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Rise & fall

Summary:

Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.

(Khalil Gibran)

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

 

Aveva perso il conto delle volte in cui aveva cambiato canale in cerca di qualunque cosa fosse minimamente in grado di catturare la sua attenzione. Non c’era nulla che lo attraesse ad eccezione di qualche sporadico documentario e alcuni quiz a premi che gli tenevano compagnia in attesa della cena.

Ma erano solamente le quattro del pomeriggio e di talk show da casalinghe e repliche di telefilm ne aveva già fin sopra i capelli.

Imprecò mentalmente contro Chifuyu che – per il terzo giorno consecutivo – gli aveva impedito di recarsi a lavoro, nonostante gli avesse ribadito più volte di sentirsi decisamente meglio a conferma di una netta diminuzione della temperatura corporea. La febbre è passata da un pezzo e io devo restare qui a non fare un bel niente...

Virò sui canali internazionali, soffermandosi su un programma di cucina. Una ragazza dai tratti occidentali stava spiegando in un inglese piuttosto fluente tutti i passaggi necessari per preparare una torta al cioccolato che gli fece venire l’acquolina in bocca al solo guardarla.

Kazutora scattò in piedi in maniera repentina, forse troppo. Barcollò per qualche istante, prima di tornare a sedersi sul divano. Voleva trovare un quaderno, un taccuino, un foglio... qualunque cosa su cui potersi appuntare almeno gli ingredienti; ma tra le difficoltà di comprensione linguistica e l’improvviso giramento di testa, preferì fare appello al cellulare. Nonostante la memoria fosse ormai satura di fotografie e video che ritraevano paesaggi immortalati dall’alto, la sua adorata Ketch, innumerevoli gatti, Mitsuya e le sue sorelline e soprattutto... lui, non esitò a premere rec.

Prestò attenzione a ogni minimo gesto, specie quando sullo schermo comparve un coltello piuttosto vistoso. Quest’ultimo venne usato per tagliare il dolce a fette regolari per poter poi essere servito ai finti ospiti che – come in ogni programma di cucina che si rispetti – erano stati pagati esclusivamente per dimostrare quanto tutto ciò che veniva presentato risultasse essere ‘sooo good!’ o ‘very delicious!’.

Il suo sguardo si posò su quella posata tagliente, perno di un ricordo che non si sarebbe schiodato dalla sua testa nemmeno se avesse proseguito a vita con la terapia che lui stesso aveva deciso d’interrompere.

Mise fine alla registrazione e spense la televisione. Si alzò nuovamente, questa volta sostenuto da un equilibrio più stabile. Sospirò allo scopo di scacciare quei pensieri che stavano tornando a farsi vividi in lui, tentando in tutti i modi di far prevalere su di loro il desiderio di far assaggiare quella meraviglia di torta al suo coinquilino.

Si cambiò rapidamente e legò i capelli in uno chignon tutt’altro che ordinato. In fin dei conti, per andare al konbini poteva anche passare.

Riguardò il video, compresa la parte finale. ‘Sooo good!’...

Infine uscì di casa, salutando con una rapida carezza il buon Peke J che dormiva su di una sedia, ignaro di tutto. Decise di evitare di tirare in causa la moto.

 

***

 

Non aveva ricevuto nessun segnale da parte di Kazutora per tutto il pomeriggio. Inizialmente pensò si fosse semplicemente addormentato, ma quando vide che la sua ultima incursione su Line era avvenuta intorno alle quattro e un quarto, cambiò idea. Forse ha trovato qualche film di suo interesse e si è scordato del telefono.

Sistemando la Bmw nel garage si accorse che la Ketch era al suo posto, il ché gli fece tirare un sospiro di sollievo.

Aprì la porta di casa e si annunciò; l’unica risposta che ricevette fu il silenzio.

Lo cercò con lo sguardo, ma salotto e cucina erano vuoti e immacolati, Peke J che dormiva beatamente a parte. Andò nella sua stanza, ma la situazione che vi trovò era la medesima. Inoltre, mancavano la giacca e le sue sneakers alte.

Chifuyu cercò di mantenere la calma mentre recuperava in fretta e furia il telefono dalla tasca dei pantaloni. Cercò il suo numero tra l’elenco delle ultime chiamate effettuate e premette sulla cornetta verde. Non ricevette risposta.

 

***

 

Cacao, burro, uova, mestoli vari, una terrina, qualche presina... cosa mi manca?

Kazutora distolse lo sguardo dai contenitori ermetici per cercare dei sottotorta o perlomeno dei vassoi che potessero assomigliare a quelli che aveva visto in tv, ma non ne vedeva. Cercò con lo sguardo una commessa, ma solamente pochi passi più avanti si accorse di essere arrivato allo scaffale dedicato alle stoviglie e alle posate. Si sforzò di pensare a ciò che davvero gli sarebbe servito e che ancora doveva recuperare, ma le lame dei coltelli lo attrassero al pari di un magnete a stretto contatto con un superficie in ferro. Coltelli piccoli, grandi, con tacche, senza tacche, venduti singolarmente, a coppie o in set da sei o da dodici. Per un attimo si convinse di non essere in un comunissimo konbini, bensì in un’enorme macelleria. Un mattatoio nel quale venivano spezzettate persino vite umane.

Il cestino con i suoi acquisti cadde dalle sue mani mentre tentava di indietreggiare per allontanarsi da quelle che per lui non erano altro che armi. Armi che in passato avevano generato la più grave perdita della sua vita.

Una signora piuttosto avanti con l’età si avvicinò chiedendogli se avesse bisogno di aiuto, ma lui la ignorò. La donna si allarmò nel momento in cui si rese conto di quanto fossero dilatate le pupille del giovane, così come di quanto fosse vacuo e fisso il suo sguardo. Inoltre, blaterava parole senza senso, ripetendole al pari di un mantra all’interno di un rito propiziatorio.

“Scu-scusami, Baji. Scusami per... per averti fatto del male. È solo colpa mia... è solo colpa mia...”

“Giovanotto, si sente bene?”

Kazutora non la vide e non la sentì. Lo stesso avvenne con la giovane commessa che era appena stata allertata da un’altra donna accompagnata da un bambino di non più di cinque anni. I clienti presenti stavano cominciando ad allarmarsi e l’addetta non aveva potuto far altro che lasciare momentaneamente il suo posto in cassa per andare a verificare di persona cosa stesse succedendo in quello specifico reparto del minimarket.

Vedendo quel ragazzo scarmigliato e dai grandi occhi immobili e sgranati provò un moto di tenerezza misto a timore. Sperava in cuor suo che non si trattasse di un soggetto pericoloso, ma una sorta di sesto senso le stava indicando che non doveva trattarsi di nulla del genere. C’era fin troppo dolore espresso da quel viso dai tratti piuttosto delicati.

“Mi scusi signore, posso fare qualcosa per aiutarla? Non riesce a trovare un articolo da cucina in particolare?”

“Coltelli.”

“Ah, capisco. Le servono dei coltelli?”

La donna con il bambino allungò il passo e uscì rapidamente dal konbini. Kazutora la seguì con la coda dell’occhio, rivedendo in quei gesti rapidi e privi di significato l’indifferenza che per anni aveva mostrato sua madre nei suoi riguardi.

“Perché ci sono tutti questi coltelli in bella mostra? Sono pericolosi, qualcuno potrebbe farsi male!”

La commessa non sapeva cosa rispondere. Non poteva negare che quel ragazzo avesse ragione, ma in qualunque negozio, piccolo o grande magazzino, spaccio o ingrosso che si dedicasse alla vendita al dettaglio di articoli da cucina si vendevano coltelli di vario genere. Da sempre. Cosa poteva spingere quel ragazzo a esserne indignato a tal punto?

L’anziana che prima di chiunque altro si era avvicinata a lui annuì, sorridendo al giovane allo scopo di tirarlo su di morale. Provò ancora una volta ad approcciarsi a lui raccogliendo il suo cestino e porgendoglielo.

“No...”

Hanemiya cercò di dare adito alle sue parole ma le forze vennero meno e cadde sulle ginocchia. Si prese la testa tra le mani, tentando di non dare a vedere le lacrime dovute al dolore che avvertiva dentro la propria testa. Sentiva freddo, nonostante stesse sudando in maniera piuttosto copiosa; tremava di paura mentre sentiva il ritmo dei battiti del proprio cuore accelerare senza alcun controllo. Aiutami Baji...

Nel momento in cui avvertì il tocco della mano della commessa sollevò il capo e la scrutò per qualche istante con l’intento di chiederle di allontanarsi da lui, di lasciarlo solo in quel buco nero in cui si era infilato quando aveva solamente dodici anni, senza mai più riuscire ad uscirne per davvero.

“Forse è il caso di chiamare un’ambulanza.”

“No!”

Kazutora radunò le poche forze che ancora gli erano rimaste in corpo per alzarsi da terra e fuggire da quel luogo che con estrema facilità era riuscito a ribadirgli quanto fosse folle il suo piano di tornare a una vita ‘normale’. Non ne aveva alcun diritto, non dopo il male che aveva causato, non dopo aver distrutto ben due famiglie. Due famiglie che potevano diventare automaticamente tre ogni volta che si soffermava a pensare a sua madre e alle motivazioni che l’avevano spinta a venire a trovarlo così di rado nel lungo periodo di detenzione.

Scappò fuori dal minimarket, senza nemmeno rendersi conto delle gocce di pioggia che avevano iniziato a bagnare il suo viso. Ovviamente, non aveva pensato di portare con sé l’ombrello. Non era mai stato preciso e previdente come il buon Chifuyu in quale ne aveva sempre uno con sé, anche nelle giornate più soleggiate.

L’addetta lo seguì sino alla porta scorrevole, impossibilitata ad andare oltre a causa della clientela che l’attendeva alla cassa. Un uomo le consigliò di allertare la polizia, ma lei non si trovò affatto d’accordo.

“No, non è necessario. Non ha fatto nulla di male.”

 

***

 

Erano passate le sette e di Kazutora non c’erano tracce.

Aveva provato a chiamarlo almeno un’altra mezza dozzina di volte e aveva inviato diversi messaggi, senza ricevere mai risposta. Si stava chiedendo come fosse possibile che si trovasse fuori casa da diverse ore senza mai avvertire il desiderio di controllare se qualcuno nel frattempo lo avesse cercato. Qualcuno che magari stava cominciando a realizzare di essere seriamente preoccupato mentre si accendeva la seconda sigaretta in meno di mezzora.

Decise di contattare Mitsuya, sperando che potesse tranquillizzarlo rivelandogli che in realtà quell’idiota del suo coinquilino si era recato nel suo studio semplicemente perché non ne poteva più di restarsene a casa da solo.

L’amico rispose dopo appena due squilli, ma non aveva la minima idea di dove potesse essere Hanemiya. Aggiunse che non aveva sue notizie dalla sera precedente, quando in un messaggio vocale gl’indicò il titolo di una canzone che avrebbe voluto che inserisse nel video promozionale della sua nuova collezione di abiti. Chifuyu arrivò a farsi dire questo titolo, ma non gli disse nulla. Aveva intuito semplicemente che era una canzone che interessava più a Mitsuya che a lui. Non è il suo genere. Ma chi sono io per arrogarmi il diritto di conoscere i suoi gusti? Mi sono mai preso la briga di chiederglieli? Mai!

Doveva fare qualcosa. Doveva correre a cercarlo.

Non poteva essere da Draken e Inupi: un posto del genere lo avrebbe annientato emotivamente. Era lì che aveva perso la vita anni prima Shinichiro.

Scese in garage e recuperò l’auto. Si premurò di portare con sé due ombrelli e fece il giro dell’isolato. Non avendo preso la moto non poteva essere andato troppo lontano, o almeno era quello che sperava. In fondo, non ci avrebbe messo poi tanto a salire su un autobus o sul metrò per arrivare in tutt’altra zona di Tokyo, per non dire oltre.

Distratto dal ronzio dei tergicristalli, cercò di scacciare i pensieri più intrusivi e catastrofici dalla sua mente, concentrandosi ciò che aveva davanti a sé. Un ragazzo con un cappuccio tirato sulla testa attraversò la strada a pochi metri da lui. Accostò l’auto, aprì il finestrino e chiamandolo a gran voce. Il giovane si voltò mostrando una fisionomia completamente diversa rispetto a quella di Hanemiya.

Dopo essersi scusato, entrò nel parcheggio del konbini più vicino, guardandosi sempre e costantemente attorno. Recuperò l’ombrello ed entrò, non avendo altra soluzione se non chiedere direttamente se lo avessero visto, anche solo per un attimo. Purtroppo era l’unica attività commerciale che poteva trovare ancora aperta a quell’ora.

Chiese alla ragazza che stava seduta in cassa la quale rispose che aveva cominciato il turno soltanto da un quarto d’ora e che pertanto non poteva sapere se fosse passato il ragazzo che gli era stato mostrato in foto nel pomeriggio. Ma nel momento in cui Chifuyu si avvicinò alla porta scorrevole per tornare alla sua Bmw, sentì nuovamente la squillante voce della cassiera che cercava di attirare la sua attenzione sostenendo di poter chiedere alla collega che era in turno prima di lei se avesse visto il ragazzo di cui le aveva parlato. Chiese di attendere giusto un istante, il tempo di andare a chiamarla sul retro, dato che stava ultimando alcune questioni burocratiche legate al suo orario di lavoro.

“Buonasera. Haruka, la mia collega... mi ha detto che aveva bisogno di parlarmi. Piacere, io sono Minako.”

“Piacere, Matsuno Chifuyu. Senta, per caso oggi pomeriggio è stato qui un ragazzo dai capelli lunghi e... come dire... mi scusi, ma faccio prima a mostrarle una sua fotografia.”

Minako non rispose, ma aveva già compreso a chi si stesse riferendo quel tipo dall’aria gentile e malinconica. Il senso di colpa che non l’aveva più abbandonata da quando lo aveva visto scappare con quell’espressione colma di disperazione dipinta sul viso tornò a manifestarsi quando vide quell’istantanea che lo ritraeva sullo smartphone del ragazzo che le stava di fronte. Nell’immagine sorrideva mentre sollevava da terra un gattino bianco. Aveva un’aria completamente diversa rispetto a quella che aveva mostrato solamente poche ore prima, sembrava davvero tutt’altra persona. Ma era inconfondibilmente lui.

“È stato qui questo pomeriggio, intorno alle quattro e trenta... quattro e quaranta circa.”

“Da quello che ho ritrovato nel suo cestino direi che aveva tutte le intenzioni di preparare dei dolci al cioccolato.”

“Dolci al cioccolato?! Non capisco. E perché avrebbe lasciato qui quelli che dovevano essere i suoi acquisti? Lui ha un lavoro, guadagna onestamente i suoi soldi.”

“Guardi, mi scuso ma non era affatto mia intenzione insinuare che avesse tentato di rubare. Penso soltanto che dopo l’attacco di panico che ha avuto si sia completamente dimenticato di quelle che erano state le reali motivazioni per cui aveva deciso di venire qui da noi.”

“Attacco di panico?! Kazutora ha avuto un attacco di panico qui al konbini?!

“Sì, mi spiace molto. Ho cercato di convincerlo a farsi aiutare chiamando un’ambulanza, ma se ne è andato.”

Chifuyu si mise entrambe le mani nei capelli tentando in tutti i modi di mantenere la calma, seppur dimostrasse apertamente l’opposto. Il solo pensiero che Kazutora stesse vagando sotto la pioggia con gli strascichi di un attacco di panico – probabilmente ancora in corso – lo stava mandando a sua volta nel pallone più totale. E non poteva permetterselo. Non poteva assolutamente permetterselo!

“Non sa dove è andato?”

“Si è diretto verso il centro, ma non ho potuto seguirlo dato che ero l’unica dipendente di turno in quel momento.”

“Capisco. Ma cos’è successo? Perché ha avuto un attacco di panico? Ha incontrato qualcuno che conosceva? È stato aggredito? Cosa è successo di preciso?”

“Era nel reparto cucina, di fronte allo scaffale dedicato agli utensili e alle posate. Sembrava che cercasse dei coltelli, ma in realtà li stava solo fissando con sguardo inquieto. È arrivato a chiedermi per quale motivo li tenessimo esposti in quel modo; secondo lui erano pericolosi... potevano fare male a qualcuno. Aveva gli occhi spalancati, tremava e a un certo punto si è accasciato sul pavimento. Quando io e un’altra signora abbiamo tentato di aiutarlo ha rifiutato ed è fuggito. La stessa signora mi ha detto che prima del mio arrivo si stava scusando con insistenza con un certo ‘Baji’. Ma posso garantire che fosse solo.”

Chifuyu si coprì la bocca per non imprecare. Abbassò gli occhi cercando di contenere le lacrime che pungevano per uscire agli angoli dei suoi occhi. Di nuovo... non può essere! Kazutora, mi avevi detto di stare meglio... come diavolo è possibile tutto questo?

“Senta, perché non lo ha fermato? Perché non si è fatta aiutare da qualcuno? Un ragazzo in quelle condizioni non va lasciato solo! Ora nessuno ha idea di dove sia e io non so che fare. Ha problemi psichici e potrebbe fare del male in primis a sé stesso. Ci ha già provato, cosa crede? Non si scherza con queste cose!”

“Lo so, mi dispiace. Avrei dovuto chiamare la polizia, come mi aveva consigliato un cliente.”

“No, la polizia no! Lo avrebbe distrutto emotivamente! Ma sull’ambulanza avrebbe dovuto insistere... o controllare le ultime chiamate sul suo telefono se proprio non si poteva fare altro!”

“Sono mortificata.”

Si morse il labbro inferiore fino a farlo sanguinare. Si maledisse per essersi accanito in quell’assurda maniera con quella povera ragazza che, in fin dei conti, stava solamente svolgendo il proprio lavoro e che probabilmente avrà temuto per la sua incolumità e per quella della clientela presente nel discount quel pomeriggio. Decise in cuor suo che una delle prime cose che avrebbe fatto non appena si fosse risolta la questione sarebbe stato proprio andare a scusarsi con lei, assieme a Kazutora. Semmai lo avesse trovato.

“Ah, non importa. Le auguro buona serata e la ringrazio per essermi stata d’aiuto.”

Non le lasciò il tempo di rispondere: senza nemmeno riuscire a comprendere appieno dove avesse ricavato la tenacia per raggiungere l’abitacolo della proprio vettura, si era già ritrovato lungo la strada più breve per arrivare in centro.

 

***

 

La pioggia cadeva incessantemente tra i suoi capelli, sulla sua giacca, sulla punta delle sue scarpe. Non aveva nulla con cui potersi riparare e tanto meno gl’importava di farlo. Le gocce, cadendo, avrebbero in qualche modo soffocato le lacrime che da ore scorrevano lungo le sue guance, lasciandolo oramai privo di energie. Tremava dal freddo e il solo pensiero di rimettersi in piedi per tornare a casa gli dava alla testa. Sentiva un dolore insopportabile alla tempia, mentre la vista iniziava seriamente ad offuscarsi. Baji, mi vedi? Faccio schifo come al solito, non è così?!

Una donna di mezza età correva a pochi metri di distanza tenendo un ragazzino per mano. Avrà avuto all’incirca la stessa età che aveva lui il giorno in cui incontrò il suo più caro amico, ancora completamente immerso in quell’abisso infernale che erano stati i sei anni di scuola primaria. Non tanto per i maestri che avevano sempre creduto in lui, quanto piuttosto per i suoi strepitosi risultati che spesso non ricevevano nessun riscontro a livello domestico.

Rievocò il giorno in cui, nell’ultimo trimestre della quarta elementare, era tornato a casa con il voto più alto che avesse mai preso in matematica: un novantotto che aveva fatto invidia persino ai più in gamba della classe. Quando aveva mostrato il test a sua madre era riuscito a mala pena a udire la parola ‘dopo’, dato che stava effettuando una lunga e tediosa telefonata a un collega; ovviamente quel ‘dopo’ non si concretizzò nemmeno nei giorni successivi. D’altro canto, suo padre lo schiaffeggiò, sostenendo che se si fosse impegnato davvero avrebbe preso il massimo, non un ‘misero’ e ‘imbarazzante’ novantotto; chiaramente non omise l’estrema vergogna che provava per quello che si augurava essere semplicemente un incidente di percorso.

Strinse le ginocchia al petto, mentre le due figure che avevano riportato la sua mente verso quel passato che avrebbe solamente voluto dimenticare salirono su uno degli ultimi autobus della sera, diretti chissà dove.

 

***

 

L’auto era stata parcheggiata in malo modo con le quattro frecce rimaste accese. Sperava di poter attrarre la sua attenzione almeno in quel modo, immaginandolo preoccupato per un eventuale avaria al motore o qualcosa di simile.

Girò il parco giochi del quartiere in lungo e in largo, chiamando il suo nome a gran voce. Manteneva l’ombrello sopra la spalla, ma l’apprensione e la rabbia non gli permisero nemmeno di realizzare quanto si stesse comunque inzuppando. La sua mente era altrove, ovunque si trovasse Kazutora.

Si addentrò nella sabbiera, senza curarsi minimamente di sporcare le scarpe eleganti che aveva acquistato solamente nel corso del weekend precedente. E fu in quel momento che gli parve di sentire uno starnuto, o qualcosa di molto simile.

Si guardò intorno più volte, augurandosi in cuor suo che non si trattasse solamente di un gatto in difficoltà o, peggio ancora, della sua impulsiva immaginazione. Ma un attimo dopo ne seguì un secondo, poi un terzo. L’influenza, la convalescenza involontariamente sottovalutata... non poteva che essere lui. Kazutora era lì, in quella specie di igloo adibito al divertimento dei più piccoli, ma che in quel frangente si limitava a fungere da effimero riparo dal maltempo.

“Tora-kun! Ma guarda dove diavolo sei andato a cacciarti!"

Chifuyu si accovacciò per poter guardare nel piccolo ingresso e finalmente lo vide, nella tipica posizione contratta che assumeva ogniqualvolta volesse evitare di dare a vedere la propria fragilità. Praticamente ogni giorno, dato che era arrivato più volte a sostenere di non meritare neanche quelle ‘dannate lacrime’ che comunque non riusciva in alcun modo a reprimere. Era madido di pioggia e batteva i denti non solamente a causa dell’umidità esterna.

Hey, sono qui... sono qui, non ti preoccupare!”

Il più giovane gli parlava nel tentativo di tranquillizzarlo, ma sapeva bene di avere a sua volta assoluta necessità di parole di conforto. Entrò facilmente in quella struttura per bambini e per un attimo ringraziò gli dèi di avergli donato un fisico non particolarmente imponente ed esile. Poggiò delicatamente una mano sulla sua guancia, scostandogli i capelli dietro alle orecchie. La sua fronte era persino più calda rispetto ai giorni precedenti.

“Sei bollente! Come ti è venuto in mente di uscire di casa nelle tue condizioni e con questo tempo?!”

Hanemiya non rispose, seppur la voce dell’amico fidato gli stesse infondendo un minimo di conforto emotivo. Non immaginava nemmeno che si sarebbe preso la briga di venire a cercarlo, figurarsi la sua reazione nel vederlo agitato a quel modo. Alzò appena la testa per poterlo guardare negli occhi, nonostante l’oscurità della sera. Avvertì un fitta alla tempia che lo portò – di riflesso – a gemere dal dolore. Fu a quel punto che Chifuyu gli si gettò al collo strofinandogli più volte il naso sulla pelle umida del collo. Per quanto non lo volesse ammettere, stava piangendo di gioia e frustrazione per averlo finalmente ritrovato sano e salvo; un cocktail di stati d’animo che stava diventando sempre più abituale da quando avevano imparato a convivere e a condividere con lui ogni cosa.

“Non ti preoccupare di nulla ora, ok?! Usciamo da qui e torniamo a casa nostra. Quando ti sentirai meglio mi racconterai tutto.”

“Mi-mi dispiace, io non... non-”

“Va bene così, Tora-kun. Non ti preoccupare, l’importante è che tu stia bene.”

 

***

 

Aveva controllato che l’acqua nella vasca fosse calda al punto giusto e che non vi fossero tappetini, sgabelli o altri aggeggi su cui Kazutora sarebbe potuto accidentalmente scivolare. Lo aveva aiutato a spogliarsi e a insaponarsi, cercando d’intrattenerlo affinché non si addormentasse tra la schiuma e le bolle di sapone che ogni tanto gonfiava e cercava di sollevare in aria. Chifuyu adorava questo lato puerile del suo coinquilino, per quanto faticasse parecchio ad ammetterlo apertamente. Un’infanzia negata poteva lasciare strascichi che avrebbero potuto perseguitarlo per tutta la vita, vuoti incolmabili che frequentemente sarebbero potuti tornare alla mente sottoforma di empatia per le realtà più semplici che lo circondavano. Una bolla di sapone, un pranzo condiviso, un paio di scarpe nuove in regalo. Bastava un nonnulla per aprire un nuovo mondo con almeno vent’anni di ritardo.

“È al cioccolato?”

Kazutora si era totalmente lasciato andare al tocco delicato delle sue dita tra i suoi capelli tirati indietro. Dopo lo shampoo, Chifuyu si stava premurando di passare il balsamo, oltre a cercare nei modi più consoni di tornare al tema centrale della giornata, alle motivazioni che lo avevano spinto ad allontanarsi da casa e alle relative conseguenze.

“Cosa?”

Il più giovane sospirò appena, non del tutto convinto del fatto che l’altro non avesse intuito a cosa si stesse riferendo esattamente.

“La torta che vuoi preparare.”

Hanemiya sollevò le ginocchia e le portò al petto. Per un attimo vi poggiò sopra il mento, ma Chifuyu lo invitò a distendersi trattenendolo appena per le spalle. Sapeva che se non fosse stato in grado di metterlo a suo agio non avrebbe spiccicato parola a tal proposito; tutt’al più avrebbe potuto facilmente deviare il discorso su argomenti meno diretti e coinvolgenti, giusto per allontanare quel focus specifico dai suoi pensieri contorti a cui facevano spesso seguito i rispettivi comportamenti.

“Sì, ma non sono capace di farla, mi spiace.”

“Eppure le premesse c’erano tutte.”

Tra il dire e il fare c’è di mezzo... un passato impossibile da superare.

Fu questo l’unico pensiero che la mente stanca e febbricitante di Kazutora riuscì a partorire dopo aver preso atto dei commenti bonari dell’amico. Ripensò al programma visto in tv solo poche ore prima, all’entusiasmo dovuto al desiderio di far felice la persona che maggiormente si stava fidando di lui da quando era tornato ad essere un uomo libero, almeno a livello pratico. Collegò quella sensazione a ciò che avvenne poco dopo, di fronte alla scarna esposizione di coltelli del konbini del quartiere. Com’era possibile che comuni oggetti che servivano semplicemente per dividere una deliziosa torta in parti più o meno uguali potessero arrivare a uccidere un ragazzo che non aveva nemmeno fatto in tempo a compiere i suoi primi quindici anni di vita?!

Le mani sbagliate, la mente fuori controllo, l’anima spezzata. Era bastato davvero poco. 

“Per qualche minuto ho avuto aspettative più grandi della realtà. Prometto che non succederà più.”

“Non ti ho mai chiesto una cosa del genere, Kazutora-kun.”

“Lo so, non mi hai mai chiesto di fare quella dannata torta, ma-”

Chifuyu si tolse rapidamente la t-shirt bianca che indossava solitamente per andare a dormire. Scavalcò la sponda ed entrò nella vasca, non fece in tempo a sedersi che Hanemiya si accovacciò ancora una volta su sé stesso, portando le ginocchia la petto. Le intenzioni erano quelle di fargli spazio, ma la realtà contemplava anche il timore di entrare eccessivamente in contatto con chi, per lui, si stava già dannando l’anima.

Dal canto suo, Matsuno non si era premurato di togliersi i pantaloni e tantomeno stava dando peso al fatto che oramai si fossero completamente inzuppati d’acqua. Si sedette per un attimo sui propri talloni, per poi allungarsi in avanti allo scopo di avvolgere in un caldo abbraccio il proprio compagno.

Kazutora sollevò il capo, lasciandosi sopraffare da quel gesto inaspettato, dall’irruente delicatezza con cui il suo ‘salvatore’ stava continuando a metterlo al sicuro e a rincuorarlo in tutti i modi possibili.

“Idiota! Non parlavo della torta. Intendevo dire che puoi prendere tutte le migliori iniziative che vuoi. Vuoi fare una torta? Fallo! Vuoi dipingere un quadro? Fallo! L’unica cosa che ti chiedo è di rendermi partecipe... di non farmi morire di paura come hai fatto oggi! Puoi fare questo piccolo sacrificio per me, Tora-kun?”

Chifuyu pronunciò queste ultime parole con voce incerta, con labbra tremanti e la prima lacrima che iniziava a scendere lungo la sua guancia. Teneva la fronte poggiata alla sua, mentre carezzava il suo viso con entrambe le mani.

Hanemiya lo guardò negli occhi e vi trovò tutta la sincerità e la disperazione che il più giovane gli stava mostrando in quel momento. La sua anima era nuda e schietta dinanzi a lui, terrorizzata dal pensiero di ciò che l’altro aveva dovuto affrontare quel pomeriggio in sua assenza. Quello straziante senso di colpa non avrebbe smesso di tormentarlo con troppa facilità, questo lo sapeva bene.

“Chifuyu... te l’ho già detto. Non succederà più, te lo prometto. Sempre se le mie promesse valgono ancora qualcosa.”

“Certo che valgono! Non farti strane idee, non pensare che non m’importi di cosa pensi e di come ti senti dentro, ok? Non sono nessuno, ma se vuoi parlare... sai che ci sono, intesi?”

Kazutora cominciò a piangere e a ridere assieme, nel mentre in cui le labbra del compagno si poggiarono delicatamente sulle sue, in un soffio quasi impercettibile, ma inesorabilmente sensuale.

Si strinsero forte un’ultima volta, prima di uscire entrambi da quello spazio che stava diventando sempre più angusto per entrambi.

Chifuyu uscì per primo aiutando Hanemiya a fare lo stesso. Gli porse un accappatoio e lo accompagnò in camera da letto, dove decise di continuare a parlargli apertamente, ora che il ghiaccio tra loro era andato definitivamente in frantumi.

“A proposito di parlare, forse è il caso di chiamare la dottoressa... che ne dici?”

L’ex detenuto si era già coricato. Teneva un panno umido sulla fronte ancora calda e gli occhi chiusi dalla stanchezza. Era stata una delle giornate più devastanti da quando era tornato in libertà. Sospirò udendo le parole della persona per lui più fidata, sperando in cuor suo di non dover rientrare in quel vortice senza fine fatto di etichette diagnostiche e psicofarmaci. Per quanto avesse potuto appurare che il percorso che aveva intrapreso dopo la detenzione si fosse rivelato molto meno intrusivo e ben più empatico, continuava a mantenere una certa diffidenza verso tutti quegli specialisti che volevano dare un nome e una motivazione a ogni sua emozione.

La dottoressa Kashino aveva da tempo compreso queste sue remore e stava lavorando giustappunto sui preconcetti che lo portavano a chiudersi in sé stesso nel corso delle sedute. La questione era proseguita sino al giorno in cui Kazutora aveva deciso di non presentarsi più nel suo studio.

“Mi odierá. Non sono più andato nel suo studio e non le ho nemmeno risposto al telefono...”

Matsuno si sedette al suo fianco, facendo muovere il materasso quel tanto che bastava per far cogliere la sua vicinanza al più scettico. Gli mostrò un sorriso laconico e comprensivo, totalmente privo di pregiudizi e obblighi da imporre.

“Sono rimasto in contatto con lei. La chiamo a cadenza settimanale per aggiornarla in modo da poter comunque proseguire il tuo percorso. Certo non sarà la stessa cosa per lei dover reperire informazioni per via telefonica e oltretutto da una terza persona ed è per questo che mi ha detto di riferirti che rimane in ogni caso a tua completa disposizione, in qualunque momento tu decida di riprendere a frequentare le sedute. Ascolta, lo so che oggi sei stato male, Tora-kun! Hai dovuto affrontare un attacco di panico in un luogo pubblico... e io non ero al tuo fianco. Al di là del fatto che mi sento uno schifo per questo, penso che tutti e due abbiamo bisogno di un aiuto concreto, non credi? E mettiti bene in testa che nessuno ti odia, siamo intesi? Nessuno!”

Il diretto interessato avrebbe potuto tranquillamente replicare con almeno un paio di nomi pronti a dargli manforte, ma preferì soffermarsi sulla piacevole scoperta appena fatta. Non c’è che dire, Chifuyu... tu non smetterai mai di sorprendermi!

“Domani mattina la chiamo per fissare un appuntamento, può andar bene per te?”

Hanemiya si tolse il fazzoletto bagnato dalla fronte e lo posò sul comodino. Bofonchiò qualcosa d’incomprensibile mantenendo metà del viso nascosto nel cuscino, prima di rilasciare un ultimo – e sofferto – sospiro.

“Però tu vieni con me.”

Chifuyu sorrise, posandogli una mano sul capo, iniziando soavemente ad accarezzargli i capelli.

“Puoi contarci.”

L’enorme sorriso che apparve sul suo viso fu l’ultimo segnale che riuscì a far recepire al compagno prima di cadere tra le braccia di Morfeo. Ma fu sufficiente a far sì che la speranza potesse riaccendersi nei loro cuori.

 

***

 

Due giorni dopo

 

Alle prime luci dell’alba la baia godeva ancora del meritato silenzio di cui si era beata nel corso delle ore notturne. La spiaggia ospitava giusto la sua fauna e qualche sporadico temerario del jogging che non poteva trovare altri incastri nella sua intricata giornata se non quello relativo alle prime ore del mattino.

La Bmw li aveva portati sino al parcheggio del porto, dopodiché avevano entrambi deciso di proseguire a piedi.

Dopo aver trascorso un’intera giornata a dare e a prendere antibiotici mentre si confidavano reciprocamente all’interno del loro habitat domestico, era finalmente giunta l’ora d’incontrare la dottoressa Kashino nel suo studio. L’appuntamento era stato fissato per le nove, dunque avevano ancora diverso tempo a disposizione prima di dedicarsi alla cura dei loro dolori interiori più reconditi e radicati.

Chifuyu aveva deciso di rinunciare alla sua consueta tenuta lavorativa per virare su un vecchio maglione color panna che non indossava da diverso tempo, probabilmente da quando i suoi capelli erano ancora del loro colore naturale. Il tutto era stato abbinato a un paio di semplici jeans neri e sneakers del medesimo colore. Non aveva pensato di portare con sé una giacca, per quanto fosse appena iniziata la primavera. Teneva le braccia conserte all’altezza dello stomaco ed era facilmente intuibile che sentisse freddo.

Kazutora stava cercando in tutti i modi di lasciarsi distrarre dalla visione dell’immensa distesa marina, così come dal rumore del moto delle onde... ma senza successo. Il suo sguardo volgeva spesso all’esile figura del compagno, avvolto in quel maglione che, per quanto risultasse esageratamente grande per lui, non lo copriva a sufficienza. Si tolse la giacca e gliela poggiò sulle spalle.

Hey, che fai? Non sei ancora completamente guarito! Rimettitela, per favore!”

“Sono dieci minuti che ti guardo e sono dieci minuti esatti che stai tremando come una foglia. Credo proprio di averti contagiato.”

“Non dire scemenze. Non puoi stare senza giacca.”

“In realtà nemmeno tu, ma quello che l’ha portata sono io. Ora dimmi... chi è il più furbo?”

Chifuyu si voltò verso il più alto e lo fissò fingendo una certa stizza. Aprì la bocca per ribattere alla sua domanda volutamente retorica, ma non ne venne fuori alcun suono. Sbuffò divertito, quasi come a volersi arrendere onde evitare un nuovo dibattito già di prima mattina. Si avvolse nel giubbino e chinò la testa in segno di ringraziamento per l’accortezza dimostrata.

“Come ti senti?”

“Te l’ho già detto prima di uscire, sto meglio. La febbre mi è passata.”

“Ok. Per il resto?”

Kazutora non rispose. Si limitò a mostrare un sorriso forzato per poi distogliere le sguardo e dedicarsi al paesaggio. Aveva sempre amato il mare, gli donava ogni volta un senso di pace e armonia che raramente poteva ritrovare in altri luoghi. Non sapeva nuotare, ma avvertiva una gran voglia di tuffarsi tra le onde, come l’ultima volta che visitò quel’ambiente assieme a Baji.

Chifuyu non gli staccò gli occhi di dosso, arenandosi all’idea che non gli avrebbe mai risposto in maniera affermativa, non sarebbe stato affatto onesto nei suoi confronti. Ma ammettere l’evidenza avrebbe potuto causare ancora più danni e non solo a lui, a entrambi. Decretò che al suo posto avrebbe preferito ugualmente il silenzio, l’unica risposta possibile per non rischiare di affondare ancor di più nelle proprie paure.

“Oramai è da oltre un anno che viviamo insieme, Tora-kun.”

“Come vola il tempo.”

Lo disse nel momento esatto in cui uno stormo di gabbiani fece capolino tra le nuvole, esattamente sopra le loro teste. Kazutora inclinò appena il collo per poterli ammirare meglio, ma questi si erano già allontanati... e di molto.

“Sai, non ho mai avuto modo di ringraziarti.”

Hanemiya sollevò un sopraciglio e si voltò di scatto in direzione del più giovane. Il vento portò diverse ciocche dei suoi lunghi capelli lasciati liberi di fronte al suo viso, donandogli un’aura alquanto misteriosa. I suoi occhi stavano iniziando ad arrossarsi a causa della sensibilità, a gonfiarsi per le forti emozioni che lo stavano interpellando dal profondo del suo cuore.

Chifuyu era senza dubbio la persona più bella che avesse mai incontrato da quando Baji aveva lasciato questo mondo.

“Tu-tu che devi ringraziare me? Temo che di questo passo dovremo cominciare a pensare che da domani sarà il Sole a girare intorno alla Terra, non più il contrario.”

“Idiota! Guarda che sono serio! Hai idea di quanto mi sentissi solo prima che tu uscissi da quella dannata prigione?”

Kazutora si portò una mano alla bocca per coprirla, evitando di dire qualcosa di non troppo appropriato. Quell’iniziale accenno di sorriso che tentava di nascondere si tramutò ben presto in una risata vera e propria, fin troppo rumorosa.

D’impeto decise di avvicinarsi al bagnasciuga, arrivando persino a togliersi le scarpe e le calze.

Chifuyu lo raggiunse, allarmato da quel comportamento che di certo non si aspettava poco prima di recarsi in terapia dopo settimane di astinenza.

“Kazutora!”

Quest’ultimo aveva i piedi immersi nell’acqua gelida e continuava a ridere senza un vero motivo apparente. Si accovacciò sui talloni e mise entrambe le mani in acqua, lasciando impronte che si divertiva a lasciar deformare ogni volta che le onde si ripresentavano.

Hey, guarda che non abbiamo degli abiti di ricambio, torna indietro!”

Senza voltarsi, Hanemiya si sollevò e, tenendo i pugni stretti lungo i fianchi, tenne lo sguardo fisso sul sole che si alzava nel cielo. Le lacrime avevano sostituito le risate colme di rabbia.

“Chifuyu, tu hai idea di quanto mi sia sentito solo io, in carcere? Lo sai quanti maledetti attacchi di panico ho dovuto gestire nel bel mezzo della notte senza alcun aiuto? Sono piuttosto allenato, sai!”

Matsuno si tolse rapidamente le scarpe e raggiunse il coinquilino, afferrandolo da dietro. Lo strinse a sé affondando il viso nella sua schiena, facendo suoi i suoi tremori e i suoi singulti, reggendo quelle gambe che prima o poi avrebbero fatto i conti con la sua fragilità psico-fisica.

Lo allontanò dall’acqua e lo fece sedere sulla sabbia ancora asciutta, facendogli indossare nuovamente la giacca che gli aveva prestato poc’anzi. Gli s’inginocchiò di fronte e racchiuse la sua mano tra le sue.

“Io non posso nemmeno immaginare cosa tu possa aver passato là dentro. Ma ci sono state anche delle persone che ti hanno aiutato, che ti hanno fatto iniziare un percorso per farti stare meglio. Oggi lo riprendiamo in mano insieme, così non ci sentiremo più così soli, che ne dici? Alla fin fine, se ci pensi bene, è stato proprio Baji a farci incontrare e a salvarci ancora una volta.”

“Baji... mi manca da morire.”

“Sì, anche a me. Ma lui non vorrebbe mai sentir parlare di morte, tanto meno vederti così giù di morale.”

“Vederci. Tutti e due.”

“Giusto.”

Chifuyu gli buttò le braccia al collo e si perse nel profumo della sua pelle, nell’aroma di quel balsamo per capelli che aveva segretamente iniziato ad usare anche lui. Strinse ancor di più la presa nel momento in cui avvertì le sue braccia contraccambiare la sua dimostrazione di sincero affetto.

Persi l’uno nella sofferenza dell’altro apparivano come una cosa sola, unica e indissolubile.

Il bene più prezioso che Baji Keisuke avesse lasciato dietro di sé. Il suo più grande desiderio.

 

 

 

 

… Now I know
I made mistake
Think I don't care?
But you don't realize what this means to me
So let me have
Just one more chance
I'm not the man I used to be
Used to be…

 

[Craig David feat. Sting – “Rise & fall”]

 

 

 

Notes:

Angolo dell'Autrice

Ringrazio in anticipo tutti coloro che avranno voglia di leggere questa mia one-shot! :)

E #ToraFuyu sia, di nuovo. **
Ormai sono diventati letteralmente un’ossessione per me. Mai provato nulla del genere per una ship in particolare! *sconvolta*
Dunque, questa storia è ambientata sempre dopo il famoso capitolo 74 e volutamente non contiene riferimenti a ciò che accade a Chifuyu proprio in questa parte canonica della storia. Qui i due convivono e lavorano insieme al pet shop da oltre un anno e talvolta ricadono nel buco nero del loro passato (Bloody Halloween, per intenderci). Ciò li porta inevitabilmente a stare male e a dover richiedere inevitabilmente l’aiuto di una terapia riabilitativa. Non è casuale che anche Chifuyu al termine della storia parli al plurale in tal senso, dato anche lui sente di averne bisogno per poter stare vicino a Kazutora e alle sue fragilità (ovviamente anche per sé stesso, ben inteso).
Tornerò di sicuro su di loro, altro che se tornerò! Stay tuned ;)

Il testo è scritto in terza persona e al tempo passato.
Il titolo della storia riprende quello della canzone ‘Rise & Fall’di Craig David feat. Sting di cui riprendo il ponte al termine del testo.
I nomi delle addette al konbini e della psicoterapeuta che segue Tora sono totalmente inventati (per tanto, ogni riferimento che potreste trovare sarà puramente casuale).

Grazie ancora a chiunque passerà di qua. **

A presto,

Mahlerlucia