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on the other side (of the wall)

Summary:

Ermal, studente di lingue al secondo anno a Roma, non si aspettava di vedersi piombare in casa il nuovo coinquilino nel bel mezzo della sessione estiva. E ancor meno si aspettava che Fabrizio, cantautore squattrinato ricoperto di tatuaggi, sarebbe stato così simile a lui.

Notes:

Ciao a tutti/e! :)
Questa è la mia prima fanfiction Metamoro nonostante mi fossi inizialmente ripromessa di non scriverne mai una perché, in un certo senso, mi imbarazzava (essendo loro persone reali)! Ma quando ti ritrovi a leggere fanfiction Metamoro tutti i giorni non puoi fare a meno di farti i filmini mentali pure tu.
E quindi ho scritto questa storia, nella speranza che qualcuno possa apprezzarla.
Questo è solo l'inizio, il prologo (chiamatelo come vi pare haha), quindi sarà un po' più breve ma mi serviva per introdurre i personaggi di questa mia AU.
((ulteriore nota irrilevante: sono un'universitaria anche io quindi mi ritroverò molto nello stress pre-esame di Ermal e spero anche qualcuno di voi.))

Quindi, bando alle ciance, buona lettura! Lasciatemi anche un piccolo feedback se vi va :)

p.s. mi sembra futile dirlo ma vorrei ribadirlo lo stesso: questa storia, la trama e le interazioni tra i personaggi sono frutto della mia fantasia e tra l'altro è pure un'AU quindi "impossibile" per definizione. Non linkate mai questa storia ai diretti interessati! Ermal potrebbe asfaltarmi. Tanto.

Chapter 1: l'inizio

Chapter Text

La sua pausa sigaretta era terminata già da dieci minuti ma Ermal, immerso nei suoi pensieri com’era, non aveva ancora riaperto il libro per l’imminente esame che avrebbe dovuto sostenere la settimana successiva. La calura pomeridiana di Roma delle 3 e mezzo del pomeriggio in pieno giugno non si sposava di certo bene con quel drammatico concetto tutto italiano soprannominato sessione estiva. Nonostante fosse a tutti gli effetti un secchione, anche lui aveva i suoi limiti. Certe cose, come gli esami quando ci sono più di trenta gradi fuori, dovrebbero essere considerate illegali. Bandite per legge.

Diede una rapida occhiata all’orario sullo schermo del suo cellulare. Poteva benissimo prendersi un’altra mezz’ora e ricominciare alle quattro. A 21 anni dovrebbe godersi la vita, strimpellare la sua chitarra in santa pace, comporre nuovi pezzi, andare al mare, uscire con una ragazza e invece no, era costretto a stare con la testa china sul suo libro di letteratura inglese che, per quanto interessante, aveva comunque un peso di quattrocentosessantotto pagine.
Afferrò con un gesto repentino la sua chitarra senza nemmeno troppo pensarci, poteva concedersi venticinque minuti di suonata prima di rimettersi a studiare e per di più, essendo da solo a casa, nessuno avrebbe potuto bussargli ripetutamente sulla porta intimandogli di smetterla perché è mezzanotte e un quarto, Ermal, domani ho lezione alle 8! Il suo ex coinquilino, difatti, non era un amante della sua musica né un amante di Ermal in generale. Non si distingueva per cortesia e gentilezza, ma aveva comunque imparato a tollerarlo, limitandosi a insultarlo a bassa voce in modo da non essere sentito quando girava l'angolo. Adesso però, per fortuna, il rompipalle era andato via munito di pergamena con su scritto dottore in ingegneria aerospaziale. Con valutazione di 110 su 110, cum laude. Era bravo in altre cose oltre che nell’essere tremendamente irritante, a quanto pare.
Ne sarebbe arrivato un altro di coinquilino di lì a poco, ma Ermal non se ne preoccupava più di tanto: aveva già sopportato un individuo come quello, esisteva qualcosa o meglio, qualcuno, di peggio? Ermal decise di non pensarci per non sfidare troppo la sorte che quella a volte tira brutti scherzi.

L’unica cosa che non si aspettava è che suddetto nuovo coinquilino sarebbe piombato in casa proprio quel giorno, spalancando la porta d’ingresso con una tale violenza da farlo saltare dalla sedia e provocando l’emissione di un suono stridulo dalla sua chitarra. Non appena realizzato che no, non potevano essere i ladri né il suo taccagno padrone di casa, Ermal balzò in piedi mosso dall’irrefrenabile curiosità di conoscere il nuovo caso umano che sicuramente gli sarebbe toccato come coinquilino.

Lo sconosciuto che si trovava sull’uscio stava cercando di tenere in equilibrio sulla sua spalla la custodia di una chitarra mentre sollevava da terra un borsone. Il ragazzo alzò gli occhi verso Ermal, sfoderando un sorriso da spot televisivo. “Ciao, io so’ Fabrizio,” disse, calcando la B nel suo nome, e riprese a masticare una gomma. Gli porse la mano, attaccata ad un braccio interamente ricoperto di inchiostro.
Ricambiò il gesto con un secondo di ritardo, ancora un po’ confuso dalla brusca entrata in scena. “Ermal,” rispose poi secco, ma con gentilezza, continuando a studiare il ragazzo dinnanzi a sé. Il suo stile urlava rockettaro ribelle grazie all’inconfondibile tris di scarponcini, jeans e T-shirt di una band famosa. I Motörhead, in questo caso. Notò che anche al braccio sinistro non era stato risparmiato il trattamento dell’altro, poiché anche lì svariati tatuaggi si intrecciavano partendo dalla sua mano fino a scomparire sotto la manica della sua maglietta. Ed Ermal che di tatuaggi non ne aveva nemmeno uno, si sentì in difetto di qualcosa.
L’aura di Fabrizio suggeriva solo guai, guai, guai. Era uno di quei tipi belli e maledetti. Bello? Lo era. Eccome se lo era, così tanto da metterlo inspiegabilmente in imbarazzo. Maledetto? Quello avrebbe dovuto scoprirlo.

“Ermal? Bel nome,” si complimentò con una lieve espressione compiaciuta. “Che sei, un erasmus?”
Ermal scosse il capo, “Sono albanese, ma mi sono trasferito a Bari a 13 anni.”
Fabrizio sembrò rimanere colpito. “La mia storia è meno interessante: romano de Roma, di San Basilio, hai presente? La mia famiglia è calabrese, infatti mi dicono che so’ un po’ testardo per quello.”
Ermal accennò un sorriso. Sapeva poco di San Basilio, se non qualche aneddoto raccontato da qualcuno all’università; del resto Roma era una città grande, molto più di Bari, e per scoprirla tutta due anni non erano ancora abbastanza. Magari non ci sarebbe mai riuscito, ma conoscere tutto implicava eliminare quell’alone di mistero ed ignoto che ancora avvolgeva la città nella sua immaginazione.
“Non ti preoccupare,” continuò Fabrizio, “non spaccio.” Scoppiò in una fragorosa risata contagiosa al tal punto che Ermal si ritrovò a ridacchiare insieme a lui.
“Non l’ho pensato nemmeno per un secondo, non mi piacciono gli stereotipi e non li prendo mai in considerazione.”
Fabrizio gli rivolse un sorriso che valeva più di mille parole. Mi stai già simpatico sembrava volesse dire. O perlomeno, era quello che Ermal sperava volesse dire.

“Allora, la mia stanza quale sarebbe?” Ermal aveva quasi scordato che si trovavano ancora davanti l’ingresso e che Fabrizio non aveva la più pallida idea di dove andare. Lo scortò alla sua stanza in fondo al corridoio – non che fosse un lungo corridoio, la casa era pur sempre un bugigattolo per studenti – e gli aprì la porta per farlo entrare.
Fabrizio gettò il suo borsone a terra senza troppi riguardi e ancora con la chitarra in spalla fece un tour della stanza, scrutando con gli occhi ogni angolo. All’improvviso, si voltò di scatto verso Ermal. “Pensavo peggio,” commentò, con piacevole sorpresa.
“Non è male, se escludi il frigo che perde acqua da mesi e la signora del piano di sopra che urla tutto il giorno per rimproverare i suoi bambini scalmanati.”
Fabrizio scrollò le spalle, “Nella casa in cui abitavo prima non ci stava nemmeno più il frigo.”
Ermal rise di gusto, per nulla impressionato dalla pessima qualità della vita in una casa per universitari; aveva sentito storie che avrebbero fatto impallidire un fantasma.

Sprofondò nel panico per una manciata di secondi quando realizzò che non sapeva come continuare la conversazione né se fosse appropriato farlo. Così la direzionò sulla prima cosa su cui i suoi occhi si posarono, cosa che aveva stuzzicato la sua curiosità sin dal primo momento in cui l’aveva vista attaccata alla spalla del romano. “Suoni?”
“Eh sì,” Fabrizio si sfilò la chitarra e la posò a terra, attirando la custodia verso di sé come in un abbraccio. La guardava come un genitore potrebbe guardare un figlio. “E scrivo, anche. Sono un cantautore squattrinato che spera di campare di musica. Sono un sognatore, che ci posso fa’!”
Finalmente aveva trovato un punto di incontro tra loro.
La luce negli occhi di Ermal non passò inosservata a Fabrizio quando rispose, entusiasta: “Scrivo anche io! Oltre a suonare la chitarra e il piano.”
“Il piano? Io so’ 'na mezza sega al pianoforte, potresti essermi utile,” disse Fabrizio, ridendo imbarazzato.
Ermal arrossì appena. “Quando vuoi,” iniziò, cercando di mostrarsi disponibile ma allo stesso tempo di mantenere una certa distanza in modo da non sembrare troppo coinvolto, “nel frattempo, tra una strimpellata e un’altra mi ritroverai nella mia stanza a studiare.”
“Fai l’università? Mi sembravi un tipo intelligente! Che studi?”
Il complimento fece dimenticare per un attimo ad Ermal il nome della facoltà che lui stesso frequentava. Gli piaceva essere considerato intelligente, ci teneva a fare bella figura al primo incontro.
“Studio lingue,” riuscì a dire per miracolo. Tirò quasi un sospiro di sollievo, sperando che la pausa fra la domanda e la sua risposta non fosse stata troppo lunga.
“Beato te che studi lingue! So’ importantissime, quelle. Hai fatto bene. Lo sapessi io l’inglese o lo spagnolo! A quest’ora avrei abbandonato questo Paese.”
“Vuoi che ti parli in inglese, per fartelo imparare?” Chiese Ermal di getto, prima che potesse rendersi conto di aver offerto il suo aiuto per ben due volte nell’arco di tre minuti. Avrebbe voluto tirarsi un ceffone da solo.
Fabrizio rise, “Ti ci vorrebbero anni per farmi perlomeno avere una pronuncia decente.”
“Mi dicono che sono un bravo insegnante, dovresti darmi una chance,” ribatté Ermal ironicamente ma lasciando trasparire la sua sincerità.
Fabrizio si lasciò scappare un’altra risata. “Ci penserò.”
Probabilmente una risposta del genere era quella che serviva per poter terminare la conversazione in modo soddisfacente ed Ermal ne fu felice. Nonostante avrebbe voluto conoscere molti più dettagli della vita di Fabrizio e parlare con lui per ore, per qualche motivo non vedeva l’ora che la conversazione finisse. Aveva bisogno di ricaricarsi, assimilare tutte le informazioni apprese e pensare a qualcosa di più interessante da dire in futuro.
“Mi ha fatto piacere chiacchierare con te ma adesso ti lascio sistemare e vado a studiare, ho un esame il prossimo mercoledì.”
“Anche a me ha fatto piacere,” a Ermal si colorarono le guance. Di nuovo. “E in bocca al lupo per l’esame allora!”
“Che il lupo sia con me!” Gli rispose inaspettatamente Ermal che, dopo un ultimo sorriso lanciato in direzione di Fabrizio, si diresse verso camera sua.