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L’uomo che mi cambiò la vita
L'interno del locale di Makino era in penombra, non entrava neanche la luce del sole che non filtrava tra le nuvole cariche di pioggia.
L'aria era freddina e dall'esterno provenivano rumori tanto quanto dall'interno, c'era fermento.
Un boccale venne alzato in un brindisi senza un vero motivo.
La giovane magrolina al bancone sorrideva gentile, con aria timida, pulendo il legno con una pezza, guardando pirati e gentaglia che rideva e scherzava. Ogni tanto si allontanava per servire i clienti.
C'era puzza di chiuso e di fumo imprigionato dalle finestre sbarrate. Sopra alcuni pirati, attirati dall'odore umidiccio di sudore, volteggiavano delle mosche.
Tra volto poco amichevole e cicatrici vistose, correva una macchiolina bianca. Era il colore di una magliettina con la scritta 'Anchor' che svettava sull'indumento troppo largo di un bambino.
Il piccolo si arrampicò su uno sgabello, sedutovisi, iniziò a dondolare le gambe e tentò di afferrare un bicchiere troppo grande. Lo abbracciò, cercando di circondarlo tutto e ne bevve il contenuto: succo d'arancia.
Si sentirono delle voci molto alte provenire fuori dalla porta e dei rumori di passi pesanti, sembrava ci fosse un esercito in avvicinamento.
La porta venne sbattuta. Il bambino si accorse che molti si erano zittiti e alcuni bisbigliavano più piano.
Sull'uscio stava un gruppo di persone alquanto insolito, dall'aria minacciosa, superiore e con una scimmia rumorosa.
Uno di loro diede ordine, anche a quelli più alti e corpulenti, di rimanere indietro, dimostrandosi il capo. Entrò, il viso in ombra celato da un cappello di paglia. Nell'oscurità che celava i suoi tratti, un ghigno bianco strafottente. Teneva una mano appoggiata sull'elsa di una grande spada che teneva al fianco.
Il luogo si fece ancor più silenzioso, molte teste si voltarono a guardarlo.
"'Sera" salutò il nuovo venuto, grattandosi il petto lasciato scoperto da una camicia bianca in parte sbottonata. Con un cenno della testa, permise ai suoi di entrare. Nel movimento, fece ondeggiare i suoi capelli rosso intenso.
Un uomo molto più alto di lui gli si mise alle spalle: sguardo gelido, unico elemento visibile del suo volto celato dalla cortina di fumo che si alzava dal suo sigaro. Sulla spalla teneva ben saldo un fucile.
Makino salutò a sua volta, prendendo un bicchiere e iniziando a pulirlo.
Una manina si levò, sventolando a destra e sinistra un osso dieci volte lei.
"Makino! Ne voglio ancora!" esclamò il bambino, balzando in piedi sullo sgabello, saltellando e agitandosi.
Makino si era fermata a osservare in maniera più attenta il nuovo venuto: i suoi pettorali ben definiti non celati dalla stoffa sgualcita, le gambe nerborute lasciate scoperte dai pantaloncini coi disegni floreali, i capelli luminosi e quell’aria superba da demone.
Il piccolo la chiamò ancora e la giovane scosse il capo, risvegliandosi.
"Subito Rufy" lo rassicurò.
Il gruppo appena arrivato prese posto e occupò tutti i tavoli rimasti liberi. Tranne il 'rosso', che si sedette su uno degli sgabelli vuoti al bancone.
Gli occhi dell'uomo scrutarono Makino e lui sorrise rassicurante alla ragazza.
"Vorremmo da bere" disse con voce roca. Tra il tono e la sua aria solare, fece arrossire la giovane.
"Cosa desiderate da bere?" pigolò lei.
“Rum per tutti i miei uomini, per me saké e un piatto di riso. Oh, faccia girare anche della carne tra i miei ragazzi. Se c’è ghiaccio, lo metta nei loro boccali. Mi raccomando, i più grandi che ha. Io, invece, prenderò il liquore nella ciotola tradizionale”.
Makino obbedì e servì la carne con vassoi colmi di cibo, abbastanza grandi da sembrare per un reggimento.
"Ora servo anche lei" rassicurò il 'rosso' in modo cordiale.
Mise un assortimento di pietanze pari a quelle date all'intero gruppo tutte davanti al bambino.
Rufy, gettandosi sul cibo, trillò: "Grazie!".
Makino sospirò sconsolata.
"Tu non mangi abbastanza" si lamentò rivolgendosi al piccolo, prima di tornare in cucina.
Ritornò portando con sé un barile di rhum più grande di lei.
Con la bocca piena e l'aria perplessa, il piccolo chiese: "Vuoi una mano con i liquori?".
"No, mangia pure tranquillo" lo rassicurò lei, carezzandogli la testolina. Tornò a occuparsi del trasporto della botte.
Rufy gonfiò le guance, indispettito.
Makino riuscì nell'impresa. Occupatasi del rhum, la giovane servì anche il piatto di riso ed il saké all'uomo al bancone.
Controllò che Rufy mangiasse, incitandolo.
"Bah, per me il marmocchio già mangia abbastanza" commentò a bassa voce il 'rosso' giocherellando con il cucchiaio.
La locandiera ridacchiò, nascondendo le labbra con le mani, osservando Rufy gonfiare le guance piene di carne. "... Ma è così tenero".
"Io mangio quanto mi pare" si lamentò Rufy, addentando un altro cosciotto.
"Sì, sì, bravo". Makino rise. "... Ma non parlare con la bocca piena".
"Il moccioso chi è?" s'informò il pirata. Gli venne risposto: "Il nipote di Monkey D Garp".
Il nuovo venuto ghignò. "Oh, la 'piccola palla di cannone'. Ora è anche tonda per il cibo" scherzò.
Rufy saltò in piedi sullo sgabello mostrando tutti i denti e agitando il pugnetto.
"Con quell'aria, però, dubito che sarà un marine come il nonno. Mi sembra più un piccolo pirata" si divertì il nuovo venuto.
Il bambino osservò l'uomo con attenzione, perplesso: aveva un cappello di paglia buffo e dei capelli rossi davvero sfavillanti, come non ne aveva mai visti. Gli fece simpatia.
"Non un pirata qualunque" rispose, facendo la linguaccia. "Diventerò un grande pirata!" esclamò convinto, con un sorriso deciso.
L'uomo parve stesse seriamente prendendo in considerazione l'idea di tirargli le guance morbide.
"Ah sì, un grande pirata?" lo punzecchiò.
"Sì, il migliore! Diventerò il re dei pirati!" trillò il piccolo.
Alla sua risposta calò un silenzio nel gruppo e l'aria tesa fece decidere agli altri commensali di lasciare il locale.
Gli uomini del 'rosso' lo guardarono fare un sorriso pericoloso.
Uno di loro quasi si azzardò a lasciarsi fuggire un 'capo', ma se lo ingoiò, rimanendo muto come tutti gli altri.
Il 'rosso' pareva aspettare seriamente la risposta del più piccolo.
Makino assunse un'espressione spaventata a quell'improvviso silenzio, indecisa su cosa fare. Sentiva un groppo alla gola e avrebbe voluto portare via Rufy da lì, preoccupata che quella tensione improvvisa significasse che stava per accadergli qualcosa di brutto.
Rufy, allegro, rispose convinto: "Sì, il re dei pirati!".
L'ovazione da parte della banda dell'uomo con il cappello di paglia esplose. Tra risate e acclamazioni iniziarono a festeggiare e a brindare quasi in contemporanea, con un sorriso folle e luminoso. Lo stesso del loro 'capo'.
Alcuni iniziarono a ballare abbracciati.
Makino, in quel fracasso, sperò che nessuno chiamasse il sindaco per lamentarsi degli schiamazzi.
In quel brusio di voci indistinto, alcuni iniziarono a cantare a squarciagola.
"Capitano, il ragazzino ha stile" commentò l'uomo col sigaro. Aveva un'aria enigmatica.
Il 'capo' fece segno con la mano di abbassare la voce. Gonfiò il petto e si presentò: "Io sono il capitano pirata Shanks il rosso".
Rufy spalancò la bocca, formando una 'o' di sorpresa, prima di sorridere raggiante.
"Tu sei un vero pirata?!" chiese esaltato.
"Già", fu il commento allegro dell'adulto. "E tu perché vuoi fare il pirata?" incalzò.
Il bambino inclinò il capo di lato.
"Semplice! Perché i pirati sono le persone più libere di tutti!".
"Ci fu un pirata che fu il più libero tra tutti i pirati".
Uno dei commensali che aveva lasciato il luogo, vi ritornò seguito da alcuni uomini e il sindaco. Sentendo l'inizio della frase di Shanks, tremarono, nemmeno evocando ogni forza maligna esistente.
"Lui era…".
Il sindaco ringhiò infastidito.
"…il re…".
Un paio di tizi deboli di cuore che si era accalcati svennero e delle guardie cittadine si chiesero se fosse il caso di parlarne davanti al nipote di Garp, mentre gli uomini di Shanks parevano bambini che ascoltano la favola della buona notte preferita dal loro genitore.
"…dei pirati: Gol D. Roger".
A quelle parole fu il caos anche in strada, la gente stava già urlando e calpestandosi a vicenda quando si sentì un colpo di fucile.
"Suvvia Benn, vacci piano" cercò di tranquillizzarlo Shanks.
"Quei codardi stavano osando rovinare un sacro ricordo, Capitano" rispose atono Benn.
"Il Re dei Pirati... era l'uomo più libero di tutti?" chiese il bambino.
Shanks, con piglio malinconico, si premette il cappello sul capo. "Assolutamente".
Makino lo trovò una bellezza esotica. I suoi occhi neri intensi parevano persi in ricordi lontani e la leggera barbetta gli dava un'aria selvaggia. Sull'occhio aveva un'insolita cicatrice simile a tre graffi profondi.
'L'uomo più libero di tutti..' rifletté Rufy, prima di sorridere radioso.
"Ho deciso!" esclamò a gran voce. Prese fiato, riempiendo le guance d'aria e ululò:
"IO DIVENTERO' IL MIGLIORE DEI RE DEI PIRATI!".
La vita di Rufy sarebbe cambiata per sempre e Shanks rivide in lui l'amato, e perduto, Capitano Roger.
