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Italiano
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2026-08-07
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Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi e Ferragosto con…

Summary:

In un futuro non ben precisato post S4, Imma e Calogiuri hanno trovato di nuovo una strada comune di coppia e vivono la loro vita a Matera, lavorando e vivendo assieme. Questo significa anche avere dei "normali" rapporti di famiglia, feste comandate incluse.
E siccome non sono una coppia convenzionale, nemmeno la famiglia allargata gli viene risparmiata.

Notes:

Ammetto che sono un po' vittima del blocco dello scrittore in questo periodo per quanto riguarda la mia long "Un cuore da difendere" e allora per provare a togliere un po' di ruggine e riprendere dimestichezza e ispirazione, ho provato a scrivere qualcosa di diverso per questi personaggi.
Non sarà un lavoro preciso e di valore ma è qualcosa che è mancato troppo a questa ship: la quotidianità. Spero vi piaccia!

Work Text:

Il sole cocente di Ferragosto picchiava senza pietà sul giardino ordinatissimo e ombreggiato da un grande pino marittimo della villa al mare dei De Ruggeri a Metaponto. Le cicale cantavano senza tregua nascoste tra le siepi di pitosforo potate al millimetro, la tavola lunga era preparata con cura e formalità nonostante al pranzo fossero previsti solo familiari: tovaglia di lino candido, posate lucidate con ossessione e abbinate perfettamente con piatti e bicchieri che, pur dalle linee semplici, non nascondevano d'essere d'un certo valore. La signora De Ruggeri era tornata a posta a casa a Matera per prenderli dopo che la lista dei partecipanti era stata ultimata. Tutto urlava controllo, rigore e soprattutto facciata. L'unica cosa che parlava di casa erano i profumi di cucina - parmigiana, cozze ripiene, polpo e verdure grigliate – che aleggiavano nell’aria dalle prime ore del mattino.
La donna si aggirava per la casa come un generale in parata, passando in rivista che la piccola cantinetta frigo fosse completa dei vini migliorie e i piatti da portata colmi con le pietanze. Aprendo il frigo, sorrise compiaciuta alla burrata ancora in fresco, che campeggiava esattamente al centro del vassoio, tra pomodori rossi come il fuoco e basilico fresco senza neanche un puntino nero o una fogliolina mozzata. Sulla sua tavola non c’è spazio per errori, né per imprevisti. Soprattutto non quando sulla sua casa pende un’allerta rossa.

No, il meteo non c’entrava niente, ma si trattava comunque di una calamità naturale: in quel clima di perfezione stava per piombare come un uragano il più grande imprevisto del suo Ferragosto coreografato; nonostante il brusio della tv rimasta accesa e qualche chiacchiera domestica, il rumore di un paio di zoccoli di legno tacco 10 che scalpitavano tipo cavalli al trotto, attraversando il vialetto d’ingresso, anticipò l’arrivo dello Sceriffo di Matera, il sostituto procuratore Immacolata Tataranni. Sua nuora. No, si corresse la donna mentalmente, la sua ex nuora.

Con la solita aria determinata con cui incedeva quotidianamente tra i corridoi della Procura e del Tribunale, quella Gorgone fece il suo ingresso trionfale nella cucina della casa al mare senza neanche togliersi gli occhiali da sole, sproporzionati e scuri, da dosso, un rossetto sfacciatamente acceso sulle labbra e un certo non so che di sfida nel sorriso. Shopper in rafia a spalla, prendisole che sembrava uscito non propriamente indenne da una partita di paintball, impugnava una borsa frigo: più che per il pranzo di ferragosto a casa di una famiglia per bene sembrava attrezzata per un picnic in spiaggia organizzato dalla Casa del Popolo, secondo l’immaginario dell’ormai ex suocera.
Al suo fianco un giovane distinto, moro ma dalla carnagione di porcellana, sguardo tranquillo e con degli occhi azzurri che ricordavano il mare di Metaponto a mezzogiorno; al contrario di Imma, che sembrava tuffarsi al buio nell’armadio dopo un bagno di colla, lui dava proprio l’idea di essere uscito da una rivista di moda: pantalone bianco di lino, camicia a righe azzurre e mocassino scamosciato. Un sogno: quante volte aveva sperato un principe azzurro così per la nipote, la signora De Ruggeri. E invece …se l’era accaparrato quell’ingrata della madre.

Al braccio del giovane, troppo giovane per l’ex moglie di suo figlio, c’era anche l’ex consuocera, la madre di Imma, tanto perché le disgrazie non capitano mai da sole.
Appena i tre attraversano la soglia della portafinestra che dalla cucina portava al giardino, le chiacchiere degli altri invitati si spensero, il tintinnio di bicchieri e posate si interruppe. Filomena li vide e si irrigidì come se avesse visto un fulmine a ciel sereno.
“Imma!” esclamò la donna con un sorriso tirato che sembrava più una paresi “che sorpresa...”
La donna non si scompose. “L'invito da lei è arrivato, signora, buon ferragosto!”

 

 

Il sole di mezzogiorno si rifletteva sull’asfalto lucido della statale jonica mentre l’auto procedeva lenta verso la casa al mare dei De Ruggeri. L’aria condizionata era accesa, ma dentro l’abitacolo una tensione sottile alzava la temperatura in un modo che nessuna ventata fredda sarebbe stata in grado di dissipare.

Calogiuri era naturalmente al volante, occhiali calati sugli occhi azzurri come le righe sulla sua camicia, labbra serrate, concentrato sulla strada ma soprattutto sui pensieri. Imma, seduta accanto, guarda fuori dal finestrino, il mare che ogni tanto appare all’orizzonte mentre il paesaggio intorno si faceva sempre più rigoglioso. Sapevano entrambi che non sarebbe stata una giornata semplice; Imma, come sempre, aveva deciso di non girarci intorno, prendendo la questione di petto: “Allora” ruppe il silenzio, con quel tono che usava per dire qualcosa che pesa. “Ti conviene entrare nell’ordine delle idee che sarà un Ferragosto complicato”.
Lui la guardò, accennando un sorriso sghembo.
“Lo sospettavo…” ironizzò. Erano giorni che non si parlava d’altro a casa. “Mia suocera…anzi ex …” proseguì Imma, fingendo di non aver colto la battuta del compagno “tiene più all’etichetta che alla gente. Il suo pranzo di Ferragosto è una specie di sacro rituale borghese, dove nulla deve stonare. Tovaglie stirate a piombo, centrotavola con i limoni, e silenzi passivo-aggressivi.”
“Bene…! Forse era il caso che mi presentassi in alta uniforme ...”

Imma non rise, ma un angolo della bocca si piegò comunque: era una scena che le sarebbe piaciuto vedere. Anche perché Calogiuri in divisa era uno spettacolo che difficilmente si vedeva.
“Poi lo sai che c’è Pietro” continuò, fingendo nonchalance.

Già, l’ex marito. Lo aveva incontrato poche volte prima dei fatti del museo e zero dopo lui ed Imma. Calogiuri era effettivamente preoccupato ma non poteva darlo a vedere, sapeva che Imma era già tesa come una corda di violino di suo … una parola di troppo e gli avrebbe fatto fare marcia indietro. Un prospetto che non gli dispiaceva, si era preparato almeno un paio di piani alternativi per la giornata per ogni evenienza, ma per fare una buona impressione con Valentina avrebbe anche camminato sui carboni ardenti.

“È un uomo perbene” commentò, paziente. “Pure troppo, a volte” replicò Imma. Negli ultimi tempi aveva fatto pace con l’idea del tradimento, con il fatto che lei fosse andata avanti, ma non potevano certo aspettarsi baci, abbracci e pacche di approvazione sulle spalle. “È il tipo che si vergogna anche di provare imbarazzo”.

Calogiuri annuì, senza interromperla.

“E Brunella ci sta?” domandò sua madre, sbucando dal sedile posteriore. “Valentina, mà, Valentina!” la corresse Imma, con gli occhi al cielo. “Certo che c’è tranquilla…”
A quel punto abbassò un po’ il volume della voce: anche se la demenza senile era sempre la scusa pronta per qualsiasi figuraccia, comunque voleva evitare che riferisse cose complicate da spiegare. “Ecco lei è la parte più difficile!”

Ogni volta che andava a casa sua, dove Imma si era trasferita, Calogiuri non poteva fare a meno di notare come Valentina: un intruso, un ospite indesiderato dentro le sue stesse mura; che non avesse ancora digerito la separazione dei suoi era normale, così come vedere sua madre con un altro, per giunta più vicino a lei d’età che a sua madre. Ci aveva provato a mettersi sei suoi panni e immaginando sua madre con un altro si faceva schifo da solo, in effetti.

“La capisco, Imma. Davvero.” “Non è questione di comprensione, Calogiù. È che per lei rimani comunque lo prova di una frattura che ha subìto. E non lo sei mai stato, sia chiaro” si affrettò a precisare. Il tradimento era stato solo l’ultimo chiodo nella bara di un matrimonio già chiuso da anni.

Calogiuri rimase però in silenzio per un momento mentre aspettavano di poter ripartire, in coda alla rotonda all’ingresso di Metaponto. Il traffico del giorno era proprio da bollino rosso. In sottofondo tra loro, solo un brano disco funk che mischiava francese e napoletano. Non era il loro genere ma era gradevole e faceva estate, battigia, onde che rinfrescano i piedi ritmicamente mentre passeggi mano nella mano. Poi se ne uscì con qualcosa che Imma non si aspettava minimamente: “Però tu mi hai scelto”.
Una coltellata che la sventrasse di netto avrebbe fatto meno male. Calò in fretta gli occhiali sul viso, girandosi verso il marciapiede alla sua destra, come se qualcosa di botto avesse attirato la sua attenzione. Non poteva guardarlo, pensò, mentre mordeva nervosamente le labbra dall’emozione, o le lacrime che ora annebbiavano solo la sua vista sarebbero scivolate giù per le guance come le cascate del Niagara. Mannaggia a te, Calogiù! Mannaggia a te!

“Sì ma oggi non basta. Oggi servirà stomaco, tatto e, soprattutto, pazienza” “Posso fare tutto, mi conosci” le disse, prendendole la mano che riposava sulle gambe, come se avesse capito tutto quello che le passava per la testa, anche senza vederla in volto. “Tranne ballare, per quello sono negatissimo!”

Dopo qualche secondo di silenzio, Imma scoppiò in una risata, breve ma sincera, intrecciando le dita della mano a quelle del suo compagno.
“Puoi stare tranquillo, quella è un tronco…” “Non ha ripreso da sua madre allora!” “Giusto la lingua lunga e voler avere l’ultima parola.”

Anche Calogiuri si lasciò andare a una risata piena, mentre finalmente entravano nella piccola frazione che di fatto prendeva vita solo d’estate, fatta di piccoli condomini e villette, tra materani in trasferta nelle case estive e turisti in vacanza per pochi giorni.
Mentre gli indicava le strada tra i pini marittimi e le villette anni 70 tutte uguali, Imma si fece più seria, anche se gli occhi restavano lucidi.
“Grazie per esserci” disse, tirando su il naso senza fare troppo rumore. “E per non dartela a gambe levate prima ancora di suonare il campanello.” “Per te, mai.”

 

 

“Mi riferivo al tuo accompagnatore...”

L'invito, Imma lo sapeva bene, era arrivato solo per fare contenta Valentina, che anche se davanti alla madre ancora si indignava per quel maresciallo giovane con cui si era fissata di dover fare la coppia moderna e convivere, alla fine le voleva bene e l'ammirava proprio per quel suo fregarsene di convenzioni e vociare di comari. Ma non glielo avrebbe detto mai ad alta voce.
Tutto si aspettavano, però, tranne che decidesse di portarsi dietro il suo maresciallo, come lo chiamava Pietro: speravano che almeno quello glielo avrebbe risparmiato e lui stesso, con quella decenza di cui Imma era sprovvista dalla nascita, avesse il buon gusto di defilarsi, magari tornandosene dal paesino da dove era venuto. “Il mio accompagnatore è il mio compagno, Ippazio…ma questo dovreste saperlo già. Lo sport preferito di Matera è il pettegolezzo fino a prova contraria.” “Piacere, grazie per l’ospitalità” annuì Calogiuri, sfoderando il suo fascino discreto.

Imma usava poco il nome di battesimo del compagno, lo riservava a momenti speciali, quando era molto innamorata o molto arrabbiata, per il quotidiano era semplicemente Calogiuri o Calogiù, quando voleva essere più intima e personale. Ma quella era un’occasione speciale: dopo 6 mesi di convivenza, le uniche presentazioni veramente ufficiali erano state quelle con Valentina, avvenute in territorio neutrale e soprattutto pieno di testimoni – la sua pizzeria preferita, perché sua madre Brunella non faceva testo. Calogiuri per lei era alternativamente Garibaldi o il Sarracino e, con la memoria che spegneva la luce più di quanto la tenesse accessa, che fosse l’innamorato di Immarella sua era un’informazione che andava e veniva a seconda delle giornate.
Filomena li squadrò entrambi, senza rispondere. Poi, come se stesse accogliendo un ospite indesiderato a una festa da cui non può più essere escluso – erano quello per lei, in fondo - si voltò e disse: “Bene. Dove si mangia per 8 si mangia per 9 … Valentina, aiuta mamma ad aggiungere un posto in fondo al tavolo. Lì si sta all’ombra, così Brunella sta al fresco.”
Imma non replicò: sapeva bene che ogni parola in più sarebbe come spingere una valanga e anche se le piaceva da morire contraddire la suocera non era lì per quello; quella giornata sarebbe stata una maratona, non i cento metri. Indicò a Calogiuri i posti assegnati: l’angolo più in fondo della tavolata, accanto all’asta di manovra della tenda del patio, che al leggero venticello cigolava e dondolava piano, fastidiosa. E ovviamente pure vicino alla zia Pina, quasi sorda ma comunque logorroica. Si limitò a tirare un sorriso diplomatico: “Ho portato un semifreddo al limone, è da mettere in freezer e da tirare fuori poco prima di servire” disse, mettendo in mostra la borsa frigo. “E Ippazio ha pensato anche ad un vino.” “Un Fiano di Avellino DOCG…delle mie parti” si limitò a spiegare il giovane, timidamente, sistemandosi accanto alla madre di Imma al posto assegnato e versando da bere all’anziana con cura e naturalezza. Tenere un profilo basso ma vigile, quello era l’obiettivo della giornata.
Se Luciano, il signor De Ruggeri, sembrò impressionato dalla scelta e propose di servire subito il vino per onorare l’ospite, la sua consorte non era dello stesso avviso: si limitò a liquidare la gentilezza dei commensali con un cenno del capo e mandando Valentina in cucina con la madre a sistemare il tutto. “Spero che il semifreddo non sia troppo dolce, Imma. Sai quanto detesto i dolci troppo dolci”.

Una volta che tutti ebbero preso posto e il cibo iniziò a riempire i piatti, così come il vino i bicchieri, le conversazioni ricominciano a fluire. La tensione restava negli sguardi, nelle parole misurati: per il momento l’ostacolo era solo stato aggirato e sotto quella calma apparente, le acque restavano torbide. Calogiuri, a capotavola, sbirciando la padrona di casa che aveva di fronte, versò un po’ di vino ad Imma, cercando di non mostrarsi né troppo a disagio, né troppo sicuro di sé, certo di essere studiato in ogni suo movimento.
“Quando prima mi hai detto che sarebbe stata dura hai dimenticato di dire che sarebbe stato strategico.” “Dimenticanza voluta”, gli sussurrò Imma, il calice di vino bianco in una mano e l’altra ad afferrare quella del compagno, il tono volutamente leggero e divertito. “Sennò oltre a lasciarmi a piedi avresti chiesto il trasferimento a Bolzano” “Troppo tardi ormai, dottoressa, sei mesi all’incirca" ironizzò il giovane, facendole l’occhiolino “e poi lo sai che non parlo il tedesco”
E intanto, seduta a mezzo metro da loro – più che seduta, sprofondata nella sedia in rattan, Valentina stringeva il cellulare tra le mani come fosse un’ancora e fosse l’unica cosa in grado di salvarle la giornata. Ogni tanto guardava sua madre e il compagno, di nascosto sotto gli occhiali da sole con la scusa di un raggio di sole che filtrava dalla tenda nonostante tutto, nonostante le rimostranze della nonna, buttandosi sul piatto solo quando si accorgeva che con le posate non inforcava nulla. Era stata lei a chiedere alla nonna di invitare sua madre, ed entrambe le donne avevano accettato la sua richiesta più per amor suo che per voglia, ma da quando si era presentata con quello lì, aveva pronunciato a malapena tre parole. Valentina meditava: non sapeva dire ancora se quello a cui stava assistendo fosse un torto, un errore o una svolta.

“Mamma, non potevi aspettare almeno un po’?” le aveva intimato, in un angolo della cucina, da sole, poco prima, in un angolo, con tono basso ma carico, mentre sistemavano vino e dolce. “Aspettare cosa, Vale? Che qualcuno mi desse il permesso?” ha risposto Imma, con dolcezza ma anche con fermezza. “Ho 50 anni e non faccio nulla di male” No, non lo faceva. Li aveva visti insieme e anche se faticava ad ammetterlo, erano proprio giusti. Anche quando non erano d’accordo su qualcosa, il loro modo di fare era veramente diverso da quello che c’era con suo padre. Nessuno alzava la voce e nessuno se ne andava in un’altra stanza. “Magari non venire a fare lo show proprio oggi poteva essere un’idea. A casa di nonna Filomena, che cavolo mà!”
Calogiuri le sembrava davvero troppo: troppo giovane, troppo vicino, troppo tutto. Soprattutto troppo migliore di suo padre, che non riusciva a capire sua madre – che, glielo concedeva, era davvero difficile: ma se ci riusciva uno che aveva poco più di 10 anni di più di lei, com’è che non ce l’aveva fatta suo padre che aveva pure una laurea?

Durante il pranzo, Imma non poté fare a meno di notare come quella tavolata sembrasse più uno spettacolo teatrale immersivo, quelle robe contemporanee in cui anche il pubblico è protagonista attivo: il controllo della scena era tutto nelle mani della sua ex suocera, Filomena, che con commenti pungenti e complimenti ambigui li muoveva tutti come un sapiente burattinaio. Ogni volta che Imma, dal suo angolino prendeva la parola, c’era un lieve irrigidimento, un silenzio calcolato, un’aggiustatina alla tovaglia. Ma Imma, come sempre, restava imperturbabile. Quante cene aveva fatto così, quante battaglie … dalle spezie per farle il pollo al forno, al migliore prodotto per le pulizie, fino alle opinioni su come doveva crescere sua figlia, il tutto sotto una coltre di finto bon ton e classe affettata.
A un certo punto, la zia Pina, usando per pretesto il cestino del pane, si rivolse a Calogiuri. Filomena avrebbe voluto incenerirla: era però la sorella di suo marito e a differenza sua il cognome De Ruggeri lo portava dalla nascita. “Lei lavora in Procura, giovanotto, vero? Dev’essere molto stimolante lavorare sotto... Imma.”
Calogiuri sapeva che la loro storia, una volta diventata di dominio della moglie del prefetto nonché impiegata del RE.GE. aveva fatto il giro di Matera in meno di un’ora, il tempo necessario per una messa in piega in pausa pranzo da Enzo in Via Gravina e poi da Anna Cecere per ritirare l’ultimo foulard arrivato. E quello non era un terzo grado: era un interrogatorio di garanzia.
Si decise allora a sfoderare l’artiglieria pesante, guardando con la donna dritto negli occhi, mentre teneva la testa ancora inclinata verso il basso: sembrò funzionare, perché la vide ricomporsi sulla sedia, manco l’avesse squadrata Brad Pitt. Imma alzò gli occhi al cielo per quello spettacolo che da un lato era pietoso, ma dall’altro era una goduria: non c’era una donna che non cadesse ai suoi piedi con quel trucchetto e lui, maledetto, lo sapeva eccome. “Sì. E anche molto formativo. La dottoressa Tataranni … Imma … è un esempio per tutti noi”.
Filomena, a capotavola, serrò le labbra, poi tornò a redarguire il consorte per aver osato prendere un’altra porzione di parmigiana senza il suo permesso, non ribattendo nulla alla risposta del maresciallo. Intorno al tavolo, qualcuno tossicchiò più rumorosamente del dovuto: l’atmosfera era tutt’altro che rilassata; la presenza della coppia aveva lanciato una pietra nello stagno delle apparenze, le cui onde non smettevano di incresparsi.

Pietro, seduto di fianco a sua figlia, aveva accolto la situazione con la compostezza tipica di chi ha fatto un lungo percorso di accettazione. Non era più il marito innamorato e tradito: ora è un uomo sereno, ma la presenza del nuovo compagno di Imma lo metteva comunque in evidente imbarazzo. Per caso o per intenzione, la sua ex moglie si era seduta dal suo stesso lato della lunga tavolata, in modo da non doversi mai incrociare con lo sguardo e quando brevemente i loro occhi si erano incrociati all’arrivo, le sorrise in modo stiracchiato, come a dire: Va tutto bene, anche se non va proprio bene.
La coppia, però, la vedeva benissimo: sedevano vicini, ma non troppo stretti. Parlavano sottovoce, ogni tanto si chinavano l’uno verso l’altra per condividere una battuta, un commento sul vino, sul caldo … un’intesa precisa, fatta di sguardi rapidi, risatine trattenute e quei silenzi comodi che solo chi ha già condiviso tanto riesce a sostenere senza sforzo. E lì arrivò un colpo sordo dritto allo stomaco, come un pugno che toglie il fiato: Imma, con lui, non era mai stata così. Mai. Neanche i primi anni, neanche tornati dalla luna di miele.
A un certo punto, tra il secondo e il contorno, le dita del maresciallo si allungarono e trovano quelle di lei, nascoste dai tovaglioli lasciati sul lavoro, ma i loro sguardi non lasciavano dubbi: era un gesto lento, naturale, senza esitazioni. Non fatto per mettersi in mostra, ma perché era il loro modo di essere: Calogiuri le stringeva la mano come se fosse la cosa più normale del mondo.
E per loro lo era, ma non per chi li osservava.
Pietro aveva avuto appuntamenti, flirt, weekend persino in quei mesi, ma nulla che assomigliasse vagamente a quello che vedeva: a quella realizzazione, sentì il suo collo irrigidirsi a tal punto da fargli male e così provò a distogliere lo sguardo concentrandosi sul bicchiere di vino di fronte a sé. Lo rigirò tra le dita per un po’, neanche fosse ad un corso di sommelier, per berne poi solo un piccolo sorso. Poi guardà Valentina.
La ragazza era silenziosa, ma aveva mosso la testa verso il padre, come a dire hai visto? A lei non era sfuggito nulla dal loro arrivo, figurarsi quel quadretto romantico: il suo volto aveva un’espressione impenetrabile. Rabbia, dolore, disillusione, ma soprattutto, c’erano domande senza risposta: Perché così? Perché ora?
Pietro non aveva risposte, ma sapeva che in quel momento toccava è lui a cercare di salvare qualche equilibrio: era lento in tante cose, ma sua figlia la capiva al volo e non gli piaceva la piega che stava prendendo la sua giornata.
“Valentina, prendi un po’ di melone col prosciutto. È fresco, ti fa bene con questo caldo” provò a distoglierla. “Il melone è quello giallo, non va bene col prosciutto, è per dopo” lo corresse sua madre. “Non ho molta fame, grazie” rispose la ragazza, fredda e distaccata. “Nemmeno per fare un dispetto a tua nonna?” provò a scherzare l’uomo, senza troppo successo.
Girandosi per prendere la brocca dell’acqua, anche ad Imma non passò inosservata la reazione di sua figlia: sciolse piano la mano da quella del compagno e appoggiò il tovagliolo sulle ginocchia, per lasciare la visuale libera. Si raddrizzò la schiena e le sorrise; le stava dando rispetto ma stava anche ribadendo un concetto fondamentale: non era lì per ostentare, ma c’era più nemmeno nulla da nascondere.

In mezzo a questo teatro carico di tensioni che si potevano tagliare con il coltello, mancava solo lei: Brunella, la mamma di Imma. Seduta nel punto più in ombra del patio, agitava a ritmo scoordinato il suo ventaglio nero sgangherato, ricordo dell’ultimo pellegrinaggio a Roma per il giubileo del 2000, che resisteva nonostante il tempo e 25 anni di onorata carriera. Con aria persa, a tratti sognante, fissa il ragazzo accanto a lei: “Ma che bel giovanotto” disse a voce alta, rivolgendosi a chiunque e a nessuno “pare proprio mio marito quand’era giovane”.
Tutti si voltarono verso l’anziana, sospesi tra l’imbarazzo, l’ilarità e la compassione. La padrona di casa serrò la mascella, terrorizzata da cos’altro quella testa in disordine avrebbe potuto partorire, mentre Valentina si coprì gli occhi: ma era mai possibile che sua nonna ridefinisse i canoni della demenza senile e anziché dimenticarsi del nuovo arrivato, aveva completamente rimosso suo padre e il matrimonio ventennale con sua madre? Calogiuri ci provò a rimanere impassibile, ma le guance rosse come due pomodori pronti per fare la salsa parlavano per lui; Imma invece abbassò la testa, tentando di non cedere alla tentazione di sorridere troppo. “Mamma! Papà era basso e grasso, non c’entra niente con Calogiuri” le disse, ricomponendosi. “Vieni qua, bello di Brunella” continuò la madre, allungando una mano tremolante verso il volto del giovane “dimmi, sai anche ballare il liscio o sei solo bravo a baciare la mia Immacolata?” “Mamma!” strillò Imma a quel punto, paonazza in viso come il rossetto per cui aveva optato quella mattina. “Eh ma io dico la verità, scusa. È simpatico. E bello. Mica come quello là” infierì, indicando verso l’ex genero “come si chiama? Ah, sì, Pietro…sempre il muso tiene. Per forza mia figlia si è guardata attorno!”
La forchetta di Filomena cade nel piatto con un clang. Pietro si schiarì la voce, affogando il disagio nel vino. Dove accidenti li aveva visti baciarli, si domandò Imma, che con Calogiuri era sempre stata categorica: nessuna effusione se non fossero soli.
Per qualche minuto nessuno sembrò trovare una via d’uscita abbastanza elegante da quella situazione. Filomena si rifugiò in cucina, Pietro nel bicchiere di vino e Valentina nella contemplazione ostinata del proprio telefono. Solo Calogiuri, dopo un breve scambio di sguardi con Imma, sembrò riuscire a lasciarsi scivolare addosso l'ennesima provocazione di Brunella, tirando fuori l’argomento calciomercato con il signor Luciano e suo cognato Antonio. E dire che a lui di calcio interessava veramente poco...
Il pranzo riprese lentamente il suo corso, tra portate che si susseguivano, conversazioni che si accendevano e spegnevano senza mai diventare davvero spontanee e qualche tentativo di riportare tutti alla normalità. Ma ormai qualcosa era cambiato: la presenza di Ippazio non era più soltanto l'elefante nella stanza. Era diventata parte della giornata, e ciascuno, a modo suo, aveva cominciato a farci i conti.
Quando arrivarono alla frutta, il caldo aveva finalmente perso un po' della sua arroganza. Nei piatti pieni erano rimaste solo le bucce della frutta, la tovaglia portava i segni del vino e delle salse e qualche chiazza d’olio che raccontava battaglie combattute a colpi di pane. Le conversazioni si erano fatte più lente, e qualcuno si era già alzato per sgranchirsi le gambe nel giardino.
Valentina era stata la prima ad alzarsi, raccogliendo piatti e bicchieri: non perché fosse d’improvviso diventata servizievole ma perché aveva proprio bisogno, con quel movimento rapido, avanti e indietro, di scaricare una tensione rimasta compressa per troppe ore. Imma la guardò, aprendo la bocca per dire qualcosa, ma poi cambiò idea. Anzi, Calogiuri le posò una mano sul braccio, guardandola senza fiatare, ma i suoi occhi avevano la battuta pronta: stai tranquilla, lascia fare a me. Allora il giovane si alzò, spostando con calma la sedia, radunando i piatti e le posate suoi e di Imma; poi si avvicinò a Valentina che non si era persa un suo movimento nonostante il da fare e le disse: “Ti do una mano.”
Lo sguardo che gli rivolse non era ostile, ma era comunque freddo, calcolato. “Non ti disturbare” lo freddò ma Calogiuri era già entrato in cucina: non era una proposta, ma un dato di fatto. Lei lo seguì a ruota, appoggiando con calma i piatti sul tavolo già colmo e aprendo la lavastoviglie per disporli. “Figurati, quale disturbo” ribatté passandole i bicchieri “lo faccio volentieri”.
Valentina serrò la mascella: “Potrai pure fare il simpatico con i miei nonni e i parenti, col vino, col dolce … che tanto lo so che quella non era certo un’idea di mamma…ma con me non attacca”
Calogiuri incassò, studiandola per un momento in silenzio, poi riprese a passarle i piatti piani. “Non sto cercando di esserlo. Sto solo cercando di esserci.”
La frase rimase sospesa per un attimo. Valentina, che era di spalle, prese un gran respiro a giudicare dal movimento delle spalle. Poi tirò la testa all’indietro: lei ed Imma dicevano di essere così diverse, eppure erano ben più simili di quanto credessero, pensò Calogiuri. Se solo si fossero date una chance per guardarsi dentro...senza fretta, come aveva fatto lui con entrambe.
Valentina si girò, incrociando le braccia. “Inutile dirti che non sono felice della separazione dei miei…” “Nessuno ti chiede di esserlo” Calogiuri le si avvicina, appoggiando al piano della cucina, frapponendo l’anta della lavastoviglie. “Ed è inutile pure dirti che per me questa storia...” continuò, accennando a sua madre, che nel frattempo aveva Brunella sottobraccio e la stava accompagnando al dondolo “rimane comunque sbagliata”
Lui prese dalle mani della giovane un piatto troppo incrostato, lo sciacqua, poi lo mette nell’elettrodomestico. “Sì, inutile anche questo.” “E allora perché sei qui?” domandò Valentina a bruciapelo.
Silenzio. Valentina pensò di averlo colpito e affondato, ma in realtà Calogiuri si stava prendendo il tempo e la calma necessari per rispondere con parole scelte, non difensive.
“Perché quello che c’è tra me e tua madre non può dipendere dalle opinioni degli altri. Lei ha scelto me e io ho scelto lei. Non vogliamo ferire nessuno né occupare il posto di chiunque ci fosse prima, ma ci siamo per camminare insieme.”
Valentina abbassò lo sguardo, poi lo rialzò subito. Erano delle belle parole, era bravo, glielo concedeva. Erano sempre e comunque parole. “Non sei mio padre” “Non voglio mica esserlo, Valentina, ma se un giorno ti servisse qualcuno che ti ascolta in modo diverso da un genitore, che o possa aiutarti a parlare con tua madre quando non vuole sentire ragione, o semplicemente... ti servisse che ti passa un piatto mentre lavi, io ci sono.”
Un attimo di silenzio ancora. Poi Valentina gli passò senza guardarlo la pentola dove sua nonna aveva fritto le melanzane al mattino. “Questa non va in lavastoviglie…tanto vale che li lavi già che ci sei.”
Era una tregua, non una resa, ma Calogiuri accettò quel primo passo. “Agli ordini.”


Mentre Valentina e Calogiuri erano impegnati tra stoviglie da piano cucina da risciacquare, Imma apparve sulla soglia. Assicurandosi di non far rumore, si fermò lì un istante ad osservarli: sua figlia tratteneva ancora una certa distanza con Calogiuri, ma sembrava aver smesso di respingerlo apertamente. E Calogiuri, il suo dolce testone se ne stava lì, paziente come sempre, senza forzare nulla, con le mani bagnate di sapone e il tono giusto, quello che si usa quando vuoi costruire senza invadere.
Quella scena le fece provare una fitta dolce, un calore improvviso al petto, che non era dolore ma sollievo. Istintivamente crolla sullo stipite della porta finestra e finisce anche per appoggiarci la testa, prendendo la presa come se le gambe stessero cedendo. E un po’ in fondo era così che si sentiva: preferì non annunciarsi e non entrare, rimanendo qualche secondo in silenzio a godersi quella piccola scena, che non ha niente di spettacolare, ma per lei vale più di mille dichiarazioni. Poi, come se nulla fosse, tossicchia appena. “Qui si lavora e nessuno mi chiama?” disse “Volevi che tua nonna mi rimproverasse per essere rimasta sul divano come una regina, servita e riverita?”
Valentina si voltò, sorridendo. “Mamma, è tutto sotto controllo.” Con un cennò del capo, la ragazza le fece notare che sua nonna, assieme alla zia Pina, stavano sonnacchiando nel divano del salottino, davanti alla tv accesa su una serie turca e il ventilatore ben piazzato davanti a loro.
Anche Calogiuri sorride a Imma senza dire nulla, con gli occhi che parlano abbastanza…sembrano dirle: hai visto che ce l’ho fatta? Di che avevi paura? Le labbra della donna si distesero in un sorriso compiaciuto e complice, e non tremò al prospetto che il suo compagno potesse per un istante la sua commozione, Calogiuri l’avrebbe vista comunque, come la vedeva sempre, nei suoi silenzi e sotto le sue armature. Continuando a tenere lo sguardo fisso sul compagno, Imma si avvicinò ulteriormente, e prendendo uno strofinaccio dallo schienale di una sedia del tavolo della cucina, cominciò ad asciugare i bicchieri di cristallo con cui avevano innaffiato di champagne il dessert. “Al lavoro voi due, veloce!”
Nel frattempo, il brusio del trio in cucina risvegliò la signora De Ruggeri che intravide la scena dalla poltrona dove si era appisolata: il maresciallo si muoveva con naturalezza tra le stoviglie e il lavello, con sua nipote che, pur rigida, cominciava a lasciarsi andare a quella presenza. E poi c’era la sua ex nuora, Imma, che sorrideva. Era quella la parte che le dava fastidio più di tutto il resto: per Filomena, la felicità fuori dalle regole era sempre un affronto. “Gli uomini non dovrebbero stare tra i piatti” mormorò, battendo sul braccio della cognata, per svegliarla, il ventaglio che aveva appoggiato sul bracciolo della poltrona. “Soprattutto se non sono nemmeno di famiglia”.
Nel patio, c’era qualcun altro che osservava la scena: Pietro, che rimasto seduto al tavolo del pranzo a bersi un bicchiere di canarino digestivo di sua madre che ormai era diventato tiepido. In lui non c’era un briciolo della serenità che quei tre sembravano emanare, ma si sorprese che non ci fosse più nemmeno rancore. Era stanchezza, una stanchezza mentale che si trascinava dietro da mesi come una zavorra: non ce l’aveva più con quel tipo che aveva accusato a lungo di avergli portato via sua moglie, non ce l’aveva nemmeno con Valentina, che sembrava essere passata dall’altro lato della barricata. In fondo, se il matrimonio era finito era perché avevano smesso di scegliersi da tempo ma ci avevano messo troppo per capirlo e ammetterlo, e non poteva pretendere che sua figlia si comportasse come il membro di una tifoseria organizzata all’infinito.
“È bravo con Valentina” mormorò tra sé e sé.
“Ci sei arrivato, eh?” Suo padre, Luciano, spostò la sedia di fronte a lui rumorosamente per sedersi, posando un mazzo di carte al centro del tavolo; poco dopo li raggiunse anche zio Antonio.
Pietro si strinse nelle spalle, iniziando a mischiare le carte. Poi aggiunse: “Se riesce a far sorridere Imma, e a parlare con Valentina senza che lei gli urli contro… magari non è del tutto fuori posto”.
Intanto, in cucina, Imma si avvicinava sempre più pericolosamente a Calogiuri, ma solo per parlargli all’orecchio: “Hai rischiato grosso con questa mossa, lo sai?” “Certo, ma alla fine ne è valsa la pena per entrare nella tua famiglia” “Stai attento, Calogiuri, ti potrei denunciare per oltraggio a pubblico ufficiale per aver definito questa la mia famiglia” “Beh ma tua figlia ne fa pur sempre parte…” “Tu dovevi fare l’avvocato, non il carabiniere. Come ricaschi in piedi tu…”.
Per qualche istante rimasero così, tra il rumore dell’acqua che scorreva e quello delle stoviglie che venivano impilate. Valentina non aveva ancora smesso del tutto di essere rigida, ma non c’era più quella distanza ostinata di qualche minuto prima. Ogni tanto rispondeva alle battute di Calogiuri con un sorriso appena accennato, quasi controvoglia, mentre Imma li osservava con un’espressione che cercava inutilmente di nascondere la propria soddisfazione. Quando l’ultimo bicchiere fu sistemato sullo scolapiatti, Calogiuri si asciugò le mani e incrociò lo sguardo di Imma. Lei gli sorrise, scuotendo appena la testa: non avrebbe mai immaginato che, proprio quel giorno, il suo compagno sarebbe riuscito a conquistarsi un piccolo spazio in quella famiglia semplicemente lavando dei piatti.

“No, no, il canarino lo dovete assaggiare”.
Zia Pina comparve in giardino con un vassoio di bicchierini ghiacciati e un sorriso che non ammetteva repliche. “Lo faceva papà buon’anima dopo i pranzi di pesce. Aiuta la digestione.”
Imma, che si dondolava accanto alla mamma sul dondolo, guardò quel liquore giallo paglierino come se fosse una medicina. “Grazie, ma passo.”
Filomena la squadrò, in lontananza, con una punta di disappunto. “Dopo una certa età bisognerebbe avere qualche attenzione in più per lo stomaco…” Eccola la stoccata, puntale e precisa.
Valentina intercettò lo sguardo esasperato della madre e intervenne subito. “Mà! Se preferisci nella dependance ci sono delle bottiglie di tè alla pesca in frigo.”
Imma colse l'occasione al volo: non solo perché voleva qualcosa di fresco, ma anche per defilarsi da quegli sguardi sempre addosso. Lo ammetteva, non ci era più abituata, era fuori allenamento con scudi e contromosse; con i genitori di Calogiuri, che aveva conosciuto come compagna ufficiale del figlio – perché le presentazioni le avevano fatte anni prima, durante il coma del povero maresciallo – e che pure avrebbero avuto tutto il diritto di vederla con sospetto essendo solo una decina di anni più grandi di lei, non c’era mai stato un momento in cui si fosse sentita giudicata o testata. Magari sotto sotto avrebbero preferito anche loro un’altra donna, ma il figlio era felice e loro lo erano pure lui. E tanto bastava.
“Perfetto. Vado a prenderne una.” “Ti accompagno?” chiese Calogiuri, ridestandosi dalla pennichella sul prato. “No, tranquillo, faccio in un attimo.”
Attraversò il giardino lentamente. Il sole del tardo pomeriggio era meno feroce, ma l'aria profumava ancora di pino marittimo e sale. La dependance era in fondo al vialetto, identica a come la ricordava: le persiane verdi, il piccolo portico con le sedie di vimini, il gelsomino che aveva ormai conquistato metà della parete. Spinse la porta che veniva sempre lasciata aperta di giorno.
Un odore familiare la investì all'improvviso; non era un aroma preciso, era più un miscuglio di legno, detersivo, tessuti umidi e salsedine. L'odore delle sue estati.
Per un istante rimase immobile. Vent'anni, vent'anni trascorsi lì dentro. Le sembrò quasi di vedere Valentina a cinque anni, che tornava di corsa direttamente dalla spiaggia ancora con il telo addosso, i capelli appiccicati alle guance e le ginocchia rigorosamente sbucciate. “Mamma, guarda quanti granchi!” esclamava, mostrandole il secchiello trasformato in acquario di fortuna.
Poi c’era zainetto dei giochi, che veniva rovesciato sul pavimento ogni santo pomeriggio. Palette, secchielli, conchiglie e una quantità infinita di sabbia che finiva dappertutto.
Lei sbuffava. Pietro rideva.
“Lasciala stare, Imma. È sabbia. Siamo al mare.”
E lei la chiudeva lì, per quieto vivere, ma intanto prendeva la scopa.
Sorrise appena.
Le tornarono alla mente i costumi stesi sul filo, il profumo acre della salsedine che aveva impregnato le stanze per tutto l’inverno, le magliette bianche puntualmente macchiate di gelato al cioccolato. “Mamma... non l'ho fatto apposta.” Ogni estate era la stessa storia e ogni estate lei sfregava quelle macchie con lo sgrassatore, convinta che fosse la volta buona che non sarebbero venute via.

Aprì il frigorifero meccanicamente. Le bottiglie di tè erano proprio lì, ma non le prese subito. La mano rimase sulla maniglia e continuò a guardarsi intorno: c’erano le mozzarelle, dello stesso caseificio di quelle che avevano mangiato a pranzo, ma leggere l’etichetta sulla confezione faceva un altro effetto. La riportò ai suoi mesi da pendolare, la spola tra Matera e Metaponto da giugno a settembre, a volte con la corriera, altre con qualche carabiniere volenteroso, le tende che il vento gonfiava ogni sera e l’accoglievano al ritorno, l’odore di citronella che impreziosiva la cena, le passeggiate sul lungomare fantasma prima di andare a dormire.
E la camera da letto, naturalmente. Le notti afose, quando dormire era impossibile e lei e Pietro restavano svegli ad ascoltare il frinire delle cicale attraverso le finestre aperte.
Erano stati felici?
La domanda arrivò senza chiedere permesso. Sì, per molto tempo per giunta. E forse il vero dolore dei matrimoni che finiscono stava proprio lì, nel non poter dire che fosse stato tutto sbagliato. Perché non lo era stato.
Poi, inevitabilmente, il pensiero scivolò verso un'altra estate. L'estate del dito.
Rivide sé stessa sulla spiaggia, con un costume che aveva comprato quasi controvoglia perché Valentina insisteva che il leopardato ormai lo indossavano solo le nonne e lei doveva svecchiarsi. E così se ne era preso uno a tinta unita, ma tutto laccetti perché se c’era una cosa che la divertiva era fare da bastian contrario – atteggiamento un po’ immaturo, ne conveniva ma era tutto il passatempo che poteva concedersi tra la bella società che frequentava il Lido delle Sirene.
Ed ecco che le si presentò davanti agli occhi, preciso in ogni dettaglio, l'istante perfetto in cui una voce familiare l’aveva richiamata dal suo torpore agostano, aveva alzato lo sguardo e aveva incrociato quello di Calogiuri.
L'imbarazzo. Il modo in cui lui aveva cercato di distogliere gli occhi, riuscendoci solo per pochi secondi; un pensiero improvviso che era scattato da lì, contenuto con tutta la disciplina che entrambi si erano imposti e che li aveva portati passo dopo passo a dove erano adesso.
E lei...lei che quella sera non era rientrata a casa, in quella dependance. Era rimasta a Matera, dopo che Calogiuri le aveva proposto uno spaghetto dell’appuntato e lei si era negata. Aveva cenato con Pietro a telefono, parlando del più e del meno e poi guardando insieme Lucania News che aveva parlato del suo caso. Aveva riso, quando lui le aveva descritto per filo e per segno il vassoio di sfizioserie che si era preparata per cena: “Una bruschetta, due pomodorini e non ti muori di fame” gli aveva detto, “E per sicurezza pecorino, olive e lampascioni sott’olio” aveva ribattuto lui, come se avesse una telecamera che puntava dritto sul divano del salotto di casa.
C’era stato un tempo in cui erano stati questi, e poi fine delle trasmissioni, poi un giorno aveva aperto gli occhi e si era resa conto che erano stati solo questo. Routine, abitudine, l’uno la coperta di Linus dell’altro. Una moglie ancora fedele nei fatti, ma bugiarda nei pensieri.
Prese il tè in fretta e chiuse lo sportello e gli occhi. Quanto tempo aveva impiegato a confessare, prima di tutto a sé stessa, che il suo matrimonio era finito?
“Imma...”
La voce arrivò piano. Si voltò. Calogiuri era fermo sulla soglia, non era entrato. Una mano appoggiata allo stipite, l'altra in tasca. Sembrava quasi una figura mistica, con il sole che ne abbagliava i contorni. Rimaneva fuori, come se quella casa appartenesse a una parte della vita di lei nella quale lui non avesse il diritto di mettere piede.
“Scusami...” le disse piano. “Hai fatto tardi e... volevo solo vedere se andava tutto bene.”
Imma abbassò lo sguardo sul pavimento. “Mi sono … persa…”
Lui annuì appena. Non disse niente: non le chiese a cosa o a chi stesse pensando, non aveva bisogno di farlo, lo sapeva. E conosceva abbastanza Imma da capire che, in quel momento, non stava rimpiangendo Pietro, ma stava salutando una vita e una parte di sé che aveva abitato quelle stanze prima che lui arrivasse.
“Sai qual è la cosa strana?” mormorò lei, raggiungendolo e accarezzandogli il viso dopo aver chiuso la porta dietro di sé. “Dimmi.” “Che riesco a ricordare tutto. Il bello e il brutto. Senza provare nostalgia di niente, se non per quella Imma lì…”
Non sempre, certo, ma ogni tanto le mancava riuscire ad avere tutto sotto controllo.
“A me non manca per niente.” “Beh parli facile tu…” “No…non per quello che credi…” la fermò, sorridendo con un sospiro. Imma si fermò per guardarlo. “Ah no?” “No.”  Calogiuri fece un passo verso di lei, cingendola per la vita e accarezzandola con i pollici sopra il cotone leggero del suo prendisole. Nonostante il caldo, ad Imma salì un brivido lungo la schiena.
“Anche se fingeva che non fosse così, quella donna aveva paura di deludere tutti.” Lei abbassò gli occhi. “La mia Imma, invece...” sorrise lui, correndo con una mano al suo mento affinché rialzasse lo sguardo verso di lui “...ha imparato che qualche volta bisogna deludere gli altri per non tradire sé stessi.”
Imma sentì un nodo salirle alla gola. Calogiuri sapeva come le piaceva il caffè la mattina, che la divertiva spiluccare con un biscotto la schiuma del cappuccino appena fatto, che non reggeva troppo il vino rosso, che d’estate riusciva ad indossare anche scarpe di un numero più piccolo e anche che la mattina dopo la risoluzione di un caso, sotto la doccia anche lei cantava. Cosa, però, non l’avrebbe confessato neanche sotto tortura. Però sapeva anche quello che non vedeva e non gli diceva, sapeva pure quello che non sapeva lei a volte.
Con la mano libera, Imma gli prese la mano; era un gesto normale, quasi invisibile per altre coppie ma non per loro, non con il rigore che si era imposta al lavoro: il Comando Generale lo aveva fatto tornare a Matera, nonostante la relazione pubblica, e lei non avrebbe approfittato del loro buon cuore, perciò quella stretta si riempiva ogni volta di tutto quello che non si potevano dire quando erano il Sostituto Procuratore e il Maresciallo.
“Andiamo” disse. “Ci staranno aspettando.”
Calogiuri le cedette il passo per lasciarla andare avanti per prima. Era un po’ un’abitudine che si portava dietro da quando era solo un appuntato, ma del resto era così che si era fatto spazio nella sua vita, senza invaderla mai.

Con due bicchieri di tè alla pesca con ghiaccio, Imma salì sul terrazzo. Quando erano tornati nel giardino sul retro era scappata e, visto che nella dependance c’era appena stata, c’era solo un posto dove poteva essere. Del resto, il tempo delle fughe da Bea era ormai passato da un pezzo.
Tra i rami dei pini marittimi, Imma si rese conto solo in quel momento di quanto il sole fosse calato sulla linea dell’orizzonte, lasciando dietro di sé scie arancioni e rosa che tingono il cielo di bellezza ma pure malinconia. La brezza si è fatta più gentile, trascinando dal mare l’odore salmastro e dei pini e scompigliando i ricci di Imma che li avrebbe volentieri raccolti con il mollettone, ma un infarto alla madre di Pietro glielo aveva già fatto venire presentandosi con Calogiuri. E proprio come quando andava al liceo, quando le teneva il broncio perché quelle che lei chiamava “lezioni di ragionamento indipendente” sua figlia le scambiava per punizioni, e se ne stava sul lettino, seduta con le gambe incrociate, con un libro in mano aperto su una pagina a caso: guardava invece l’orizzonte, assorta, come se cercasse di leggere qualcosa lì.
Imma si avvicinò in punta di piedi. Ha i capelli sciolti, spettinati dal pomeriggio passato tra i lettini e le chiacchiere a bassa voce. Nella mano ha due bicchieri di tè freddo, con le fette di limone che galleggiano pigramente. “A pranzo ho fatto finta di non vedere che ti sei abbrustolita le spalle. Ma ancora ti devo dire che devi mettere la protezione, Valentì?” la redarguì bonariamente, con il tono più neutro possibile, porgendole il bicchiere. “Tè?”
Valentina annuì. “Grazie”
Imma si sedette accanto a lei, su un lettino libere. Non troppo vicina. Non ancora.
“So che oggi è stata una giornata complicata” disse dopo aver usato un lungo sorso della bevanda fredda per raccogliere pensieri e parole. “Per me lo è stato e immagino per te il doppio…ma era importante farlo”.
Valentina bevve un sorso, continuando a guardare verso il mare in lontananza. “Mamma sia chiaro…non è che non voglio che tu sia felice. È che... non riesco ancora a guardarti con lui e non pensare a papà.” “Lo capisco. E non voglio obbligarti ad accettare niente e sono stata felice prima a vederti in cucina con Ca- … Ippazio. Vorrei solo che ti fosse chiaro che non era mia intenzione rovinare qualcosa. Ho chiuso un capitolo finito ormai da un pezzo, ho scelto di non vivere fingendo. I compromessi non vanno bene per tutto nella vita”.
Non avrebbe compromesso la sua vita per compiacere gli altri, non avrebbe rinunciare a sentirsi vita per accanirsi su un matrimonio che non stava dando più niente a nessuno, neanche a sua figlia.
Valentina strinse il bicchiere tra le dita, poi guardò sua madre. “Mi spieghi solo una cosa? Perché con lui è così … così diverso?”
Imma rimase in silenzio. Non perché non avesse una risposta, ma perché ne aveva troppe.
Avrebbe potuto dirle che con Pietro aveva condiviso una vita, una casa, aveva condiviso lei, e che nessuna di quelle cose era stata una bugia. Avrebbe potuto dirle che l'amore non finisce sempre con uno schianto: a volte si consuma piano, fino a lasciare soltanto affetto e abitudine; ma non era quello che Valentina le aveva chiesto. Le aveva chiesto perché con Calogiuri fosse diverso. Abbassò lo sguardo sul tè, osservando un cubetto di ghiaccio sciogliersi lentamente.
“Perché con lui non devo tradurre niente”, disse infine, con una voce così tremolante che quasi si confondeva con il rumore delle cicale. “Per tanti anni ho creduto che bastasse separare le cose: il lavoro da casa, la procura dalla famiglia, i fascicoli dalla tavola apparecchiata. Ma non funziona così”.
Era una lezione da imparare se voleva seguire le sue orme: quello del magistrato non è un mestiere che si lascia sulla scrivania quando si timbra l'uscita.
“I volti delle persone che incontri, le loro paure, gli errori, le ingiustizie... ti restano addosso.”
Ci sono giorni in cui si torna a casa con una sentenza che pesa sul petto o con gli occhi di una madre che non si riesce a dimenticare.
“Con tuo padre, spesso, avevo l'impressione di dover scegliere quale parte di me portare a casa” continuò, la voce sempre meno incerta “come se la donna e il magistrato fossero due persone diverse e una delle due dovesse sempre chiedere scusa all'altra. Con lui questo non succede, sa che la Procura viene via con me...con noi, anzi, perché lo stesso vale per lui. Non si ingelosisce del tempo che le dedico, non mi chiede di smettere di pensarci, non mi dice che sto esagerando. Mi ascolta. A volte senza intervenire. E, mentre lo fa, continua a vedere la donna, non soltanto la PM. E credo...” sorrise appena, cercando gli occhi della figlia, “...credo che essere amata tutta intera sia la differenza più grande che abbia mai conosciuto.”
Quella leggerezza che sentiva dentro e gli altri percepivano dall’esterno non era superficialità o frivolezza, ma solo un viaggio condiviso in cui entrambi si facevano carico del preso da portare.
Valentina rimase in silenzio. Non abbassò subito lo sguardo, ma continuò a fissare sua madre, come se per la prima volta la vedesse non soltanto come la donna che l'aveva concepita, partorita e cresciuta, ma come una persona con un peso sulle spalle che lei, fino a quel momento, aveva intuito a malapena.
“Da piccola mi arrabbiavo quando tornavi tardi dalla Procura…e non solo da piccola” confessò, sorridendo per l’imbarazzo. “Pensavo che scegliessi sempre il lavoro invece di me.”
Imma sentì una stretta allo stomaco. “Lo so. Ma adesso hai capito che non sceglievo davvero il lavoro?” Valentina annuì, abbassando lo sguardo. “Era il lavoro che non ti lasciava mai”
In quel momento, madre e figlia non erano più su quella terrazza, a Metaponto, con i parenti al piano di sotto e uno strascico di incomprensioni lungo una vita. Erano in una bolla tutta loro dove non esistevano tutti i contrasti passati, ma solo comprensione e rispetto di due donne ben più uguali di quanto credessero.
“Io voglio provarci mamma” continuò la giovane “voglio provare a capire. Soprattutto se questo sarà il mio futuro”.
Imma deglutì, il cuore le batteva forte. Non era abituata a sentire sua figlia così vicina e non c’entrava niente la fisicità: di abbracci puoi darne quanti vuoi, ma è quello che c’è dentro che importa. E se non c’è fiducia, non si va da nessuna parte.
“Non ti chiedo di voler bene a Ippazio perché lo amo io. Ti chiedo solo di conoscerlo senza pensare che stia prendendo il posto di qualcuno. Quel posto non esiste più da tempo, anche se so che è brutto sentirselo dire.”
Valentina annuì lentamente. “Non prometto miracoli.”
Imma sorrise, finalmente senza fatica. “Per fortuna. In Procura diffido sempre dei miracoli. Solo duro lavoro.”
Valentina scoppiò a ridere. “Questo l'hai detto proprio da te.” Imma le diede un leggero pizzicotto sul fianco, ricambiando la risata. “E da chi sennò?”
La ragazza esitò appena, poi andò a sedere accanto alla madre, appoggiandole la testa sulla spalla. Fu un gesto quasi timido, come quando era bambina e faceva finta di essersi addormentata sul divano pur di essere portata a letto in braccio. Imma rimase immobile. Non disse nulla. Si limitò a inclinare appena il capo contro quello di sua figlia.
Davanti a loro il mare continuava a respirare, indifferente alle vite degli uomini. Ma per la prima volta da quando era arrivata a Metaponto, Imma ebbe la sensazione che quella giornata non le avesse soltanto chiesto di fare i conti con il passato. Le aveva restituito qualcosa del futuro.

 

A fine giornata, dopo il rumore di sedie, piatti, posate e bicchieri rimessi ognuno al proprio posto, era arrivato il momento dei saluti tirati e delle frasi di circostanza. Filomena non si era tirata indietro alla possibilità di lanciare un’ultima frecciata velenosa a mezza voce, mentre Pietro, con un mezzo sorriso carico di passato, stringeva la mano di Calogiuri.
Valentina, invece, aveva abbracciato la madre più a lungo del solito e questo bastava ad Imma per portare a casa quel Ferragosto come una vittoria personale. Brunella sarebbe rimasta qualche giorno al mare, ordini della nipote.
Imma e Calogiuri potevano salire in macchina e tornare verso casa, a Matera, con il cuore leggero e la testa vuota dai pensieri, la musica della radio a fare loro compagnia in sottofondo: erano successe così tante cose, che ora per stare bene insieme bastava solo darsi la mano e restare in silenzio.
All’improvviso, però, Imma si ridestò dal torpore della sera, mentre la strada del ritorno si apriva davanti a loro e le sfumature violacee del sole calante lasciavano il passo al blu della notte: “Facciamo una deviazione?”
Calogiuri si voltò verso di lei, le luci del cruscotto che gli illuminano il viso. Pure così è bellissimo, pensò Imma, ma come diamine è possibile?
“Tutto ok?” “Sì ...” gli sorrise, un sorriso placido che le distende il viso, il capo rivolto verso di lui e un’espressione trasognata che fecero tranquillizzare il maresciallo. “Dove vuoi andare?”
“Al mare…quello vero stavolta. Non l’abbiamo visto per niente oggi…”
Lui sorrise ironico, mentre le passava una mano sulla fronte per poi indugiare in una carezza. “La dottoressa Tataranni che ha voglia di sabbia e salsedine. Sei sicura di stare bene?”
Imma scoppio in una risata sincera. “Con te sempre” disse, facendogli l’occhiolino.
Alla prima rotonda, Calogiuri fece marcia indietro puntando però verso Pisticci e la spiaggia di San Basilio, dove dune e pinete e di notte c’è solo la sabbia fresca e il mare che respira piano con le sue onde.
Lasciata l’auto abbandonano anche le scarpe, camminando sulla sabbia umida. Intorno, ormai anche le cicale si sono zittite, e sopra di loro si è aperto un cielo punteggiato di stelle. Non dicono nulla per un po’: solo passi e sospiri leggeri di stanchezza e di libertà.
Dopo una decina di minuti di cammino, Calogiuri si fermò a guardare l’orizzonte ormai nero. “Sei stata bravissima oggi, hai retto bene.”
Imma si siede nella sabbia, a ridosso della battigia, le gambe raccolte nella speranza di schivare la marea crescente. “Anche tu non sei stato niente male. Sei stato un cavaliere con Valentina … non che avessi dubbi”
Calogiuri le andò accanto, con lo sguardo che si fermò sulle gambe della sua donna. Seduta in quella posizione, la gonna si era raccolta tutta sul grembo, lasciando le sue cosce, leggermente ambrate, scoperte. Adagio, con la mano, il giovane l’accarezzò e Imma non seppe dire se il brivido che sentì fosse per il vento che saliva fresco dal mare o per quel contatto che di refrigerio non aveva nulla.
Non lo faccio per far colpo. Lo faccio perché mi importa … anche di lei”. “Lo so” lo rassicurò aprendo le braccia perché si accoccolasse con la testa su di lei, le gambe a mo di cuscino. I due restarono a guardare il mare che si avvicinava ancora per un po’ discutendo della giornata. Tra una parola e l’altra, le dita di Imma passavano tra i capelli di lui, mentre Calogiuri giocava con un angolino dell’abitino di lei che svolazzava.
“Quando sono entrata in cucina e ti ho visto con Valentina… mi è sembrato come un puzzle finalmente completo.”
Solo un paio di anni prima, dopo la sua partenza a seguito dell’arresto di Latronico, c’era stato un ferragosto molto simile a quello. Invitata dai De Ruggeri per rispetto di Valentina nonostante la separazione da Pietro e c’era stato un attimo in cui aveva creduto di potersi far andare bene tutto quello, che si potesse raggiungere un compromesso, perché a lei evidentemente era concessa la serenità, ma non la felicità.
Ma Calogiuri aveva ragione: non si può tradire sé stessi per compiacere gli altri, quella è sopravvivenza, non vita. E lei, a nemmeno 50 anni non era pronta a scomparire dietro la routine, non dopo aver conosciuto l’amore vero, quello con la A maiuscola, seppur brevemente.
E in un istante, si trovò ad un bivio: una vita al Lido delle Sirene tra signore della Matera “bene”, i fumetti di Pietro e la parmigiana di sua suocera, e una domenica in moto, mare, montagna o lago non importava, importava solo che ovunque quella moto stesse andando, Calogiuri fosse alla guida, che come a Roma le chiedesse di stringersi e non smettessero mai di ridere assieme.
E in quell’istante era pronta a prendersi quella felicità, anche fosse stata a tempo determinato, e fare cambio con la sicurezza e la comodità di una vita coniugale che non ha più nulla da aggiungere. Si era alzata e se ne era andata sotto lo sguardo esterrefatto di tutti.
A sera, dopo aver rovinato il ferragosto alle autorità giudiziarie e militari di mezza Italia, tra le sue mani c’erano un numero di telefono e un indirizzo che non avrebbe dovuto avere e stava prenotando un biglietto solo andata verso la sua nuova vita, nella speranza che lui fosse disposta a viverla con lei.
Quel ricordo le passò dentro come un'onda e, per qualche secondo, Imma rimase immobile, gli occhi persi nel buio davanti a sé. Poi sentì le dita di Calogiuri giocare piano con le sue, riportandola al presente. Non c'era più bisogno di scegliere più, quella sera. Aveva già scelto, mesi prima, quando aveva deciso di smettere di vivere a metà. Adesso poteva semplicemente stare lì, con lui, senza chiedersi se fosse troppo tardi, troppo complicato o troppo poco prudente.
Calogiuri la studiò: riconosceva quel silenzio, era quello che arrivava quando Imma aveva appena attraversato uno dei suoi labirinti mentali e ne era uscita dall'altra parte. Strinse appena un po’ più forte la sua mano. “Ehi.” Lei gli sorrise, scendendo con la mano libera dai capelli alla guancia. “Che c'è?” “Ti sei persa...”
Imma sospirò. “Un po'.”
“Ho un’idea” le disse ed era chiaro che aveva ripreso completamente la sua attenzione. “Ti andrebbe di restare qui? A…a guardare l’alba?”
Imma lo guardò per in secondo, stranita. Sarebbero rimasti lì tutta la notte, al freddo e all’umidità, alla meglio in auto a dormire scomodi sui sedili … e per cosa? Un sole che a est di alzava e poteva vedere pure dal terrazzino sui Sassi a casa. Poi però ripenso a quel flash e a quel bivio. Quel salto nel buio lo aveva fatto anche per quello: non necessariamente cambiare vita, ma iniziare a viverla a pieno. “Va bene” affermò, soddisfatta.
Calogiuri prese la mano di Imma che lo stringeva nella sua e la portò sulle sue labbra per stamparle un bacio. Le onde, davanti a loro, sembravano scandire il tempo con un ritmo lento. Sotto quel cielo immenso, la guerra quotidiana si è sospesa. Non c’erano i casi da seguire, i parenti da tenere a bada, i giudizi e soprattutto i pregiudizi da scardinare. Il silenzio era morbido, quasi sacro, ma non troppo per impedire loro di ridere.
Imma poco alla volta, nonostante i lampioni del lungomare siano lontani, scorse una luce furba farsi strada nelle iridi del compagno, con un’espressione sorniona che conosceva fin troppo bene. “Sai che qui…” esordì rimettendosi a sedere “…sotto le stelle…” continuò mettendosi a giocare con la bretella del prendisole “sarebbe molto romantico”.
Imma alzò appena un sopracciglio, iniziando a capire dove stava andando a parare il giovane. “Ehi maresciallo” lo schernisce, lanciandogli con un pugnetto di sabbia addosso ma con tutta la cautela del mondo “non vorrai dirmi che ti stai proponendo di infrangere la legge?”
“Posso assicurare la massima discrezione, dottoressa. Niente verbali, lo giuro.”
Lei scoppiò in una risata squillante, ma ancora a tratti incredula. “Ti rendi conto che rischiamo di diventare due pubblici ufficiali beccati in flagranza su una spiaggia pubblica? Io non ci voglio finire su Lucania News …”
“Magistrato e carabiniere travolti dalla passione tra i ginepri di Pisticci” le fece eco, ridendo schiettamente mentre imitava la voce di Zazza "lo sdegno della comunità balneare."
A questo punto ogni incertezza aveva abbandonato la testa di Imma, facendo posto ad una risata di gusto, finendo per spingere Calogiuri con la schiena sulla sabbia e portandosi su di lui a cavalcioni. “Sei un cretino.” “Ma un cretino romantico.” “Seh…e con precedenti... molto promettenti.”
Calogiuri la guardò saziandola di quel sorriso che ormai Imma aveva imparato a riconoscere anche al buio. “Quindi è un no?!” “È un no molto ragionato e soprattutto che tiene conto della mia reputazione” “Ma dottoressa” obiettò, tirandosi su e poggiando i gomiti sulla sabbia “non hai ancora imparato che la tua reputazione è stata compromessa quando hai deciso di metterti con me?”
Se lo ricordava bene Calogiuri il giorno in cui l’aveva raggiunto a Milano. Era il 16 agosto, il giorno della festa di San Rocco a Grottaminarda e lui non poteva muoversi dalla Caserma di Porta Garibaldi; erano troppo caldi ancora gli eventi di Matera per poter garantire sicurezza ai suoi familiari. A sera, a fine turno, gli era arrivato un messaggio, e anche se il numero non era salvato sul suo nuovo telefono, lo conosceva a memoria. E comunque, se non fosse stato così, il suo contenuto era inequivocabile sul mittente.

Qualcosa che non sai: sono qui fuori e senza biglietto di ritorno per Matera. VOGLIO.

Non gli sembrava vero, eppure era lì. Davanti alla Caserma, con un trolley rosa shocking e un borsone leopardato. Non si erano detti nulla, almeno per una buona mezz’ora. Lei gli era crollata addosso, piangendo tutte le lacrime che aveva in corpo in silenzio, lui lo aveva capito solo dalla sensazione di umido che sentiva sulla sua polo. Quando aveva provato a dirle anche solo un flebile “Dottoressa…”, lei si era trincerata dentro un categorico “Zitto, Calogiuri, per favore…”. E da lì erano ripartiti da zero.

Imma lo prese per la stoffa della camicia e gli stampò un bacio lungo. “Presuntuoso!” “Realista” Nel ribattere, Calogiuri tirò Imma di nuovo a sé, con le mani che indugiavano sulle natiche e lasciando che restasse ancora un momento a cavalcioni su di lui: stavolta si prese un bacio più intenso, per illustrare meglio quali fossero i suoi piani per la notte nella speranza di farle cambiare idea. “Per essere il nostro primo Ferragosto ufficiale, poteva andare peggio.” “Molto peggio” confermò lei, riprendendo fiato. Dubitava si sarebbe mai assuefatta a quei baci che sapeva diventare, alle volte, famelici. Imma iniziò a giocherellare con il colletto della camicia: la scelta era tuello … o strappargliela in modo molto indecoroso.
“Tua figlia mi ha fatto lavare i piatti con lei, tua madre mi ha adottato, tuo marito non mi ha sparato…sì hai ragione” “Ex marito” lo corresse. “Appunto. Vedi che sono ottimista.”
Lei scosse la testa, divertita, tornando a reclamare le labbra del compagno.
Per qualche minuto rimasero così, con il mare davanti a loro unico testimone di quelle effusioni sempre più calde. Molto più in là, le luci dei paesi vicini tremavano sulla superficie scura dell'acqua regalando uno scenario incantato che però in quel momento non catturava la loro attenzione.
“Ippazio?” “Mmh?” mormorò lui, mentre prendeva di mira il suo collo. “Domani mattina, quando mi sveglierò con la schiena a pezzi e la sabbia dappertutto, ti odierò.” Una risata baritonale le rimbombò nelle orecchie. “Lo so.” “E ti odierò ancora di più quando vedrò l'alba e scoprirò che era esattamente uguale a quella che potevamo vedere dal terrazzo.” Calogiuri sorrise. “Altamente improbabile”
Imma gli tirò appena i capelli per spostargli la testa all’indietro e guardarlo. “E allora perché lo facciamo?” Lui la guardò per qualche secondo prima di rispondere, tirandole i ricci, leggermente appiattiti dall’umidità, all’indietro. “Perché possiamo.”
Imma restò in silenzio, interdetta. Era una risposta semplice, sciocca a tratti, eppure le sembrò la più giusta che avesse sentito da molto tempo: per anni aveva pensato che cambiare vita significasse distruggere qualcosa, rinunciare, ricominciare da capo; quella sera, invece, seduta sulla sabbia con Calogiuri al suo fianco, cominciava a capire che forse non era quello. Forse significava soltanto smettere di chiedersi continuamente se fosse ancora autorizzata a desiderare qualcosa.
“Allora restiamo” si convinse, riprendendo da dove avevano lasciato.
E quando Calogiuri tornò ad appoggiare le sue labbra prima sul collo della compagna e poi sempre più in basso, nessuno dei due aveva più fretta di tornare a casa. Il mare davanti a loro continuava a respirare piano. Loro due, invece, un po’ meno.