chiunque fosse, poteva dichiarare tutte le guerre che voleva. Lei, Anya Forger, stava facendo l'inventario delle proprie merendine. Ogni tanto, però, qualche ricordo ribelle riusciva a farsi strada, una canzone alla radio che le riportava alla mente tende da triage e sangue, un titolo di giornale con il suo nome che le detonava nel cervello come una granata stordente, oppure un leggero tremito della mano che scuoteva via un attimo dopo, tirando dritto. Quella era giornata di snack.
Anya uscì sul pianerottolo e si imbatté immediatamente nella sua anziana vicina, la signora Petrova, che aveva novant'anni già nella sua prima vita e, con ogni probabilità, avrebbe continuato ad averne novanta fino all'esplosione del Sole. Quella mattina indossava un cardigan ricamato con dei ravanelli. «Piccina», la salutò. L'appellativo non la infastidiva: la signora Petrova chiamava piccin* chiunque, compresi i fattorini e le sue begonie. «Hai visto il telegiornale oggi?»
«Non faccio certe cose!» rispose Anya con un sorriso smagliante.
«È importante», insistette l'anziana. «Pare che quel giovane Desm-»
«Magnifico!» Anya batté le mani, interrompendo la frase sul nascere. «Vado a fare la spesa! Le serve qualcosa? Latte, pane... semi di girasole?»
«Semi di girasole», confermò la signora Petrova. «Ah, e di' al tuo ragazzo di tirarsi su i pantaloni quando va in televisione. Sembra un poeta.»
«Io non ho nessun ragazzo.» Le scappò una smorfia. «Però prometto di rimettere in riga qualsiasi paio di pantaloni troppo bassi che mi capiterà di incontrare.»
Una volta uscita nel luminoso pomeriggio, passò davanti a tre manifesti elettorali che ignorò per principio. Preferì invece ammirare un cane che somigliava incredibilmente a una pagnotta di pane a lievitazione naturale, un impiego migliore del suo tempo. Per strada, alcuni bambini cercavano di far volare un aquilone con un biscotto incollato sopra, mentre un gruppetto di adolescenti discuteva se il Partito Social Democratico fosse cringe oppure post-cringe. Per coprire le loro voci, Anya si mise a canticchiare una canzone che nella sua seconda vita era stata un successo e nella terza era stata censurata. Alla sua solita panetteria comprò un croissant, segno che la giornata stava andando decisamente bene.
Il croissant era friabile al punto da rappresentare una minaccia concreta per qualsiasi camicia esistente. Il suo piano, adesso, consisteva nel sedersi su una panchina e mangiarselo in pieno sole come una lucertola cronicamente disoccupata. Colta da un improvviso moto di nostalgia, si diresse verso la sua piazza preferita, Aleksandrplatz, dove l'aria puzzava di pretzel, cemento arroventato e... Oh, santo cielo, dimmi che non è un manifesto… Era stato allestito un palco, gli striscioni sventolavano e i microfoni venivano provati uno dopo l'altro. Con evidente disgusto, Anya osservò il logo rosso del Partito Social Democratico brillare su qualsiasi superficie disponibile come uno sfogo cutaneo socialista. «Oh, no,» gemette.
I post-it sullo specchio le avevano imposto Niente Notizie, così cercò di nascondersi dietro gli occhiali da sole a forma di cuore. Con aria risentita strappò un pezzo di croissant. Sul palco un uomo proiettava la voce sopra il brusio della folla. Non aveva nemmeno bisogno di guardarlo per capire che incarnava alla perfezione il tipico politico socialdemocratico: relativamente giovane, camicia perfettamente stirata e maniche arrotolate per dimostrare quanto fosse vicino alla gente. Quel giorno il menù proponeva il reddito universale, o uno dei suoi cugini. Sugli striscioni campeggiava lo slogan: Tutti meritiamo di avere abbastanza, che suonava certamente generoso. «È solo un idiota», disse Anya al proprio croissant, mentre si lasciava trascinare verso il margine della folla.
«...Quando le persone si sentono al sicuro, investono nel futuro. Aprono attività, si prendono cura delle loro famiglie, studiano, respirano. Il reddito universale non è un'elemosina, è un pavimento che ci impedisce di cadere.»
La folla applaudì educatamente, quasi facendo le fusa, ma Anya aggrottò la fronte, perché aveva riconosciuto quella cadenza alla stessa maniera con cui si riconosce una canzone che si detesta. Poi, purtroppo, l'idiota girò la testa e Anya rischiò di strozzarsi con il croissant. «Oddio...» sussurrò, espellendo una nuvola di briciole di sfoglia. «È proprio lo scemo!»
Damian Desmond era vivo, carismatico e sembrava decisamente in corsa per la santità. Gesticolava con entrambe le mani come se stesse scolpendo l'uguaglianza direttamente nell'aria. La folla lo adorava perché era bello, moderatamente tragico e diceva esattamente ciò che tutti volevano sentirsi dire. Metà di Berlint avrebbe voluto scoparselo senza pietà. L'altra metà, quella moderata, si sarebbe accontentata di votarlo. Anya avrebbe voluto lanciargli il croissant direttamente su quella stupida faccia perfetta. Perché quell'idiota continuava ancora a fare discorsi? Era stato eletto solo il mese prima! Qualcuno vicino a lei sussurrò: «Che fonte di ispirazione...» Anya prese seriamente in considerazione l'idea di provocare un disordine pubblico. Alla fine si limitò a finire il croissant e applaudire con il massimo del sarcasmo.
Poi, con suo enorme disappunto, avvertì quella familiare stretta allo stomaco. Per essere più precisi, era la nausea da loop temporale che precedeva invariabilmente gli eventi destinati a finire nei libri di storia. Il primo pensiero fu: Assolutamente no. Il secondo: Aspetta, che giorno è oggi? Il terzo: Oh, merda.
Lo sguardo iniziò a scorrere automaticamente lungo il perimetro della piazza, registrando volti, cartelli e scarpe. Ragazzi con la maglietta dell’SDP distribuivano volantini con l'entusiasmo dei predicatori perché non avevano ancora avuto l’occasione di rimanere delusi. Una madre indicava Damian al figlio nel passeggino come se fosse un animale dello zoo sul punto di fare un numero. Un uomo sudava dentro una giacca troppo pesante per il mese di agosto.
Poi lo vide. Alle sue sette, vicino al chiosco dei fiori che ormai vendeva anche opuscoli politici e sigarette, c'era un volto che avrebbe dato qualsiasi cosa per non riconoscere. «Oh, no -no! No, no, no!»
Nella sua terza vita aveva arrestato Billy Squire, il quale aveva sorriso fino al patibolo; in nessuna delle linee temporali che conosceva si era mai ripreso. Era molto meno trasandato di come lo ricordasse e se ne stava fermo con quell'aria studiata di chi desidera passare inosservato, peccato che irradiasse cattive intenzioni. La voce di Damian continuava a parlare di abbastanza o dignità o lavoro, e sotto le sue parole, il vecchio addestramento di Anya si riaccese.
Quello era il giorno.
Quella era la piazza.
Quella era la bomba.
Avrebbe potuto andarsene. Avrebbe potuto voltarsi, allontanarsi ed essere la donna che aveva deciso di diventare - ottimista, edonista e ostinatamente disinteressata. Dopotutto aveva dichiarato l'indipendenza dal nesso di causa ed effetto. Diavolo, l'aveva persino scritto a penna! Sollevò un piede per allontanarsi, ma il ricordo di come sarebbe finita quella storia le artigliò il cervello.
Storicamente, quell'ordigno si sarebbe portato via una grossa fetta del palco e Damian. Lui sarebbe sopravvissuto, a malapena, ma quella ferita avrebbe metastatizzato, spingendolo a schierarsi sempre più contro il caos e sempre più dalla parte della sicurezza. Avrebbe dato la colpa all'Ovest e, due anni dopo, quello sarebbe diventato il casus belli. «Non è un mio problema. Non è la mia guerra, non è il mio discorso e non è il mio idiota.»
Le sue gambe non la ascoltarono e continuarono ad avanzare.
«Fermati,» sibilò. «Tu queste cose non le fai! Tu fai investimenti! Tu compri cuscini decorativi! Comportati di conseguenza!» Peccato che i suoi istinti si fossero sindacalizzati contro di lei e avessero indetto uno sciopero. Il suo cervello da spia e i riflessi da medico scandagliarono automaticamente le uscite, calcolarono la densità della folla e stimarono il raggio dell'esplosione. «Dio, quanto è irritante il mio pilota automatico.»
Anya sgusciò oltre il primo anello dei volontari, indossando l'uniforme universale di chi sembra essere esattamente nel posto giusto, che nella sua esperienza consisteva principalmente in un'aria lievemente infastidita. Gli addetti alla sicurezza quasi non la guardarono, perché nessuno mette in dubbio una donna che sa dove sta andando ed è palesemente in ritardo. Sotto il palco l'aria era più fresca e polverosa. Nascosto sotto una pedana c'era un portapranzo con dei cartoni animati che trasudava pericolo. Si accovacciò e sbirciò all'interno identificando un C4, un timer e un detonatore secondario. Perché la vita la odiava, quell'affare era costruito in modo impeccabile.
Non c'era alcun modo di disinnescarlo con trenta secondi sul conto alla rovescia e una cassetta degli attrezzi composta dalle chiavi di casa e un burrocacao. Avrebbe potuto correre dalla sicurezza, ma in ogni linea temporale si erano rivelati inutili. «Sai che c'è, Secondogenito? Prego, in anticipo!»
Dal palco la voce di Damian si levò nell'aria. «Possiamo creare un mondo in cui ogni persona conta!»
Anya balzò in piedi e, lanciandosi verso il palco, sbottò «Non se prima ti fai saltare in aria, melodrammatico Filofax!» Attraversò il palco di corsa, gli occhiali da sole le volarono via dal viso, e lo placcò nel mezzo della frase. «Primo Ministro, a terra!»
«Ma che—?!»
Per fortuna il mondo rispose prima che lui finisse di urlarle contro. Il corpo di Anya si mosse da solo - spalla in avanti, un braccio attorno a lui, ginocchia per prime, testa abbassata, spinta con il bacino per poi rotolare assecondando il peso. Probabilmente, agli occhi degli spettatori, sembrava soltanto una donna vestita in maniera ridicola che aveva appena atterrato un pubblico ufficiale. L'esplosione arrivò una frazione di secondo dopo. Il suono cessò di esistere e Anya assaporò la luce. L'impalcatura si mosse sopra di loro, così Anya si stese sopra Damian per una serie di motivi, fra cui l’essere una tipa pratica, il fatto che lui fosse importante e che lei lo odiava con affetto. Il calore le risalì lungo la schiena mentre le schegge le piovevano addosso. L'aria lasciò il posto alla polvere e ad un odore dolciastro e nauseante.
Per un istante il tempo inciampò, poi recuperò. I rumori tornarono uno alla volta. Prima un urlo acutissimo, poi il metallo che protestava rumorosamente, infine un suono sotto di lei, umano e orribile. Il rumore più bello del mondo, perché significava che Damian era vivo e presente all’appello.
«Anya?!» Cercò di parlare contro la sua clavicola mentre si sforzava di inspirare. «Io n-non - non sono il Primo Ministro. Sono un Membro del Parlamento.»
«Ah!» Anya rispose allegramente, continuando a tenerlo schiacciato finché le scosse di assestamento non si placarono. «Colpa mia. Avevo sentito che Damian Desmond era stato eletto PM. Ho confuso le iniziali. Comunque congratulazioni per la sedia più piccola.»
Il suo torace provò a ridere e all'istante sembrò chiedere urgentemente un congedo medico. Lei si sollevò su un gomito, lo sostenne con l'altro e passò automaticamente alla procedura: vie aeree, respirazione, circolazione. Avrebbe potuto farlo anche con un trauma cranico e una pistola puntata addosso, cosa che aveva fatto spesso. Con due dita gli sollevò il mento, controllò che nella bocca non ci fossero sangue o denti in posti dove non avrebbero dovuto esserci e osservò il movimento della gabbia toracica. Fece scorrere la mano lungo la clavicola fino al collo per sentire il polso carotideo, che correva come impazzito. Le pupille erano simmetriche e reagivano alla luce. Nessuna deformità evidente. L'esame procedette a gonfie vele finché la sua mano non arrivò sullo sterno per verificarne la simmetria. Il viso di Damian sbocciò in una spettacolare gradazione di rosso.
«Ma che diavolo stai—?!» balbettò, metà indignato e metà adolescente appena riportato in vita. «Non puoi - ci sono -!» Distratta, lei premette sulla gabbia toracica per verificare eventuali crepitii, ignorandolo per abitudine. «Io - Forg - questo è - mi stai palpeggiando!»
«Sto controllando il tuo cuore,» rispose Anya, sentendo le sue parole senza realmente ascoltarle. «Inspira.»
«Siamo in pubblico!» Gli occhi di Damian si spalancarono. «Ci sono le telecamere - gli elettori - !» Gemette scandalizzato. «Smettila di - toccarmi come -!»
«Come una che sa quello che sta facendo?» sbuffò lei. Poi finalmente lo guardò in faccia. Eccolo, il rossore da manuale, le pupille scandalizzate, la bocca sospesa a metà tra smettila e O mio Dio, continua. Ah, giusto. Tecnicamente stava palpeggiando un deputato pubblicamente. «Ah, io - chiedo profondamente scusa. Mi sono resa colpevole del crimine di aver palpeggiato un Membro del Parlamento in pubblico.» Anya ritrasse le mani. «Le consiglio di presentare reclamo in triplice copia a letteralmente chiunque che non sia io.»
«Non ho mai detto—!» Damian tossì, fece una smorfia, tentò di sedersi e fallì miseramente. «Mi hai placcato!»
«Sì, di nulla,» rispose distrattamente Anya, mentre la sua attenzione si ricalibrava sulla piazza. C’erano dei corpi riversi a terra, uno striscione che pubblicizzava la compassione ora riportava soltanto CO ONE. Tra i riccioli di fumo, vide diverse persone iniziare a sedersi o a muoversi. Automaticamente si mise al lavoro. «Ehi, tu! Col gilet rosso! Smetti di piangere e datti da fare!» Indicò una fontana. «Vai lì, trova dei secchi e riempili d'acqua! E tu, col cappellino blu! Chiama i soccorsi! Spiega cosa è successo, non come ti senti! E non riattaccare!»
Infine scese da sopra il suo rappresentante parlamentare; lui emise un verso che poteva essere tanto un gemito di dolore quanto il lamento di un cucciolo abbandonato, difficile dirlo. Anya lo ignorò e si inginocchiò accanto a una donna con i capelli incollati dal sangue. La cosa non la preoccupò perché le ferite del cuoio capelluto si spacciavano per mortali quando in realtà erano solo teatrali. Si strappò una manica. «Piano,» disse al marito, che stava cercando di sollevarla. «Niente movimenti del collo. Le colonne vertebrali ci piacciono. Le tenga la testa come farebbe con un neonato.»
Zoppicante e paonazzo, Damian arrivò alle sue spalle. «Di cosa hai bisogno?» riuscì a chiedere.
«Guanti, pezzi di stoffa... e dammi la cintura. Se serve, strappa quello striscione. La tua campagna elettorale può sacrificare un orlo.» Indicò con il mento ciò che restava del palco. Dal taschino Damian tirò fuori un paio di guanti da guida in pelle – figurarsi, lo stronzo - poi, senza protestare, iniziò a strappare le sue stesse bandiere elettorali. Si inginocchiò accanto a un ragazzo che perdeva sangue dalla coscia. Senza pensarci due volte gli applicò la cintura come laccio emostatico e la serrò finché l'emorragia non si fermò. «Così, sì. Tieni premuto qui.»
«So quello che sto facendo!»
«Da quando?!»
« Corsi. Esercitazioni con le associazioni di volontariato.» Le fece un gesto come per liquidare la questione, poi abbassò gli occhi. «Mi sono stancato di essere solo un soprammobile.»
«Ti promuoverò a vaso utile!» gli gridò dietro lei, già partita di corsa verso il paziente successivo.
Il problema seguente era un respiro gorgogliante attraverso una ferita al torace. Il foro d'ingresso era piccolo, quello d'uscita non c'era, ma la ferita aspirava aria. Le premette il palmo della mano sopra e improvvisò una medicazione occlusiva con un involucro di plastica e del nastro adesivo preso da uno degli stand. «Tu!» abbaiò a un volontario dell'SDP. «Tienilo premuto. Digli che è un uomo terribilmente noioso e che deve sopravvivere per farsi perdonare.» L'uomo noioso soffocò una risata, che dal punto di vista medico valeva almeno tre respiri.
Senza essere invitato, il cervello di Anya iniziò a sovrapporre numeri ai corpi davanti a lei, disegnando una mappa mentale delle vittime. Dodici morti, trentasette feriti. Quei numeri guidavano ogni suo movimento. Vide il deputato Desmond improvvisare una stecca con un cartello elettorale che, fino a pochi minuti prima, credeva nel futuro. Per un istante, nel privato dei suoi pensieri, Anya si arrischiò a lanciargli un'occhiata e vide entrambi i Damian nello stesso istante - quello che alle lezioni di latino metteva il broncio perché lei traduceva più in fretta e meglio di lui e quello che, un giorno, avrebbe scatenato una guerra continentale.
Un bambino di cinque anni stava singhiozzando così forte da non riuscire quasi più a respirare, ma senza ferite visibili. Per abitudine Anya abbassò la voce in quel registro in grado di ingannare direttamente il sistema nervoso. «Ehi, campione! Facciamo un gioco nuovo!» Gli sorrise con entusiasmo, alzando le mani. «Sai gonfiare un palloncino? Inspiraaaaa... e soffiaaaa!» L'aria ricominciò a entrare poco alla volta. Lei alzò lo sguardo per affidarlo a qualcuno con due braccia libere. Accadde che quelle braccia appartenessero a Damian. Lui prese delicatamente il bambino e lo portò lontano dalla piazza. «Bravo ragazzo,» Anya annuì. Lui arrossì mentre lei, con disciplina, fece finta di non notarlo.
Per ogni vita salvata, un'altra andava a pareggiare i conti. Una donna con un cardigan giallo smise di essere recuperabile nel mezzo di una frase; con un riflesso muscolare, Anya le chiuse gli occhi e si concesse un unico, silenzioso sospiro. Con la coda dell'occhio vide Damian osservarla mentre sul suo volto la rabbia si ripiegava su se stessa.
«Piantala,» lo rimproverò piano. «I capricci potrai farli dopo.»
Naturalmente, proprio in quel momento la memoria decise di mostrarle immagini del tutto inutili di come quella storia finiva di solito. Damian, pallido come un lenzuolo, su una barella. Il respiro sibilante attraverso un polmone perforato che gli avrebbe abbassato la voce di un'ottava per mesi. Alla fine sarebbe restata soltanto una cicatrice laterale che a vederla veniva voglia di urlare. La parte peggiore erano state le prime dichiarazioni alla stampa che parlavano di responsabilità predittiva e logistica della sicurezza, che tradotto significava soltanto il dolore non mi coglierà mai più di sorpresa. Al termine degli applausi, la guerra era già iniziata dentro il suo petto.
I paramedici arrivarono in massa, un coro di angeli con dei giubbotti ad alta visibilità. «Esplosione sotto il lato destro del palco!» riferì Anya ad alta voce. «L'ordigno probabilmente era direzionale. Tre lacci emostatici - lì, lì e lì. Una medicazione occlusiva al torace, laggiù, è relativamente stabile. Due fratture immobilizzate. Vie aeree compromesse da quella parte.»
Una paramedica la guardò a bocca aperta. «Lei come si chiama?!» le chiese trafelata.
«Anya!»
«Anya - e poi?»
«Irrilevante!»
Una ragazza con un gilet dell'SDP offriva alcune bottigliette d'acqua con le mani tremanti. «Acqua?» Anya ne prese una, ne bevve metà e versò il resto su un ferito per valutarne meglio le lesioni. Anche Damian ne prese una, la sollevò verso la bocca, poi si accorse di sanguinare dalla tempia. Con aria quasi offesa sfiorò il taglio.
«Hai un aspetto orribile,» disse Anya, sedendosi finalmente nella polvere.
Lui sbuffò ma tornò subito serio. «Forger, che diavolo ci fai qui?»
«Stavo facendo rifornimento di snack,» scrollò le spalle osservando i soccorritori. «Avevo comprato un croissant. Era davvero buono. Poi tu mi sei esploso accanto.»
«Io non - » iniziò lui, poi sorrise comunque. «Non ho scelto io di esplodere, idiota.»
«Ah sì? La bomba ha confermato la tua partecipazione al posto tuo?» Il sorriso di Damian svanì mentre gli occhi correvano verso il perimetro della piazza, dove la polizia stava delimitando l'area e i giornalisti sollevavano già le telecamere. La figura dell'uomo di governo gli si ricompose sulle spalle e la postura studiata e impeccabile tornò al suo posto. Anya la detestava. «Non farlo. Per cinque minuti puoi anche permetterti di essere una persona.»
«Lo sono, una persona, grazie tante.»
Intanto il personale sanitario caricava i feriti più gravi sulle barelle e la piazza cominciava lentamente a trasformarsi da scena del disastro a operazione di sgombero. Uno dei soccorritori toccò delicatamente la testa di Anya, controllando che la ragazza dai capelli rosa non stesse per crollare. «Da qui ci pensiamo noi. Hai finito.»
«Perfetto.» Anya espirò. «Adesso andrò a non immischiarmi da qualche altra parte.»
«Stai sanguinando, scema.» Damian indicò il suo avambraccio.
«Contengo diversi litri di sangue. Posso permettermi di perderne un po'.»
«Tu, ehm - mi hai salvato la vita.»
«Per favore.» L’espressione di Anya rimase completamente piatta. «Placcarti è un hobby. Salvarti è stato solo un effetto collaterale.» Notò i microfoni della stampa e individuò immediatamente una via di fuga per evitarli. Non aveva alcuna intenzione di diventare parte della narrazione. «Bene. Io torno a casa e questa è l'ultima volta che faccio una cosa del genere.»
«Aspetta! Noi - Anya - » La sua ritirata lo fece andare nel panico. «Per favore!»
«Adesso dici per favore. Interessante.» Anya inclinò appena il capo in un inchino teatrale. «Onorevole Desmond, mi devi un croissant. Uno perfetto, con tanto burro.»
«Ti comprerò una panetteria intera.»
«Dio, non farlo.» Per un attimo tornarono a essere due studenti nei corridoi pieni di uniformi, che battibeccavano a colpi di sarcasmo. «Vai in ospedale, Damian.»
«Tu - tu non - sparirai, vero?»
«…Non se sali su quell'ambulanza. Non costringermi a placcarti di nuovo.»
«Potresti anche... chiedermelo, sai.»
«Ah. Ma allora dove sarebbe il divertimento?»
Damian annuì una sola volta e si allontanò. Lei rimase a guardarlo finché non lo vide salire sull'ambulanza. Solo allora permise finalmente al suo corpo di protestare. Con il ronzio sordo del post-esplosione ancora nelle orecchie, osservò le proprie mani e sentì tutto il peso di quella vita posarsi sulle spalle.
No. Questa volta no. Ho chiuso.
Profondamente irritata con il destino, il romanticismo e i croissants, si voltò appena in tempo per urlare contro un poliziotto che stava delimitando il perimetro nel modo sbagliato.
