Chapter Text
Non è una minaccia
Sente i passi sempre più vicini fino a fermarsi davanti alla porta della sua cella.
"De Russo! Hai visite." La guardia gli fa cenno di seguirlo e non attende oltre, iniziando a muoversi nel corridoio.
Tommaso si alza dal letto dove era sdraiato fino a pochi attimi prima e lo segue a passo spedito. Non fa domande, perché ha capito in breve tempo che lì dentro, che nella sua situazione è meglio evitare qualsiasi contatto. Deve essere un fantasma tra quelle mura. Così rimane dietro la guardia fino alla stanza delle visite e nota che il suo amico Filippo, uno dei pochi ad essergli rimasto vicino dopo quanto avvenuto al processo, è lì con un sorriso che spera sia sincero.
Si siede dall'altra parte del tavolo e accenna un sorriso anche lui.
"Che ci fai qui?" Gli chiede con voce debole. Il suo aspetto è cambiato da quanto è lì: è dimagrito, ha occhiaie profonde e di certo non incute più quel timore di chi sa di avere potere nelle sue mani. Lui quel potere l'ha perso quando il giudice lo ha decretato colpevole e lo ha condannato a 20 anni da scontare in carcere.
"Tomma' io e gli altri ti siamo vicini. Non t'abbandonamo come quella merda di Andrea."
Tommaso distoglie lo sguardo. Fa ancora male sapere che con Andrea non saranno mai più amici e che l'ha tradito così, preferendo Simone e quel bastardo di Manuel che gliel'ha portato via.
"Grazie Fili', davvero. So' contento che ce state voi."
"Come va qui?"
"Uno schifo. Ogni tanto parte 'na rissa, io sto cercando de esse invisibile perché ce sta gente fori de testa."
"Te credo. Ho parlato con l'avvocato tuo, m'ha detto della possibilità de-"
"Shh non di' un cazzo." Lo interrompe Tommaso, guardandosi attorno. "Sì, sto tenendo un profilo basso apposta."
"Ma che c'è? Sei nei guai?"
"No, è che se sanno una cosa del genere, potrei avere ripercussioni. Te l'ho detto, c'è gente fori de testa qui."
"Comunque, se serve io e gli altri ci siamo messi a disposizione per..." Poi abbassa la voce ulteriormente, tentando di non farsi sentire. "La messa in prova. Puoi stare da me o da Giovanni."
"Grazie frate', davvero."
"Senti te devo di' n'altra cosa e non credo ti farà piacere."
"Cosa?"
"Abbiamo saputo che Simone se sposa."
"Ah... con quello?"
"Seh... che dobbiamo fare?"
"Che intendi?"
"Gli roviniamo il matrimonio. Ce devi solo di' come."
"Fateme usci' da qua e poi vedemo insieme sta storia."
Filippo sorride, complice. Tommaso è sempre lo stesso, fortunatamente. Aveva paura che il carcere lo avesse cambiato, rammollito, impaurito ma invece vede ancora la fiamma nei suoi occhi. Non è mutato niente.
Il tempo a disposizione per la visita finisce e Filippo se ne va, mentre Tommaso rientra in cella. Rimane vigile, come il resto del tempo, non può permettersi di abbassare la guardia in questo momento, non quando c'è la possibilità della messa in prova e uscire da quella cazzo di galera dove l'hanno sbattuto. Deve solo arrivare al giorno dell'udienza, poi potrà trarre un sospiro di sollievo e soprattutto capire come farla pagare a tutti quanti. Soprattutto ad Andrea. E Simone. Loro sono stati la sua rovina.
Inoltre, Simone non può di certo sposare quello stronzo che gliel'ha portato via. Lui odia quando le sue cose gli vengono portate via; quindi, deve fare qualcosa a riguardo per renderlo, ancora una volta, chiaro a tutti. Soprattutto a quel bastardo di Manuel.
Quando viene annunciata la cena, fa per muoversi dalla cella, ma gli viene bloccata l'uscita da uno dei detenuti.
"Mi fai passare?"
"Sei impaziente di uscire da qui?" Chiede l'altro, sottolineando la parola 'uscire'.
"Non voglio richiami perché non sono andato a mensa."
Il detenuto lo spinge verso l'interno della cella e Tommaso stringe il pugno per controllarsi. "Farai bene a non avere richiami allora." Glielo sussurra direttamente davanti alla faccia e si allontana all'indietro, senza staccargli gli occhi di dosso fino alla fine del corridoio. Tommaso prende un respiro profondo e si incammina verso la sala. Non fa in tempo a prendere un vassoio che viene spintonato, prima una volta, poi due, alla terza spallata che riceve, non riesce a frenarsi e risponde dando vita a una rissa che lo porta in isolamento per 24 ore. Rimane nervoso per tutto il tempo, poi viene portato a colloquio con il suo avvocato.
"Si può sapere che cosa volevi fare?" Gli chiede senza mezzi termini.
"Mi hanno provocato."
"Non dovevi rispondere. Ora all'udienza sarà difficile che ti diano la messa in prova."
"L'avvocato sei tu, rendilo possibile."
"Esatto, sono un avvocato, non un mago. Hai fatto una rissa e ti hanno messo in isolamento!"
"Senti io non posso rimanere qui ancora per molto. Quello stronzo di Simone si sposa e io devo marcire qui dentro senza poter fare niente?"
"A questo punto posso solo evitare che non ti allunghino la pena."
"Cosa?! Non esiste! Sei licenziato."
"Non sei tu a pagarmi, quindi non puoi licenziarmi."
Tommaso sbatte il pugno contro il tavolo e la guardia sta per intervenire se non che l'avvocato lo blocca con un cenno.
"Fa qualcosa, cazzo."
"Più di questo non posso fare. Tu evita le risse e tieni un profilo basso, altrimenti non solo non avrai la messa in prova ma aumenterà la detenzione a causa del tuo comportamento irresponsabile."
Poi si alza e senza attendere oltre se ne va, con la sua valigetta e Tommaso viene scortato fino alla cella. Vorrebbe spaccare tutto. Trema per il nervoso e la rabbia.
"Ops, non è andata bene, vero?" Chiede quello stesso detenuto che lo aveva bloccato due giorni prima.
"Cosa?" Cerca di non provocare altri danni alla sua già precaria situazione.
"Pensi che non lo sapessimo? Frocetto del cazzo!"
"Non so di cosa parli."
"Tu non avrai la messa in prova. Tu rimarrai qui perché sei un cazzo di finocchio che non sa nemmeno tenerselo nei pantaloni."
"Mi stai minacciando?" Chiede, voltandosi verso la mensola dove è posto un bicchiere con l'acqua.
Non fa in tempo a prendere l'oggetto, che un braccio almeno grosso il doppio del suo, avvolge stretto il suo collo.
"Non è una minaccia, è un dato di fatto. E se pensi di essere diverso perché hai due spicci in più, te la faremo pagare. Questa è una minaccia."
Poi gli lascia il collo e se ne va, prima ancora che possa voltarsi, dopo aver recuperato dell'aria nei polmoni.
Si risiede sul letto e si guarda intorno. E per la prima volta dopo mesi, si rende conto di essere in trappola. Non riuscirà a uscire di lì, non glielo permetteranno mai.
È finita.
La sua vita è finita.
