Chapter Text
La tazza è vuota come la testa di Roy, come il vano in cui conserva la sua pazienza. Sospira e si preme i palmi sugli occhi.
Il telefono squilla per l’ennesima volta nel corso di quella mattinata infinita e la penna scivola con uno sbaffo indelebile in mezzo al bilancio dei conti per l’ampliamento della linea ferroviaria di Ishbar. Hawkeye non è in vista e Roy teme seriamente che si rimaterializzi a breve con incubi in formato cartaceo, del genere da firmare in triplice copia.
Rivolge un’occhiataccia al telefono: non ha ancora smesso di lagnarsi.
Sbuffa e si sistema la cornetta tra collo e spalla, la testa impegnata da una vaga equazione alchemica con cui vorrebbe liberare il foglio sia dallo sbaffo che magari dalla caricatura scarabocchiata di Hakuro in minigonna. Non qualcosa che possa presentare in riunione, teme, ma forse dovrà adattarsi perché quella faccenda dell’alchimia senza formule continua a non essergli del tutto chiara; ci vuole un cervello grosso come quello di Acciaio per farci stare dentro solo le formule e nient’altro, in una cornice di concentrazione sorda e cieca determinazione.
«Una telefonata esterna, generale Mustang» comunica il centralino. «È Edward Elric».
La penna cade e il coefficiente di presentabilità di quei fogli molto ufficiali raggiunge definitivamente il segno negativo. Gli toccherà costringere Falman a batterli a macchina da capo: lui non ne ha il tempo, deve andare da uno psichiatra perché si è convinto che Edward Elric gli abbia telefonato. Lancia uno sguardo al calendario, ma è solo un altro freddo venerdì qualunque e mancano mesi al primo di aprile.
«Pronto? Checcazzo, telefoni di merda…» sta dicendo la cornetta. Suona proprio come Edward Elric dovrebbe suonare: la voce è inequivocabilmente adulta, ma conserva l’iconico scazzo cosmico dell’adolescenza. Qualcosa tra il diaframma e le costole di Roy esce dal letargo e si stiracchia. Spera sia un effetto collaterale dell’esorbitante quantità di caffè ingerita in mattinata.
«È così insolito che stavo per avere un attacco di cuore» si riprende. «Non ero neppure sicuro che tu fossi al corrente di come si usi un telefono».
A chissà quanti chilometri di distanza, Edward Elric ride con insolenza.
«Il suo umorismo non è migliorato con la promozione, Generale».
«Solo ciò che è imperfetto necessita di cambiamento» risponde Roy. C’è qualcosa sulla sua faccia: è un sorriso, preme contro le guance. «Non ci eravamo messi d’accordo sul lasciar perdere le formalità, Ed?»
Può sentirlo alzare gli occhi al cielo anche al telefono. Gli occhi di Edward sono facili da immaginare, Roy li tiene tatuati sul fondo della scatola cranica e non riesce a cancellarli per quanto si impegni, per quanti anni di silenzio radio possano trascorrere.
Sono passati quasi tre anni e quel silenzio si è depositato tra Edward e i chilometri che ha frapposto tra sé e il mondo con calma, si è accumulato in fiocchi morbidi fino a diventare una montagna invalicabile. Roy sa che è vivo e in salute solo grazie alle più loquaci lettere di Alphonse, che ricorda sempre di fare gli auguri per le feste comandate.
Ma doveva saperlo. Acciaio ha sempre piallato le montagne come fossero di cartapesta: doveva saperlo che sarebbe bastata una telefonata a spazzare via silenzi e ruggine, a disseppellire tutto quello che Roy conserva gelosamente negli interstizi privati della sua mente, lì dove neppure Riza può entrare.
«Era una cazzo di decisione unilaterale e avevamo bevuto» sta dicendo Edward.
«Breda potrebbe testimoniare il contrario» replica Roy. «Non che non avessimo bevuto, ma che tu fossi d’accordo».
«Devi sempre avere ragione? Non ho firmato un cazzo, posso anche ritirarlo».
«Dovresti sentirti privilegiato, ci abbiamo messo quasi dieci anni per arrivare a questo grado di confidenza».
«E quando mai in nome di tutto avrei espresso volontà in questo senso?»
Il sorriso è ancora sulla faccia di Roy, gli stira le labbra e sarebbe molto piacevole, non fosse che il telefono è silenzioso così come il suo ufficio. C’è qualcosa di sospeso e Roy scopre di essere in attesa: manca il punto, perché con Acciaio un punto esiste sempre. Le telefonate di cortesia sono faccende astratte e convenzionali per le quali non ha alcun interesse e alcuna abilità.
«Comunque, l’ho… Cioè, ti ho chiamato per un motivo».
Roy annuisce in direzione della porta chiusa e appoggia la schiena alla poltrona.
«Nessun dubbio in proposito. Ho scordato qualche zero nella tua liquidazione?»
Non arriva nessuna risata, neppure quella brusca e scortese di rito. C’è qualcos’altro di diverso a parte la voce, in quella telefonata. C’è qualcosa di interrotto e titubante, ci stanno orbitando attorno.
«Acciaio?»
«Non… Senti» riprende lui. Di colpo Roy è rigido sulla sedia, quel tono ha qualcosa di così profondamente sbagliato che non sa neppure definire cosa. «Tu stai bene?»
La porta è ancora immobile, così come l’aria e la caricatura di Hakuro. Roy si ritrova a guardarla per un tempo indefinito, dilatato come è sicuro siano le sue pupille.
«Non dovrei?» chiede, più calmo che può.
«Ch- no, certo. Voglio dire. Sto controllando una cosa» riprende Edward, in fretta. «Cose da, uh, sacrifici umani e quella roba lì. Al sta benone, comunque. Cazzo, grazie per averlo chiesto, uno penserebbe che non te ne frega niente, eh».
Roy è – cosa? La cornetta continua a blaterare per un po' delle prodezze di Alphonse in Xing, che a Roy interessano, circa, più o meno... È come ascoltare Maes elogiare Elicia. Punge da qualche parte nello stomaco e se avesse senso si accoccolerebbe comodo nella poltrona e lo lascerebbe continuare, ma Acciaio non è Maes. Questa telefonata non ha nessunissimo senso, per uno come lui.
«Accia- Edward» lo interrompe, anche abbastanza brusco. «Quale cosa da sacrificio umano? Di che accidenti stai parlando?»
Il telefono esita. Roy si ritrova a guardare la cornetta tanto a lungo che quasi si convince sia caduta la linea. Invece Edward riprende a parlare, più basso e frettoloso.
«È un po' che mi capitano cose bizzarre» dice, generico e indecifrabile. «Niente di grave, eh, solo… Allora ho pensato, insomma, visto che Hohenheim è morto non è che potessi chiederlo a qualcun altro. Cioè, l'ho chiesto alla maestra, ma lei non stava troppo bene per motivi suoi e comunque non volevo mandare la gente in panico, anche perché poi non è che c'è qualcosa per cui andare in panico, quindi boh, e... Niente. Okay. Ciao».
«Edward!» Roy lo grida nella cornetta. Fury aveva appena aperto la porta, ma gira sui tacchi e se la richiude alle spalle. «Non riattaccare, cosa… Di cosa stai parlando, si può sapere qual è il problema?»
La risposta è una pausa, lunga.
«Non c'è nessun problema».
Roy quella cornetta la strangolerà.
«Mi hai chiamato per chiedermi come sto e dici che non c'è nessun problema?»
A quanto pare Acciaio è perlomeno in parte consapevole della propria nomea di telefonofobico. Ha il buon gusto di non replicare; si schiarisce la voce, invece.
«È stupido, sono solo… Credo che sto uscendo un po' fuori di testa» risponde, il tono sorprendentemente pacato. La temperatura scende di un paio di gradi nello stomaco di Roy. «Ma Al sta bene, ho controllato, quindi tutto okay. Solo, sì, volevo assicurarmi di essere proprio io che sto uscendo di testa e non qualche, che ne so, causa sovrannaturale che scuoterà le fondamenta del Paese o boh. Sai com'è».
Sì, beh, sullo scuotere le fondamenta del Paese Roy sa com'è. È tutto il resto che non sembra avere molto senso. Meno senso di tutto ce l'ha quel tono a metà tra il leggero e lo sbagliato; sbagliatissime le ombre ansiose nella voce di una persona che prende a pugni gli dei, gli ufficiali superiori e tutto quello che si dovesse frapporre fra sé e i suoi obiettivi.
«Puoi provare a elaborare?» chiede.
La voce di Ed strascica, ancora, e Roy adesso è quasi certo che quelle palpitazioni non siano dovute all’astronomica quantità di caffeina nel suo sangue.
«Che te lo dico a fare, sei mica un medico» ma la modulazione del respiro di Roy deve essere eloquente a sufficienza, perché lui caccia aria dalle narici, forte, e prosegue. «Ti capita mai di fare brutti sogni?» lo dice come fosse uno scherzo, brutti sogni, qualcosa di infantile, di imbarazzante. Roy non ride perché non c’è nulla da ridere. Appoggia le dita sulle palpebre per un momento.
«Capita a tutti» risponde. «Non c’è niente di male».
Il telefono vibra in un assenso leggero, ma non c’è convinzione. C’è silenzio pesante che si gonfia fino a fischiare, finché non deflagra.
«E ti capita mai di farne da sveglio?»
La mano gli scivola giù dal viso mentre raddrizza il collo. Guarda la cornetta come dovesse chiarire il concetto, ma Edward è a almeno una nazione di distanza, se non di più, e Roy deve arrangiarsi come può coi mezzi che ha.
«Incubi, da sveglio?»
«Suona come un no» dice Edward. Ridacchia, quasi, nervoso e pronto a riagganciargli in faccia. Roy non può permettere che gli riagganci in faccia.
«Edward… Dove sei adesso, ancora fuori Amestris?»
Come se avesse appena subodorato costi di telefonate internazionali, Riza rientra in ufficio con un nuovo, enorme fascicolo su qualcosa. Per volontà di un amorevole Dio in cui Roy non crede, ha con sé anche una caraffa ricolma di salvavita liquido. La lascia atterrare sulla scrivania e l’odore di caffè scadente basta da solo a riaccendere ogni cellula dell’assuefatto corpo di Roy.
«Di nuovo a Creta, quasi sul confine… Ho raccolto un po’ di materiale e c’è questa biblioteca gigante un sacco figa, quindi, niente, sto qui».
«Acciaio, ascolta» ricomincia Roy. Le sopracciglia di Riza si alzano e i loro sguardi si incrociano. «Perché non torni qui? Se non stai facendo nulla di troppo urgente potresti stare a Central per un po’, tutti sono ansiosi di rivederti». Riza annuisce in modo inconscio e Roy stesso sente la propria fronte rilassarsi. «Ormai sei via da quasi tre anni» due anni, nove mesi, almeno dieci giorni da quando è passato per l’ultima volta in quell’ufficio, per salutare. Neppure mezz’ora e una stretta di mano, prima di andarsene via col corpo di un adulto nei panni di un adulto, la stessa risoluta determinazione di sempre negli occhi. Roy deglutisce a una nuova extrasistole. «Biblioteca per biblioteca, non avrò nessun problema a farti ottenere un permesso speciale per il materiale riservato. La biblioteca neppure ci sarebbe più insieme al resto del Paese, se non fosse per te» . Aggrotta di nuovo le sopracciglia e esita solo un istante, prima di aggiungere: «probabilmente sei solo stressato. Dubito che tu sia in grado di adempiere alle tue funzioni primarie in modo adeguato, senza il fiato di Alphonse sul collo».
Edward ringhia.
«So badare a me stesso, stronzo, sono una persona adulta. E comunque non posso essere stressato, perché non sto facendo niente. Sono settimane che non faccio niente». Sembra frustrato in modo pericoloso, pronto a esplodere.
La gola di Roy produce una specie di verso meditativo.
«Forse proprio per questo. Non sei abituato a non avere scadenze catastrofiche che pendono sulla tua nuca» diagnostica, con una sicurezza alla quale non ha nessun diritto; che diritto ha lui di dire quelle cose, psicanalizzare gli altri e proporre soluzioni. «È perfettamente normale faticare nel riabituarsi a una vita tranquilla dopo... Beh, dopo una vita come la tua. Non deve essere per forza così. Sei una persona dotata di estremo talento, a prescindere o meno dall'abilità alchemica pratica, e ci sono un milione di possibilità per una mente come la tua».
«Sicuro, finché la mia fottuta mente funziona» dice Ed, la voce distante. Forse è un problema di linea. Gli sbuffa nell’orecchio, pesante e stanco e Roy… Roy credeva fosse difficile rapportarsi con un dodicenne, ma in questo momento, con quest'Acciaio sconosciuto all'altro capo della cornetta, quasi rimpiange gli strepiti dell'adolescente. Questo è un adulto con tanta esperienza di vita quanta ne ha chiunque altro, probabilmente di più, e lui non ha capito niente di tutta quella telefonata, non è così?
«Forse... Forse vengo. Cioè, non so quando perché comunque delle cose da fare le ho… Però forse ci vengo, okay».
«D'accordo. Non ti serve un invito. Se ti va, vieni. Certo, in quel caso non prenderla a male se nessuno ti aspetta in stazione, è chiaro».
«Okay. Allora magari ci si vede. Forse».
«Mi trovi qui».
Pausa, ma breve. C'è qualcosa di più morbido nel tono, dopo.
«Sì, uh, lo so. Okay. E piantala di procrastinare, lo so da qui che stavi scarabocchiando sulle circolari. Vorrei avere ancora i capelli quando questo stupido Paese sarà una democrazia, per cui...»
Roy vorrebbe fingersi oltraggiato, ma Hakuro in minigonna è ancora lì sul bordo della pagina, quindi si limita a sorridere e sbuffare.
«Non sapevo contassi di diventare calvo prima dei trent'anni. Si dà il caso che io stia lavorando più che alacremente, fatti vivo e te lo dimostrerò».
Quando si salutano, non è sicuro di cosa sia capitato di preciso, ma la voce suonava più simile a quella dell'Acciaio che conosce e non credeva potesse essere un simile sollievo.
*
Non avverte nessuno: arriva e porta con sé il chiasso, come sempre.
Per una volta non è la sua porta sbattuta a segnalarlo, ma il capannello di divise blu tuffate intorno a un centro dorato.
Roy deve quasi prendere a gomitate Breda e Havoc, ma alla fine eccolo lì, l'ex Alchimista d'Acciaio, in tutto il suo splendore civile. Gli scarponi a penzolano giù dalla scrivania su cui si è appollaiato e sta distribuendo quelle che senza ombra di dubbio sono fotografie di Alphonse, a mostrare stati evolutivi dall’atrofia all’umanità. Almeno per quel che riesce con la testa ficcata sotto l’ascella di Havoc.
«Diamine, sei diventato gigante, hai finalmente imparato a bere il latte?»
«Sai cosa? Vaffanculo, siete una massa di ritardati...»
«Il caffè è ancora tremendo, ma se vuoi lì c'è la mia tazza».
«Lo sapete dove lo fanno buono? Alla sede della polizia: vi giuro... Oh, capo».
Havoc scivola di lato, Falman infila il gomito nella tazza di Fury e qualche foto di Alphonse finisce nel portapenne in bilico.
Hawkeye lo spinge di nuovo a posto con un indice, recupera la foto: è proprio Al, ha i capelli molto corti e sta mangiando un bretzel grosso come la sua faccia. Gli occhi di Riza si addolciscono e la stanza tira un sospiro di sollievo: sembra che nessun proiettile finirà conficcato nella scatola cranica di qualche lavativo.
«Ehilà, tenente» saluta Edward, con un dieci percento di cautela. Lei fa un passo avanti, gli lascia scivolare la foto nella tasca del parka sbattuto che ha indosso e poi – tutti sbattono le palpebre contemporaneamente – lo abbraccia. È asciutto e breve: finisce molto prima che l’espressione da gufo fulminato scivoli via dalla faccia di Edward.
«È bello rivederti» conclude Riza, del tutto noncurante della concentrazione di stupido pathos che sembra aver creato.
«Eh- ah» dice Edward, stralunato. «Uh, sì. Sicuro. Reciproco».
«È Capitano, adesso» interviene Roy, ancora un paio di passi indietro. Non sa bene cosa fare: non può abbracciarlo, sarebbe solamente strano, e porgere la mano… Non è come se fossero colleghi, adesso, e anche prima è sempre parso pressoché inappropriato.
«Guarda che lo so, merdaccia. E lo so che l’hai detto solo perché così potevi ricordare a tutti della tua, di promozione… Cos’è adesso?» si guarda attorno a cercare conferme. Havoc non risponde solo perché il ghigno gli sta aprendo la faccia in due; Breda fischia.
«Generale di Brigata… Ci crederesti? Gli affidano una brigata intera».
«Tecnicamente, non essendo in stato di guerra, è niente più che un titolo» precisa Falman e Fury gli porge il suo caffè gusto gomito per chiudergli la bocca in modo gentile.
È tutto molto… Familiare, sì. Quando Havoc è tornato in servizio, l’anno prima, è stato finalmente come se le cose fossero tornate al loro posto nella piccola scacchiera di Roy, ma non era del tutto vero. Adesso lo è, ora che c’è anche il jolly: il pezzo non regolamentare della sua truppa, seduto malamente sopra un tavolo a mangiarsi la stanza con un ghigno e sporcare il pavimento col fango sotto le suole. Ha sempre il fango sotto le suole, Acciaio, strisce di polvere addosso e la frangia sbattuta dal vento anche al chiuso; è sempre stato come se portasse dentro tranci del fuori, fossero pioggia, fango o notizie da città piccole piene di persone vere. Edward è sempre stato troppo vero per finire inghiottito dalle pareti grigioline di un quartier generale, di un ufficio, questo o a East City. La verità è che Roy è così sollevato che non sia più lì per consegnargli rapporti scarabocchiati nella sua pessima grafia mancina che potrebbe persino abbracciarlo e non sarebbe tanto più strano dell’abbraccio di Hawkeye.
Da qualche parte fuori dal suo cervello imbambolato lei sta spiegando col tono paziente di una maestra elementare o ammaestratrice di leoni che no, il fatto che Edward sia lì non autorizza tutti quanti a fare una gita fino alla centrale di polizia per scroccare caffè che sappia di caffè.
«Andiamo, capo, il Generale sei tu, tu hai l’ultima parola!» esclama Havoc, e si becca un quartetto di occhiate incredule, compresa quella di Roy stesso.
«Lei è Hawkeye» dice Edward, per esplicitare il concetto. Hawekeye è il grado, non il cognome: lei stira le labbra, zen.
«Sono certa ci saranno numerose occasioni per un caffè in orari che non provochino richiami per assenteismo. Signori, Edward» si congeda, mentre gli altri muggiscono depressi via dal tavolo e diretti alle proprie postazioni.
Edward raccoglie foto di Al e se le infila in ogni pertugio che il suo vestiario offra, poi scivola suole a terra per liberare la scrivania di Breda.
Roy gli fa segno di seguirlo e si assicura di lasciarlo passare, prima di chiudergli la porta dell’ufficio alle spalle. È nuova e se la lascia chiudere a lui come minimo si aprirà una crepa nel muro.
«Ci sono volute solo tre settimane perché ti facessi vivo, è abbastanza sorprendente».
Gli occhi di Edward sanno ancora perfettamente come trapassarlo con aperta ostilità adolescenziale. Si lascia cadere sul suo divano e i cuscini emettono un peto soffice. La valigia atterra sul tappeto con perfino meno grazia.
«Te l’ho detto che avevo cose da fare, stronzo. Poi stavo aspettando una lettera di Al, se cambiavo indirizzo di colpo finiva che la perdevo».
Roy lo osserva con discrezione e un certo grado di cautela. Non capisce cosa ci sia a turbarlo, ma il problema è proprio lì: non c’è niente che non vada. Della strana telefonata che non ha smesso di tormentarlo per l’intero mese non c’è più traccia: Edward sta seduto lì e gesticola rilassato su quanto perdere una missiva di Alphonse rappresenterebbe un gravissimo danno sociale per la sua inesistente vita sociale. È la verità, Roy sa che lo è: a meno che non si sia trasformato improvvisamente in un essere socievole, i due terzi dei rapporti intimi di Edward Elric si trovano in quell’edificio, seduti dall’altro lato della porta a fare scommesse su quanto ci metteranno a litigare urlando come ai bei vecchi tempi. Sono tutti lì: Riza che può permettersi di abbracciarlo senza incorrere in alcuna reazione ostile, una manciata di adulti che non si sono fatti mai intimidire da un assurdo grado altisonante appiccicato a un metro e mezzo di furia e lui, Roy.
Lo contempla per la prima volta con improvvisa costernazione: è lui che ha ricevuto la telefonata. Non ha idea di cosa significhi, né perché tra le pieghe dei suoi organi interni sia in grado di distinguere dei sentimenti positivi al riguardo.
Edward ha smesso di recensire malamente i servizi postali di Xing e lo sta guardando, in attesa.
Roy si schiarisce la gola.
«Purtroppo non posso produrre permessi speciali per biblioteche nel giro di cinque minuti, è un potere da Comandante supremo» dice e aggira il tavolino per accomodarsi a sua volta sul divano. Sedersi alla scrivania sembra sbagliato, adesso che non c’è più un rapporto di lavoro seduto in mezzo a loro in quella stanza. «Ma posso fartelo trovare pronto domattina con la controfirma di Grumman… Se passi a salutarlo probabilmente possiamo risolvere in serata».
Edward sventola la mano; è la destra e è strano non vederla luccicare di metallo.
«Non c’è fretta, contavo comunque di andarmene a dormire a un certo punto oggi. I sedili dei treni da ovest sono semplicemente ridicoli». La sua schiena scricchiola a conferma e è una spiegazione più che legittima a quel peso stanco che si porta sotto le palpebre.
«Caffè» si annuncia Hawkeye, con un cigolio discreto della porta e una caraffa – e un’altra pila di fascicoli: Roy geme. «Non è quello della polizia, ma spero sia comunque accettabile».
«Davvero, dovrebbero promuovere te generale di qualcosa, Capitano, questo qui sta facendo di nuovo il lavativo con la scusa di intrattenermi».
Riza stira le sopracciglia e la gola di Roy barbuglia qualcosa sull’essere comunque a buon punto con i rapporti della settimana. Lei è in egual modo crudele e magnanima: gli sistema una tazza colma di caffè tra le dita, ma solo dopo aver sistemato la nuova pila di scartoffie in bella vista su quella già altissima che sovrasta lo skyline della scrivania.
«Credo potremmo provare anche con i nomi propri giunti a questo punto della nostra conoscenza, Edward… Come vanno le cose, notizie di Winry?»
Winry sta a Rush Valley, cose entusiasmanti sul suo lavoro, Pinako li sotterrerà tutti – Roy l’ha vista una volta in vita sua, ma non aveva dubbi – e sì, un sacco di cose a ovest, Creta interessante, cose da vedere, alchimia, lingue molto morte, reperti molto antichi inscritti in lingue molto morte, il caffè è veramente terribile come lo ricordava, certe cose non cambiano mai… Non cambia mai: la luce filtra dalla finestra e gli rimbalza sulla nuca in un caleidoscopio dorato. Roy capisce che non riuscirà mai a smettere di guardarlo imbambolato. È stata una delle prime cose che ha visto, ri-visto dopo il Giorno della Promessa, quando ha aperto le palpebre e non c’era più soltanto buio oltre le sue pupille. È anche qualcosa che ha sempre guardato: all’inizio perché cosa c’era di più strano, nella massa di divise blu, di quel giallo-rosso lampeggiante? Poi come qualcosa di costante, importante; una parte della sua vita e adesso – è diverso, adesso, la coda dorata si appoggia sulle spalle di una persona adulta e la mascella è una linea decisa.
«E quindi dove ti sei sistemato?» sta chiedendo Hawkeye. Roy attacca le labbra alla tazza e manda giù un grosso sorso di caffè bollente: ne ha bisogno, il suo cervello è completamente fritto, Breda gli ha scroccato mezzo pranzo e è sicuro che il filtro sociale che di solito stringe attorno ai suoi stessi pensieri sia gravemente allentato, al momento.
Anche Edward sembra considerare l’apporto di caffeina fondamentale per la prosecuzione di quella o qualunque altra conversazione: la sua tazza è già vuota per metà. Occhieggia la valigia.
«In realtà non lo so, c’è ancora quell’albergo all’angolo tra la sedicesima e Main Street…? Mi pare che lì passa il tram tipo dieci volte al giorno, quindi va bene per andare nei posti».
«Io ho una stanza libera».
C’è un silenzio ovattato e strano, di graffette lanciate dall’altro lato dalla parete. Havoc raglia indistinto e la risata di Breda esplode forte insieme al rumore di cose cadute. Riza ha corrugato le sopracciglia, tutte e due, e lo sta fissando. Quello di Acciaio, di sopracciglio, è svettato così in alto che la cicatrice sulla fronte è sparita tra le pieghe.
Roy… Roy ha parlato. Era la sua voce e tutti l’hanno sentita.
«C’è in programma il Carnevale, tutti gli alberghi saranno pieni… Almeno quelli che ti puoi permettere senza sperperare i soldi dell’esercito» dice, ragionevole. Il grugnito-risata di Edward era esattamente quello che si aspettava. «Inoltre casa mia è a venti minuti a piedi dalla Biblioteca Nazionale. Ho una stanza libera, ho pensato avesse senso farlo presente». Questo lo dice a Riza, perché lei non ha smesso di fissarlo. Lo realizza in quel momento, infatti tira indietro il collo in modo impercettibile e poggia la propria tazza sul tavolino.
«Mi pare del tutto ragionevole» concorda alla fine, anche se non smette di guardarlo. Roy deglutisce e è un pusillanime, non ha il fegato di voltarsi lì alla sua destra. I cuscini non hanno scorreggiato, segno che Edward non si è mosso. Roy trova il coraggio di guardare, ma lui sta fissando il fondo di caffè come fosse una complessa equazione alchemica.
«Sto cercando di computare le eventuali implicazioni da manipolatore bastardo di questa cosa ma non ne trovo?»
Roy si pianta una mano sul cuore, teatrale.
«Mi ferisci, è un’offerta di pura generosità».
«Ceeerto, e io sono il Comandante Supremo».
«Potrei avere bisogno di qualcuno che si prenda la briga di pulire quella stanza, effettivamente» risolve Roy. È drammatico sentirsi sollevati dal fatto che il discorso sia deragliato in quel modo. «La uso principalmente come magazzino, ma c’è un letto e credo non più di due dita di polvere, anche se è difficile a dirsi dato che l’ultima volta che ci sono entrato è stato sette mesi fa, quando credevo di aver sentito un rumore sospetto».
Edward lascia cadere la tazza sul tavolo e sbuffa, le braccia conserte.
«Era un ratto?»
«O un pipistrello. Scarterei l’ipotesi del procione: è al secondo piano».
«Chiaro… È davvero così vicino alla biblioteca?»
«Un quarto d’ora passando per le strade laterali».
Roy è una persona orribile che brucerà tra le fiamme dell’inferno: lo sapeva già, non è una novità, ma credeva anche in qualche modo di aver esaurito i motivi per cui meritasse quella fine. Invece eccolo lì, anni dopo, con lo stomaco che squittisce farfalle quando Edward Elric inclina il capo di lato, le sopracciglia contratte, e infine caccia aria dalle narici.
«Bah, non può essere peggio che fare campeggio con la banda di Greeling. Ma scordati che pulisca o faccia la spesa o checcazzoneso… E niente ospiti. Intendo ospiti» gli punta l’indice dritto in mezzo agli occhi. «Ascoltare le stronzate di Havoc in pubertà ha distrutto per sempre qualsiasi mio interesse per qualunque attività sessuale di chicchessia, quindi se devi ottemperare fallo a un raggio di almeno cinquanta metri da dove dormo io, chiaro?»
Roy guarda la punta dell’indice e non risponde “sono certo di poterti far cambiare idea”. Roy guarda la punta dell’indice, deglutisce e sorride. Bene così.
«Certo, Acciaio, perché non stili una lista dettagliata di cosa posso e non posso fare a casa mia? Ne sarei deliziato, possiamo appenderla sul frigo… Mi hai portato almeno una calamita da Creta, mi auguro?»
A quanto pare da Creta Edward gli ha portato “questo”, che consiste non troppo inaspettatamente nel suo medio levato. Hawkeye lo prende come il segnale adatto per congedarsi, non senza raccomandazioni sull’urgenza della roba che Roy deve assolutamente firmare in triplice copia, pena lo stravolgimento drammatico dello status quo. È davvero… È difficile concentrarsi, quando quello che per mesi hai cercato di spremere fino alla costipazione in un angolo del tuo subconscio siede stravaccato sul divano nel tuo ufficio, fogli sparsi sul tavolino da caffè, un libro in mano e una penna in bocca.
Edward, a dispetto della telefonata inquietante, non sembra invece avere alcun problema di concentrazione: solo un minuto dopo aver commentato che rimarrà lì a studiare della “roba” – che sembrerebbe essere un mucchio di foto di qualche non meglio identificato reperto archeologico – è come se la sua persona fosse finita risucchiata in una bolla cieca e sorda a qualunque stimolo. Si batte distrattamente un dito sotto il mento mentre gira le foto in diverse angolazioni e scribacchia appunti ai margini con una penna dal tappo masticato.
Roy respira; ingurgita l’ultimo sorso di caffè, impugna la stilografica e incassa la testa tra le spalle: lavoro. Il lavoro è importante. Deve solo concentrarsi.
*
Solleva il capo per quella che deve essere non più della terza volta nell’arco di un tempo infinitamente noioso. La prima volta crede di aver salutato Fury o forse era Falman; la seconda Riza, e a quel punto l’ufficio si era già svuotato. Stavolta il suo collo scricchiola tanto forte che Roy teme per la capacità della propria colonna vertebrale di mantenere la testa attaccata al collo. Riprende coscienza dei propri arti e scopre che c’è del dolore ficcato come spilloni all’altezza delle scapole, ha un crampo alla mano destra e probabilmente questa è la volta buona che si è procurato un tunnel carpale come si deve: sciocco chi pensa che il lavoro di scrivania non sia pericoloso per la salute.
Stupida penna, stupidi progetti di ampliamento ferroviario: la ricostruzione di Ishbar gli sta portando via la salute e è esattamente quello che si merita, il tunnel carpale e la sciatica, l’artrite e il mal di testa, il calo della vista. Si merita tutto, ogni singolo crampo.
Sbuffa e prova a mettere a fuoco la stanza nella luce artificiale del lampadario; respira, appoggia la schiena per un momento alla poltrona, che è una grande poltrona. Roy ama la sua poltrona, è buona persino per dormirci dentro – anche se per questo il divano è il massimo. Il divano occupato da Edward Elric, che stanotte dormirà a casa sua.
Roy si passa una mano sulla faccia, prima di focalizzare: Edward sta già dormendo, ma sbilenco con la testa sul bracciolo e le gambe giù, un libro aperto poggiato tra mento e spalla e la penna caduta sul tappeto, a un palmo dalle dita flosce.
La sedia ruota e Roy si alza, incerto, ma con la burocrazia impilata a bloccargli la visuale non può fare altrimenti. Il divano è lungo e Edward è cresciuto abbastanza da starci quasi stretto. Il parka polveroso sta buttato sull’altro bracciolo e Roy contempla l’idea di poggiarglielo addosso, visto che in quella posa rannicchiata sembra che il caso umano stia cercando di raccogliere calore; ma l’orologio conferma quello che Roy temeva, cioè che sono le otto passate e né lui né tantomeno questo civile sopravvissuto a chissà quante ore di treno dovrebbero essere lì a quell’ora. Non ha neanche fatto la spesa, non ha idea di cosa ci sia in frigo e cosa… Trenopensieri ansiogeni da superlavoro: frena, stop. Una cosa per volta.
Edward respira nel libro, è un prontuario di epigrafia. Roy ha solo un’idea vaga di cosa significhi, ma è quasi sicuro che inalarlo non sia salutare, quindi avvicina il capo con cautela, principalmente per decidere se sia meglio tappare il naso di Ed o rimuovere il libro o magari svegliarlo e basta. Il fatto che da quell’angolazione riesca a contargli le ciglia e anche quelle siano spesse e dorate non c’entra niente, davvero.
Le sopracciglia di Ed sono contratte. Roy sa cos’è un sonno agitato, si sveglia abbastanza spesso grondante sudore freddo e con le coperte a intrappolargli i piedi da essersi fatto un’idea piuttosto precisa di come la scena debba apparire dall’esterno, di quando debba sembrare stupido. Edward non sembra stupido, sembra stanco e ammaccato, stropicciato. È vero che deve essere qualcosa in lui, l’energia proveniente da un qualche genere di nucleo incandescente a cui attinge per funzionare, a rendere Edward apparentemente indistruttibile; quando dorme, quando è indifeso, fa venire i brividi constatare che quel potenziale cataclismatico sia contenuto in un corpo di dimensioni tanto contenute, uno che ha preso abbastanza botte da bastare per una decina di vite. Roy dovrebbe sentirsi più in colpa di così, per il fatto di trovarlo attraente.
Solleva una mano per poggiargliela sull’avambraccio – è un posto innocente, l’avambraccio; non c’è niente di suggestivo o inquietante in un tizio che ti sveglia poggiandoti una mano sull’avambraccio, no? – e vede rosso, in un lampo feroce dietro le palpebre, poi bianco. Poi arriva il dolore sordo in mezzo agli occhi, lì dove ricorda lontanamente dovrebbe esserci il suo naso; se lo preme con le dita almeno finché la sua gamba non urta il tavolino e deve quindi piazzarsi le mani dietro per evitare di caderci su e cappottarsi come un imbecille. È la sua punizione karmica.
«Porcammerda» arriva dal divano, oltre il velo umidiccio che gli si è posato tra le palpebre. Scivola seduto sul tavolino e si impegna a mettere a fuoco: anche Edward è seduto, una mano premuta sulla fronte e un altro paio di imprecazioni tra i denti.
«Merda» ribadisce, prima di spiarlo tra le dita aperte. «Mustang?»
«Colpa mia» ribatte lui, sincero. La voce gli esce stupida e nasale, ma almeno non sta schizzando sangue sulle importanti foto di importanti epigrafi cretesi. «Volevo svegliar… Acciaio?»
Si volta di scatto ancora prima di afferrare il perché ne abbia sentito il bisogno, ma dietro le sue spalle non c’è niente. La poltrona vuota e lo scaffale coi faldoni, lì dove è sempre stato. Quando si gira il panico è sparito dagli occhi di Ed, anche perché lui ha smesso di guardargli oltre la spalla e si sta premendo i bulbi oculari direttamente nel cranio con i palmi delle mani.
«Merda» ripete, stavolta con una sfumatura ostile.
Roy opta per tastarsi il naso con un po’ di cautela; sembra che l’osso sia ancora in sede.
«Ti sei addormentato» dice. Suona stupido, ma il silenzio dell’ufficio, forse dell’edificio intero, sembra un po’ troppo pesante al momento. «Sono le otto passate, dovremmo… Acciaio, stai bene?»
La sua faccia è ancora sepolta dietro le mani e ci sono buone possibilità che finisca davvero per farsi uscire gli occhi dalla nuca, se continua a premere così. Il corpo di Roy è più intelligente e insieme incredibilmente più sfrontato di Roy stesso: una delle sue mani è finita appollaiata sulla spalla di Edward in qualche momento. Gli ci vuole un secondo pieno per ricordare che nessuna delle due è più fatta di metallo, anche se è così rigida sotto le dita che dovrebbe domandare se qualche componente dell’automail non sia rimasto conficcato nelle ossa.
Edward caccia un respiro molto simile a un rantolo, ma chiosa con un mugugno che potrebbe somigliare a una risposta affermativa. Lascia scivolare le mani giù, sulle ginocchia.
«Sì, solo… Mal di testa?»
«Il mio setto nasale non è in alcun modo più duro della tua testa» ribatte Roy, mentre lui si passa i polpastrelli sulla fronte per un momento, le palpebre strette.
«Sei una testa di cazzo» gli comunica e Roy si rilassa sensibilmente.
«Sono una testa di cazzo che tiene una grande quantità di acido acetilsalicilico nel cassetto della scrivania, però».
Si merita uno sbuffo che è quasi una risata anche se gli dispiace che, quando Ed raddrizza la schiena, debba riprendersi la mano. Lui non smette di usare la propria per sprimacciarsi la fronte.
«Eh, lascia perdere, quella roba non mi fa niente».
Sembra lo dica con cognizione di causa. Roy poggia le mani sulle ginocchia.
«Un incubo?» domanda. Sa bene quanto sia personale, quanto solo pronunciare la parola implichi un grado di intimità che semplicemente non esiste, per questo non insiste.
«Qualcosa del genere».
È giusto così: accetta lo sguardo lungo e muto, la risposta vaga. Ritira la mano ben adesa al corpo e annuisce.
«C’è un posto sulla tredicesima che fa i migliori hamburger. La seconda porzione di patate è gratis» dice, allo sguardo genuinamente perplesso di Ed. «Scommetto che quella roba qualcosa fa».
La risata stanchissima che riceve in risposta non era esattamente la sua prima speranza di reazione, ma suppone sia meglio di nulla.
*
Il tour della casa finisce spostato di peso come lo stupido cesto di frutta che Roy tiene sul tavolo, per far posto al cartoccio bollente: odora di patate e paradiso. Il cervello di Roy si concede un momento di raccoglimento mentre distribuisce panini e patate nei piatti come un vero individuo civilizzato e scopre di avere della birra in frigorifero.
«Cos’è questa roba?» chiede Ed, l’espressione profondamente analitica e le narici dilatate. Roy non fa fisicamente in tempo a completare la risposta – pane all’aglio omaggio – che lui ha già fagocitato metà della fetta e sta mugugnando versi incomprensibili.
«Cosa?» chiede Roy, e gli passa la birra.
Edward deglutisce.
«Perché non sapevo dell’esistenza di questo posto!» Non è una vera domanda, infatti l’unica conseguenza è il fatto che riesca a far sparire il resto del pane in un sol boccone.
Va molto, molto meglio così: le spalle di Roy si rilassano, non si era reso conto di avere le scapole ficcate nelle orecchie. Beve un lungo sorso di birra, prima di attaccare le patate; anche quelle sanno di paradiso e un po’ di aglio e forse, forse l’universo non sta implodendo.
Sembrava che stesse per farlo, negli occhi di Edward e nel modo in cui ha continuato a guardarsi le spalle per tutto il tragitto fino alla macchina e Roy vorrebbe evitare di ricamare su avvenimenti del tutto normali, ma il fatto che lui si sia categoricamente rifiutato di rimanere a aspettarlo in auto mentre recuperava il cibo sembrava un comportamento dettato da qualcosa di più profondo della semplice convinzione che Roy non fosse in grado di ottemperare all’incarico in modo adeguato – cioè, ordinare pensando anche al paio di stomaci supplementari che Edward evidentemente tiene nelle tasche dei calzoni.
È sulla scia di quelle paturnie che smette di masticare il panino e, semplicemente, lo chiede.
«Devo aspettarmi una catastrofe da un momento all’altro?»
Ed scatta col mento in su, della salsa cola dall’estremità del suo hamburger e potrebbe essere semplice gravità, oppure ha davvero stretto il pane troppo forte. Lo appoggia e recupera la birra con le dita unte, ma non beve.
«Mi hai invitato a casa tua per indagare? Tipico di te» alza gli occhi al cielo e butta giù un sorso, il suo pomo d’Adamo fa su e poi giù mentre Roy contempla tutti gli altri incipit di conversazione che avrebbero potuto risparmiargli l’occhiataccia ostile che segue. «Dì al maniaco del controllo che vive nei tuoi vestiti che si può rilassare… Non sta succedendo proprio niente».
«Quella telefonata lasciava sospettare il contrario» insiste Roy. Gesticola con una patatina perché l’aveva in mano e in ogni caso con quella riesce a attirarsi l’attenzione di Ed per più di due secondi. «Se sei nei guai, qualunque tipo di guai, sai che puoi dirlo. Insomma, credo di essermi guadagnato almeno questo».
«Guadagnato?» ribatte Ed. «Non sono un cane, Mustang, non è che se mi offri il cibo comincio a scodinzolare e ti regalo amore incondizionato».
«Mi riferivo ai nostri quasi dieci anni di conoscenza reciproca, non alla cena. E sebbene sia certo che questi hamburger in particolare meriterebbero amore incondizionato, io personalmente mi accontenterei di un po’ di fiducia».
Ed spalanca la bocca, punta il dito – poi si sgonfia. Guarda il mezzo hamburger nel piatto per un lungo, lungo secondo.
«Sei tu che mi hai detto di tornare qua. Se sono un problema…»
«Tu mi crei problemi da tempo immemore, Acciaio-»
«Quel nome non-»
«Ma non ho mai detto che tu sia un problema. Mai pensato, neanche per un secondo» dice, scopre che è vero mentre lo dice e sospira prima di prendersi tutto il tempo del mondo per masticare un altro boccone; ci beve su un sorso di birra e sa perfettamente che i piedi di Ed erano già in posizione per alzarsi, le sue mani già pronte a mandarlo al diavolo. Lo sa che Edward non ha veramente bisogno di lui, la sua ospitalità è solo una cosa buffa che è capitata. Quello stare lì, seduti in cucina a mangiare hamburger, non significa niente se non che entrambi conducono una vita sociale da reclusi, quando non si tratta di alleanze in caotiche scacchiere per il raggiungimento di obiettivi superiori.
Edward non si alza, la sedia scricchiola quando ci si riappoggia più composto. Roy si concentrerà molto attentamente sull’operazione di masticare il suo hamburger senza farsi sfuggire i cetriolini e fingerà di non sapere che Ed lo sta osservando con attenzione da dietro i resti del suo; ne fa sparire un altro quarto con un boccone.
«Non c’è nessun guaio» dice, dentro il panino.
Roy annuisce alla sua birra.
«Buono a sapersi».
«Non mi fermo qui per molto» prosegue lui, stavolta meno infantile, anche se lo comunica comunque al suo cibo piuttosto che a Roy. «Sono solo passato a salutare eccetera… Tu mi hai detto di farlo».
«E sono felice che tu abbia ritenuto di convenire. Soprattutto in considerazione del fatto che di solito tendi a fare esattamente il contrario di quello che gli altri ti dicono».
«Non gli altri, idiota» ribatte lui, ma il tono è il suo miglior ruvido bonario. «Solo tu».
«Ne sono lusingato?»
«Dovresti esserlo, stronzo. Per fare il contrario in modo accurato devo almeno ascoltare cos’hai da dire, nah?»
Non fa una piega; l’orologio ticchetta per un po’ e le patate è un peccato lasciarle freddare. Roy sbuffa, il maniaco del controllo che vive nei suoi vestiti vorrebbe soffocarlo dall’interno, ma c’è un’altra parte di lui, evidentemente alimentata a hamburger e capelli dorati, che è assolutamente intenzionata a rimanere in superficie e godere di quel che gli viene offerto dall’universo gramo. Edward Elric, tre anni dopo, seduto nella sua cucina a mangiare e sputacchiargli contro veleno e lealtà – è come cinque anni fa e tutto è diverso da cinque anni fa.
«E allora…» ricomincia. Preleva la patata, mangia la patata. Una per volta mentre Ed se ne infila in bocca tre. «Alchimia cretese. Di che si tratta?»
Una patata cade nel piatto, le sopracciglia di Ed si inclinano insieme al suo capo, per buoni due gradi di sospetto.
La faccia di Roy deve aver passato il test, perché nell’arco della mezz’ora successiva sul suo tavolo compaiono cerchi alchemici tracciati nella salsa piccante e la riproduzione in scala e patate di un sito archeologico molto controverso con monoliti e costellazioni e mucchi, mucchi di formule.
Anche il maniaco del controllo si rilassa: l’universo non sta implodendo, Edward è un centro gravitazionale abbastanza forte da stabilizzare l’orbita di tutto quello che ha intorno, e questo nonostante non smetta un secondo di muoversi.
Finiscono a lavare i piatti discutendo di simmetria ortogonale e sue implicazioni nella costruzione di cerchi complessi – che potrebbe essere il titolo di una tesi di laurea – e è quasi come cenare con Riza.
Non per la simmetria ortogonale e di certo Ed ha un modo molto più caotico di lavare i piatti, la schiuma schizza sui muri quando gesticola; ma Roy può far crollare un palazzo battendo le mani, adesso, eppure avere Riza a guardargli le spalle non è mai stato un accessorio alla sua propria capacità di autodifendersi. Edward in casa è una sicurezza, anche con la schiuma su un sopracciglio, le maniche del maglione tirate su e un canovaccio a fiorami in mano. Piacevole. È una sensazione piacevole che si porta dietro anche quando i piatti sono asciutti e il terzo sbadiglio spaccamascelle di Ed lo convince che sia l’ora di andare a dormire. Mostra la stanza, si prende gli insulti di rito sul polverume che c’è dentro e indica il bagno; esprime anche il canonico «fa’ come fossi a casa tua», che intende davvero, davvero.
Cede il suo turno per la doccia, ascolta l’acqua scrosciare piano oltre il ronzio dello scaldabagno e non pensa assolutamente a nulla di niente, nulla di niente di nudo. Per Edward Elric Roy nutre molta più stima di quanto nutra desiderio, per cui non emetterà neppure una sillaba per vocalizzare il proprio corrente stato d’animo in relazione a cose molto bionde e dotate di pessimo gusto nel vestire. Grumman nudo, ecco: questo è un pensiero che basta a freddare qualunque bollente spirito per il resto della settimana, fino a quando Edward Elric non sarà partito per la sua prossima avventura pena di simmetrie ortogonali e mehnir e la loro relazione sarà tornata nel comodo alveo tra una cartolina monosillabica e l’inesistenza.
Si siede sul letto. Non è niente di difficile: può farcela.
L’acqua viene chiusa, il bagno annuncia a tremila decibel di essere libero.
Roy resta fermo immobile in silenzio dentro finché i passi scompagnati e sicuramente umidicci del suo ospite non si sono chiusi la porta della stanza alle spalle. Poi crolla schiena sul materasso e sbuffa, forte.
Può farcela, davvero. Forse.
*
Breda ha masticato l’ultimo boccone del suo panino non meglio identificato molto prima che arrivasse il caffè e la testa di Ed potrebbe alternativamente finire nella tazza o spalmarsi contro la spalla di Falman.
«Non hai dormito? Perché non ha dormito?» chiede Havoc, ma a Roy. Lui preferisce di gran lunga rimanere in silenzio: non è ancora riuscito a zuccherarsi il caffè, quindi il suo filtro sociale è ancora in stand-by e potrebbe rilasciare dichiarazioni compromettenti a prescindere dal fatto che attività compromettenti si siano verificate. Non che sia accaduto, infatti non ha la minima idea del motivo per cui Edward sia in modalità narcolettica nonostante Roy si sia premurato di somministrargli del tè molto forte prima di uscire di casa. Deve essere un danno collaterale dell’effetto placebo: il tè non sa di caffè è tutto il potere della caffeina ne esce gravemente mutilato.
È un problema di cui soffre a propria volta, ma Hawkeye provvede a svuotargli le riserve casalinghe di caffè periodicamente, a suo dire per impedirgli di finire in overdose. Non ha mai sentito di overdose di caffè, ma Riza ha un modo tutto speciale di rendere credibile ciò che dice.
«Perché non hai dormito?» gira la domanda. Edward alza le palpebre, lo osserva come fosse una sorta di misterioso agglomerato di cellule finito per sbaglio oltre l’orlo della sua coscienza – che finisce dove finisce il bordo della tazza – e poi beve.
«Perché russi».
Havoc sputa del cornetto in testa a Fury. Lui espira e si ritira un po’ più vicino alla finestra.
Al caffè della polizia hanno preferito caffè vero in un bar, e non solo perché la barista sembra avere un debole per Breda e viceversa: il caffè è effettivamente ottimo e forse Roy ne ordinerà uno da portar via per Riza, da offrirle in segno di pace per scusarsi dell’inevitabile ritardo che stanno accumulando. Anche se tecnicamente Roy è il capo, lì, quindi in un mondo in cui comanda davvero
il momento in cui lui si presenta in ufficio dovrebbe essere l’orario giusto di default o qualcosa del genere.
«Io non russo» risponde, serio. «Ci sono molte persone disposte a rilasciare una testimonianza a mio favore».
«Perché ha dormito con molte persone. Occhiolino occhiolino, gomitata suggestiva» commenta Havoc, scontento nonostante stia pucciando il cornetto nel cappuccino; cosa che, ci ha tenuto a comunicare quando ha fatto l’ordinazione, rientra tra i dieci buoni motivi per cui essere vivo non è una fatica inutile.
«Ti sarei grato se non mi dipingessi come un poco di buono, Sottotenente» sospira Roy, con Breda che gli sghignazza di fronte.
«Non me lo sognerei mai, Capo. Abbiamo tutti da imparare da te, soprattutto Heymans».
Le sopracciglia a mezz’asta di lui scendono a due terzi d’asta. Edward riapre palpebre che doveva aver chiuso in qualche momento e forse pesano quando il suo vecchio automail, a giudicare dall’evidente sforzo fisico: non sembra che abbia capito chi sia Heymans, al tavolo, e Roy contempla la possibilità che nessuno si sia mai presentato usando il nome proprio. Poi quella molto più inquietante che davvero lui sia così confuso da non ricordare una cosa del genere. Si sta sforzando di tenere la testa dritta e la punta della sua coda, che è riuscito a farsi senza intrappolarcisi le dita dentro solamente al terzo tentativo, penzola pericolosamente vicina al latte macchiato di Falman.
Roy sta quasi per allungare la mano e spostare l’una o l’altro, ma a quel punto Havoc gli sta già sbraitando a tremila decibel di distanza dall’orecchio
«Vai a parlarle» dice, e Fury si stringe un po’ più vicino alla finestra. È difficile che riuscirà nell’intento di non conoscerli, visto che sono seduti allo stesso tavolo, ma Roy non può biasimare il tentativo.
«Tenente, ci vada e basta per favore» piagnucola appunto, gli occhiali appannati dal vapore della sua tazza. Breda gli digrigna i denti oltre il panino.
«Dov’è che deve andare?» fa Ed, due percento più coerente ma senza smettere di sbadigliare.
Falman intinge a sua volta il cornetto nel latte e scruta l’infinito.
«A interagire con la proprietaria del locale al fine di creare una serie di imbarazzanti reazioni a catena che si concluderanno con molte risate da parte del sottotenente Havoc».
«Come cazzo fai a essere così accurato alle presto e trenta non si sa, Maresciallo».
Il modo in cui le sopracciglia di Falman si inclinano sta sicuramente a significare che non si capacita neppure lontanamente di come qualcuno possa smettere di essere accurato in qualsiasi momento del giorno. Roy è un uomo immensamente fortunato a avere collaboratori del genere, quindi offre loro la colazione e quando consegna la banconota alla cassiera le lascia anche il numero di telefono di Breda nonostante, mentre glielo indichi, lui si sia nascosto dietro un menù. Fury gli batte confortanti pacche sulla schiena.
«La ricreazione è finita, bambini» sospira Havoc, ma c’è ancora un alone di forza dell’amore a attorniarlo; si rimette il cappotto, Falman sfila fuori dalla panca e Edward scivola lentamente nel posto rimasto vuoto, finché Roy non si abbassa all’altezza della sua testa. Lascia penzolare le chiavi sotto il suo naso e poco ci manca che lui le annusi.
«Prendile. Va’ a casa a dormire» lo apostrofa e non è strano, no? Tutti si sono fermati a guardarlo, ma quello che dice ha senso: Edward sembra morto di sonno e alloggia a casa sua, quindi il letto in cui potrebbe dormire è al di là della porta che Roy ha chiuso solo un’ora fa usando proprio quelle chiavi. Ha perfettamente senso, ce l’ha. Edward fissa il portachiavi a forma di pinguino come fosse il certificato dell’invalidità civile di Roy. In realtà è un innocuo regalo di Elicia, ma sospetta che se lo spiegasse adesso l’unica reazione di Ed sarebbe addormentarsi in piedi. «Il permesso per la biblioteca puoi venire a prenderlo più tardi in ufficio, oppure te lo porto io stasera. Va’ a dormire» ripete, per sottolineare il punto più importante.
Ci vuole un altro secondo pieno, ma alla fine Ed gli offre il palmo aperto e Roy ci appoggia le chiavi. Ha le mani fredde e si ritira dal contatto in fretta; Roy schiva la seconda capocciata in due giorni, quando lui si alza di colpo con la testa un po’ troppo vicina al suo naso.
«Oh, pezzi grossi, andiamo?» sbraita Havoc, già in fondo al locale a tenere la porta. Roy si è già voltato, quando alle sue spalle la voce impastata di Ed gli rifila un «grazie» frettoloso, quasi seppellito dal tonfo dei suoi stessi passi scompagnati.
*
Sono solo le tardi meno un quarto e Roy è già fuori: l’evento è talmente miracoloso che più probabilmente si è addormentato sulla scrivania e sta sognando. Una goccia d’acqua gli si schianta tra le sopracciglia e pare un po’ troppo realistico per essere un sogno. Nel dubbio che si tratti di pioggia vera allunga il passo e si perquisisce le tasche in cerca delle chiavi di casa, che sono attaccate a quelle della macchina, quindi dovrebbero essere nello stesso posto in cui le ha messe un nanosecondo fa… Oppure no. Oppure no perché le ha date a Edward.
Sbattere la fronte contro la porta potrebbe essere un modo come un altro di bussare, ma è quasi sicuro che domani ci penserà Hakuro a regalargli un’emicrania, non ha bisogno di facilitargli il compito provocandosi ematomi anzitempo. Oltretutto è il fortunato possessore di un campanello: ci preme su il dito e il cielo tuona così forte che non riesce neppure a capire se l’abbia suonato davvero. Fa un freddo nero, le temperature sono di nuovo scese e il lampione lì di fronte continua a sfarfallare dietro alle prime folate di vento e pioggia. Roy lo guarda per qualche secondo; qualche altro secondo; un po’ troppi secondi e ancora niente passi dietro la porta: suona il campanello una seconda volta pare proprio sia funzionante, può sentirlo strillare acuto oltre il battente. Si sporge fuori dalla protezione della pensilina per guardare in direzione della finestra che tecnicamente dà sul salotto: le tende sono tirate, come sempre, ma la luce è distintamente spenta.
Esistono svariate alternative: prima tra tutte, Edward è uscito; seconda, Edward dorme e non sarebbe strano: l’ha visto dormire in contesti molto più rumorosi di temporali e campanelli. Terza, è stato rapito da una banda di delinquenti terroristi forse alieni. Chimere, ecco: una banda di chimere terroriste.
Ci sono di sicuro molte cose che una persona razionale come Hawkeye farebbe in una situazione del genere, ad esempio suonare nuovamente il campanello; ma Roy ha scoperto di essere razionale solo in orari e date prestabilite e solo quando nessuno a cui tiene è coinvolto. Inoltre quella è casa sua e può fare come gli pare: inspira, unisce le mani, espira, le appoggia sulla serratura in uno scricchiolio elettrico che di sicuro i vicini scambieranno per gli effetti del temporale. La luce lo acceca per un momento e le cicatrici sul dorso delle mani tremolano di riflessi pallidi. La maniglia e la serratura scivolano via lasciando un battente liscio che si apre a una spinta leggera della mano. Non ha idea di come fare per rimetterlo a posto, dovrà prima leggere qualcosa su come le serrature funzionino in primo luogo, ma a quel punto è dentro e il corridoio è buio, non ci sono luci che arrivino da nessun angolo della casa, neppure dalle scale.
Sbuffa e accosta la porta alle sue spalle proprio mentre un altro tuono rotola giù e fa tremare la casa; accende la luce e rilassa la mascella: deve darsi seriamente una calmata. Edward ha cosa, ventun’anni? È una persona adulta e autosufficiente, lo è da almeno un decennio, e Roy gli ha soltanto offerto un posto per dormire, non l’ha reclutato a tempo pieno per fargli la guardia alla casa. Sarà uscito, avrà trovato cose da fare. Cose da fare senza cappotto nel temporale.
Rimane così, con il proprio cappotto tenuto per il bavero, mentre a un palmo dalla sua faccia il parka di Ed penzola asciutto dall’attaccapanni, impiccato per il cappuccio. Sente le sue palpebre che si stringono nel tentativo di raccoglie informazioni – cappotto, attaccapanni, luci spente. Si volta di scatto: le chiavi sono nel posacenere accanto al brutto vaso fronzoluto che gli ha regalato il maggiore Armstrong per la promozione; gli scarponi di Ed, quelli costantemente infangati, stanno poggiati nell’ingresso lì dove Roy gli ha imposto di metterli prima che si trascinasse in casa la polvere multietnica dell’intero continente.
«Acciaio?» chiama, non appena il suo cervello riesce a produrre output. Non c’è risposta; dimentica di togliere le sue, di scarpe sporche, e si è già lanciato verso le scale quando il lampo investe la casa, tutta, e illumina il soggiorno di azzurro elettrico come una reazione alchemica. Il piede di Roy cede e per poco il suo proprietario non finisce col corrimano piantato nello stomaco: lo afferra a due mani e si dà la spinta per tornare indietro, prende male le misure e quasi si gioca una spalla rimbalzando contro lo stipite, ma riesce a entrare in soggiorno. Il tuono è così forte che la finestra trema e trema anche Roy, ma riesce comunque a schiaffare il palmo aperto nella generica direzione dell’interruttore: lo centra, il lampadario frizza e poi si accende. È una pugnalata nei bulbi oculari.
Il soggiorno non ha senso, non più che se i mobili fossero al contrario, montati sul soffitto.
Edward è lì e è lui a non avere senso, sul pavimento, immobile.
A quel punto Roy non sa bene se le sue labbra abbiano pronunciato il nome giusto o il titolo sbagliato, perché inciampa nell’ordine sul tappeto e sul tavolino da caffè, schiva la poltrona e finalmente raggiunge il mucchio raggomitolato di panni e capelli e mani affondate tra i capelli come dovessero assicurarsi che non schizzino fuori dal cranio e – non sembra autosufficiente, così, non sembra autosufficiente per niente e è tutto sbagliato e Roy comincia a essere troppo vecchio per fare la corsa a ostacoli nel suo salotto e poi ritrovarsi ginocchia terra accanto a un guscio di Edward Elric, davvero. Roy morirà d’infarto prima di subito, ma a quanto pare ha ancora del fiato da qualche parte.
«Ed!»
Probabilmente prima aveva sbagliato nomi, lo sa che lui risponde a Ed. È il suo nome, è il modo con cui si presenta alla gente che gli sta simpatica, tutto il resto è accessorio.
Lui ha sollevato il mento, ma le dita sono ancora adese al cranio e non sembra che l’abbia riconosciuto, per un paio di lunghissimi secondi di gelo; finché non strizza le palpebre, come se la luce gli provocasse dolore fisico.
«Mustang» pronuncia, roco. È più una richiesta di suggerimenti che una certezza; è per questo che a lui viene da rispondere sì, anche se sembra stupido confermare la propria identità dentro casa sua, anche se non c’è niente che abbia davvero senso in quel momento. Può tranquillamente spostare una mano dalla sua spalla e risalire lungo il braccio fino alle dita, per cercare di convincerlo a rinunciare al proposito di procurarsi una calvizie precoce.
Lo dice a voce alta, «finirai per diventare calvo» e lui, le palpebre ancora strette e lo sguardo che è un misto inquietante di confusione e paura, lo guarda come se ci volesse uno sforzo intellettuale enorme per distinguere una parola l’una dall’altra.
Roy allenta il mignolo, l’anulare viene dietro, ma le altre tre dita non vogliono saperne.
«Ed, cosa… Chiamo un’ambulanza?»
Lo domanda più che altro a se stesso, ha bisogno di una segreteria nell’anticamera del cervello, per prendere le decisioni operative. Forse dovrebbe chiamare Hawkeye a prescindere, prima di chiunque altro. Se uno irrigidisce le mani abbastanza, può rompersi le ossa?
«Una… Che?» risponde Ed, più coerente. Sbatte le palpebre, le dita si rilassano sotto la mano di Roy e anche se forse qualche capello resterà lì in mezzo. Lui non ha alcuna intenzione di lasciar andare. «Ambulanza?»
«Perché sei sul pavimento?» domanda Roy, con quello che si compiace pensare sia dell’ordine. La spalla di Ed scivola un po’ sotto il palmo dell’altra mano, mentre lui si prende qualche secondo per guardarsi attorno. Si possono sentire le rotelle di quel grosso cervello cigolare nella fatica di mettere a posto un puzzle enormemente complesso di cui, Roy sospetta, non ha intuito neppure un decimo.
«Sono sul pavimento» ripete Ed, la voce più da Ed. Inclina il capo e osserva Roy e poi il braccio di Roy che risale verso la sua testa e il suo stesso braccio più o meno nella stessa direzione. Aggrotta la fronte.
«Perché ci teniamo per mano?»
È un’ottima domanda. Roy aumenta la stretta e si porta dietro la mano in questione, per appoggiarla insieme alla sua sul ginocchio piegato che sta lì in mezzo. È abbastanza sicuro sia di Edward e non suo – forse deve chiamare due ambulanze, ché una sembra poca in quel macello.
«La luce era spenta, eri- sei sul pavimento. Nel mio salotto. Stai bene? Non sembra che tu stia bene, tanto per chiarire che le risposte positive non sono contemplate».
Forse è un po’ troppo, la faccia di Ed si contrae di nuovo in qualcosa che sembra dolore – dolore e basta, semplice così – e Roy fa già in tempo a andare in panico, prima che lui espiri forte e parli.
«Sto bene …» comincia, una mano di nuovo impegnata a sprimacciarsi la fronte. «Che ore sono?» si perde poi, e alza il mento in cerca di qualcosa. Roy non ricorda neppure se ci sia l’orologio in quella stanza, quindi fa a mente.
«Quasi le otto, credo… Edward» ritenta, con quella che si augura sia estrema cautela. «È per via del temporale?»
Le persone hanno molte paure, paure strampalate e del tutto irrazionali e i temporali sono un fenomeno atmosferico particolarmente chiassoso. Roy stesso li trova seccanti, per cui non ci sarebbe niente di strano o imbarazzante se Edward… Lui aggrotta le sopracciglia.
«Il temp… Quale temporale?» il lampo schizza di nuovo dentro, la luce va via e ritorna un secondo prima del tuono. «Oh» fa Edward, quando la finestra ha appena smesso di tremare. «Questo temporale».
Quindi non è per il temporale. Mai che un problema possa avere una soluzione semplice, nella vita di Roy, davvero.
«Edward» dice. Torna a poggiargli entrambe le mani sulle spalle e lui si volta a guardarlo con ancora strascichi di confusione nebbiosa nello sguardo. «Cos’è successo?»
Stavolta il tono deve funzionare, perché lui abbassa le pupille, ma sembra davvero stia sforzandosi di cercare una risposta accurata.
«Non… Non lo so bene» risolve, senza risolvere niente. «Stamattina. Ho dormito, poi mi sono uh, svegliato. E ti ho rubato del cibo dal frigo».
«Prego. E poi?»
«E poi sono venuto qui e stavo leggendo cose».
Cose sono effettivamente sparse tra tavolo e divano, c’è una tazza che ha sicuramente contenuto del tè, prima che finisse riempita da fogli accartocciati che trasbordano. C’è qualche libro, un paio sono della libreria di Roy, una penna col tappo mangiucchiato.
«Con la luce spenta?» chiede Roy alla fine, gli occhi ancora rivolti verso il tavolo.
Edward si prende un momento, abbastanza per consentirgli di tornare a voltarsi verso di lui.
«C’era ancora la luce. Del… del sole, intendo».
Roy lo guarda senza capire.
«La lu… Il sole è tramontato almeno tre ore fa».
«Mi dispiace?» Dall’angolazione delle sue sopracciglia, sembra davvero che gli dispiaccia. Roy avrà un ictus entro l’arco dei prossimi due secondi. Inspira, espira.
«Mettiti le scarpe, andiamo in ospedale».
Le pupille di Ed quasi si incrociano.
«Che- no, merda, no che non “andiamo in ospedale”! Che cazzo-»
Roy scopre di avergli puntato un indice contro il naso, mentre cercava di alzarsi.
«Hai appena detto che tuoi ultimi ricordi coscienti risalgono a qualcosa come tre ore fa, nella migliore delle ipotesi. Credo sia un ottimo motivo per consultare una persona laureata in medicina».
«Non voglio andare in ospedale, okay? Non c’è nessun bisogno-»
«Ce ne sono almeno dieci, di bisogni, non…» si interrompe, un tarlo che gli bussa nell’orecchio e gli annoda lo stomaco: Edward lo sta guardando. Le sue iridi non sono mai state così gialle e Roy non impreca, ma ci va vicino. «Questa non è la prima volta, vero? Da quanto va avanti questa storia? Hai parlato con un medico, che cosa-»
«Non ho niente».
La risposta, secca, sicura, lascia Roy ammutolito e ancora mezzo piegato in procinto di alzarsi.
«Niente» ripete, con lentezza. «Come fa a non essere niente?»
«Ci sono andato, da un medico» prosegue Ed, quasi con sfida. «Da più di uno, e non ho proprio niente. Quindi non- non andrò in un ospedale, okay? E ora togliti, fa un freddo cane qui per terra».
È vero e le ginocchia di Roy scricchiolano male. Non dovrebbero fare quella conversazione su un pavimento sotto la libreria, non dovrebbero farla da nessuna parte. Roy chiude gli occhi per un momento e si preme il ponte nasale tra le dita.
«D’accordo. D’accordo, allora» si rialza con una mano sulla spalliera del divano, perché è vecchio. È la persona meno adatta dell’universo per una situazione del genere. Cosa farebbe Hawkeye, al suo posto? O Hughes: questa è una situazione da Hughes, una di quelle in cui serve una persona calma e ragionevole, capace di empatia. Roy è capace di fare i giochetti psicologici con gente in divisa e dar fuoco alle cose. E scarabocchiare caricature di Hakuro in minigonna: in fondo, questo è tutto quello che Roy è e mai riuscirà a essere.
Edward si alza e butterà giù la libreria se ci si aggrappa un po’ più forte, le nocche bianche sulla mensola; quindi forse qualcosa che Roy sa fare esiste: lo prende per i gomiti e lo tira su, anche se è invadente, anche se è sbagliato, forse non è così sbagliato. Ed lo guarda e dovrebbe guardarlo male, lo sta guardando male, ma c’è anche una sorta di rassegnazione grata nel modo in cui inclina la testa e si lascia guidare verso il divano.
«Ahia» commenta, una volta seduto; ma prima che l’adrenalina soffochi di nuovo il cervello di Roy, infila una mano dietro la schiena e tira fuori un mozzicone di matita. «Smettila di fare quella faccia, non sto per morire».
Non gli viene alcuna risposta arguta: la verità è che sentirglielo dire a voce alta ha il potere di calmarlo. Nessuno sta per morire, non in quel momento in quel soggiorno, a meno che un fulmine non colpisca la casa, ma non è il caso di pensare così in grande. Nessuno sta per morire, la mano di Ed sale ancora a strofinarsi la testa con una certa discrezione ritrosa, come si vergognasse di non poterne fare a meno. È spettinato e accartocciato, nel complesso, gli occhi un po’ lucidi. Non scotta, però: Roy lo sa perché la sua, di mano, si è andata autonomamente a poggiare sulla sua fronte e c’è qualcosa di viscerale nel suo bisogno di compiere gesti del genere, allo stesso modo in cui finisce per spostargli un po’ i capelli di lato alla bell’e meglio nonostante Edward lo fissi con gli occhi spalancati come fanali.
Roy è un uomo di mondo, si schiarisce la voce.
«Non hai la febbre, credo. Anzi, temo che la tua temperatura si aggiri intorno ai meno duecentotrentassette gradi».
«Grande, quindi c’è cosa, un buco nero sul tuo pavimento? Dovresti farlo controllare».
«Ogni volta che provo sembra che il tempo rallenti e non riesco a andare a fondo della faccenda, sai com’è».
Ed ride. È solo uno sbuffo oltre i denti e il sorriso storto, ma la temperatura nella stanza, nello stomaco di Roy, risale di almeno una dozzina di gradi.
«Non devo chiamare un dottore» riprova, più calmo e più cauto. Edward scuote la testa.
«Sto bene».
«Non è vero» ribatte Roy, senza polemica. È semplicemente così e basta. «Aspetta qui».
Lui alza lo sguardo e Roy sa che l’ha seguito mentre scivolava via dalla stanza; davvero in scivolata: ha le suole bagnate.
«Vedi di non fracassarti il cranio, imbecille» lo apostrofa Ed, la voce quasi normale. Roy non sa se sia preoccupante, il fatto che lui suoni così normale, o consolatorio. Si aggrappa al consolatorio e si ferma in corridoio per fare mente locale sulla corretta sequenza di azioni da seguire.
In quelli che sospetta siano meno di due minuti dopo, sta drappeggiando una coperta su un oltraggiato Edward e il bollitore fischia dalla cucina, pronto a decollare.
«Non ho mica l’influenza!» gli grida dal soggiorno, mentre lui si ustiona un paio di dita nel tentativo di portare due tazze, il bollitore, un poggiapentola e una seconda coperta sotto l’ascella e tutto insieme.
Appoggia le tazze sul tavolo attento a non distruggere appunti, libri o materiale scrittorio, poi il bollitore, poi lascia cadere la seconda coperta sopra quella sotto cui Ed, influenza o meno, ha ficcato ogni porzione visibile del suo corpo.
«Cosa dovrei farci con due coperte, secondo la tua geniale strategia, General Cazzone?»
«Quello che vuoi, io mi limito a fornire mezzi. Spero ti piaccia la camomilla perché è l’unica bevanda che ti offrirò» dice Roy, la testa ficcata nel mobiletto ad angolo giusto accanto alla credenza. Si avvicina la seconda tazza, quella vuota, e ci lascia cadere dentro una generosa dose di scotch.
Quando alza gli occhi, Edward ha la faccia che aveva a dodici anni la prima volta che ha effettivamente sentito Havoc parlare di donne.
«So che è egoista dirlo a te, ma anche la mia serata non è stata il massimo» risponde Roy, anche se nessuno ha chiesto nulla.
«Hai mai considerato l’ipotesi di avere un problema con l’alcol?» domanda Ed, ma tira fuori le mani per accettare la sua tazza.
Roy recupera la propria e si lascia cadere sulla poltrona lì accanto.
«Potrai psicanalizzarmi un altro giorno, Acciaio. Questa volta seduto sul divano ci sei tu. Vuoi spiegarmi che diavolo sta succedendo?»
Le sue pupille si esibiscono in una mezza rotazione di pura noia, finché non toccano evidentemente un punto doloroso da qualche parte nel suo cervello. Ed inclina di nuovo il capo e si stropiccia un occhio così forte che forse gli uscirà il bulbo oculare dall’orecchio.
«Sta succedendo che sono uscito di testa… Te l’avevo detto e tu non mi sei stato a sentire. Hughes aveva ragione, tu non ascolti la gente a telefono».
«Hughes aveva ragione su molte cose» replica Roy, quasi in automatico e forse in modo troppo brusco, perché l’espressione sul viso di Ed si fa pentita. «Intendo solo… Stai tergiversando».
Lui poggia lo sguardo sulla camomilla, il naso arricciato come odorasse di benzina piuttosto che di fiori.
«Non so come… Non so neanche da che parte cominciare perché non è- non è stata una cosa improvvisa, okay? A un certo punto è cominciato e non ci ho fatto neanche caso e poi c’ero così dentro che non sono riuscito più… E comunque non ho niente. Cioè, niente: il mio cervello è intero».
«Il che è una discreta fortuna considerata la quantità di concussioni che hai riportato negli anni» conferma Roy, con un solo filo di umorismo nell’aria, sottile.
«Già, l’ho pensato pure io» dice Ed; alza gli occhi. Il temporale ha smesso di provare a spostare il pianeta dal suo asse e pare essersi deciso a scrosciare fitto e costante sui tetti. Roy incrocia il suo sguardo e evidentemente funziona, perché Edward sbuffa, ma poi parla.
All’inizio erano piccole cose, dice. Piccole cose insignificanti a Risembool, qualche incubo – ma li ha sempre avuti, quelli, e non pensava certo che se ne sarebbero andati mai. E svegliarsi stanchi dopo un incubo ha senso, come sentirsi un po’ confusi e nauseati e leggere quintali di libri per tornare a dormire. Aveva senso perché Al ormai dormiva per sé, quindi ci stava, che lui dormisse meno e comunque, lo dice anche Winry e lo dice la nonna, quando uno vede un mucchio di cose e prende a pugni i mostri, da sveglio, è normale che la notte arrivi l’eco, no? E che qualche volta l’eco arrivi anche di giorno, come qualcosa che sta sempre schiacciata in un angolo a grattare con le unghie sulla porta dello stanzino in cui l’hai chiusa.
Roy annuisce, si domanda solo distrattamente se lui sia al corrente del fatto che esiste un nome clinico per questo genere di cose, ma non ha molta importanza: dare un nome al bagaglio che ti porti dietro non lo rende meno pesante.
Lui dice di aver letto un mucchio di libri, gesticola un po’ con la tazza e qualche goccia di camomilla cade sulla coperta. Un mucchio di libri e quindi credeva fosse per quello, perché se metti un sacco di informazioni dentro la tua testa in qualche modo cercheranno di uscire, forse, e non era una cosa davvero nuova: conoscere la composizione delle cose intorno è sempre stato un gioco che lui e Al hanno fatto da bambini, e lui ha sempre vinto perché ha una memoria stupida, dice, la memoria da mulo che ricorda ogni cosa, ce l’ha, ma anche dopo – la voce si fa quasi impercettibilmente più roca – anche dopo la Verità e il Portale, anche dopo quello, ha sempre saputo le cose. Insomma, sa com’è.
Roy lo sa, è – non è come la scienza infusa, non è che di colpo abbia cominciato a sapere quello che non sapeva, ma sicuramente qualcosa è cambiato in lui, nel modo in cui interagisce con l’alchimia e quindi col mondo, nel modo in cui concepisce la materia, semplice e infinitamente complessa com’è. Vorrebbe comunque dire “non ti seguo”, perché non lo sta seguendo e quello scotch è davvero forte e lui è a stomaco vuoto, ma Ed impugna la sua tazza con forza, adesso, e aggrotta la fronte.
«Non è- non lo so e basta, lo sento. Lo sento proprio… Vuoi sapere di cos’è fatta questa tazza?» è una domanda retorica. «Caolino- silicato idrato di allumina, feldespati, quarzo, ossido di ferro-» si interrompe di colpo e Roy quasi salta, perché è scattato a poggiare la tazza sul tavolo, quasi scottasse. Roy va dalla tazza, immobile e identica a prima, e lentamente risale su di lui, che adesso sembra molto indeciso su dove mettere le mani e finisce per intrecciarsele in grembo.
«Lo senti».
«Come ci fosse una cazzo di reazione alchemica in corso. La sento sotto le dita» ribatte lui, brusco e – esausto, anche, e Roy non riesce a fermarsi. Poggia la tazza sul tavolo, si alza e va a sedersi all’altro capo del divano. Dubita che la nuova angolazione lo aiuterà a comprendere meglio quella faccenda, ma perlomeno può guardare Ed un po’ più da vicino e… Non lo sa.
Lui lo fissa come sfidandolo a dargli del pazzo, anche se le sue pupille scivolano da qualche parte più indietro e-
«Acciaio».
«Ed».
«Ed» ricomincia, le mani sulle ginocchia e qualcosa incastrato in gola. «Che cosa c’è alle mie spalle?»
Lui punta gli occhi, entrambi, nel punto imprecisato oltre la testa dove Roy sa perfettamente esserci nient’altro che la porta e il mobiletto basso col telefono. Poi stringe le palpebre, forte, e si aggrappa alla coperta.
«Sì, beh, il problema più grosso è questo».
«Non c’è nessuno qui» dice, turbato. È- inquietante. Il genere di inquietante che riguarda la possibilità di uccidere Lust un numero di volte che è quasi certo rientrasse nell’ordine delle decine, inquietante come il bianco dentro gli occhi e nei polmoni davanti a una porta nera.
Strizza gli occhi nella penombra, ma sa che non c’è niente, lì.
«Ho lasciato la porta aperta» ricorda però in quel momento, l’adrenalina gli schizza lungo la schiena e non scivola via, neppure quando torna in soggiorno dopo aver ritrasmutato il battente alla meglio.
Ed non si è mosso e non ha smesso di fissarsi le mani con concentrazione dolorosa a vedersi.
Roy si appoggia al divano; si siede e lancia una nuova occhiata alle proprie spalle. Continua a non esserci niente, non c’era niente neanche prima.
«Ci siamo solo io e te, qui» dice, sicuro.
«Lo so» risponde lui, le palpebre serrate. «Lo so, dannazione, lo so che non è vero… Sto impazzendo» conclude, con una mezza risata vuota e rotta. Apre gli occhi, una mano sulla faccia. «Prima erano solo ombre e cose indistinte e- poi una mattina mi lavo i denti e non stavo neanche davvero guardando nello specchio, solo che- ah» non fa ridere. Non fa davvero ridere per niente. «La mia faccia non c’era, era solo bianco e quella Cosa stava lì e rideva».
Non c’è bisogno di specificare cosa sia Quella Cosa. Riesce a pensarla solo maiuscola per il suo status di divinità o chicchessia. Roy non si ricorda più come si faccia a muovere il proprio corpo, al momento.
«E ora, coraggio» prosegue Ed, sprezzante e brusco. «Dimmi che sono stressato o che ho mangiato funghi allucinogeni o che- che è allergia al glutine, perché a un certo punto un tizio ha proposto che fosse allergia al glutine. E, pensa! so che è una cosa che sta nel pane solo perché me l’ha comunicato una pagnotta mentre la masticavo».
«Acciaio, respira» riesce finalmente a produrre Roy. Il suo corpo in realtà si ricorda come si faccia a muoversi: ha di nuovo poggiato le mani sulle spalle di Edward, lì dove sembra che stasera siano costantemente calamitate; e anche se è davvero definitivamente invadente, così, senza possibilità di redenzione con un ginocchio affondato tra i cuscini del divano e troppo, troppo vicino – calma la sua voce, si impone di calmarla e enfatizza l’espirazione di cui comunque lui stesso aveva bisogno; Ed lo segue come un botolo ubbidiente.
«Sto respirando, se non respirassi non potrei neanche parlare, maledetto imbecille matricolato».
Glielo ansima contro in un ringhio e gli sta persino puntando un indice dritto nel petto; però ubbidisce, ancora, e inclina la testa così vicina al mento di Roy che lui finisce per domandarsi stupidamente se sia normale passare dall’assenza totale di vicinanza fisica – si saranno al massimo stretti la mano, nella vita, e novanta percento delle volte una delle due era fatta di acciaio – a qualcosa di pericolosamente vicino a un paio di abbracci integrali nell’arco della stessa mezz’ora.
Non è niente su cui senta il bisogno di interrogarsi in questo preciso momento. Non quando comunque le pupille di Ed insistono a sfuggire ai lati, per inquadrare l’aria immobile della stanza come se contenesse stralci di inferno.
«Come- non è sempre così, ieri non stavi così. Come lo facciamo smettere?»
Lui brontola qualcosa di indistinto, gli occhi chiusi.
«Prova con pugno alla tempia».
«Come lo facciamo smettere senza che si verifichino episodi di violenza domestica?»
«È violenza domestica perché si svolge dentro una casa o dobbiamo tipo essere legati da un qualche genere di legame perché sia considerata violenza domestica?»
Roy è molto felice che lui tenga le palpebre strette, così può soffocarsi da solo in pace e silenzio.
Poi però il mugugno di Ed è «non smettere di parlare» e Roy parla per mestiere, Roy è un parlatore nato.
«Non- non ne sono sicuro, ma sono sicuro di avere un codice penale del tutto non aggiornato da qualche parte tra i vecchi libri. Credo fosse un regalo di Maes, non ricordo neanche più perché di preciso lo trovasse divertente… Forse aveva inserito post-it in tutte le pagine in cui si parlava di reati sessuali».
«Tipico».
«Di cui non mi sono mai macchiato in alcun modo, puoi chiedere a ogni singola escort che lavora per mia madre… Questa è una storia per un altro giorno» conclude, perché lui ha alzato il capo di scatto, occhi aperti e tutta l’attenzione su di lui, sulla sua faccia e basta.
«Non puoi dire una cosa del genere e poi-»
«Da Knox».
Le sopracciglia di Edward salgono su, mentre Roy scivola di nuovo seduto più composto sul divano, con una certa riluttanza del suo stesso corpo per la successiva mancanza di calore.
«Domani andiamo da Knox… Un parere in più non può far male».
«Il parere di un medico legale per il mio problema di allucinazioni sovrannaturali? Non fa una piega» commenta Ed.
Roy è un po’ pentito di aver lasciato lo scotch così lontano. Si consola porgendo un lembo della coperta a Ed, dato che gli è scivolata giù un po’ dappertutto.
«Per le allucinazioni sovrannaturali non so, ma quale che sia il problema, dovrà pur esserci un’aspirina abbastanza forte da zittire il tuo mal di testa».
Lui gli scocca un’occhiataccia, prima di tornare a guardarsi le mani.
«Alphonse sta bene, hai detto».
Ed si riammucchia la coperta addosso e annuisce.
«Sì, ho… Gli ho telefonato. Chiamata internazionale, ho pagato uno sproposito, ma beh… Sta bene, le cose vanno bene in Xing».
«E quindi non sa che invece a te le cose non vanno bene».
Non inaspettato, considerato che Alphonse non è lì a rovesciare l’universo in cerca di una soluzione, ma in qualche modo Roy sperava che la risposta fosse “sta arrivando”. Invece la risposta è un barbuglio disordinato.
«Non- non è come se potesse farci qualcosa, okay? È la prima volta che- è la prima volta che stiamo lontani così tanto, non sapevo neanche come dirglielo… E poi sarebbe montato su un cazzo di cammello e sarebbe corso qui».
«E non vuoi che lo faccia?»
«Quello che voglio io non è-»
«Importante» conclude Roy per lui, in automatico. Ed lo guarda sorpreso, prima di dirottare ancora l’attenzione sulle mani lasciate mollicce tra le ginocchia.
Certo che è così: è così da quando li conosce e tutto sommato è una fortuna immensa che Alphonse sia la persona più empatica, altruista e complessivamente nobile del globo terracqueo. È una responsabilità enorme, la devozione completa di Edward Elric, un’arma adatta solo ai puri di cuore. Roy non avrebbe nessuna speranza in ogni caso, non è così?
«Ed» ricomincia, le dita intrecciate. Concentrato: deve rimanere concentrato. «Con qualsiasi cosa abbiamo a che fare qui, non sembra… Insomma» non riesce a trattenersi dal lanciare un’occhiata alle proprie spalle, nel quadro buio della porta. «È del Portale che stiamo parlando? Sono di sicuro quello che ne capisce meno di tutti, ma ne ho visto» non riesce a non digrignare i denti e lo sbuffo-risata senza umorismo che scivola fuori dalle labbra di Ed gli fa da eco, «abbastanza per sapere che non può essere qualcosa di positivo… Alphonse vorrebbe saperlo».
«Lo so, merda. Solo che» dice e poi ringhia, il capo indietro. «Maledizione, sono passati cosa, meno di cinque anni? E quindi, non lo so, devo aspettarmi che ogni fottuto lustro delle nostre vite sia segnato da qualche assurdità inquietante e… Al sta studiando l’arte Rentan». La frustrazione gli si sgonfia nella gola e le spalle scivolano giù. «È felice. È… è davvero felice, non l’ho mai sentito così entusiasta e non posso telefonargli e dirgli “ehi, mi dispiace, abbiamo un’altra emergenza fantascientifica a cui far fronte” e solo perché ho un po’ di mal di test-» intercetta l’occhiata di Roy e appoggia la tempia alla spalliera del divano, si gratta una spalla distratto come se dovesse togliere qualcosa di invisibile che c’è rimasto aggrappato su. «Okay, un grosso mal di testa, ma che cazzo cambia? Correrà qui e sarò di nuovo quello che ha rovinato qualunque cosa di piacevole fosse riuscito a costruire, Edward Maiunagioia Elric, e… Insomma, merda».
«È di certo l’esclamazione appropriata» dice Roy.
Ed sta guardando la superficie un po’ grattugiata del vecchio divano e forse si addormenterà lì dov’è.
«Suppongo».
«Al vorrebbe saperlo».
«Lo so. Lo… Vado da Knox, okay? Magari a qualcuno è sfuggito un grosso tumore da qualche parte. Solo… Non dirlo a Al, non ancora».
Roy non potrebbe dirgli di no neppure se lo volesse davvero, neppure se avesse il numero di telefono di Ling Yao in persona. Si è seduto mille volte con Edward su un divano, in ufficio, ma non è mai stato così disgraziatamente intimo e non aiuta che tecnicamente questo divano sia più piccolo; sotto il lembo della coperta i piedi di Ed sono a meno di un palmo dalle sue gambe e scopre di averci messo una mano su perché la sta guardando, è già lì.
«Come ti senti?» domanda a quel punto, perché tanto il danno è fatto.
Edward non la prende male; corruga la fronte e spia prima da un lato, poi dall’altro con cautela esperta.
«Sembra meglio».
«Niente cose inquietanti dietro la mia testa?»
«Di inquietante c’è solo la tua testa, in quella direzione».
«Questo spiega perché Hakuro mi guardi sempre come se si trovasse davanti a un alieno particolarmente sgradevole… La cena come suona?»
«Hakuro è un imbecille» risponde però Ed e lo sta ancora guardando, anche se con una certa aria di contemplazione distante. Ne esce fuori sbattendo le palpebre di colpo e tossendosi nella manica della maglia. «La… Sì. La cena. Perché, tu sai cucinare?»
Roy è infinitamente vecchio, antico, da buttare: le sue ginocchia scricchiolano quando si alza e forse gli è venuta un po’ di sciatica.
«So che potrebbe suonare strampalato dato il mio aspetto incomparabilmente giovanile, ma sono un uomo adulto che vive da solo».
«In realtà ero sicuro che Hawkeye passasse a lasciarti i croccantini e farti fare la passeggiata».
«Perché sono un cane dell’esercito. Certo, spassosissimo. Te la sei scritta o ti è venuta co… Ed?»
Lui lo sta fissando di nuovo con occhi vuoti, in piedi, le palpebre strette e una mano poggiata al bracciolo del divano.
«No, tutto okay, solo- puoi smettere di roteare?»
Probabilmente quell’aspirina sarà Roy a prendersela, alla fine di questa giornata. Non aveva mai pensato che potesse essere così facile avvicinarsi a Edward, ma evidentemente in questo frangente il suo corpo sta sopperendo con la prontezza dell’addestramento alle mancanze gravi del suo stupido cervello ricolmo di paturnie. Spinge Ed di nuovo sul divano e lui ci cade sopra senza resistenza – ma la sufficienza concentrata nei suoi occhi quando Roy si azzarda a passargli di nuovo la coperta annichilirebbe un uomo meno determinato, o pazzo.
«Non devo chiamare un ambulanza, tu ne sei sicuro».
«Guarda che dai medici da cui sono andato ci sono andato sulle mie due fottute gambe» rimbecca lui. «Sono solo… È come se fossi sceso da un cazzo di ottovolante guidato da un ubriaco, fa sempre così. Regolare».
Roy ce la mette tutta per fingere che il resoconto serva da rassicurazione invece di risultare semplicemente disturbante.
«D’accordo. Io… Resta qui, vedo di scoprire cosa c’è in frigo. Per favore, non ti muovere» aggiunge, quando lui fa per sporgersi fuori dal divano.
«Sto prendendo la tua stupida camomilla!»
Roy ce la mette tutta, davvero, ma non è sicuro di riuscirci.
*
Se qualcuno gli avesse raccontato, cinque anni fa, che un giorno gli sarebbe capitato di passare una serata nel suo salotto, sul suo divano, con l’Achimista d’Acciaio appallottolato contro la sua spalla a sbavargli sulla camicia buona d’ordinanza, Roy avrebbe controllato che Hawkeye non gli avesse corretto il caffè.
E invece è lì e tra le mani tiene una tazza che conteneva camomilla, di nuovo, perché Edward ha biasimato la sua mezza idea di versarsi altro scotch in modo così intenso che alla fine la camomilla è diventata la bevanda obbligatoria. Roy l’ha bevuta principalmente per dare il buon esempio e ora ha la tazza in mano ma non può muoversi da lì. Non vuole, non vuole muoversi da lì.
All’inizio è stato casuale: ha preparato dei panini con gli avanzi raccolti in giro e il vassoio era nel mezzo, quindi si è seduto più vicino a Ed e lui più dritto; poi si è alzato per accendere la radio, con il preciso intento di evitare che a qualche alchimista potesse venire in mente di rimettersi a studiare o assurdità di questa risma. È stato nel momento in cui si è voltato per tornare verso il divano che il suo cervello l’ha invece bloccato, stupidamente in piedi sul tappeto coi sensi all’erta; ha registrato l’ombra pesante sotto le palpebre di Edward e il tremolio delle spalle, la posa rigida.
Avrebbe dovuto caricarlo in auto e portarlo in ospedale, ma Acciaio non mente quando ricorda che no: non c’è mai stato un momento in cui lui gli abbia davvero ubbidito, mai, e caricare una persona in auto contro la sua volontà è ancora sequestro di persona.
Quindi Roy ha optato per l’unico corso d’azioni che gli è parso sensato e ha fatto quello che avrebbe fatto Maes: si è seduto più rumorosamente di quanto fosse avvezzo, si è meritato la sua occhiataccia e poi si è fatto più vicino con la scusa di esigere un lembo di coperta.
Ed l’ha guardato, fisso e perplesso, ma la termoregolazione deve avere vinto: si è sistemato senza curarsi delle porzioni di corpo a contatto e ha detto solo «odio questa canzone». Roy ha risposto «non mi alzerò per cambiare stazione» e per fortuna l’universo l’ha premiato con una canzone meno odiosa, subito dopo. È andata avanti così, più facile di qualunque altra cosa Roy avesse mai fatto in compagnia di Edward Elric: lui ha sbocconcellato panini molto più piano del solito, ma con una certa gratitudine cosmica nei confronti del pane. Ha raccontato di Alphonse con la voce adulta e completa con la quale parla delle cose preziose; arte Rentan, ravioli al vapore, medicina e chimere. La radio è scivolata in sottofondo, il vassoio si è svuotato e Roy si è ritrovato a riempire le pause tra un boccone e l’altro con lamentele sulla stazione ferroviaria e su Ishbar, su quanto sarebbe importante poter estendere la tratta fino addirittura a Xing; Ishbar diventerebbe un grande snodo commerciale e turistico tra i due Paesi. Ed ha smontato il progetto pezzetto per pezzetto con domande fin troppo specifiche su come, in nome di tutto, pensa di riuscire a costruire qualcosa nel deserto. Poi ha giustamente risolto il problema che lui stesso aveva creato proponendo una serie di soluzioni alchemiche per le quali Roy avrebbe verosimilmente dovuto pagare un’intera equipe di consulenti.
«Se vi azzardate a smontare quello che resta di Xerxes vi prendo tutti a calci» ha aggiunto; questo un consulente non l’avrebbe ricordato.
«Con tutti intendi l’intero esercito? Ogni singolo soldato…»
«Ogni singolo fottuto soldato dal più infimo burocrate fino al Comandante Supremo in persona. Quindi sbrigati a diventarlo, prendere a calci Grumman non mi darebbe nessuna soddisfazione».
Nello stomaco adolescente di Roy si è risvegliato uno sciame di farfalle. Lo sente muoversi anche adesso che deve rimanere immobile per non lasciar scivolare il testone di Edward giù dalla sua spalla.
A onor del vero, non è che si sia addormentato in quella posizione. Roy è certo che almeno mezz’ora prima la nuca di Ed fosse ben affondata nel morbidume dello schienale; deve essere scivolato, come del resto è scivolato Roy, che potrebbe essersi a propria volta appisolato come un ottuagenario stanco.
E adesso sono bloccati, la radio è ancora accesa e il volume si è fatto troppo alto relativamente al silenzio progressivo che è calato sul vicinato. Anche la coperta è svenuta, scivolata per due terzi sul tappeto e è rimasta lì, impossibile da recuperare se non smontandosi un paio di costole che già sente scricchiolare alquanto: la posizione del suo collo, della sua schiena, promette vendetta già da adesso. Forse dovrebbe cominciare a sperare che Knox si sia specializzato nottetempo in ortopedia.
Considera le sue opzioni in termini di manovrabilità: sembrerebbero zero, ma Edward ha sempre avuto il sonno pesante. È rimasto nella leggenda il giorno in cui, di ritorno da una necessaria, tediosa parata in piazza d’armi, se lo ritrovò collassato sul divano in ufficio. L’intero quartier generale aveva sparato a salve fino a dieci minuti prima e lui dormiva con la pancia scoperta e un rapporto scarabocchiato sulla faccia.
Lasciar dormire qualcuno in pace è molto più facile quando la sua guancia non è spalmata sul tuo braccio, ma Roy trova comunque il modo di traslare il fondoschiena sul cuscino con un movimento ondulatorio. Ringrazia il divano di essere così vecchio e ben allenato a farsi maltrattare da non emettere nient’altro che qualche innocuo suono soffice. Mantiene il braccio in posizione, così quando la testa di Ed scivola può guidarla insieme al resto, mentre lui stesso si contorce per cadere dal divano nel modo più lento e silenzioso possibile. Funziona almeno finché non sbatte il ginocchio contro il tavolo e dimentica di avere la tazza vuota tra le gambe. Cade a terra con un tonfo sordo. Ed spalanca gli occhi di scatto e Roy segue la tazza, sbatte il gomito al tavolino e maledice se stesso tutto nell’arco del medesimo secondo.
«Che ho rotto?» chiede Ed, apparentemente del tutto inconsapevole di essere passato da posizione verticale a orizzontale. Si stropiccia un occhio e Roy leva entrambe le mani in segno di pace.
«Niente, Acciaio, torna a dormire».
«Non ‘Ciaio» biascica lui, le palpebre già calate. «Più carbonio, meno ferro… Ghisa, tipo».
«Ghisa, certo» risponde Roy a voce così bassa che l’incredulità è solo una sfumatura. Raccoglie la coperta dal pavimento e ne apre i lembi: è a fantasia di ciliegie, potrebbe avere un centinaio e mezzo di anni e tutto indica che sia un regalo di Chris.
La drappeggia intorno a Edward come una tenda chiedendosi se non dovrebbe piuttosto convincerlo a andare a letto.
Invece rimane lì, in piedi sul tappeto, col sottofondo di un pezzo regtime di rara inappropriatezza, una mano a massaggiarsi il collo e neppure una vaga idea di cosa fare per altri lunghi, lunghissimi minuti di pianoforte in allegro andante e pioggia contro i vetri, finché non accetta che esiste un unico corso d’azioni possibile. Sospira, abbassa le spalle; raccoglie la seconda coperta dal tavolino, se la sistema intorno come un mantello e si convince che dormire nella divisa di ordinanza sia una decisione perfettamente ragionevole e comunque quello che Riza non sa non può ferirla. Spegne la radio, poi la luce: nella penombra blu la figura bozzoluta di Ed mugugna qualcosa senza svegliarsi e si raggruma più stretta sotto la coperta.
Roy ritrova la poltrona nel buio e ci si lascia cadere su, la tazza con lo scotch di nuovo in mano, nelle orecchie solo il rumore della pioggia e il respiro pesante di Edward.
