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A perfectly imperfect future

Chapter 10: Capitolo 10

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Capitolo 10

 

Sta ripetendo il suo discorso per l’ennesima volta con i fogli in mano, cercando di rimanere concentrato anche se il pensiero si sofferma spesso su Henry e sulla loro ultima discussione, quando sente un applauso dietro le spalle. Si volta e trova Stella con un sorriso soddisfatto.    

“Bel discorso.”   

“Da quanto sei lì ad origliare?”   

“Non stavo origliando! Sono il tuo pubblico e sono qui da abbastanza per dirti che avrei delle osservazioni.”   

Alex sorride e si siede a terra in mezzo ai fogli sparsi e le fa cenno di seguirla.   

“Prego signorina Gear esponga!”   

Lei si siede in ginocchio per via della gonna che indossa e inizia a parlare. “Sei un po’ troppo aggressivo. E metti poca enfasi verso la fine, devi fare più pause. Ah, e non userei la parola persecutore piuttosto  mi sembrerebbe meglio oppressore.”   

“Ma sono sinonimi?!”   

“Sì, ma ho studiato la giuria, fidati è più d’impatto.”   

“Okay.” Alex cambia sui fogli la parola come gli è stato suggerito e si rialza iniziando a ripetere nuovamente tutto con un tono più pacato.    

“Stai dando messa? Okay non essere troppo aggressivo, ma nemmeno così pacato, sembri un prete. Deciso e perentorio signor Claremont-Diaz!”   

Ripete ancora e ancora finché entrambi non sono soddisfatti, poi si sdraia a terra e butta di lato i fogli che aveva in mano.    

“Senti... ora che abbiamo finito...” Stella cerca di intavolare un discorso che Alex sa già dove andrà a parare.   

“Che vuoi sapere?”   

“Ho visto le interviste che avete fatto e sembrate molto affiatati... ma è così davvero o è una farsa per i giornali?”   

“Lo siamo sempre stati. Affiatati intendo. Ma volevamo evitare di spiattellare la crisi.”   

“Quindi è una farsa. Per questo hai il borsone sul divanetto?”   

“Non è una farsa, il fatto che siamo in crisi non vuol dire che non ci amiamo. E ho deciso di dormire qui perché è più comodo, ma solo fino al processo. È inutile tornare a casa per 3 o 4 ore. È uno stress inutile.”   

“Lo sai vero che abito qui dietro? Potresti dormire da me. O con me.”   

“Né l’uno né l’altro, Stella. E poi ho i paparazzi che mi seguono a vista quindi anche se ne avessi l’intenzione - cosa che non è, non farti strane idee – non posso dare in pasto alla stampa altro materiale su cui ricamare sopra.”   

“E rimanere qui lo esclude?”   

“No, ma almeno posso giustificare con la class action.”   

“Tutte queste premure per una persona che ti ha messo le corna... davvero, non lo capisco.”   

Alex abbassa lo sguardo e fissa la foto salvaschermo del telefono: una foto di Henry che ride al loro matrimonio. Gli è sempre piaciuta tanto quella foto, il volto di Henry è rilassato e felice come non l’aveva mai visto e si era innamorato ancora un po’ di più quando scorrendo tra i ritratti del matrimonio era incappato in quello.  Per questo l’aveva scelta per averla sul telefono, in modo da poterla guardare ogni volta che ne avvertiva l'esigenza.  

“Sei mai stata innamorata?”   

“Credo di sì. Perché?”   

“Se dici così probabilmente non lo sei mai stata. Quindi non puoi capire perché ho queste premure. Non te ne faccio una colpa però...”   

“Non c’entra nulla, io non riuscirei mai a perdonare un tradimento. Anche se ‘rubato’ come lo chiami tu. E non perché non sia mai stata innamorata ma perché viene meno la fiducia. Tu ti fidi ancora di lui?”   

“Non lo so, faccio fatica, lo ammetto.”   

“Ecco, finalmente un comportamento da essere umano. Grazie!” Stella si alza e recupera la bottiglia che non avevano più aperto settimane prima e che è rimasta nel frigobar nell’area comune. “Ho bisogno di bere!”   

Anche Alex prende un generoso sorso dalla bottiglia e la passa alla collega. “Tu pensi che non sappia che ha omesso delle cose? Credi che non sappia dei messaggi, degli incontri che ci sono stati prima di quel bacio?”   

“E allora come fai a voler rimanere con lui?”   

“Perché lo amo, Stella. E ho imparato stando con lui che la fiducia è anche una scelta. Devo scegliere di fidarmi di lui, altrimenti questi dieci anni non sono valsi a niente, il mio matrimonio non avrebbe senso di esistere senza quella fiducia.”   

Rimangono in silenzio per qualche momento, Stella continua a bere e Alex fissa i fogli della class action. “Comunque, adesso siamo in pausa quindi anche se volessi sapere in ogni momento dove sia, non posso pretendere che lui me lo dica.”   

Stella vorrebbe chiedere se la pausa è stata un’idea di Henry ma rimane in silenzio perché ha già infierito abbastanza e vede dai suoi occhi quanto Alex sia stanco e provato da questa situazione.    

Quando si fa definitivamente notte, Stella viene congedata e Alex si butta sul divanetto, senza riuscire a prendere sonno. È tentato di mandare un messaggio a Henry ma si trattiene. Quello che gli ha detto è vero, stare lontani farà bene a entrambi, anche se è difficile e si deve quasi fare violenza. Almeno questi sono i pensieri finché il telefono non inizia a squillare e non compare il nome di Henry sullo schermo.   

“Ehi! Ciao!” Risponde stupito. Non si aspettava una sua chiamata a quell’ora di notte. “È successo qualcosa?”    

“Ciao. Non è successo nulla ma... volevo dirti che se vuoi tornare a casa, non ti sarò d’intralcio perché non sono lì.”   

“Dove sei?”   

“A Londra, sono partito prima.”   

“Ah...” Rimane senza parole e non sa come rispondere. “Non mi sei d’intralcio comunque. Perché lo pensi?”   

“Era per dire. In ogni caso non ce la facevo a rimanere a casa da solo. Ho preferito anticipare il volo. E non riesco comunque a dormire. Colpa del jet lag probabilmente.”   

“Probabilmente. Henry mi stai lasciando?”   

Sente il ragazzo prendere un respiro e con voce rotta rispondere debolmente “no. Anzi, ho l’impressione che voglia farlo tu.”   

“Affatto.” È appena un sussurro il suo e per qualche secondo entrambi rimangono in silenzio stringendo il telefono all’orecchio. “Henry, avevi ragione, questa pausa non sta funzionando.”   

“Quando l’ho detto ti sei infuriato...”   

“Non mi sono infuriato, è che... mi stai confondendo e non ti riconosco più. Che vuoi fare, Henry?”   

“Non lo so. So solo che... Alex mi manchi. Mi manca stare con te, baciarti, poterti parlare. Non parliamo più ormai. E mi manca. Mi manchi tu.”   

“Anche tu mi manchi. Credi che per me sia stato facile in queste settimane? È stato un inferno. Solo che...” Si interrompe e prende un respiro profondo.   

“Dimmi, parlami, ti prego. Cerchiamo di sistemare le cose, però mi devi parlare Alex.”   

“Okay. Dicevo, solo che ogni volta che ti guardo o che penso a te, io rivedo quella foto e mi sale la rabbia. E lo so, perché Henry non sono un idiota, so che mi hai nascosto delle cose.”   

“No, non ti ho nascosto niente.”   

“No? Davvero? Quindi prima di quel bacio, di quella sera, non vi siete mai visti? Nemmeno per un caffè?”   

“Te l’ho detto che ci siamo incontrati per caso, vuoi i dettagli?”   

“No, Henry non mi prendere per il culo, ti prego. Parlo dopo quel ‘casuale’ incontro, non vi siete più visti prima del party?”   

“È venuto alla sede dell’associazione un paio di volte e sì, ci siamo presi un caffè. Nulla di sensazionale, Alex. Pensavo fosse implicito.”   

“E basta? Perché Henry se vuoi che mi fidi di nuovo di te, dopo quello che è successo, ho bisogno di sapere tutto. Credo di avere diritto alla verità, o no?”   

Henry tace per qualche secondo. E Alex vorrebbe morire in quel silenzio. Non sa cosa stia per dire, ma se dirà qualcosa potrebbe non sopravvivere.  

“Hai ragione. C'è stata una cena, dopo quel primo incontro.”   

“Henry, cazzo! Perché mi dici le cose a singhiozzo? Perché non mi ha detto tutto subito? Ne parliamo da settimane e vengo a scoprire solo ora che siete andati a cena insieme?”   

“È stata una cena tra amici di vecchia data, nulla di più. Ci siamo solo raccontati le nostre vite nel periodo in cui non siamo stati in contatto e io ho parlato solo di te. Mi credi?”   

“Pez lo sa?” Incalza Alex.   

“Come?”   

“È una domanda semplice. Pez lo sa?” Gli chiede alzando il tono di voce.   

“N-non glielo detto.”    

Alex scuote la testa anche se l’altro non può vederlo. “E questo dovrebbe farti capire la gravità. Se non l’hai detto nemmeno a lui, sai che non è stata solo una cena tra amici. Henry, io così non ce la faccio.”    

“E allora lasciami!” Gli grida Henry, pentendosi subito dopo di quelle parole.   

“Non ti voglio lasciare, cazzo! Io ti amo!”   

“Ti amo anche io, ma se non mi credi, io non so cos’altro fare.”   

Stanno ormai gridando al telefono e piangendo allo stesso tempo. Entrambi. In due stati diversi a chilometri di distanza.    

“Alex ti prego non mi lasciare.” Fatica ad articolare le parole ma alle orecchie di Alex arrivano chiare e precise.   

Il ragazzo prende un respiro e chiude gli occhi, cercando di calmare le lacrime mentre la rabbia che ha provato poco prima si affievolisce di fronte al tono disperato di Henry.   

“Finiamola qui. Basta pause, non funzionano e non ci fanno bene.” Sente Henry piangere dall’altro lato della cornetta. “Dobbiamo trovare un’altra soluzione, ora non posso muovermi perché dopodomani ho la prima udienza per la class action, ma appena ho terminato, prendo il primo volo e vengo lì.”   

“Davvero?”   

“Sì, poi cerchiamo di capire che cosa fare.”   

“Avevi detto che se la pausa non avesse funzionato saremmo andati da un terapeuta. Potrebbe essere la soluzione giusta?”   

“Ci possiamo pensare. Però da ora in poi totale sincerità”   

Henry concorda poi sussurra con trasporto “ti amo tantissimo” cui segue “anche io” di Alex che poi chiude la chiamata.    

Nonostante abbiano litigato, parlare con Henry lo ha fatto stare meglio. Aveva bisogno di sentire la sua voce, sentirlo dire che lo ama. E si sente rincuorato che in qualche modo abbiano un piano per risolvere, qualcosa di meglio di una pausa. È stata un’idea stupida, doveva capirlo subito e non accettare fin dal principio. Come sempre doveva seguire le sue di idee non quelle di Henry.    

Ora può concentrarsi sull’udienza che va meglio del previsto. Gli interrogatori procedono senza intoppi e il giudice ha dato loro tempo per elaborare le prove e chiamare gli altri testimoni e i querelanti.    

Così torna a casa e prepara un borsone per andare in Inghilterra da Henry. Si sente osservato all’aeroporto, ma fortunatamente nessuno lo ferma o lo segue. Quando arriva a Heathrow, sta per chiamare Henry e avvisarlo che è atterrato, ma nota un uomo con il cartello “Alex Claremont-Diaz" riportato sopra e gli si avvicina.    

“Salve signor Claremont-Diaz. Sono Major, mi ha assunto Sua Altezza Reale per scortarla a palazzo.”   

Alex annuisce e sale in macchina, prendendo il telefono nuovamente in mano, pronto a chiamare Henry.   

“Ciao! Sei in macchina, vero?”   

“Sì, non mi aspettavo un’auto reale. Potevo venire in taxi.”   

“Non è il caso, siamo di nuovo nell’occhio del ciclone. Non vedo l’ora di vederti.”   

“Sì, anche io. Sto arrivando, sarò lì prestissimo.”   

“Ti aspetterò sempre.”   

Alex sorride con gli occhi lucidi. Forse stavolta riusciranno davvero a risolvere e a tornare alla loro vita, amandosi come hanno sempre fatto. Questo sembra essere quasi... un nuovo inizio.  

In quei giorni a Londra si prendono il loro tempo per ritrovarsi e quando tornano a Austin di comune accordo decidono di andare da un terapista. Come ai vecchi tempi fanno firmare l’accordo di riservatezza al terapeuta e quando Alex lo vede sorride al ricordo di com’era iniziata tra loro. Forse è questo che deve fare, ricordare com’era e ricominciare da lì.   

Proprio una sera che Henry è andato al maneggio per cavalcare e stare in mezzo alla natura - come ormai gli capitava spesso da quando si erano trasferiti in Texas - si fa trovare seduto al tavolo del salone con le braccia incrociate e dei fogli accanto a sé.  

Henry fissa quei fogli e poi lo sguardo serio di Alex e teme il peggio.   

“Che succede?”  

“Siediti. In questi giorni mi sono fatto preparare una cosa.”  

“Sono le carte del divorzio?” Chiede senza muoversi dalla sua posizione.  

“Cosa?! No! Stiamo facendo terapia di coppia perché dovrei volere il divorzio?”  

Henry butta fuori l’aria e finalmente segue il consiglio di Alex sedendosi di fronte a lui e prendendo in mano i fogli per leggere. E poi sorride guardando Alex che ha quel mezzo sorriso che lo ha fatto innamorare ormai dieci anni fa.  

“Sei serio?”  

“Assolutamente sì. E se lo firmi avrà valore legale.”  

“No, dubito sia così.”  

“No, è vero. Ma avrà valore per noi.”  

“C’è già la tua firma…”  

“Certo! Vale per entrambi.”  

Henry annuisce, allargando il sorriso. “Dammi una penna.”  

“Non vuoi nemmeno leggerlo?”  

“Lo farò dopo. Voglio firmarlo subito.”  

Alex gli passa una penna e Henry firma senza esitazione.   

“Da ora azzeriamo tutto e ripartiamo.”  

“Tutto?”  

“Tutto.”  

“Sicuro? Anche la notte a Los Angeles quando abbiamo fatto l’amore la prima volta?”  

“No, non tutto in quel senso. Okay, allora ripartiamo dal matrimonio.”  

“Mi sembra un ottimo piano. Alex?”  

“Henry?”  

“Siamo sempre io e te?”  

“Per tutta la vita!”  

 
 

ACCORDO DI NON TRADIMENTO TRA HENRY GEORGE EDWARD JAMES FOX MOUNTCHRISTEN-WINDSOR E ALEXANDER GABRIEL CLAREMONT-DIAZ  

 

 

 

 

 

 

 

Notes:

Eccoci qui, finalmente è finita. Lo so il finale è affrettato e raffazzonato ma di meglio non sono riuscita a fare.
Grazie mille per aver seguito questa storia e sono qui per commenti e critiche
Un saluto
Babykit

Notes:

Ed eccoci qui, la prima long (minilong) che scrivo su questo fandom. Sono un po' emozionata lo ammetto *^*
Sappiate che ci sarà angst (chi mi conosce sa che senza angst non sarebbe una mia long).
Ho già quattro capitoli pronti quindi sarò abbastanza regolare con la pubblicazione (almeno all'inizio) e spero vi abbia incuriosito con questo primo capitolo.
Ho tante idee e sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi, quindi vi prego lasciatemi un commento e fatemi sapere la vostra opinione.
Grazie mille comunque per essere arrivati fin qui.
A presto
Babykit