Chapter Text
La stanza è fredda e malamente illuminata; puzza di sporcizia vecchia, di cose umide e ammuffite dimenticate in un angolo a marcire. Sta piovendo da ore, un costante rumoreggiare di tamburi contro tetti e finestre, e Lorenzo pensa a Volterra, a come debba ormai essersi ridotta ad un cimitero di fango e sangue.
Con dita gelate immerge ancora una volta il pezzo di stoffa nel catino colmo d'acqua, e quando solleva di nuovo il braccio goccioline rosate gli scorrono giù dal palmo e oltre il polso, fino a macchiargli la camicia arrotolata sui gomiti.
"Va tutto bene", sussurra.
Posa una mano sulla guancia di Giuliano, e con gentilezza gli inclina il viso di lato. Strofina piano la stoffa bagnata contro il collo di suo fratello per rimuovere un’ultima, ostinata crosta di sangue. C'è un taglio sotto, una lunga, sottile riga rossa sulla pergamena bianca della pelle, ma è una ferita superficiale. Lorenzo prega comunque che non lasci alcuna cicatrice.
"Va tutto bene", ripete.
Questa volta cerca di sorridere nel dirlo, di addolcire così in qualche modo la menzogna, ma le sue labbra sono fredde tanto quanto le sue dita, e il risultato è una smorfia confusa tra buone intenzioni e senso di colpa.
Giuliano, comunque, non lo sta nemmeno guardando. I suoi occhi si perdono oltre le spalle di Lorenzo, oltre i vetri sporchi della finestra, nella direzione della città che hanno appena lasciato. Come se non volesse essere il primo a distogliere lo sguardo.
“Domani torneremo a Firenze”, continua Lorenzo, con più calma di quanta se ne senta addosso. “Torneremo a casa.”
È l’unica verità che può offrirgli come conforto: la promessa del loro palazzo, dei grandi e rassicuranti marmi antichi, dei caldi arazzi e degli affreschi tanto amati, dei giardini che sono cresciuti intorno ed insieme a loro. La promessa di tornare a casa. Non è poco in una notte come questa.
Giuliano non dice niente, non ha detto niente da ore. Si è lasciato trascinare via dal campo di battaglia, ha cavalcato al fianco di Lorenzo fino a questa locanda malandata, gli ha persino concesso di aiutarlo a spogliarsi dell’armatura e lavargli le ferite. Tutto senza una parola. E il silenzio è la cosa che più innervosisce Lorenzo perché Giuliano è sempre stato tante cose, ma mai silenzioso.
Scricchiolio di vecchie assi, rumore di passi alle sue spalle. Lorenzo porta la mano al fianco, al pugnale ancora fissato alla cintura.
“Saremmo potuti tornare oggi stesso.”
Ancora inginocchiato al fianco di suo fratello, Lorenzo si volta per incontrare lo sguardo di Francesco, immobile sulla soglia della stanza, le braccia incrociate sul petto più come inconsapevole gesto di autodifesa che come aperto atto di ostilità. La luce delle lampade getta strane ombre sul suo viso già stravolto dalla stanchezza.
Lorenzo lascia andare il pugnale.
“Avremmo sfiancato i cavalli, ma ce l’avremmo fatta”, continua Francesco. C’è una nota interrogativa nella sua frase, una domanda che non ha intenzione di esprimere ad alta voce. La cosa giusta da fare sarebbe stata tornare il più velocemente possibile a Firenze, annunciare la vittoria, preparare i festeggiamenti. Lo sanno entrambi. Ma Francesco capisce. Francesco ha visto quale tributo hanno pagato. E anche lui ha un fratello.
“Domani”, ripete Lorenzo, e cerca la mano di Giuliano con le dita. È un gesto infantile ed istintivo, quasi di scusa. È un gesto che Lorenzo ha fatto mille altre volte in passato. È il gesto sbagliato da fare adesso.
“No!”
Giuliano ritrae la propria mano di scatto, come se fosse rimasto scottato dal contatto con quella di Lorenzo. Si alza in piedi con la stessa foga, rischiando di rovesciare allo stesso tempo la bacinella d’acqua posata sul letto e il fratello ancora accovacciato sul pavimento al suo fianco.
“Giuliano…”
“No”, mormora lui, stringendosi il braccio al petto, le mani chiuse a pugno, allontanandosi di qualche passo. L’aria assente è sparita dal suo volto, tramutata in una rabbia fredda che gli indurisce le linee del viso. “No.”
Lorenzo non capisce quel rifiuto inaspettato. Si rialza in piedi in fretta, annulla di nuovo quell’improvvisa, minima distanza tra loro, e afferra Giuliano per un gomito. È un bisogno egoistico questa sua necessità di contatto fisico, Lorenzo lo sa, ma non riesce a trattenersi. Lo ha creduto morto. Suo fratello, morto. Un cadavere senza nome tra le centinaia di altri, di cui entrambi porteranno per sempre il peso.
Giuliano si divincola dalla sua presa con uno strattone e gli volta le spalle.
“Non toccarmi.”
Con la coda dell’occhio Lorenzo vede Francesco avvicinarsi lentamente, e alza una mano per fermarlo. Si era aspettato la rabbia di Giuliano, ed è pronto a sostenerla, a prendersene la responsabilità. Perché avrebbe dovuto esserci lui oggi al posto di suo fratello, sì, ma soprattutto perché Giuliano è sopravvissuto: Lorenzo sente di avere un debito con Dio, ed è pronto a pagare per l’immeritata grazia ricevuta.
“Va bene”, concede con un sorriso spezzato, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. E poi, in un soffio, per la prima volta stanotte: “Mi dispiace.”
Avrebbe chiesto e chiederebbe scusa altre dieci, cento, mille volte, se pensasse che servisse a qualcosa, se ci fosse anche solo la remota possibilità che le sue scuse e il suo senso di colpa potessero lavare via quello che è successo oggi come la luce del mattino lava via un brutto sogno. Ci sono tante cose che le parole possono aggiustare, modificare, cambiare, ma non questo.
Giuliano si volta, e lo guarda in faccia, finalmente vedendolo. Lorenzo cerca nel suo viso la rabbia, il cinico disprezzo che suo fratello usa per proteggersi dalle sue donne, dalla sua famiglia, dal mondo tutto, ma non ve ne trova traccia. Vede solo orrore e disperazione e rimpianto, e la rassegnazione della sconfitta di fronte ad un qualcosa che capisci essere più grande di te, più forte, insormontabile.
“Non puoi toccarmi”, ripete piano Giuliano, la voce che è un grattare di gola inumidito dal pianto, il tipo di suono che potrebbe salire dal fondo di un vecchio pozzo in disuso. Alza le mani a mostrare i palmi bianchi, in un gesto quasi di resa. “Nemmeno lei potrà più toccarmi. Nessuno può farlo, adesso. Le mie mani sono sporche di sangue.”
Dietro di loro Francesco inspira forte a denti stretti. Per un momento Lorenzo si trova in bilico, combattuto tra il fare un passo indietro e rispettare il lutto di suo fratello, o farne uno in avanti e provare a salvarlo da quel senso di colpa inevitabile che lui stesso si sente sulle spalle.
Ma Lorenzo ha sempre lasciato vincere l'amore sulla coscienza: è un’ipocrisia che si porta dentro da anni, un’alleata che lo aiuta a proteggere la sua famiglia, un nemico solo suo, con cui può fare i conti privatamente.
Quindi afferra di nuovo le mani di Giuliano, e questa volta non è un gesto incerto, non è nemmeno un tentativo di conforto. Questa volta non lascia la presa quando suo fratello cerca di tirarsi indietro, anzi stringe più forte, fino a lasciare impronte bianche intorno ai polsi di Giuliano, che lo guarda senza capire, senza riuscire a sottrarsi.
Lorenzo porta le loro mani intrecciate alle labbra e le bacia, un bacio veloce e violento, denti contro nocche, quasi un pugno; un gesto tenero e feroce, come l’amore che prova per Giuliano.
“Lo sono anche le mie, fratello”, gli sussurra contro le dita.
La rabbia e l’impotenza di Giuliano si sgretolano sotto il suo sguardo, travolte dalle prime lacrime che Lorenzo gli ha visto versare da anni. Se lo tira addosso senza una parola, stringendoselo contro il petto, come ha fatto a Volterra. Ma questa volta Giuliano reagisce e lo abbraccia a sua volta, si aggrappa alla sua camicia con mani disperate, e nasconde il viso contro il suo collo, singhiozzando senza fare rumore, piangendo un dolore senza suono.
Lorenzo vorrebbe potergli parlare di Dio, rassicurarlo su un perdono che può venire solo da qualcuno più in alto di loro, ma Giuliano non è mai stato un uomo di religione, non si è mai affidato alle preghiere o alle benedizioni. Forse è meglio così. Lorenzo non è più sicuro del suo ruolo all’interno del disegno divino, non è in grado di tenere lezioni di teologia per giustificare quanto hanno appena fatto.
La pioggia continua a battere forte sui vetri, le ombre delle candele si allungano sui muri anneriti dal fumo, e Lorenzo lascia che il dolore di suo fratello si consumi nel confine delle sue braccia, arginando il proprio con sussurri e carezze in punta di dita, con promesse e bugie che Giuliano probabilmente non riesce nemmeno a sentire.
“Va tutto bene”, ripete, ancora e ancora e ancora, fino ad intorpidirsi la lingua.
Quando la stanchezza prende il sopravvento anche sulle lacrime, Lorenzo trascina lentamente sé stesso e Giuliano verso il letto. Sono entrambi esausti, svuotati di ogni emozione, ma se le ciglia bionde di Giuliano fluttuano incerte sotto il peso di un sonno compassionevole, Lorenzo rimane lucido e all’erta.
Una mano si posa sulla sua spalla e stringe piano, con gentilezza. È un tocco che Lorenzo ancora fatica a considerare amico, e che pure riconosce immediatamente come tale.
“Lascialo riposare”, sussurra Francesco alle sue spalle.
Lorenzo annuisce, e lascia scivolare una mano sulla fronte di Giuliano un’ultima volta prima di alzarsi ed uscire a passi lenti dalla stanza. Francesco gli cammina vicino, quasi spalla contro spalla, e per motivi che è troppo stanco per spiegarsi, Lorenzo è grato di quella vicinanza più di ogni altra cosa.
