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L’esame era finito. Finito.
Avevi passato mesi a prepararti e gli ultimi giorni erano stati talmente stressanti che le condizioni in cui avevi vissuto sarebbero state considerate illegali anche dalla convenzione di Ginevra sui crimini di guerra. Non avevi dormito, mangiato si, ma a malapena, non perché non avessi fame, ma perché lo stress faceva in modo che il tuo stomaco espellesse qualsiasi cosa non fosse delle dimensioni di un pisello premasticato. Con una rapida occhiata ai sedici capitoli che ti rimanevano da studiare avevi deciso che passare tutto il pomeriggio piegata sulla tazza del cesso non era un lusso che potevi permetterti. Quindi avevi mangiato crackers polverizzati, un boccone per ora.
In breve, avevi sonno, avevi fame e soprattutto avevi l’aspetto di un mostro che al confronto quello di Frankenstein sarebbe parso in salute.
Forse se avessi saputo chi stava per salire su quell’autubus avresti provato a sistemarti la coda che aveva eroicamente resistito per tre ore d’esame ma che ormai si stava disfando, forse ti saresti seduta un po’ meglio con la schiena più dritta, forse ti saresti vestita un po’ meglio senza la maglietta macchiata che in genere usi come pijiama.
Fatto sta che, su quell’autobus già pieno in cui miracolosamente avevi rimediato un posto a sedere, non te ne potesse fregare di meno. Stavi seduta con le gambe aperte, la schiena curva, le guancie appoggiate al finestrino e gli occhi chiusi cercando di prendere un po’ di sonno.
Il tuo cervello, che fino a poche ore prima era in grado di recitare tutto il ciclo di Krebs a memoria, ora ragionava come quello di un rettile. Sonno, pensavi, cibo, bagno caldo.
L’aria puzzava di studenti sudati ammassati insieme come galline e quando accanto a te si sedette qualcuno l’odore non migliorò un granché. Anche il tuo compagno di viaggio aveva corso e non rembrava messo molto meglio di te. Si era lasciato cadere sulla sedia, era sudaticcio e aveva il fiatone da corsa.
Per questo il tuo cervello rettiliano aveva registrato solo dopo il vero odore che ti interessava sentire. Si era infilato nelle tue narici ed era come se ti avessero dato uno schiaffo, per un attimo il sono era svanito e ti sentivi sveglissima. Odore di cibo.
Ti voltasti di scatto.
Un ragazzo teneva sulle gambe due borse piene di cibo, sulla cima di una delle due spuntava una tartitina al cioccolato dall’aspetto divino. Non che facesse molta differenza l’aspetto, anche una mela bitorzoluta ti sarebbe sembrata divina.
Per un attimo tu e il ragazzo vi fissaste negli occhi senza sapere cosa dire. In fondo cosa c’era da dire? Lui evidentemente non aveva fiato per parlare e le uniche parole che ti venivano erano unicamente finalizzate a estorcergli quella tartina.
Aveva occhi marroni, lunghi e stretti, il viso marmoreo imperlato di sudore e i capelli neri troppo lunghi attaccati alla fronte. A posteriori, ripensando alla scena, lo avevi trovato molto bello. Nel presente però non pensavi proprio niente del suo aspetto.
Ciò non valeva per lui, però. Gli sembrava di aver appena visto una visione. Certo, una visione con il viso un po’ unto e le occhiaie profonde come il gran kanyon, ma pura sempre una visione. Si prese il tempo di ammirarti, le tue labbra, il tuo naso, i tuoi occhi… che stavano fissi sulla sua tartina al cioccolato.
Il ragazzo ridacchiò, in fondo la scena era piuttosto buffa, ti sporgevi verso di lui per verdela meglio, come se dubitassi delle sua esistenza e temessi che fosse un miraggio. Ti eri sporta così tanto che la tua tempia aveva toccato la sua spalla. E ci era rimasta.
Incredibile, ti eri addormentata su di lui nel giro di tre secondi. Avrebbe sicuramente ridacchiato di nuovo, ma temeva troppo di svegliarti così la sua risata si trasformò nel più dolce dei sorrisi che ti fossero mai stati rivolti. Peccato che tu non fossi cosciente per vederlo.
“Merda!” pensò il ragazzo guardando fuori dal finestrino, “Ho mancato la mia fermata!”
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Come molti pendolari abituati a dormire sui bus, anche tu avevi svilupatto un orologio interno che ti faceva svegliare di soprassalto in prossimità della propria fermata.
Non c’era più una spalla calda a sorreggere la sua testa. Il ragazzo era svanito. Ma al suo posto avevi in mano una tartina al cioccolato, con un messaggio scritto in pennarello sull’involucro.
Ormai la mia spesa fa più colpo di me.
Chiamami quando hai finito di dormire.
— Cheng Xiaoshi, ****-*****-*****
