Chapter Text
Hybris et Nemesis
La reincarnazione divina è un processo strambo, diverso da come gli esseri umani la intendono. Per molte religioni, la reincarnazione umana è una questione di meriti – se in questa vita fai il tuo dovere, nella prossima ti danno grossomodo un pass per la felicità. Ma è questo il punto: la felicità è relativa. Se non sai di essertela meritata, come fai ad essere davvero felice quando il momento del tuo premio arriva?
Per le divinità è diverso. Loro non vagano nel regno dei morti finchè il loro tempo di tornare sulla terra arriva – a differenza di ciò che la maggior parte delle persone crede non sono immortali, ma rinascono direttamente (non necessariamente in corpi di bambini neonati), e sempre in forma umana. A orchestrare il processo c'è quel gran simpaticone di Ade, l'ultimo del ciclo divino a rimetterci le penne in ogni caso, e il suo compito è assicurarsi che tutto vada bene. Ma come la storia ci insegna, una divinità – specie una divinità greca – non è necessariamente incapace di commettere errori.
Per essere corretti con l'Ade del periodo tra il 1943 e il 1994, un vecchio disgraziato di nome Eugene Stone, bisogna dire che aveva tutti i motivi per fallire nella missione più importante della sua esistenza. Si tende ad avere un po' d'ansia, quando hai un cecchino pronto a regolare un vecchio conto che ti ha intrappolato nel bagno e decine di anime diverse da collocare in corpi spirituali che ti fanno fretta a loro volta.
Quando il proiettile colpì la tempia di Eugene, aveva grossomodo sistemato le anime nei corpi. L'ultimo soffio di vita, quello che le spinse alla reincarnazione, fu però troppo debole – si perse, compromettendo il processo e allo stesso tempo donando loro una possibilità tutta nuova. Iniziava così un nuovo ciclo: divinità vecchie di millenni erano ora giovani inesperti, confusi, privi della memoria delle loro vite passate e terribilmente, terribilmente simili ai mortali.
* * *
Detroit, 2015
Non era possibile che accadessero tutte a lui.
Svoltò a sinistra rifugiandosi in un vicolo e si lasciò sfuggire un gemito di dolore nell'andare a sbattere contro una rete metallica. Non c'era tempo di pensare razionalmente: afferrò i nodi e si issò più che potè sopra e poi aldilà della rete, guardandosi attorno solo una volta rotolato nell'apparente sicurezza dell'altra parte del vicoletto.
Il micio nascosto nella sua giacca miagolò in protesta solo quando si voltò a controllare che i suoi inseguitori fossero ancora lontani, e lui posò un dito sul suo nasino spaventato. - Sta tranquillo, è tutto a posto. - sussurrò, tirando su piano la zip e guardandosi attorno prima di proseguire fuori dalla via e sulla strada principale parallela a quella da dove era arrivato. Per fortuna il suo appartamento non era troppo distante, e avrebbe potuto raggiungerlo in fretta.
- A casa ti aspetta una bella ciotolina di latte. - sorrise all'interno della sua giacca, che riprese a guardarlo intensamente e miagolò soddisfatto all'idea (o almeno così pensava lui), per poi riprendere a giocherellare con un filo di nylon scucito. Alzò lo sguardo in tempo per scostarsi e salutare una vicina che lo guardò sospettosa.
- Buongiorno, signora Brzenska. - mormorò educato, schiacciando le braccia contro il petto per nascondere il rigonfiamento felino all'interno. La residente del quarto piano poteva essere vagamente miope, ma non era stupida. Sapeva benissimo cosa il regolamento dicesse sugli animali.
- Marco Bodt. - pronunciò il suo nome come fosse un insulto. Marco sporse il labbro inferiore, leggermente offeso. - Che stai combinando? -
- Assolutamente niente, signora Brzenska. -
In quel momento, un uomo calvo dall'altra parte della strada puntò un dito nella sua direzione, strattonando un amico altrettanto calvo e altrettanto grosso e arrabbiato. - Eccolo lì! È il bastardo che ci ha infastidito prima! -
- ...Bodt? - ripetè la donna, sconvolta; ma Marco stava già citofonando ripetutamente al proprio appartamento, pregando in un qualche intervento divino che sua sorella la smettesse di dormire fino a quell'ora e si alzasse ad aprirgli. I due tizi stavano rapidamente facendosi strada tra le macchine, e presto sarebbero arrivati fino a lui.
- Apri, apri, apri...- ripetè. Sentì il proprio braccio essere strattonato via dal citofono e si ritrovò a terra, il bruto calvo pronto a suonargliele di santa ragione.
- Così impari a infastidire quelli che non conosci, ragazzino. - rise il suo amico. Quello sopra Marco smise di scrocchiarsi le nocche e alzò un pugno. - Benvenuto a Detroit. -
Una mano spuntò dal nulla, rapida ad afferrare il braccio del calvo con una fermezza tale che sul volto dell'uomo spuntò immediatamente un'espressione di accecante dolore. Quello di Marco, invece, si illuminò: il braccio sottile ma muscoloso apparteneva a qualcuno che conosceva bene, e che ora osservava i due brutti ceffi con l'aria di chi è pronto a commettere un omicidio. Sorrise a denti scoperti, torcendo indietro il braccio dell'uomo e ottenendo un lamento acuto nel processo.
- Problemi col mio fratellino? - domandò. L'uomo ancora libero sembrò indeciso sulla risposta da dare, ma un rumore sinistro proveniente dalle ossa del compagno sembrò convincerlo sul da farsi. Scosse la testa più volte del necessario, allontanandosi spaventato. - N...noi stavamo solo... -
- Picchiando un animaletto indifeso, scommetto. - rise lei, mollando la presa. - Che grandi uomini. Fatevi un giro al parco o andate ad attaccar briga con qualche bambino dell'asilo, ma allontanatevi da qui se non vi va di provare l'ebbrezza di stare in un'ambulanza con braccia e gambe rotte. -
- Fottiti, stronza. - borbottò il tizio illeso, afferrando il compagno e allontanandosi in fretta. Ymir sorrise soddisfatta, e anche Marco. Non aveva idea di cosa ci facesse in giro a quell'ora – non aveva mai dato segni di vita la domenica mattina, ed erano appena le undici – ma se lei non fosse arrivata a quell'ora sarebbe stato carne battuta. Lei si voltò a guardarlo, e all'improvviso il sorriso di Marco scomparve.
- Tu. -
- ...i-io? -
- Su in casa e senza far troppe storie. - lo afferrò per il colletto, tirandolo in piedi e spolverando la sua giacca con un paio di pacche alla schiena. - Mi addormento un attimo e vai in giro a combinare casini. Ma che razza di testa hai? -
La signora Brzenska aveva continuato a fissare la scena cercando di capire cosa fosse successo. Marco la salutò con la mano, mentre Ymir apriva il portone d'ingresso con le chiavi e scivolavano nella sicurezza dell'ingresso del condominio. - Ero uscito ad incontrare un amico. - spiegò poi, mentre camminavano verso l'ascensore. - E tornando indietro li ho visti prendersela con lei. -
Calò la zip e la micetta bianca e beige fece capolino dall'interno della giacca, miagolando felice. Ymir la fissò un attimo, prima di tirarsi uno schiaffo sugli occhi. - Non un altro gatto. Non un altro gatto, maledizione. -
- Le hanno schiacciato la zampa! - strillò Marco, seguendola nell'ascensore e gesticolando verso la zampa in questione. - E' solo una cosa momentanea, Ymir. Poi la lascerò andare. -
- La questione non è se tu la lascerai andare o meno. - strinse i denti, rivolgendo una smorfia alla micia. - La questione è che loro tornano, Marco. E il mangime costa, le lettiere costano, un trasloco costa. E avremo bisogno di farlo, perchè Rico sta già pensando di farci buttare fuori. -
Marco era sicuro Ymir stesse esagerando la questione. Lei amava i gatti quanto lui – era stata proprio lei a portare a casa la prima, salvandola dall'essere investita e guadagnandoci un ginocchio sbucciato e una ramanzina come poche altre. All'epoca ancora vivevano in campagna, molto più a sud, e non erano che bambini. Ymir era il suo eroe. Almeno quello non era cambiato.
- Ti prometto che sarà una questione di un paio di giorni al massimo. - l'ascensore si aprì, e Ymir sospirò, in cerca delle chiavi seppellite da qualche parte nelle tasche della sua giacca di jeans. - Non le darò neanche un nome. Ma con una zampa del genere morirebbe in pochissimo, lo sai meglio di me. -
Ymir aprì la porta di casa, e fu accolta da un miagolio contento. Sospirò di nuovo, mentre Marco si precipitava ad abbracciare il persiano che doveva essere entrato dalla scala antincendio, urlando “Nerone!” con l'entusiasmo di un bambino.
Suo fratello viveva a Detroit solo da pochi mesi, e quello degli animali era l'unico problema che le avesse davvero dato. Era sempre stato un fratello minore esemplare, ma Ymir non si era aspettata che continuasse a esserlo – non dopo quello che era accaduto. Avrebbe avuto tutti i diritti di non esserlo, di rifugiarsi nel proprio dolore e diventare un mostro d'apatia e inutilità. E invece si era presentato sulla porta di casa sua con una valigia, uno stupido parka che anche allora si rifiutava di smettere d'indossare e un sorriso, mutato presto in un abbraccio e un saluto. “Ciao, Ymir.”, aveva detto. Nessun “Perchè non c'eri?”. nessun “Perchè non mi hai aiutato?”.
Per non averle fatto pesare quella questione, Ymir poteva sopportare tutti gli stramaledetti animali del mondo.
- Credo Nerone voglia salutarti. - la voce di Marco l'allontanò da ricordi dolorosi, riportandola alla realtà. Non potè non sorridere di fronte a quell'idiota di quasi un metro e ottanta seduto a terra con una gatta ferita in grembo e un gatto ciccione e scuro tra le mani, impegnato a scuotere la zampa del povero animale nella sua direzione. Nerone soffiò annoiato.
- Sei davvero un idiota. - si sfilò la giacca, gettandola addosso al volto di Marco, che rise. - Non vuoi sapere che ci facevo fuori così presto? -
- Effettivamente me lo sono chiesto. - Marco si alzò con la micetta in grembo e Nerone balzò via, verso Ymir. - E le risposte che mi sono dato sono tre diverse opzioni. -
Ymir aprì uno degli sportelli della cucina, in realtà un semplice cucinotto in un angolo della sala, e tirò fuori una scatoletta di cibo per gatti per Nerone. - Sentiamo. - rispose, solo parzialmente pronta alle idiozie che suo fratello avrebbe pronunciato.
- Opzione uno: la donna della tua vita ha bussato alla tua porta e hai deciso di fuggire con lei, ma poi ti sei ricordata di avere un adorabile e poverissimo fratello a cui badare e hai detto addio alla fuga d'amore. - Ymir alzò un sopracciglio e scosse la testa. Idiota. - Seconda opzione: un disastro da qualche parte tra il terremoto e l'esplosione nucleare ti ha costretta ad uscire di casa. -
- Ok, basta con le cazzate. - Ymir si chinò a versare il cibo per Nerone in una delle ciotole, e lui si avvicinò sventolando la coda soddisfatto. - Spero per te che la terza opzione sia “Hai trovato un lavoro”, perchè non voglio darti una delusione, fiocco di neve. -
Il volto di Marco si aprì in un'esplosione di gioia. - Hai trovato un lavoro?! - ripetè, urlando. Ymir sentì il suo cuore scaldarsi appena. Aveva ancora il sorriso stupido di quando aveva solamente nove anni.
- La barista del bar qui all'angolo è rimasta incinta. - spiegò. - Sarà solo per i nove mesi di gravidanza. Forse qualche mese in più, se si prende la maternità... e se lavoro bene, potrebbero decidere di tenermi... -
- Ymir. - Marco le era accanto, tra le braccia la micia con la zampina fasciata. Era diventato veloce, a metterle su. La posò a terra per spingere Ymir in un abbraccio goffo e caloroso, com'erano tutti gli abbracci di Marco. Lei sorrise contro la sua spalla, grata di averlo. - È tantissimo. Chiederò a Marie di darmi una o due giornate libere per venirti a trovare, se non ti da fastidio. Ti da fastidio? -
Lei si allontanò dall'abbraccio per posare una mano sulla sua testa ed arruffare i capelli neri, specchio dei suoi. - Certo che no, gigante. Solo non sperare che ti metta troppo alcool nei cocktail. Sono una sorella responsabile, io. -
- Sei una sorella pessima, se non mi fai ubriacare come uno scemo e non ne approfitti. - rise, aiutandola a rialzarsi. Era onestamente felice per lei – sin da quando era arrivato sette mesi prima, Ymir era saltata da un lavoro saltuario all'altro sperando di trovare una sistemazione che non durasse più di tre settimane e garantisse loro un po' di stabilità economica. Stabilità era una parola simile ad utopia, per loro; e questo nonostante Marco avesse fatto relativamente poca fatica a trovarsi un lavoretto modesto. Tutto merito delle sue capacità particolari...
- Micia! Micia, micia, no! - redarguì la gatta, che nonostante la zampa ferita stava già dirigendosi verso le ortensie. Marco alzò il vaso lontano dai suoi artigli e lo portò vicino agli altri – decine e decine di vasi, scatolette, supporti di ogni tipo in cui erano stati piantati decine di decine di semi diversi, tutti cresciuti con pochissima fatica. Era quello il talento di Marco – e di Ymir. Era qualcosa nato probabilmente dal fatto che entrambi i loro genitori fossero stati agricoltori, qualcosa maturato nella loro infanzia passata a rincorrersi tra spighe di grano alte il doppio di loro e i fiori di papavero che la loro madre coltivava nel loro giardino. A volte Marco aveva avuto l'impressione che ci fosse qualcosa di più – qualcosa che andava oltre il talento naturale. Era come se dove lui ed Ymir passassero le piante decidessero di crescere di loro spontanea volontà, attirate dal sole, dalla loro energia, da qualcosa di quasi...sovrannaturale.
Sapeva che anche lei la pensava allo stesso modo. Gli si gettò addosso da dietro, posando il mento aguzzo nell'incavo della sua spalla e fissando lo stesso innesto su cui lui si era concentrato, un mazzetto di non-ti-scordar-di-me che sembrarono schiusersi sotto il loro sguardo.
- Andrà tutto bene d'ora in poi, vero, Ymir? -
Lei sobbalzò appena. Era raro avvertire quella sfumatura malinconica nella voce di suo fratello minore – praticamente la personificazione dell'entusiasmo. Ma le labbra di Marco erano piegate in un sorriso distante, e non si preoccupò troppo. Meritava i suoi momenti di debolezza. Lei sarebbe stata lì anche per quello.
- Certo che andrà tutto bene. - posò una mano sulla sua spalla, e con l'altra si sporse a prendere un fiore di non-ti-scordar-di-me. Tra i capelli di Marco, sopra il suo rossore per quel gesto tanto dolce, i fiori stavano molto meglio che nei vasi. - Cazzo, ce lo meritiamo. Andrà tutto divinamente. -
* * *
Il campanello del negozio attirò l'attenzione dell'uomo dietro al bancone, che alzò il naso verso la porta. - Buongiorno, Nile. - sorrise Marco, slacciandosi la sciarpa e dirigendosi verso il bancone. Lui ricambiò il saluto cordialmente. Era raro che il proprietario effettivo del Dawk & Dawk Flowers si facesse vedere in negozio, ma in quel periodo accadeva sempre più spesso. La ragione non trovava fonte nel comportamento dei dipendenti, ma nell'ansia naturale di Nile, e nel pancione della donna che Marco intravide non appena fu nel retro.
- Marie! - Marco le sorrise, chinandosi verso il pancione. - E...Nile junior. - concluse. Marie alzò gli occhi al cielo.
- Non era esattamente a Nile junior che pensavo, ma grazie per il suggerimento. - sorrise, mentre Marco abbandonava sciarpa e giacca sull'appendiabiti e apriva l'armadietto per prelevare il suo grembiule e sistemarvi dentro il pranzo e lo zaino. - Sembri di buon umore. -
- Lo sono. - terminò di allacciarsi il grembiule e stirò il davanti. - Ymir inizia a lavorare domani sera. Questa volta si è beccata il contratto di un anno. -
- È meraviglioso! - strillò lei, battendo le mani eccitata. Marco conosceva quel carattere – era quello che secondo Ymir aveva permesso a Marco di legare tanto con il suo capo. - Oh, sono così felice! Tesoro, hai sentito? -
- Forte e chiaro. - Nile infilò la testa sul retro, rivolgendo a Marco un cenno della testa d'approvazione e poi tornando a guardare la moglie. - Marie, faremo tardi per l'esame. -
- Oh, giusto. Quell'esame. - si carezzò la pancia e la schiena contemporaneamente. Per essere al settimo mese, Marie era una donna incredibilmente attiva, e raramente lamentava i dolori della gestazione. Si rivolse a Marco. - A mezzogiorno dovrebbe arrivare la consegna di piante tropicali, tu e Boris potete occuparvene tranquillamente. -
- Tranquilla. - annuì Marco. - Va pure. -
Lei lo salutò con un bacio sulla guancia e seguì il marito fuori dal negozio. Forse centrava la sua condizione, forse dipendeva da ciò che aveva sentito della sua storia, ma Marie si comportava più come una madre che come un vero capo. Quando Marco raggiunse il bancone, vedeva ancora i capelli scuri di Nile e quelli lunghi e biondi di Marie dirigersi verso la macchina; la visione fu sostituita dall'arrivo di un ragazzo che entrò nel negozio strascinando i piedi, gli occhi quasi chiusi.
- Boris. - salutò Marco, e il ragazzo sussultò come se avesse urlato.
- L'università mi ucciderà. - si lamentò, senza nemmeno salutarlo prima. Non che fosse una novità. - E se non ci pensa l'università, ci penseranno le emicranie. Abbassa la voce, ti prego. -
- Se la tenessi più bassa temo volerei la convenzione di Ginevra. Una legge sull'anti-inquinamento acustico o cose così. - Marco si grattò gli occhi. Boris tendeva sempre ad esagerare riguardo la propria vita da studente, che lui invidiava segretamente. Non aveva potuto finire l'università. Non era stato possibile, dopo ciò che era accaduto.
- Sì, beh, i federali non saranno qui ad arrestarti ancora per un po', quindi tienila bassa. - ripetè Boris, quasi mollando una testata contro la porta del retro nel tentativo di aprirla. - Marie è andata? -
- Svolazzata via come solo un angelo incinta di sette mesi può fare. - Marco si sedette sullo sgabello ergonomico sul cui acquisto Nile aveva insistito tanto, inconsapevole del fatto che ad utilizzarlo erano più Marco e Boris – soprattutto Boris – che sua moglie. Non c'era molto lavoro da fare, in negozio – salvo per la clientela abituale, che comunque avrebbe iniziato ad affluire solo più tardi. Boris lo raggiunse sul davanti, e lentamente scivolarono nella loro routine quotidiana. Boris si lamentava di quanto fossero pesanti i corsi, Marco lo redarguiva circa l'apprezzare ciò che aveva, Boris insistiva sul lamentarsi. Ogni tanto si alzavano a controllare le piante o se entrava un cliente, ritirarono il carico a mezzogiorno, continuarono in una tranquillità che Marco difficilmente avrebbe definito scomoda. Era un bel lavoro, il suo.
Marie tornò quando ormai mancavano cinque minuti alla fine del suo turno. - Mi hanno rivoltata tutta. - rivelò, piazzando il broncio. - E non mi hanno dato nemmeno un biscottino di consolazione. Come faccio a coccolare il piccolo, senza i miei biscottini? -
- Io e Ymir facciamo i Velvet Cupcake, stasera. - rivelò Marco, omettendo “O almeno ci proviamo senza dare fuoco alla cucina come l'ultima volta”. - Te li posso portare domani, se ci escono bene. -
- Sei un ragazzo da sposare. - sorrise lei, legando i lunghi capelli sulla nuca e sostituendolo alla cassa. Marco ricambiò il sorriso mentre rientrava nel retro per risistemare il grembiule nell'armadietto e prelevare i propri effetti personali. Salutò Marie e Boris prima di uscire dal negozio ed annusare la fredda aria autunnale.
- Scusa? -
Fu allora che l'atmosfera cambiò. Non fu un cambiamento radicale, ma graduale: il freddo non arrivò di colpo, ma si avvicinò con ogni passo che il ragazzo verso cui Marco si voltò faceva verso di lui, e raggiunse il suo picco massimo quando lui si fermò a un metro e mezzo di distanza.
- Sì? - aggrottò le sopracciglia, confuso. Che avesse bisogno d'informazioni? Era vestito prevalentemente di scuro, dai jeans neri alla maglietta di una qualche band di cui Marco ignorava l'esistenza – o addirittura la pronuncia del nome, enunciato a grandi lettere gotiche su sfondo sanguinolento. Il suo vestiario creava un contrasto incredibile coi capelli biondo cenere, rasati sui lati, e gli occhi di un colore che danzava tra il verde e il nocciola. Lo osservò massaggiarsi un braccio, come imbarazzato.
- Tu lavori qua, giusto? - domandò, voce bassa e profonda. Marco aggrottò ancora di più le sopracciglia. - Avrei bisogno di un'informazione. -
- Uhm... - Marco fu sul punto di domandargli perchè non si fosse limitato ad aprire la porta del negozio e chiedere, ma sciacquò via quel pensiero come niente. Detroit poteva essere maleducata con lui, ma lui non lo sarebbe stato coi suoi cittadini. - Dimmi tutto. -
Le labbra del ragazzo si incresparono, rivelando un sorriso quasi felino. Marco ebbe un brivido involontario – sentiva il freddo, ora, e lo sentiva fortissimo. Era un freddo che non aveva nulla a che fare con il tempo, simile al freddo della morte. - Avrei bisogno di sapere se vendete semi. Semi di melograno. - disse il ragazzo. E per qualche stupido motivo, suonò come una minaccia.
