Chapter Text
“Incinta.”
“Questo è un disastro, zì,” Manuel sussurrò, sedendosi sul pavimento accanto a Simone. Non sapeva nemmeno perché fosse esattamente lì, ma erano giorni che Simone era scontroso, silenzioso e non rispondeva nemmeno alle sue provocazioni per fare rissa. E quelle con Simone erano uno dei pochi motivi per cui a Manuel piaceva andare a scuola. “E che pensi de fa’? Ce torni insieme? Le dai soldi?”
“I soldi ce li ho,” Simone rispose, mettendosi le mani nei capelli. Manuel provò un senso di pena che gli strinse qualcosa all’altezza del petto. Si rimproverò, perché da quando era così sentimentale. “I soldi ce li ho, ma con lei non ci voglio tornare.”
“Ma perché no? Se è una bella ragazza, ce scopi, ce stai il meno possibile e amen.”
Simone scosse la testa. Sembrava quasi infastidito dalle parole di Manuel e Manuel fece finta di non sentire quella sensazione di inadeguatezza che avvertiva ogni volta che passava del tempo con quel ragazzo. Per quanto lo insultasse o lo prendesse in giro, Simone era l’apoteosi del ragazzo perfetto, bello, studioso, ricco, gentile ed educato, tutto ciò che Manuel non sarebbe mai stato. Be’, gentile ed educato finché non si mettevano le mani addosso.
“Io l’ho lasciata perché…” Simone iniziò a dire, poi lanciò uno sguardo ancora più infastidito a Manuel. “Ma perché lo dovrei dire a te? Che cazzo te ne frega. Ma poi sicuramente avresti un motivo in più per rompermi il cazzo.”
Manuel ridacchiò, mettendosi una mano in faccia. “Ma che l’hai lasciata perché volevi fa’ qualcosa de losco? Ma tu non lo faresti mai, sei il troppo perfetto Simone Balestra.”
Simone abbassò lo sguardo ed era rossore quello che Manuel scorgeva sulle sue guance?
“A quanto pare non sono troppo perfetto. C’è qualcosa che non va in me.”
“Ma che stai a dì?” Manuel esclamò, strattonandogli una spalla e costringendolo a guardarlo. “Ma se c’è qualcosa che non va in te io che dovrei dì?”
“Tu hai la ragazza, piaci a tutte, ti piacciono tutte.”
“Va be’, zì, anch’io c’ho dei gusti, non è che mi piacciono tutt… ah.”
Manuel poteva sembrare una persona stupida, vuota e con la testa piena di stronzate. Solo sua madre sapeva che non era così, anche se l’aveva delusa troppe volte per poter convincerla che forse sarebbe bastato. Sua madre era convinta che avrebbe potuto iscriversi all’università, avere un buon lavoro e aiutare anche lei ad avere una vita migliore, ma Manuel era realista: lui era una testa di cazzo e doveva dimostrare a sua madre che non doveva riporre alcuna speranza in lui.
Come faceva Chicca, del resto.
A Chicca all’inizio era piaciuto il suo essere sfuggente, ma evidentemente non le bastava più. Manuel, però, non poteva prometterle nient’altro. Lui doveva pensare a sua madre e ad aiutarla e questo implicava la certezza che, a volte, avrebbe dovuto fare qualcosa che una brava persona non si abbasserebbe mai a fare.
Lui l’aveva vista sua madre, fin da bambino, piangere. Sua madre era una persona estremamente fragile, rotta già da giovane, per colpa della famiglia, per colpa di tutti quei maschi stronzi a cui, purtroppo, Manuel assomigliava troppo.
E quindi, Manuel aveva imparato a consolare sua madre alla tenera età di cinque anni, quando l’aveva trovata per la prima volta sola, sul loro divano pulcioso, a piangere disperata. Non poteva sapere perché, ma le aveva preparato una camomilla ed erano andati a dormire abbracciati.
(Ovviamente da grande aveva capito che un bambino di cinque anni non avrebbe dovuto avvicinarsi ai fornelli nemmeno per sbaglio, ma sua madre aveva bisogno di un uomo accanto a lei, non di un fardello.)
E quella stessa fragilità in quel momento era lì, negli occhi di Simone Balestra.
L’aveva preso in giro troppe volte, si erano menati troppe volte, aveva rifiutato un’amicizia troppe volte per poterlo abbracciare e preparargli una camomilla, ma non poteva neanche restare indifferente.
“E questo Laura non lo sa.”
Simone finalmente alzò lo sguardo su Manuel, con gli occhi spalancati, come se fosse sconvolto dalla sua reazione. Manuel pensò te lo meriti, evidentemente pensa che sei ‘no stronzo e c’ha ragione e allo stesso tempo pensò a quanto facesse schifo il mondo, che un anche un ragazzo bello e bravo e perfetto come Simone Balestra avesse paura di essere se stesso.
“No. Posso aiutarla, ma sono troppo confuso, io non… Non mi piace lei, non mi piace nessuna, vorrei solo chiudermi in una stanza e non pensare più.”
Manuel capiva quel sentimento abbastanza bene. A volte anche lui avrebbe voluto essere un semplice diciassettenne, chiuso nella sua stanzetta a odiare il mondo, senza dover preoccuparsi di sua madre, senza chiedersi se avrebbe mangiato, se sarebbe riuscita a pagare le bollette perché lui la doccia fredda proprio non poteva sopportarla.
“Glielo devi di’,” Manuel rispose semplicemente.
Ma Simone scosse la testa. “Non basterebbe, penserebbe che è una scusa, come tutte le altre cose che le ho detto per cercare di allontanarla.”
Manuel ci pensò. Pensò a quanto Simone fosse fortunato, nella sfortuna. Il suo problema adesso era essere gay e avere una ragazza incinta, mentre lui e sua madre stentavano ogni mese ad arrivare con qualche soldo in più. Sua madre cercava di mangiare meno per far mangiare di più lui e viceversa. La tasca dei pantaloni di Manuel quasi bruciava per via di quel portafoglio vuoto.
“Potrei fingere di essere il tuo ragazzo. Me dai un po’ di soldi a settimana e risolviamo i problemi miei e tuoi,” Manuel propose, aspettandosi che da un momento all’altro Simone lo mandasse a fanculo.
E invece, Simone sembrò pensarci seriamente. Guardava Manuel come avrebbe guardato un mostro a tre teste, ma comunque ci stava pensando. Manuel già pregustava quei bei soldini a settimana. Dieci euro sarebbero anche andati bene per iniziare. Magari Simone era così disperato che avrebbe proposto di più.
“Ma mio padre neanche sa che… ‘sta cosa. Non lo so.”
“Ma non hai detto che tu padre te sta sul cazzo?” Manuel rispose prontamente. “Se gli dà fastidio sai che bello farlo rosica’? Poi con uno come me, come minimo gli piglia un colpo, zì.”
Simone rise leggermente. Sembrava tenero quando lo faceva. Dolce. Forse Manuel non l’aveva mai visto ridere.
“Ma poi i soldi? Perché dovrei darti dei soldi?” Simone chiese all’improvviso. Ma la domanda non era un attacco, sembrava semplicemente e genuinamente curioso.
“Perché voglio fa’ mangiare mia madre. E perché io sono etero, quindi per prenderti la mano e baciarti dei soldi me li meriterei, no? E poi dovrei lascia’ Chicca. Direi che ci vado a perdere un po’.”
“Faresti tutto questo per soldi?”
“Se vedessi tua madre fare finta di mangiare i biscotti per rimetterli nel pacco interi, la penseresti come me,” rispose. “E poi non lo so se amo Chicca? A ‘sto punto preferisco i soldi.”
Simone si strinse nelle spalle, come se non capisse davvero il suo ragionamento. Eppure lo aveva ascoltato. Manuel non parlava mai con nessuno dei suoi problemi, perché non pensava fossero rilevanti. Gli occhi scuri di Simone però lo avevano guardato come se quello che stava dicendo contasse qualcosa. Si sentiva visto, in quel momento, mentre erano seduti lì sul pavimento di quegli sporchi spogliatoi del liceo. Qualcosa gli si rivoltò nello stomaco, ma non ebbe tempo di pensarci, perché Simone porse la sua mano e accennò un mezzo sorriso. “Affare fatto, è nata la Manuel & Simone Associati.”
Lasciare una ragazza doveva essere sicuramente difficile. Lasciare una ragazza bella come Chicca risultava doppiamente difficile. Lasciare una ragazza bella come Chicca dicendo che si era innamorato di un ragazzo era stato però più facile del previsto. Si era sentito libero, per un attimo.
Chicca era bella, interessante e intelligente, anche se le sue insicurezze la facevano sembrare fragile come lo stelo di un giunco. A Manuel era piaciuta dalla prima volta che l’aveva vista, con quei capelli mezzi colorati, gli occhioni grandi e la risata facile in mezzo alle amiche.
Però le insicurezze di Chicca erano un peso che Manuel, già da tempo, non era più sicuro di poter sopportare. Non perché fosse stanco di lei o perché lei gli piacesse di meno, ma perché lui aveva già mille problemi e proprio non se la sentiva di essere lo scoglio di qualcuno, quando a malapena riusciva ad esserlo per se stesso e per sua madre.
Stranamente, Chicca non lo stava guardando né con rabbia né con ribrezzo. Si era aspettato la sua classica reazione da litigata, le urla, gli spintoni.
Chicca era lì e lo guardava sconcertata.
“Sei gay?” Gli chiese senza un minimo di tatto, ma a Manuel non interessava.
Lui scrollò le spalle. “No. Me piacevi davvero. Credo di esse’... com’è che si dice? Bisessuale,” ammise, con l’espressione convinta che aveva preparato davanti allo specchio dopo aver passato le ore a fare ricerche su Google riguardo alla comunità LGBT+.
“E allora che c’ha… Che c’ha sto tipo che dici che io non ho?”
Chicca si era rattristata. Però forse aveva visto qualcosa in Manuel che non le permetteva di arrabbiarsi o di prendersela con lui.
“Non lo so, Chicca. è bello. L’ho conosciuto meglio e ho perso la testa e io non sapevo nemmeno me potesse piace’ un ragazzo.”
Chicca annuì, come se quello che stava dicendo Manuel avesse perfettamente senso. “Non m’hai tradita, no?”
“No, Chicca, no, e ti voglio un bene dell’anima, ma mi sono accorto d’esse innamorato di lui perché. Boh. Semo amici da un po’ e non c’ho capito più niente. C’ha ‘sti occhi con ‘ste ciglia. Non puoi capì.”
Chicca scoppiò a ridere, prendendo Manuel letteralmente alla sprovvista. “Te deve piace’ assai. Ma chi è?” Chiese, aggrottando le sopracciglia. “Ao’, ma non sarà mica Simone? Bello, occhi, ciglia. Amici da un po’. Ao’, ma che te sei impazzito?”
Ma Chicca non era arrabbiata. Era preoccupata.
“Chicca, è per me che ha lasciato Laura. Ha capito d’esse gay, che te devo di’?”
Chicca sospirò. “Avete intenzione de mettervi insieme? De dirlo a tutti?”
Manuel annuì, convinto. “Ancora non ce semo nemmeno baciati, niente, ma se per te non è un problema io sarei molto contento di farlo,” spiegò e stranamente ciò che disse sembrava estremamente sincero.
Chicca gli posò una mano sulla spalla. “Ce parlo io co’ Laura. Ma co’ ‘sto bambino Simone che ce vole fa’?”
“Chicca, lui c’ha i soldi, il bambino non è un problema. Semplicemente non può sta’ co’ Laura, questo deve capi’.”
Chicca annuì. “Te voglio bene, Manuel. Almeno co’ Simone però no’ fa’ lo stronzo. Me sa che te piace un bel po’, più de quanto te piacevo io.”
Manuel sorrise automaticamente e okay, il gesto era perfetto per il momento, ma non c’era niente da sorridere. Una parte di lui si chiedeva se davvero sembrasse uno a cui poteva piacere un ragazzo e non sapeva se fosse una cosa positiva o negativa. A lui non era mai fregato nulla dell’omosessualità, per lui era una cosa normale. Ma a se stesso come omosessuale non ci aveva mai pensato. Doveva stare tranquillo? In fondo a lui piacevano le donne, lo sapeva, lo sapeva.
Eppure quel me sa che te piace un bel po’, più de quanto te piacevo io continuava a rimbombargli nella testa. Che sapesse recitare così bene? Magari aveva un futuro da attore. Poteva pensarci.
“Scusami ancora, Chicca. Te voglio bene pure io.”
Chicca lo abbracciò e Manuel la strinse forte a sé. Stranamente non si sentiva triste. Si sentiva come se stesse salutando un’amica che deve partire per un fine settimana a Bracciano.
Forse lasciarla era stata la scelta giusta e Manuel quasi era contento che fosse accaduto così. Chi se ne fregava, in fondo, se agli altri sembrava mezzo gay. Alla fine Simone era più un acchiappo che altro. Probabilmente la maggior parte delle persone a scuola l’avrebbero solo invidiato.
Sorrise tra sé e sé e salutò Chicca, pronto a mandare un messaggio a Simone in cui lo avvisava che lui era pronto.
Casa Balestra era grande almeno dieci volte quel buco di culo in cui Manuel viveva con sua madre. Ed era circondata dal verde. Solo vedendo quella villa, così, all’improvviso, iniziò a chiedersi se gli piacesse vivere a Roma.
In fondo sì, perché no. Roma era Roma. La città eterna, gli angoli più belli del mondo. Ma Roma era anche la casa da pagare, le strade piene di traffico e quella giungla di persone che neanche si guardava in faccia.
Casa Balestra sembrava uscita da un sogno, uno di quelli che Manuel si permetteva di relegare al suo subconscio, senza tirarli fuori e fantasticarci su, perché sogni del genere avrebbero potuto fargli solo male.
Per quanto scherzasse riguardo al diventare ricco, una parte di lui pensava che sarebbe rimasto sempre il solito stronzo senza soldi, che guadagnava qualcosa facendo cose che avrebbe preferito non fare.
E invece, quella casa era immobile, nel verde, fuori dal mondo. Il cinguettio degli uccelli e il fruscio del vento in mezzo alle fronde degli alberi erano ipnotizzanti, come se volessero costringerlo a pensare, a meditare, a calmarsi.
Manuel, dentro di sé, non era mai calmo, ma per un momento pensò che lì avrebbe potuto esserlo.
“Bella casa, eh?” Commentò, cercando di fare il solito stupido davanti a Simone.
Simone si strinse nelle spalle. “Sono cresciuto qui, non so se mi piacerebbe vivere da un’altra parte. Ma è bella sì.”
“Ce mancava che te lamentavi pure de ‘sta casa,” Manuel commentò sarcastico, ricevendo in cambio un pugno sul braccio.
Era divertente quel loro bisticciare. Non era più come quelle volte che Manuel lo provocava per mettersi contro il tipo perfetto che piaceva a tutti, con la voglia di fare male, ma soprattutto di farsi male. In quel momento era diverso. Erano sul bordo della piscina di casa Balestra, tutto quel verde intorno era rilassante e Manuel, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva meno solo.
“Allora, qual è il piano?” Chiese Simone.
Solo in quel momento, Manuel si rese conto che stava sorridendo come uno stupido guardando il vuoto. Non si capiva più nemmeno lui. “Che piano?” Domandò distrattamente.
“Ao’, abbiamo risolto, no? Cioè tu l’hai detto a Chicca, domani io parlo con Laura, poi?”
Manuel sospirò. “Devo pensa’ a tutto io qua? Che razza de associati semo?”
Simone iniziò a ciondolare le gambe nel vuoto e a guardare verso il basso, dove c’era l’acqua sporca di foglie autunnali. “Non so, magari ti propongo qualcosa che può darti fastidio. Sei etero, no?”
Manuel pensò che il ragionamento di Simone avesse perfettamente senso, ma non riusciva a trovare qualcosa che Simone potesse proporgli che avrebbe potuto non andargli a genio. Alla fine, aveva già preso in considerazione l’idea che avrebbero camminato mano nella mano. Che si sarebbero baciati. Anche con la lingua, per rendere tutto più realistico. Che c’era di male, alla fine? Erano solo cose senza significato. Il frutto di un accordo.
“Ma io non c’ho nessun problema, ao’. Primo, mica te li rubo, i soldi. E secondo, non sono omofobo.”
Dentro di sé quasi rise, perché fino a qualche giorno fa neanche sapeva cosa fosse l’omofobia e quanto poco ci volesse per essere omofobi. Aveva usato parole scorrette così tante volte che si era anche disgustato di se stesso, mentre scrollava gli articoli di alcune associazioni LGBT+.
“Allora che ne dici se dico a Laura che. Be’, stiamo insieme e dopo iniziamo a comportarci come una coppia?” Simone gli chiese. “Facciamo quello che vuoi. Non ti presso per fare niente, possiamo anche non baciarci.”
“Ma che?” Manuel fece, incredulo. “E chi ce crede che semo gay o cosa se non ce baciamo? Ce vedono tutti come ‘sti due maschi alfa.”
“Perché, a te non fa piacere essere visto come ‘sto maschio alfa?”
Manuel ci pensò seriamente. Spesso aveva assunto comportamenti che potevano sembrare da maschio alfa, ma forse, ripensandoci, lo aveva fatto solo perché non sapeva che potessero esistere altri tipi di uomini che non fossero possessivi, con la voglia di fare sempre sesso e di fare lo splendido con ogni ragazza. Però lo sapeva che la gente lo vedeva come un vero maschio per le sue risse e i suoi comportamenti del cazzo. Senza sapere che erano dovuti a tutt’altro.
“Non lo so, che so’ mo ste domande filosofiche? Pure se volessi sembra’ un maschio alfa ora non è il momento,” rispose alla fine.
Simone annuì, convinto dalla sua risposta. “Ma sei sicuro che vuoi baciarmi davanti a tutti?”
Manuel sentì uno strano calore affluire alle guance. Voleva baciare Simone Balestra davanti a tutti? Non era una questione di dovere, con una domanda posta in quel modo. Era una questione di volere e Manuel improvvisamente si sentì sconvolto dal fatto che l’idea non gli desse fastidio nemmeno un po’. Allora decise che non era poi il caso di pensarci così tanto.
“Ma sì, ma che problema è. Ma quanto cazzo pensi, Simo’,” Manuel rispose, forse troppo frettolosamente per sembrare rilassato.
“Mi sembri un po’ nervoso, non è che il primo bacio davanti a tutti sembrerà troppo finto? Non è che ti tiri indietro all’ultimo mom―”
Manuel non gli diede tempo di terminare quello che stava cercando di dire, perché il suo cervello, a quanto pare totalmente scollegato, aveva deciso che il modo migliore per zittirlo era chiudergli la bocca con la sua.
Le labbra di Simone erano morbide e i suoi capelli neri erano davvero soffici come sembravano.
Simone si rilassò quando Manuel gli posò l’altra mano su una guancia e reagì ricambiando il bacio e mettendo le mani sui fianchi di Manuel.
A quel tocco, qualche campanello d’allarme risuonò nella testa di Manuel, che si staccò lentamente, cercando di non essere brusco.
Quando aprì gli occhi, gli occhi di Simone erano grandi e confusi. Manuel odiava l’effetto che gli faceva quello sguardo da cagnolino sperduto.
“Questo?” Simone chiese, forse con la voce più bassa di ciò che intendeva.
“Dovevo farti sta’ zitto in qualche modo, no?” Manuel rispose prontamente. Anni e anni di bugie dette a sua madre lo avevano davvero reso un bugiardo degno di lode, capace di mentire anche a se stesso senza neanche accorgersene. Eppure, in questa situazione riusciva chiaramente a distinguere una vera cazzata da una semplice bugia. Che aveva baciato Simone solo per farlo stare zitto era una grandissima cazzata, ma non sapeva nemmeno lui perché lo aveva fatto, così decise di rendere la sua bugia reale anche per se stesso. “E così adesso te calmi. Lo vedi? Se ce baciamo non succede niente. Semo vivi!”
“Non succede niente,” ripeté Simone, annuendo. “Quindi a scuola possiamo… Posso…”
“E sì, Simo’, sì. Basta ora però, okay?”
Simone sorrise divertito e Manuel si accorse che sulle sue guance si formavano due lunghe fossette.
Doveva smettere di trovare carini i dettagli di Simone Balestra. Stava diventando patetico e iniziò a pensare se non fosse forse invidia. Ma invidia di cosa? Lui si riteneva un bel ragazzo e Simone Balestra era un po’ noioso a volte. La maggior parte delle volte.
“Per i soldi? Facciamo ogni settimana?”
Manuel fece un cenno con le mani, come per dirgli che andava bene.
“Facciamo dieci euro per ogni giorno che passiamo per fidanzati davanti agli altri ed eventuali compensi aggiuntivi,” aggiunse Simone, come se stesse firmando un accordo per una società per affari.
“Eventuali compensi aggiuntivi?” Manuel chiese stranito e per un attimo gli passò per la testa l’idea di toccare Simone in modi che.
Scosse la testa e si concentrò sui soldi. Soldi. Soldi.
Era solo curioso, no? Un fottuto diciassettenne curioso.
“Come degli straordinari,” Simone gli rispose e Manuel si rese conto dal suo sorrisetto che non stava scherzando, ma che sicuramente si stava divertendo a prenderlo alla sprovvista. “Meglio lavori, meglio ti pago.”
E il problema era che questa poteva essere una sfida allettante per Manuel. Per i soldi, ovviamente. Lui le sfide non se le faceva scappare mai.
“Allora preparati a sganciare molti soldi, ricco stronzo.”
Quando Manuel arrivò a scuola, il giorno dopo, estremamente in ritardo, si rese conto che nessuno dei suoi compagni di classe era entrato a scuola, ma che erano tutti lì fuori, con Laura che piangeva disperata.
“Scusa, Simo, scusa,” stava dicendo e Manuel si chiese che cosa stesse succedendo. Non doveva essere Simone a chiedere scusa a Laura perché… perché era gay e non poteva stare con lei?
(Come se ci si potesse scusare per una cosa del genere, per non poter fare qualcosa che va contro la propria identità.)
“Da te non me lo sarei mai aspettato, m’hai fatto stare male come un cane,” Simone disse all’improvviso e Manuel decise che era arrivato il momento di mettere a posto il casco e di raggiungerli.
Quando fu vicino, tutto si sarebbe aspettato tranne che Laura gli corresse incontro piangente.
“Scusa anche a te, Manuel, ma non dovete più pensarci, ve lo giuro, era una cazzata, potete stare insieme tranquilli e felici e…”
“Che sta a succede?” Manuel chiese, cercando di non sembrare brusco e dando una pacca sulla spalla a Laura.
Laura si staccò da lui, passandosi le dita sotto i grandi occhi azzurri pieni di lacrime. “Non sono incinta, non era vero, volevo solo… Scusatemi, scusatemi.”
Laura letteralmente scappò dentro la scuola, lasciando tutti sconvolti.
“Non l’ha fatto con cattiveria,” qualcuno stava dicendo.
“Poverina, però, era tanto innamorata di Simone.”
“Voleva solo metterlo alla prova.”
“Ma Simone non l’avrebbe mai lasciata sola! Lui è proprio un bravo ragazzo.”
Intanto Manuel fissava Simone, che si era appoggiato al muro dell’edificio. Anche Simone fissava lui, con sguardo serio.
Manuel iniziò a pensare che, se fossero stati una coppia vera, quello sarebbe stato il momento perfetto per baciarsi davanti a tutti e sentirsi liberi di farlo. Qualcosa dentro di Manuel voleva che andasse proprio così, ma perché sembrava così fottutamente difficile?
Poi una vocina nella sua testa gli ricordò la parola straordinari e Manuel iniziò a camminare verso Simone con passo deciso, per poi prendergli il volto tra le mani e baciarlo. Di nuovo.
Questo secondo bacio aveva un sapore diverso. Aveva quel sapore di caffè e cornetto al cioccolato, forse Simone aveva fatto colazione al bar. Era un bacio più profondo, più sicuro. Simone schiuse le labbra e Manuel non ci pensò due secondi a infilare la lingua nella sua bocca. Si sentiva affamato, assetato e Simone muoveva la lingua in un modo che gli faceva bruciare lo stomaco. Era così bravo a baciare? Ci credeva Manuel che Laura non riuscisse a dimenticarlo.
Poi Simone gli mise le mani sui fianchi. Un’altra volta. E Manuel si separò da lui. Molto lentamente, perché era difficile, perché avrebbe continuato ― perché sennò chi li stava guardando si sarebbe insospettito.
“Ora possiamo usci’ allo scoperto, vero, zi’?”
“Ma puoi chiamare zi’ il tuo ragazzo, frate’? Sei proprio il serial killer del romanticismo,” Chicca intervenne, scuotendo la testa.
Simone e Manuel si guardarono e scoppiarono a ridere insieme. “Zi’ va bene per me. Però se chiami tutti zi’ che dovrei pensare?”
“Che sei l’unico zi’ che pomicio davanti a tutti?”
“Ammazza, mi sa che invece sei romantico un bel po’,” Chicca continuò a dire. “Simo’, tienitelo stretto perché con me non era mica così dolce.”
Simone fissò Chicca con un’aria strana, un lieve rossore sulle guance e gli occhi spalancati e sperduti. Manuel sentì ancora quella fastidiosa sensazione.
Chicca li lasciò soli. O almeno, in quel momento Manuel si rese conto che gli altri erano andati tutti via.
“Può durare di meno,” Simone esordì, “alla fine si è risolto tutto”.
“Mi stai lasciando già ora?” Manuel scherzò, con un mezzo sorriso che doveva sembrare da classico menefreghista stronzo. In realtà, qualcosa in lui gli diceva che gliene fregava un po’. Ma era per i soldi. Sicuramente per i soldi.
Simone si mise con le braccia conserte, come di solito si metteva quando voleva proteggersi da qualche pensiero. Manuel si rese conto che davanti a lui lo faceva spesso.
“Alla fine ci hanno visto pure baciarci, ci credono che sono gay. Potremmo lasciarci fra un paio di giorni, dire che hai capito che sei etero e finisce lì.”
Qualcosa in quella frase non suonava per niente giusto alle orecchie di Manuel.
Forse era per le parole di Chicca? Chicca era convinta che lui fosse innamorato di Simone, come poteva risultare credibile la fine pensata da Simone? E poi lui aveva bisogno di soldi. Non poteva permettersi di lasciarsi scappare il suo accordo con Simone.
“No, zi’, non sarebbe credibile. Ma l’hai sentita a Chicca? Chi ce crede mo che so’ etero, dopo che t’ho pure ficcato la lingua in gola?”
Simone si grattò il naso e Manuel si chiese se forse non avesse esagerato con il linguaggio.
Ma da quando si preoccupava del suo linguaggio, in fondo? Lui era così e basta, non sarebbe di certo cambiato per Simone Balestra.
“Va be’, e per i soldi anche, vero?”
Manuel alzò gli occhi al cielo. “Eh, sai com’è? Avevamo un accordo,” disse, ma la sua voce risultò insicura anche alle sue orecchie. “E poi che ne so, magari c’è qualcuno che te vede con me e se innamora. Le persone impegnate acchiappano di più, zi’.”
Simone lo guardò con uno sguardo indecifrabile. Manuel avrebbe scosso la testa, davanti a quello sguardo, perché lo sapeva che Simone stava semplicemente pensando troppo.
(Ma chi era lui per giudicare? Lui era il primo a pensare troppo.)
“Facciamo tre mesi, ma se nessuno ci prova con me dopo il secondo mese, niente più straordinari,” Simone rispose, lasciandolo senza parole.
Com’era possibile che sembrava sempre così puro, perfetto e poi aveva uscite improvvise da genio del crimine?
La dualità di Simone Balestra. Se Manuel fosse stato davvero bisessuale probabilmente avrebbe potuto innamorarsi di uno come lui. Che tra l’altro gli stava dando dei soldi. Quando avrebbe potuto semplicemente mandarlo a fanculo, come una qualsiasi altra persona avrebbe fatto.
Simone era buono. E Manuel non aveva conosciuto spesso persone buone nella sua vita.
“Ragazzi, che state facendo qui?” Risuonò la voce del professor Balestra da dietro le spalle di Manuel.
Manuel toccò il tasto del cellulare, togliendo gli occhi di dosso a Simone solo per vedere l’orario.
(Voleva accertarsi che Simone non fosse troppo spaventato dall’idea che suo padre sapesse. Anche se, perché? In fondo erano appena definibili amici.)
“Simone, perché devi entrare alla seconda ora? Non mi dici mai―”
“Papà, ma che cazzo ne sai tu? Non ti passa per la testa che forse mi è successo qualcosa di brutto, vero? E dai, non rompere,” Simone reagì, sparendo dal campo visivo di Manuel in un battito di ciglia.
“Nervosetti, eh?”
Manuel roteò gli occhi e seguì Simone dentro la scuola.
Dante Balestra era una ventata d’aria fresca. Almeno per Manuel. La sua presenza lo stava convincendo ad andare a scuola con molta più voglia, da quando era arrivato.
Manuel non riusciva a capire come Simone potesse detestarlo. In fondo, avevano qualcosa di molto importante in comune, quei due: la capacità di farlo sentire visto.
Manuel salì le scale con un misto tra curiosità e pena. Si dispiaceva nel vedere Simone reagire così a qualsiasi cosa suo padre gli dicesse, perché leggeva qualcosa negli occhi di Simone che andava molto oltre la rabbia. Era sofferenza, quella che spesso aveva letto negli occhi di sua madre quando si sentiva senza speranza.
Ma Simone non era un caso senza speranza, non come lui e sua madre. E Manuel capì in quel momento, vedendolo davanti alla classe con quella ruga in mezzo alle sopracciglia, che a Simone lo doveva dire. Doveva fargli capire che essere senza speranza significava ben altro.
Lui era il vero caso senza speranza. A fingere di essere bisessuale per due soldi.
“Simo’, va tutto bene?”
“No che non va tutto bene, mi pare ovvio, no?”
Manuel dovette trattenere un sorriso. Gli piaceva quando tornavano a bisticciare. La sentiva come una cosa solo loro.
“Ma è tutto risolto, Laura non è incinta, ha capito che non puoi sta’ co’ lei e…”
“E mio padre verrà a sapere tutto molto presto e io non voglio.”
Manuel sospirò. “Ma che pensi che a tuo padre faresti schifo? Ma se è la persona più tranquilla del mondo.”
“Non è quello,” Simone sbuffò. “Già gli piaci. E io non voglio che lui si metta in mezzo o che sappia di cose mie, io non…”
Manuel gli si avvicinò, gli prese il volto tra le mani e gli diede due buffetti su una guancia. “Ao’, e ferma quelle rotelle nella testa qualche volta, no? Se deve succede, poi se vede, okay?”
Simone lo guardò infastidito, ma annuì. “Non devi toccarmi se non c’è nessuno a guardarci.”
Il tono di voce era tranquillo. Sembrava come se Simone volesse fargli semplicemente notare che fingere intimità in quel momento fosse inutile e Manuel era completamente d’accordo.
(Era stato impulsivo, aveva avvertito la voglia di consolare Simone e semplicemente si era buttato. Non aveva pensato, non aveva pensato ai soldi, agli straordinari che sarebbero arrivati solo per lo show davanti agli altri, non quando erano loro due da soli. Manuel doveva semplicemente pensare in modo lucido.)
Eppure qualcosa in quelle parole lo fece allontanare come se fosse stato scottato. C’era qualcosa che gli sembrava maledettamente sbagliato, effettivamente, nel toccare uno come Simone. Lui uno come Simone non lo meritava. Tanto per iniziare perché gli stava sfilando soldi con una scusa terribile e Simone glielo stava facendo fare perché era troppo buono per dirgli di no.
Lui non avrebbe mai potuto sperare di stare con una persona come Simone, era questa la verità. Avrebbe solo potuto farlo fingendo, dietro pagamento.
Sentì qualcosa di fastidioso, come un groppo in gola, molto simile a quello che gli veniva quando da bambino voleva piangere.
“Scusa, scusa,” disse, sorridendo e fingendo che non fosse successo nulla.
Simone gli fece un cenno di assenso e rimasero lì, davanti alla classe, senza dirsi nulla.
Laura stava ancora piangendo.
Manuel pensava che le donne fossero esseri intelligenti. Da proteggere, forse, perché sua madre aveva bisogno di molta protezione, fragile com’era. Tuttavia sua madre era anche una donna forte, l’aveva cresciuto da sola e scriveva da dio.
(Gli era capitato di rubare dei fogli per capire cosa faceva stare sua madre sveglia la notte, a battere sui tasti del suo computer anche quando era nel letto.)
A Laura, però, avrebbe volentieri detto di stare zitta.
Non era per cattiveria, ma proprio non poteva sopportare il fatto che volesse passare come la vittima della situazione dopo aver fatto sentire Simone in colpa perché era gay e averlo fatto soffrire per giorni perché pensava di averla messa incinta.
“Laura, cos’è successo?”
Quando sentì il professor Balestra porgere la domanda a Laura e lei singhiozzare ancora di più, pensò di essersi trasformato in un toro di fronte ad uno straccio rosso.
“Forse Laura dovrebbe semplicemente smetterla di piangere come se qualcuno le avesse ammazzato il gatto,” sbuffò infastidito.
“Manuel,” lo rabbonì il professore di filosofia con un tono paternalistico.
A Manuel in fondo piaceva quel tono. Era come avere un padre per la prima volta nella sua vita. Ma in quel momento gli diede solo fastidio.
“Ci deve pensare meglio prima di racconta’ ca…” Con la coda dell’occhio vide il professore incenerirlo con lo sguardo. “Ca…stronerie e far soffrire gli altri. Che non è che ce sta solo lei al mondo.”
“Quanto poco individualismo improvvisamente da parte tua, Manuel,” scherzò il professore.
Manuel scosse la testa e si voltò a guardare Simone che, a sua volta, lo fissava con gli occhi sgranati.
Laura, nel suo campo visivo dietro alle spalle larghe di Simone, si stava pulendo gli occhi con la manica della sua felpa. “Va tutto bene, professore. Possiamo fare lezione.”
“Ce sta, ce sta, adesso abbiamo la coppietta che si difende da sola, La’,” Matteo stava ridacchiando, facendole segno di lasciar perdere. “Non li vedi che carucci che so’?”
Manuel scattò in piedi, innervosito dal tono ironico di Matteo. “Ao’, che cazzo vuoi? Problemi?”
“Professore!” Qualcuno sussurrò, ma quello fece cenno di restare in silenzio, come se volesse cercare di capire cosa stesse succedendo.
“Io non c’ho problemi,” Matteo replicò con tono di sfida. “Sei tu quello che se bacia Simone. Che non ce vedi che è maschio?”
Manuel non era mai stato una persona propriamente riflessiva. Anzi, il suo essere impulsivo, molto spesso, aveva fatto sì che tutti i suoi amici gli si allontanassero. Non gli era rimasto nessuno, nel corso del tempo: con le ragazze che erano sue amiche ci era andato a letto o le aveva baciate per poi non parlarci più, ad alcuni ragazzi aveva dato una testata sulle gengive, altri li aveva definiti degli stronzi borghesi, altri li aveva allontanati perché erano l’esatto opposto.
Matteo non era nessuno per lui, solo il più stupido compagno di classe, e sapeva già, anche senza pensare alle conseguenze, che non si sarebbe pentito della testata che gli stava per dare sul naso. Così lo fece, perché non aveva nessuna voglia di sentirsi sbagliato per aver baciato Simone, non l’unica persona che finalmente lo vedeva dopo tante amicizie lasciate a marcire nel corso del tempo.
Sentì il colpo sulla fronte e poi delle braccia forti tirarlo via da lì, un corpo solido, la voce bassa di Simone nell’orecchio. “Manuel, Manuel, calmati.”
Simone non era arrabbiato per la sua reazione, ma era preoccupato. C’era un vociare indistinto attorno a loro, chiassoso, ma ovattato al tempo stesso. Manuel si concentrò sul respiro di Simone sulla pelle del suo viso e piano piano si rilassò.
Era come se stesse sparendo una coltre rossa che aveva coperto i suoi occhi fino a poco prima. Allora si accorse che il professore stava porgendo un fazzoletto a Matteo, forse per pulire il sangue che gli usciva dal naso, anche se il suo sguardo era torvo.
“Allora, Matteo, due ragazzi non possono baciarsi secondo la tua opinione.”
Matteo aveva gli occhi spalancati e guardava il professore totalmente perso, come se non sapesse esattamente come rispondere.
“Non è preoccupato per suo figlio, professo’?” E ovviamente aveva risposto, pensò Manuel, perché Matteo non sapeva mai quando era il caso di tenere la bocca chiusa. “Non solo con un maschio, è pure Manuel Fe―”
“Pensi davvero che per crescere mio figlio io abbia bisogno del parere di un ragazzino come te?” Il professore domandò genuinamente a Matteo. Poi si voltò verso Manuel, ma i suoi occhi erano palesemente puntati sul figlio, che ancora lo abbracciava stretto da dietro. “Sei felice?”
La domanda del professor Balestra non aveva una punta di sarcasmo. Era trasparente, sincera, con una punta di preoccupazione. Manuel sapeva che non comunicavano tra di loro. Era come se il professore stesse chiedendo al figlio sei felice per questo, anche se sono tornato? e Manuel, per la prima volta, pensò che avrebbe dato tutto per avere un padre così nella vita.
“Sì,” fu la risposta secca di Simone.
La risposta sembrava così onesta che Manuel sentì le guance arrossarsi come se Simone gli avesse appena dichiarato il suo amore davanti a tutti. Come se la loro finta relazione avesse bisogno di conferme vere. Manuel si schiaffeggiò mentalmente.
“Vedi, Matteo, a me basta questo.”
Chicca battè le mani. “Professo’, magari mia madre fosse come lei!”
E tutti scoppiarono a ridere mentre tornavano a sedere. Matteo con lo sguardo ancorato al pavimento, Manuel con il cuore che gli batteva ancora all’impazzata e Simone con la mano grande e rassicurante sulla sua spalla.
