Work Text:
Il vento di Green Hill Zone soffiava dolce quella sera, portando con sé l’odore dell’erba e il lontano fragore delle cascate. I loop-de-loop restavano immobili contro il cielo arancio e viola, come reliquie di un tempo in cui tutto sembrava possibile. Shadow the Hedgehog sedeva sul bordo della scogliera che dominava la valle, le ginocchia piegate, un piccolo medaglione d’oro stretto tra le dita. Dentro c’era una foto sbiadita: Sonic che rideva con un braccio intorno alle sue spalle e Amy che gli faceva le corna dietro la testa. Quella foto era l’ultima cosa che restava di un mondo in cui Sonic the Hedgehog esisteva ancora.
Sonic se n’era andato. Non in una delle sue sparizioni teatrali, non dopo un Chaos Control mal riuscito. Se n’era andato per davvero, nell’ultima battaglia contro una minaccia che aveva chiesto troppo anche a lui. Shadow lo aveva visto cadere. Lo aveva sentito. E da quel giorno il silenzio gli pesava più di qualsiasi Chaos Emerald.
Dietro di lui l’erba scricchiolò.
— Papà?
Eclipse aveva otto anni. Il pelame nero come il suo, una ciocca rosa ribelle ereditata da Amy, e quegli occhi rosso-ambra che a volte sembravano quelli di Maria Robotnik e a volte — ed era questo che faceva più male — quelli di Sonic. Teneva in mano una versione in miniatura del Piko Piko Hammer, troppo grande per le sue braccia ma già piena di graffi.
Shadow non si voltò subito.
— Cosa c’è.
— Mamma dice che un giorno potrò essere un eroe. Come voi due. Come… come zio Sonic.
La parola “zio” gli attraversò il petto come una lama. Shadow chiuse gli occhi un istante.
— Tua madre parla troppo.
Eclipse si sedette accanto a lui, le gambe che dondolavano nel vuoto. Non aveva paura dell’altezza. Non ancora.
— Ma è vero? — chiese, la voce piccola e ostinata. — Posso diventare un eroe anche io? Posso proteggere l’universo come fate voi?
Prima che Shadow potesse rispondere, una voce calorosa arrivò alle loro spalle.
— Certo che puoi, tesoro.
Amy Rose si avvicinò con il passo deciso che non aveva perso neanche dopo tutto quello che avevano attraversato. Il vestito rosso sventolava. Si accucciò tra i due e passò un braccio intorno alle spalle del figlio, posando un bacio tra le sue spine.
— Hai il coraggio di tuo padre e il cuore di tua madre. E quando corri… lo sento. C’è un po’ di lui anche in te.
Shadow alzò lo sguardo verso di lei. Gli occhi verdi di Amy erano gli stessi di sempre: ostinati, luminosi, capaci di guardare dritto nel buio senza abbassare la testa.
— Amy.
— Lo so cosa stai pensando — disse lei a voce bassa. — Stai pensando a Sonic.
Shadow strinse i pugni. Gli anelli dorati ai polsi brillarono debolmente, come se anche loro ricordassero.
— Abbiamo già perso Sonic. L’universo gli ha chiesto tutto e lui ha dato tutto. Io non posso… non posso perdere anche lui. — Indicò Eclipse con un cenno quasi impercettibile. — Non di nuovo. Non così.
Amy posò una mano sul suo avambraccio, proprio sopra le cicatrici che nessuno vedeva più.
— Tu sei sopravvissuto alla caduta dell’ARK. Hai portato il desiderio di Maria fino ai confini dello spazio. Hai combattuto Black Doom, hai combattuto te stesso, hai combattuto il tempo. Ogni volta hai scelto di proteggere questa Terra. Sonic lo sapeva. Per questo ti rispettava.
— E Sonic è morto lo stesso.
— Sonic è morto da eroe — rispose Amy, e per la prima volta la sua voce ebbe un crepito. — Proprio come avrebbe voluto. Non possiamo chiudere nostro figlio in una gabbia d’oro solo perché abbiamo paura. Quella paura è esattamente quello che le ombre vogliono da noi. Eggman lo sapeva. Lo sanno tutti quelli che verranno dopo di lui.
Eclipse li ascoltava in silenzio, gli occhi grandi, il martellino stretto contro il petto.
Shadow si alzò di scatto e fece qualche passo verso il precipizio. Il tramonto dipingeva di rosso le sue spine, come se il cielo stesso volesse ricordargli il colore del sangue.
— Se gli succede qualcosa… se lo perdiamo come abbiamo perso Sonic… io non so se…
Amy gli andò incontro. Gli prese il viso tra le mani, costringendolo a guardarla. Non c’era dolcezza facile in quel gesto. C’era la stessa determinazione con cui un tempo inseguiva Sonic per tutta Green Hill.
— Allora dobbiamo essere più forti della paura, Shadow. Tu più di chiunque altro. Perché se gli insegniamo che il mondo è troppo pericoloso per essere protetto, allora chi lo proteggerà quando non ci saremo più? Maria voleva che tu dessi alle persone una possibilità di essere felici. Sonic credeva che chiunque potesse diventare un eroe, anche un riccio uscito da un laboratorio. Tu ci hai creduto. Adesso tocca a noi crederci per lui.
Shadow restò immobile. Nelle sue memorie passarono immagini spezzate: Maria che gli sorrideva dalla capsula, Sonic che gli tendeva la mano dopo la battaglia sull’ARK, Amy che lo aspettava ogni volta che tornava da una missione di G.U.N. con lo sguardo più stanco e le spine più scure.
Poi vide Eclipse. Il bambino si era alzato e li guardava con quella stessa ostinazione stupida e meravigliosa che Sonic aveva sempre avuto, quella che diceva “ce la faccio” anche quando il mondo crollava.
— Papà — disse Eclipse, la voce piccola ma chiara. — Io non voglio che tu abbia paura per me. Voglio che tu sia fiero. Come quando usi il Chaos Control. Come quando mamma alza il martello.
Qualcosa si spezzò e si ricompose nello stesso istante nel petto di Shadow.
Si inginocchiò di fronte al figlio. Le sue grandi mani posarono sulle piccole spalle di Eclipse, attente a non stringere troppo.
— Ascoltami bene. Essere un eroe non significa non avere paura. Significa correre lo stesso. Significa proteggere chi ami anche quando il cuore ti grida di nasconderti. Tuo zio Sonic lo sapeva meglio di chiunque. Io… lo sto ancora imparando.
Amy si accucciò accanto a loro. Una lacrima le scivolò sulla guancia, ma stava sorridendo.
— E noi saremo qui — aggiunse. — Io con il mio martello. Tuo padre con il Chaos Control e quella motocicletta che fa ancora troppo rumore. Ti insegneremo tutto quello che sappiamo. Ma la scelta di alzarti… quella deve essere tua.
Eclipse annuì con forza, gli occhi lucidi.
— Allora voglio esserlo. Voglio aiutare a proteggere l’universo. Come voi. Come lui.
Shadow lo guardò a lungo. Poi, per la prima volta dopo mesi, un sorriso stanco e quasi incredulo gli curvò le labbra. Prese il medaglione e lo mise intorno al collo del figlio. La catenina era troppo lunga, ma Eclipse la tenne stretta come se fosse un Chaos Emerald.
— Tieni. Questo era di Sonic. Ora è tuo. Non perché tu debba sostituirlo. Ma perché tu ricordi che gli eroi non spariscono del tutto. Continuano a vivere in chi sceglie di alzarsi dopo di loro.
Amy li abbracciò entrambi, il viso nascosto tra le spine di Shadow e i capelli di Eclipse. Sopra di loro le prime stelle cominciavano a brillare, le stesse stelle che un tempo Sonic inseguiva senza mai stancarsi. Lontano, da qualche parte sotto la terra, un Chaos Emerald pulsò una sola volta, come un battito d’approvazione.
Shadow posò la fronte contro quella del figlio.
— Va bene, piccolo. Sii più forte della paura. E noi… noi impareremo a esserlo insieme a te.
Il vento di Green Hill portò via le ultime ombre del tramonto. E per la prima volta da quando Sonic se n’era andato, Shadow the Hedgehog sentì che forse, solo forse, il futuro poteva ancora essere salvato. Non perché il dolore fosse sparito. Ma perché qualcuno, piccolo e ostinato come una rosa nata nell’ombra, aveva deciso di correre lo stesso.
