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[Italian]
A Jason non piacciono i magazzini che saltano per aria.
Soprattutto se dentro c'è uno dei suoi fratelli.
Rating: T perché Jason ha la boccuccia volgare.

Notes:

Work Text:

A Jason rimbombava il cuore nelle orecchie mentre i suoi occhi spalancati venivano feriti dalla luce aggressiva delle fiamme che avviluppavano il magazzino a poco meno di cento metri da lui.

In ginocchio sull’asfalto, con le pistole abbandonate accanto alla sua mano che stringeva un pezzo di legno bruciacchiato, Jason non si curò di trattenere le lacrime, men che meno la Furia della Fossa che il suo rigido autocontrollo non riusciva più ad arginare; nella sua mente, si ripeteva in loop la scena di Nightwing – di Dick, di quell’idiota di suo fratello – che tornava indietro per assicurarsi che non ci fosse più nessuno.

Jason ci aveva provato a fermarlo, aveva minacciato di sparargli, ma quel… figlio di puttana gli aveva sorriso e rivolto un cenno prima di voltarsi e rientrare nel magazzino già in parte avviluppato dalle fiamme.

Poi c’era stata l’esplosione, che aveva mandato Jason a gambe all’aria e gli aveva strappato il respiro dal petto, insieme al cuore.

Niente più Robin morti.

E poi vennero le lacrime, in una vertigine di panico e rabbia che non sapeva come gestire, come trattenere; non ne aveva le forze mentre la vista gli si annebbiò, assumendo una fin troppo familiare tinta verde brillante.

L’aveva promesso, cazzo, aveva promesso che non avrebbero più seppellito un altro Robin: così poco valeva la sua parola per l’Universo?

Barcollando e sul punto di vomitare, con l’ultimo barlume di lucidità, Jason riuscì a rimettersi in piedi – le pistole in pugno – e cominciò a muoversi; ignorò le voci e i lamenti delle persone attorno, ne ignorò le mani che cercavano di trattenerlo e si avvicinò con lentezza quasi esasperante a quello che restava del magazzino ormai distrutto.

Quello che non si erano mangiate le fiamme, l’aveva divorato la forza d’urto dell’esplosione.

Jason bestemmiò e cadde in ginocchio.

Le sue mani gettarono via le pistole e, come se a controllarle fosse stato qualcun altro, si ritrovò a scavare tra le macerie ancora roventi, incurante del dolore che gli causava il calore intenso alla pelle già abusata da pugni dati e rampini lanciati; il verde della Fossa venne ben presto attenuato da grosse lacrime che quasi gli impedivano di vedere cosa stesse scavando e dove.

“Non lui- Non di nuovo… Ti prego, non l-lui…” rantolò mentre sollevava l’ennesimo pilone di legno pressoché carbonizzato, “N-non Dick… Ti prego, n-non se lo merita…” un singhiozzo più forte dei precedenti gli mozzò il fiato in gola per alcuni secondi, “Prendi me… Non lui… Non mio fratello…”

Quando un pezzo di cemento rovente gli aprì una ferita sulla mano, Jason lo mollò con un’imprecazione e si prese la mano con quella ancora sana, la strinse all’altezza del polso e, in uno sprazzo di consapevolezza, la osservò: ampie lesioni rosse gli martoriavano la carne, la sua mano emanava calore e odore di bruciato.

“Dannazione…!” gridò con voce roca, “D-Dick… Nightwing! Dove sei?!”

Ma nessuno gli rispose, lo spiazzo era deserto – quelli che avevano salvato dovevano essersela filata mentre lui era distratto – e ben presto si rese conto di quanto fosse assordante quel silenzio, di quanto fosse angosciante.

Riprese a scavare.

Sentiva i propri movimenti rallentati, come se stesse cercando di scavare nella melassa, e a nulla era servito togliersi la parte superiore dell’armatura protettiva: era ugualmente lento, troppo lento.

Troppo lento, cazzo!

Era sempre troppo lento quando c’era bisogno!

Quando era morto Tim, quando era morto Damian… Diamine, perfino quando Dick era stato rapito dal Sindacato e ucciso…

Era troppo lento, non era abbastanza!

“CAZZO!” strillò nella notte rischiarata dalla luce delle fiamme, “Cazzo! Cazzo! Dove sei, Wing? Dove sei, Dick?! Rispondimi!”

Il vento cominciò ad alzarsi e a fischiargli nelle orecchie mentre le fiamme, che cominciavano ad attenuarsi, ripresero vigore e ripresero a mangiare tutto quello che si era salvato fino a quel momento; Jason si ritrovò a scavare con più energia – almeno un corpo da piangere, almeno quello – tra i pezzi di legno e cemento.

“Almeno il suo cadavere, almeno quello…” ripeté come una litania, “Almeno qualcosa su cui piangere…” singhiozzò senza controllo; la testa gli faceva male, quel dolore sordo che annunciava un trauma cranico, ma non si poteva fermare.

Doveva almeno portare a Bruce il cadavere di Dick.

Concentrato com’era sulla sua missione, Jason non si accorse subito dell’ombra che era strisciata fuori dalle macerie a pochi passi da lui, un’ombra che barcollava e cercava di tenersi a pezzi di trave per reggersi in piedi; un’ombra con parte della testa e del viso ustionati e con una tuta nera addosso.

Per alcuni secondi, Jason e l’ombra restarono in silenzio, non coscienti l’uno della presenza dell’altro, ma poi Jason – i cui riflessi si erano fatti fin troppo rallentati – alzò la testa e lo vide, in piedi vicino a lui, che lo fissava con un occhio aperto e l’altro praticamente sigillato dalla pelle ustionata.

Laddove avrebbero dovuto esserci dei folti capelli neri, c’era solo pelle bruciata, anche quella del viso aveva visto giorni migliori ma, nel chiarore inquietante del fuoco, c’era una cosa che risaltava e che fece saltare il cuore in gola a Jason: quell’unico occhio aperto era azzurro come il mare, e il calore e l’affetto che emanava significava soltanto una cosa.

Casa .

“Cazzo, Dick!”

Nel momento in cui Nightwing si era accasciato a terra con un sorriso trionfante, Jason era balzato in piedi e poi in avanti e l’aveva preso al volo; entrambi caddero tra le macerie ma Red Hood gli aveva preso la testa tra le braccia e l’aveva protetta dall’impatto.

Rotolarono a terra per qualche metro, Jason a denti stretti si era preso la maggior parte dei danni, e si ritrovarono a pancia in su – miracolosamente a distanza di sicurezza – proprio mentre l’ultima sezione del magazzino ancora in piedi crollava miseramente con un rumore assordante.

Proprio dove si trovavano loro pochi istanti prima.

Red Hood restò a fissare il cielo privo di stelle visibili per qualche secondo, incredulo del fatto che fossero ancora vivi – come diavolo era possibile? – prima che la voce bassa e vibrante di Dick che lo chiamava non lo riscuotesse dal proprio torpore.

Si mise seduto di scatto e tenne Dick tra le braccia, guardandolo come se fosse un miracolo incarnato.

“Stai bene, Little Wing?” mormorò Dick con aria sofferente, “Non sei rimasto coinvolto nell’esplosione, v-vero?”

Jason non riuscì a rispondere subito, il magone in gola era troppo grosso: stavolta se l’erano vista brutta, davvero brutta.

Le sue mani tremanti accarezzarono il viso martoriato del fratello, le dita sfiorarono il cuoio capelluto lesionato e si lasciò scappare un singhiozzo al pensiero di quanto erano stati vicini alla tragedia.

Eppure, il primo pensiero di Dick non era stato per se stesso e per la propria salute.

No.

Era stato per lui, sempre per qualcun altro: agli occhi di Dick, c’era sempre qualcuno di più importante di cui preoccuparsi e occuparsi invece che della propria incolumità.

“S-Sta zitto, Dick, ti prego. Non sono io a essere praticamente saltato per aria…” ringhiò Jason mentre la Furia della Fossa minacciava di prendere nuovamente il controllo, “Non sono io a essere quasi m-morto. Di nuovo.”

E Jason gridò.

Gridò la propria rabbia e il proprio sollievo, il proprio dolore e la propria gioia, urlò per farsi sentire e per allontanare chiunque avesse anche solo pensato di toccare Nightwing, approfittando delle sue condizioni precarie; urlò per richiamare l’attenzione della loro famiglia.

Sicuramente Babs aveva l’orecchio teso ed era l’unica loro possibilità di ricevere aiuto.

Erano troppo esposti, i comunicatori erano andati e lui non sapeva se sarebbe riuscito a proteggere se stesso e Nightwing.

“Jay… Sto bene, ho solo un nuovo taglio di capelli…”

“Non dire che stai bene, cazzo!”

Il braccio di Jason si strinse attorno alla vita di Dick e lo costrinse ad affondare il viso contro il petto del fratello minore mentre questi singhiozzava a testa bassa.

“Non dire che stai bene, ti prego… Non voglio sentirtelo dire… Sei saltato per aria come un petardo, Dick, come una b-bomba. E non sono riuscito a fermarti prima che tu rientrassi in quella trappola. Ti ho visto morire, Dick! Lo capisci?!”

Jason si aggrappò a lui e nascose il volto tra quello che restava dei suoi capelli.

“Stavo cercando il tuo cadavere, per r-riportare a casa almeno quello. Mi sei svenuto in braccio. Non stai bene, non dirlo.”

Il cuore sembrava volergli uscire dal petto, tanto batteva forte.

Il vento si era fatto più intenso e le scintille delle fiamme si muovevano come schegge impazzite nel cielo notturno; a migliaia si spostavano scivolando sulle correnti, pronte a divorare altri edifici, forse anche altre vite, ma, anche se avessero messo le mani su un altro magazzino e l'avessero ridotto alle fiamme, a Jason non importava nulla.

Al diavolo Gotham, poteva anche bruciare fino alle fondamenta, e poteva anche bruciare il cimitero indiano sottostante.

Egoista?

Certamente.

L'unica cosa di cui gli importava era che Dick fosse vivo e respirasse, il resto poteva andare tranquillamente a fa-

"Jay?"

"Mh?"

"Ho freddo. E mi sento una bistecca."

La risata forzata di Jason, macchiata dai singhiozzi, riecheggiò nello spiazzo deserto.

"Sei un coglione, Dick." gli disse prima di mettergli addosso quello che restava della sua giacca di pelle, "Non addormentarti, però, altrimenti dovrò svegliarti a pizzicotti."

Il più anziano annuì e chiuse gli occhi. "Ho perso gli escrima nell'esplosione, non so se riuscirò a combattere se qualcuno ci attacca." sussurrò lui.

Ma Jason scosse la testa e afferrò la pistola che teneva nella fondina sulla schiena, ne tirò indietro il cane e la alzò al cielo: il metallo assunse una colorazione rossastra.

"A questo ci penso io. Spero che stasera nessuno, dal ladruncolo a Black Mask, voglia morire perché sono a tanto così da fare una strage."

Dick tentò di ridere ma l'unica cosa che gli uscì fu un lamento strozzato.

Jason si rabbuiò e tenne la pistola in pugno, pronta a sparare.

Con i nervi tesi, osservò Dick farsi sempre più pallido - e se un paio di volte si fosse chinato su di lui per assicurarsi che stesse ancora respirando nessuno doveva saperlo - e più volte imprecò sottovoce.

Ma dove erano finiti tutti?

"Se non si sbrigano a venirci a prendere, giuro che ti porto alla Caverna in moto."

Dick scosse la testa.

"Non posso mettere il casco…" borbottò.

"Il casco è sopravvalutato." replicò Jason, "Riesci ad aggrapparti alle mie spalle? Devo prendere il kit antiustione dalla cintura ma non voglio posare la pistola."

"Posso provarci…" azzardò il più anziano; seppur con difficoltà, riuscì a sollevare le braccia e ad avvolgerle attorno al collo di Jay prima di abbandonarsi contro di lui con un lamento.

"Resisti, Dickie." gli disse con un filo di voce mentre tirava fuori il kit, "Non ci metterò molto."

Anni di esperienza e tentativi infelici l'avevano reso rapido nell'occuparsi di ferite più o meno gravi in attesa di Alfred, perciò non gli ci volle molto a coprire con pomate d'emergenza e garze grasse le ustioni più serie su corpo e faccia.

Ad ogni tocco, Dick si mordeva il labbro per non lamentarsi o, se non riusciva a trattenersi, li soffocava nel petto del fratello; Jason non era certo la persona più gentile della famiglia, ma sicuramente non godeva più delle loro sofferenze e vedere Dick così non lo aiutava a mantenere la concentrazione.

"Goldie, non è facile ma adesso devo pensare alla tua testa. Cerca di restare cosciente, prendimi a pugni se ti fa stare meglio ma tieni duro."

"Farò del mio meglio… ma non ti prometto niente."

Quando Jason sfiorò la pelle tumefatta con la punta delle dita, Dick urlò.

Le sue dita artigliarono la maglietta che Jason indossava sotto l'armatura e gli sfuggì un singhiozzo.

"Resisti, Dick. Ancora un po'."

"Non ce la faccio… smettila!"

"Non posso, devo finire altrimenti rischi un'infezione. Mordi un lembo della maglietta, fai qualsiasi cosa ma resisti. Ci vorrà ancora poco."

Tenendolo fermo con le ginocchia, Jason riuscì a finire di ripulire le parti lesionate e sporche di sangue e cenere prima di bendare praticamente tutta la parte destra della testa del fratello.

Fratello che si era accasciato, singhiozzante ed esausto, contro il suo corpo.

"Goldie, è tutto finito, respira."

"J-Jay…"

"Sono qui, fratellone. Non mi sono mosso."

"Adesso ho davvero tanto freddo."

Jason si morse il labbro superiore e si trattenne dal bestemmiare ancora; con il braccio che circondava di nuovo il corpo tremante di Dick e lo stringeva a sé e la pistola in pugno, lui scrutò nel buio che diventava sempre più fitto via via che anche le ultime braci del rogo si spegnevano nella fredda notte invernale.

Non avrebbe permesso a nessuno di avvicinarsi per finire il lavoro con il fratello.

"Ma dove cazzo sono finiti tutti?" sbottò.

"Siamo qui, Hood."

La voce inaspettata fece voltare di scatto Jason che, con il dito sul grilletto e il cane tirato, la puntò contro l'espressione sorpresa di Red Robin, con le mani alzate e Black Bat immobile accanto.

"Ma sei cretino o cosa?!" gridò Hood non appena li ebbe riconosciuti, "Stavo per spararti!"

Con le braccia al cielo, RR guardò prima il fratello maggiore e poi la sorella, mentre quest'ultima fissava Jason con disappunto.

"Sei più paranoico di Batman. Non tutti quelli che ti vengono vicini vogliono farti fuori."

"Ma la maggior parte sì."

"Allora dovresti rivedere le tue priorità. Posso abbassare le braccia oppure devo restare così tutta la notte?"

Con un grugnito, Jason abbassò l'arma e subito Tim si lanciò su Dick; inginocchiato accanto a lui, gli posò una mano sulla spalla e lo scosse con delicatezza.

Quando Nightwing aprì l'occhio ancora sano e lo riconobbe, gli sorrise.

"È arrivata la cavalleria."

"Quasi, il generale è in arrivo." disse RR togliendosi i guanti, "Che è successo? O ci ha messi tutti in allarme perché i vostri segnali erano scomparsi dal suo radar."

"Il magazzino… è esploso. E io ero dentro." confessò il più anziano, "Hood… non è contento della cosa."

"Magazzini che esplodono e Hood non sono mai una buona combinazione, lo sai, Wing." RR premette sul comunicatore nell'orecchio e la voce di Oracle riecheggiò nello spiazzo.

" Oracle a RR, notizie di Hood e Wing? "

"RR a Oracle, li abbiamo trovati al rogo del magazzino al porto."

" Quello esploso? "

"Già. Wing era all'interno."

" Non mi stupisce la cosa. Hood come sta? "

Tim guardò il fratello seduto a terra che non aveva ancora lasciato andare Dick.

Le sue spalle tremavano.

"Potrebbe stare meglio. Notizie di B?"

" Lui e Robin sono in arrivo. ETA: 2 minuti. Dovreste già sentire il rombo del motore . Dì a Nightwing che BB è autorizzata a prenderlo a pugni da parte mia. Oracle, chiudo. "

In quel momento, il silenzio della notte venne rotto dal familiare suono della Batmobile in avvicinamento e tutti e quattro si voltarono in contemporanea verso la direzione da cui proveniva.

Pochi secondi dopo, i fari li illuminarono e la sagoma elegante della Batmobile scivolò tra le pieghe della notte prima di fermarsi a ridosso delle macerie.

Il primo a precipitarsi fuori fu Damian.

"Nightwing!"

Nella confusione che seguì, tra Robin che teneva Dick per le spalle e Batman che parlava con PennyOne per avvertirlo del loro arrivo con Nightwing, Jason si ritrovò a fissare il vuoto per parecchi minuti mentre una fin troppo familiare sensazione di gelo nello stomaco si faceva sentire.

Rimase immobile con espressione impassibile mentre Batman sganciava il mantello per avvolgerci Nightwing, mentre RR inseriva una flebo di antidolorifici nel braccio del ferito e perfino mentre Batman si era caricato in braccio Dick per portarlo alla Batmobile.

Vedeva tutto questo, lo comprendeva, ma il suo corpo sembrava congelato intanto che il peso della nottata cominciava a farsi sentire e che i "E se…" iniziavano ad affollargli la mente.

Non si rese conto della mano di Batman, ben più grossa della sua, sulla propria spalla fino a quando questi non ebbe iniziato a parlare.

"Hood. Jason. Riesci a sentirmi?"

Sì, Jason lo sentiva, ma non riusciva a parlare.

La bocca era sigillata.

"B, credo sia un attacco di panico. O dissociativo. Non ne sono sicuro."

La voce lontana di Tim, preoccupata?, fu l'ultima cosa che Jason sentì prima che qualcuno lo prendesse in braccio come se non avesse avuto peso.

Batman.

Prigioniero della propria mente com'era, Jason non riuscì a protestare e a divincolarsi come avrebbe voluto fare.

Tutto gli sembrava troppo grande, troppo spaventoso, troppo rumoroso.

Chiuse gli occhi.

Poi un singhiozzo gli eruttò dalla gola, seguito dalla prima lacrima.

E dalle urla, sia nella sua mente che fuori.

L'ultima cosa che udì fu la voce di Robin che gli chiedeva scusa mentre qualcosa gli pungeva l'avambraccio.

E poi più nulla.

&&&&

"Jay…"

"Mh?"

"Scusami, non volevo spaventarti così."

Jason sollevò una palpebra e osservò Dick, il suo viso pesantemente bendato così come la testa dove le ustioni gli avevano mangiato capelli e pelle.

Lo osservava dal basso, sdraiato com'era sotto la trapunta del letto di camera di Bruce, dove si era svegliato solo qualche minuto prima.

Dick era seduto contro una pila di cuscini, un libro in mano e un cappellino di lana che gli proteggeva le bende.

E la sua testa in grembo.

"La prossima volta che fai una cazzata del genere, ti sparo sul serio, cervello di piccione."

Dick rise ed era il suono più bello del mondo.

Non aveva perso un fratello, non un'altra volta.

Sarebbero guariti e sarebbero tornati per strada.

"La prossima volta, spero di averti di nuovo al mio fianco, allora."